Soluzioni avanzate per problemi millenari

Come uscire dalla trappola afgana?

L’ alternativa, propongo, è di abbandonare il territorio e di creare una zona militare fortificata (senza popolazione civile al suo interno) in grado di controllare e di distruggere dall’ alto, con i droni militari americani, qualsiasi installazione sospetta di produzione di armi chimiche e batteriologiche. Questa «fortezza» dovrebbe essere collocata al confine con il Pakistan.

Domanda: ma queste parole le ha scritte un quindicenne che gioca troppo con la play, oppure un illustre professore di diritto costituzionale?

Beh, le ha scritte Giovanni Sartori, poi fate voi.

Mi domando perchè non sviluppare ulteriormente l’idea. Ad esempio io proporrei di:

Costruire una zona militare, con degli aerei che sono sempre in volo, pilotati da vampiri che si nutrono di sangue artificiale (gli aerei sono schermati, che altrimenti i vampiri bruciano al sole, e poi i finestrini neri mettono più paura). Gli aerei ospitano dei soldati Robocop, comandati da un Terminator T1000, collegati con il computer centrale dell’Enterprise che, in caso di pericolo, invia l’ordine alla Blue Noah che staziona al largo della Fortezza delle Scienze. E’ previsto anche uno scudo spaziale che orbiti intorno alla Terra per raccogliere l’energia stellare per alimentare Daltanious. Per Godzilla, stiamo trattando con l’ambasciata giapponese.

Un po’ di blog

Alcune letture che vorrei condividere:

  • La Francigena contromano: Paolo si licenzia, parte da Terni e percorrendo la Via Francigena vuole arrivare, a fine Marzo 2010, a Cambridge, dove la sua ragazza si è trasferita per studiare. Qui siamo già pronti con i fazzoletti per quando arriverà;
  • Me parlare donna un giorno: tentativi di decodifica delle comunicazioni tra uomo e donna, ma ben adattabile anche al mondo gay;
  • Friday Prejudice: in teoria, parla di film che ancora devono uscire al cinema, ma in pratica sa bene di cosa parla;
  • MilleOrienti: Riflessioni di Marco Restelli sull’Asia, un blog documentato e piacevole, pieno zeppo di spunti;
  • Secondo Piano: giusto per smentire alcune idee su cosa sia una casa editrice, ma trovando il tutto molto divertente.

L’uomo che verrà

L’uomo che verrà, regia di Giorgio Diritti, é un film in cui si racconta la vita di una piccola comunità rurale nell’Italia del 1944; una comunità che verrà falcidiata dalla strage di Marzabotto. Il racconto é con gli occhi della piccola Martina, che dopo il trauma della perdita del fratellino non parla più. Ma sta per nascere un nuovo fratellino, che arriverà proprio alla vigilia della strage compiuta dai nazisti.

E’ un film asciutto, senza nemmeno un filo di retorica, tutto girato in dialetto e con i sottotitoli in italiano. E’ un film estremamente corretto dal punto di vista del contesto e di come la strage si compie (in realtà la strage fu una serie di stragi compiute su gruppi diversi di civili nell’arco di poche ore di distanza l’una dall’altra).

Siamo andati in tre, la sensazione provata all’uscita credo sia descrivibile come uno stordimento.

Credo sia un film per la memoria, che voglia costruire e riannodare una memoria condivisa, come una testimonianza tra la generazione che ha vissuto quegli eccidi e noi che ne abbiamo un ricordo vago e sfuocato.

Come ho letto in questa non recensione (che poi invece recensione é), cerchiamo di riempire le sale e non solo in Emilia.

Voto: 8/10.

Impegni

Non bisognerebbe mai rispondere al telefono e distrarsi mentre si sta scrivendo un articolo per il Corriere.

Gay italiani, gay americani

Mi é giusto sovvenuto un episodio che mi hanno raccontato alcuni anni fa, di cui non trovo conferme ma che credo sia vero nella sua essenza.

