Scozia/ Il referendum

Siamo stati in Scozia nei giorni in cui il dibattito sul referendum per la secessione dal Regno Unito cominciava a prendere quota e abbiamo anche assistito al dibattito televisivo tra Alex Salmond (primo ministro Scozzese, per la secessione) e Alistair Darling (per il no). La simpatia personale va a Salmond, che almeno di primo acchito ci ha dato l’idea di una persona perbene e genuinamente appassionata e che crede in quello che dice, mentre Darling sembra un clone di Voldemort.

Nei giorni in cui siamo stati in Scozia abbiamo visto molta più propaganda a favore del Sì che del No, diciamo dieci ad uno. Il fronte del Sì aveva degli uffici elettorali in ogni dove, moltissimi avevano messo i cartelli con l’invito a votare Sì nelle proprie abitazioni, mentre del No c’erano poche tracce, spesso di pubblicità pagata e non di spontanea adesione da parte di un privato.

Detto questo, l’impressione che io ho è che vincerà il No, anche se non per una percentuale altissima. Questo perché gli indecisi alla fine tenderanno a votare No, perché secondo me è difficile che un indeciso scelga l’opzione, il Sì, che comporta un così drastico cambiamento nella propria vita. Il Sì avrebbe speranze se avesse almeno cinque-dieci punti di vantaggio nei sondaggi e questo non sembra essere.

Certo, io capisco benissimo il motivo per cui la Scozia è attraversata da questo fremito indipendentista: non ne possono più di quel cazzone di Cameron. Gli scozzesi sarebbero pure disposti a rimanere nel Regno Unito se a Downing Street ci fosse un leader laburista, ma questo squalificatissimo capo dello squalificatissimo partito dei conservatori è veramente un boccone troppo indigesto. Gli scozzesi, storicamente, hanno sempre sofferto molto da parte di quegli antenati e predecessori dei conservatori, penso per esempio ai vari signorotti locali che, tanto per fare un esempio, dalla sera alla mattina misero decine di migliaia di persone sulle navi per l’America per liberare spazio nelle terre da destinare all’allevamento degli ovini (le cosiddette Highlands Clearances, una delle cause per cui ancora oggi, a distanza di secoli, la Scozia è poco densamente abitata). Gli scozzesi sono piuttosto europeisti (in giro si vedono molte opere realizzate con il contributo dell’Unione Europea) mentre i tories sono troppo preoccupati di togliere qualcosa ai milioni che i loro amici della finanza guadagnano per poter pensare all’Unione Europea. Gli scozzesi sono furibondi per l’ultima trovata del governo dei tories, per cui se hai una casa un po’ più grande di quello che ti serve allora ti riduciamo i sussidi sociali (la cosiddetta bedroom tax). Gli scozzesi non sanno che farsene dei sommergibili nucleari (il programma Trident) ormeggiati nei loro porti, preferirebbero di gran lunga avere un proprio esercito tradizionale.

Allora, se i motivi sono tutti questi e anzi molti altri, perché non vince il Sì? Perché il problema che i separatisti non hanno saputo risolvere in modo convincente è quello della valuta della nuova Scozia indipendente. Nel Regno Unito sono tutti molto affezionati alla sterlina, per cui Salmond e i suoi non hanno osato dire nella campagna elettorale che la nuova Scozia dovrebbe avere una sua propria moneta, anzi hanno detto che negozieranno, nel caso, un accordo con il Regno Unito per conservare la moneta.

Il problema è che questa cosa, dal punto di vista economico, è una cazzata. Due nazioni adottano la stessa moneta solo se hanno o economie del tutto uguali oppure se hanno meccanismi sovranazionali di compensazione delle disparità. Non è un problema, per esempio, se la California e la Louisiana adottano entrambe il dollaro, perché il governo federale ha meccanismi ridistributivi (emette dei buoni del tesoro con cui finanzia anche programmi sociali che vanno certamente a maggior beneficio delle economie degli stati più poveri), mentre è un problema se Portogallo e Germania adottano la stessa moneta, perché non esiste un governo europeo che possa varare i cosiddetti eurobond.

Quindi, se la Scozia si separasse, l’utopia è mantenere la sterlina senza poter contare sugli attuali aiuti che, magari non troppo generosamente, il governo inglese manda. Alla Scozia non fa comodo avere una sterlina forte (loro vivono di esportazioni e di turismo, quindi una moneta debole sarebbe preferibile) ma mantenere la sterlina e rinunciare ai sussidi sarebbe scegliere il peggio di entrambi i mondi. Anche le entrate derivanti dal petrolio non è detto che sarebbero sufficienti a riequlibrare il sistema, quantomeno un periodo di shock iniziale molto forte sarebbe ragionevolemente prevedibile.

Anche una adesione all’Europa e all’Euro, lo sbocco naturale in caso di secessione, richiederebbe comunque alcuni anni e sarebbe difficile andare avanti nel limbo per così tanto tempo.

La moneta è quindi la motivazione razionale più forte per votare No. Va detto che, comunque, il Regno Unito sarà costretto ad una profonda revisione del proprio assetto statale, perché la scelta di rimanere nell’Unione sarebbe comunque presa di stretta misura: è possibile che nei prossimi anni il Regno Unito si dia una struttura federale, con ogni nazione che ha un proprio Parlamento (oggi ci sono già degli inglesi – intendo inglesi di Londra, del Sud e dei dintorni – che si domandano perché loro non hanno un proprio Parlamento e invece gli Scozzesi sì).

Ho finora parlato di motivazioni razionali: non è escluso che un passo falso di una delle due cordate non cambi radicalmente la prospettiva, anche perché su un referendum del genere pesano e contano nell’urna motivazioni che di razionale non hanno molto, però la mia idea è che vincerà il No. Se poi mi sono sbagliato, ci sarà di che divertirsi.

Chiamatemi Marrabbio

Premessa: il riso è una delle cose che meno amo a tavola. E’ un eufemismo, diciamo che il riso in bianco è in grado di provocarmi un disgusto così forte che arrivo al conato di vomito. Purtroppo, so e gli riconosco il fatto che è anche un ottimo alimento, adatto sia agli sportivi che a quanti hanno problemi di stomaco. E in quest’ultima categoria, purtroppo, io ci rientro anche abbastanza spesso. In questa situazione così sfortunata (io invidio tantissimi quelli che amano il riso in bianco e se lo mangiano per scelta, non