Pare che un alto dirigente di Calvin Klein fece un commento omofobo; a seguito di questo i gay americani organizzarono una azione di boicottaggio e le vendite scesero, tanto o poco non so, ma quanto bastò perchè il dirigente venisse accompagnato alla porta.

E se fosse successo in Italia? Beh, innanzitutto, molti gay avrebbero continuato a comprare Calvin Klein perchè ci tengono a far vedere che possono spendere. Altri, avrebbero osservato che se non compri Calvin Klein non sostieni l’unica azienda che si rivolge in modo forte ai gay. Altri, che se non compri Calvin Klein poi metti in difficoltà chi ci lavora dentro, perchè i conti dell’azienda vanno male. Quindi, se fosse successo in Italia, il dirigente sarebbe stato lasciato lì, e anzi forse apprezzato perchè così si riposizionava il marchio anche verso consumatori più tradizionalisti.

Come esercizio ora uno puo’ sostituire alla parola “dirigente” quello della nota starlette, alla parola “Calvin Klein” la parola “Muccassassina” e vedere che non ho fatto un esercizio ipotetico.

Le associazioni gay italiane sono misere, spesso miserrime, per niente in grado di incidere nel dibattito politico o nella società. Ma sono anche le associazioni che ci meritiamo.

Gay ricchi, gay poveri

Ho letto un po’ di articoli su vari blog sulla questione di quella starlette che prima dichiara che lei no, i matrimoni gay no, poi va pure al Muccassassina e trova addirittura un pubblico (che il pubblico l’abbia fischiata o meno non conta, il comportamento maturo sarebbe stato andarsene via quando saliva sul palco, oppure evitare di andare proprio quella sera proprio a quella discoteca proprio quando c’è questa poveraccia (perchè una che sputa sul piatto in cui ha mangiato e in cui mangia è una poveraccia) oppure fare volantinaggio fuori dal locale).

Ma, mi pare che questo punto non sia passato, e ci si interroghi sulla profondità di pensiero di questa signora dello spettacolo, ormai non più giovanissima, e si perda di vista il punto della questione.

Vediamo di esprimerlo in modo facile e chiaro: in Italia, che tu sia gay o etero, non gliene frega niente a nessuno, e non c’è alcuna discriminazione per questo motivo.

Sì, non è una battuta o una provocazione, è un fatto. Perchè quello per cui sei discriminato, è se sei ricco o povero.

Se sei ricco, il matrimonio gay lo fai, perchè mica ci metti tanto ad ottenere una cittadinanza da un paese europeo che riconosca i matrimoni gay. Se sei ricco, puoi pure pagarti l’ospedale privato, dove puoi farti venire a trovare da chi cazzo di pare e piace, che sia tuo padre o il negro superdotato con cui è vero amore. Se sei ricco, ti puoi pagare tutti gli avvocati che vuoi, e non avrai bisogno di farti trovare in carcere dal tuo compagno, perchè avrai gli arresti domiciliari; che, in quanto ricco, manco ti pesano, mica devi lavorare per vivere. Se sei ricco, non te ne frega niente della pensione di reversibilità o del contratto di affitto, hai ben più di una rendita. Se sei ricco, ti affitti un bell’utero all’estero (ce ne sono di ottima qualità), dai il tuo seme e c’hai il figliolo: puoi anche affittare due uteri, e così fare due figli, uno per te e uno per il tuo partner.

Quindi, completando la frase di cui sopra: in Italia, non gliene frega niente a nessuno se sei gay o etero, finchè tu sei ricco.

Ovvero, la battaglia per i diritti dei gay è una battaglia non per chi sta bene di suo, ma per chi sta meno bene o per niente bene.

Chiaro no? Mica è complicato.

Allora, se è una battaglia di questo tipo, tu NON PUOI MAI, per nessun motivo, transigere su questioni economiche. NON PUOI MAI vendere la tua battaglia per i diritti gay per motivi di soldi. NON PUOI MAI pensare che siccome hai un po’ più di soldi degli altri te ne puoi fregare. Perchè altrimenti non stai facendo nessuna battaglia, stai solo lamentandoti che non sei così ricco da non poterti sposare e adottare: stai facendo una battaglia egoista e non contare di avermi al tuo fianco.

Quindi, pensa bene a quello che hai fatto, circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, quando hai invitato una che dice che i gay vanno bene però; perchè hai invitato una che ti dice che i gay ricchi a lei vanno tanto bene, quelli poveri, così lagnosi e così costretti ad arrabattarsi per avere uno straccio di tutela, le stanno invece più sulle palle.

Quindi pensa bene, giovane virgulto gay che sei andato al Muccassassina e poi hai avuto il coraggio di fare un fischio, a quanto sei stato egoista: perchè ti sei potuto pagare il biglietto per lavarti la coscienza.

La prossima crisi del debito pubblico italiano?

Come già scritto, l’effetto della crisi finanziaria iniziato l’anno scorso è stato anche quello di rendere insostenibile il debito pubblico di alcuni stati (è molto bello avere un amico come G. che si occupa di storia dell’economia: eviti sempre di sorprenderti per quello che accade).

Prima è stato il turno dell’Islanda. Gli islandesi, che prima della crisi vivevano in una economia florida, hanno recentemente deciso che ci sarà un referendum, per rispondere alla seguente domanda: i soldi che gli altri paesi esteri (in particolare Inghilterra ed Olanda) ci hanno dato per fronteggiare il fallimento del nostro sistema bancario, vanno rimborsati oppure no? Perchè quando fallisce uno stato sovrano non vale il principio per cui i debiti si pagano, è anzi proprio il caso in cui non si pagano; e peraltro è vero che quel prestito d’emergenza venne fatto, a condizioni esose, non tanto per stabilizzare l’economia dell’isola quando per tutelare gli investitori europei che credevano di aver trovato l’eldorado (piccola nota a margine: l’Islanda non fa parte dell’UE, e il loro destino sarebbe stato il nostro se non ci fossimo entrati).

Poi è stato il turno di Dubai, che ha tanto ringraziato per i soldi prestati per costruire una intera nazione (a Dubai c’era circa un quarto di tutte le gru da costruzione del mondo) ma poi ha detto che non ha molte possibilità di pagarlo. Il vicino emirato di Abu Dhabi ha detto che sì, potrebbe contribuire, ma insomma senza fretta; anche perchè non è che tutta questa democrazia di Dubai, democrazia per gli standard della regione, sia così ben vista.

Quindi è ora il turno della Grecia; il governo precedente è andato in tv e ha detto: scusassero, il nostro deficit annuale non è al 3.7% del PIL, ma circa il 12%. Nuove elezioni, vincono i socialisti, non si sa come fronteggiare la situazione, anche perchè la Grecia è scossa da un serie di proteste sociali molto forti, per cui non è facile intervenire sulla spesa pubblica.

Così, il differenziale tra i BOT greci e quelli tedeschi ha superato i 4 punti percentuali, ovvero gli investitori cominciano a pensare che la Grecia stia per dichiarare fallimento. L’unica alternativa possibile è quella di un massiccio salvataggio fatto dagli altri paesi europei, anche se non si sa nè chi ci metterà i soldi (l’esperienza islandese insegna) nè come (non è possibile fare delle obbligazioni europee, i trattati non lo consentono). Inoltre, se il debito greco non si riduce, l’affidabilità dei buoni del tesoro ellenici si riduce e legalmente, sempre per i trattati istitutivi, la Banca Centrale Europea non può più garantire alcunchè.

Secondo un rapporto di Moody’s, la stessa condizione della Grecia la sta vivendo il Portogallo, che ha un deficit intorno al 10% del PIL: questi due paesi si trovano in una condizione di decrescita da cui faticheranno ad uscire, perchè se è vero che tutti i paesi occidentali sono ora preda di una stretta fiscale, necessaria per ripagare i soldi prestati per salvare il sistema finanziario, è anche vero che c’è chi sta peggio.

Poi, sempre all’orizzonte, c’è la questione spagnola. Se questa economia continuerà a peggiorare, la situazione si farà difficile per l’euro, che già ora è ai suoi minimi sul dollaro da mesi a questa parte.

E l’Italia? Che Tremonti dice che stiamo tanto bene…

Ecco, per l’Italia c’è questo articolo del New York Times, di cui riporto due estratti:

Investors worry that the crisis in Greece could touch off a domino effect across Southern Europe. Many are fleeing bond markets in Portugal, Spain and Italy out of concern the troubles might spread. [...] For Greece’s neighbors, there is the possibility of a domino effect, with investors subsequently moving on to test the resilience of another heavily indebted member of the euro area — possibly Italy, whose debt is also 113 percent of its gross domestic product.

(Gli investitori temono che la crisi in Grecia possa innescare un effetto domino nell’Europa meridionale. Molti scappano dai mercati obbligazionari in Portogallo, Spagna ed Italia, per i timori che i problemi possano allargarsi [...] Per i vicini della Grecia, c’è la possibilità di un effetto domino, con gli investitori pronti a muoversi e verificare la resistenza di un altro paese fortemente indebitato dell’area euro – magari l’Italia, il cui debito è già il 133% del PIL)

Quello che credo sia significativo, non è tanto che il New York Times scriva questo, ma che nessuno e dico nessun giornale italiano faccia minimanente cenno al rischio di fallimento. Questo, credo, perchè i proprietari dei giornali sono poi i più grandi proprietari di obbligazioni dello Stato, e quindi non vogliono creare per primi il panico. Ma è una ulteriore prova provata della pesante cappa mediatica che ci avvolge il fatto che di tutto questo non se ne sappia praticamente niente. Poi, sia chiaro, il default del debito pubblico italiano non sarà affatto un male, a parte un periodo di turbolenza come non abbiamo mai visto nella storia d’Italia. Fortunato chi c’avrà l’orto.

Avatar é un film bellissimo

Non bello, proprio bellissimo. E non solo bellissimo per i colori, le ambientazioni, la fotografia e la tridimensionalità, per quello é niente altro che il meglio che sia mai stato fatto, alla pari del Signore degli Anelli di Peter Jackson (questa citazione non è un caso).

Certo che è un film popolare, ma non è un film banale che strizza inutilmente l’occhio allo spettatore. E’ un film in cui uno dei cattivi dice “A questi indigeni abbiamo dato una scuola, costruito una strada, eppure siamo sull’orlo della guerra“, e un altro “Combatteremo il terrore con il terrore“. Qualcuno si ricorda George Bush e la guerra al terrore? Perchè Avatar è un film che è stato molto influenzato dalla vicenda americana degli ultimi anni, e quel tipo di politica che prende e ruba le risorse degli altri paesi in nome di una idea di progresso nè richiesta nè condivisa viene maciullata nel film e mostrata per le devastazioni che causa.

Certo, uno può anche vedere il film limitandosi ai colori, alla storia nella sua accezione ecologista (appunto come Il Signore degli Anelli, e due). Ma può anche farne una lettura un po’ più profonda, senza cercare Il Messaggio, perchè Avatar è una favola. Ed è questo un grande complimento, perchè se uno diventa grande e non riesce ad emozionarsi con una favola ha perso una parte di sè.

Quando eravamo bambini avevamo una favola preferita, e come tutte le favole i personaggi erano schematici e manichei: la strega di Biancaneve è il male, e si comporta così perchè è il male, ma poi Biancaneve riuscirà a sconfiggerla. Se uno vuole vedere Avatar immaginando il colpo di scena, rimarrà deluso. Ma questo perchè il colpo di scena non serve, come non serviva nelle fiabe con cui siamo cresciuti.

C’è un momento nel film in cui i buoni si rivolgono alla loro divinità, e uno di loro, più saggio, dice che la divinità non prende le parti di nessuno, pensa solo all’equilibrio delle cose. Ci sono gli americani che sono quasi tutti cattivi, tranne i pochi eroi. C’è il protagonista che è su una sedia a rotelle, e la cosa non è solo una citazione formale, perchè ad un certo punto, e quando più la cosa ha impatto, vengono mostrate le sue gambe rattrappite.

Avatar non è un videogame al cinema, come alcune eccentriche recensioni hanno scritto, e non è nemmeno un film che ha una prima parte e una seconda parte, tutto fila perfettamente (potrei aprire ed infatti apro una parentesi sul fatto che viene anche spiegato perchè gli indigeni del pianeta, seppur alti 4 metri, hanno le nostre stesse proporzioni: sono dettagli, ma a chi come me ama la fantascienza fa piacere che gli sceneggiatori sappiano di cosa stanno parlando).

E’ anche un film ambientato in un mondo, Pandora, che molto deve a Tolkien e al Signore degli Anelli. Perchè c’è l’albero della vita, la connessione degli indigeni Na’vi con tutte le creature viventi, l’idea di vita e di morte come un ciclo continuo, tutti temi tipicamente tolkeniani.

Ciò detto: direi 8/10.

Psicologia spicciola dell’acquisto di casa

Una parte della giornata di oggi è stata dedicata al vedere case con l’uomo misterioso, visto che lui sta pensando a comprarla. Il primo siparietto è stato con una venditrice, una donna che sarebbe stata molto bella se non si fosse orrendamente rifatta, con delle labbra a canotto ormai sproporzionate e semicadenti, che dopo aver salutato ogni cliente e prima di dare la mano ai nuovi si passa uno di quei gel per disinfettare le mani, insomma un personaggio che dopo un po’ che stavamo (stavano) discutendo di case si ferma e ci dice: ma per caso voi siete fratelli? Perchè vi assomigliate (e i lettori di questo blog che sanno come sono fatto io e come è fatto lui sanno che una somiglianza è un poco difficile a trovarsi). Quando ha poi scoperto che eravamo entrambi ingegneri, ha detto “mahounapalazzinabellissimadovehannocompratocasatuttiingegneeeriiii” al che io le ho detto “allora credo sia molto meglio evitare”, “e perchè?” “perchè gli ingegneri non hanno gusto estetico” “che?” “gli ingegneri sono ingegneri anche quando sono fuori dal lavoro” e a quel punto il canotto si è un po’ increspato.

Comunque, ho notato un certo comune atteggiamento tra tutti i venditori di case, una forma di studiata scortesia. All’inizio ho pensato fosse per il caso di avere incontrato uno specifico venditore un po’ rude, invece poi ho capito che è una strategia che soddisfa due obiettivi. Il primo, un obiettivo di natura pratica, è quello di sfruttare l’asimmetria di informazioni che è tutta dalla loro parte: loro sanno benissimo la qualità delle case che vendono, come sta andando il mercato, quante offerte hanno per quella zona, per cui non possono essere amichevoli, dovrebbero poi dirti come vanno le cose. Il secondo obiettivo è quello di spingere l’acquirente a volersi gratificare comprandosi una casa: cioè, il venditore non è un mio amico, non mi sta dicendo che io valgo, allora gli dimostro che sono invece una persona importante e mi gratifico con una casa. Così, la loro scortesia si ferma sempre al punto giusto. Credo anche questo meccanismo possa funzionare quando vendi una casa, dove è naturale proiettare una parte della tua personalità, se un venditore di calzini facesse lo stesso probabilmente li compreremmo da un’altra parte.

Quanto è costato Bettino Craxi

Va molto di moda in questi giorni riabilitare Bettino Craxi, gentiluomo morto latitante lasciandoci in un mare di debiti, per cui segnalo questo articolo pubblicato su NoiseFromAmerika: come si dice, carta canta.

Pagina successiva »


a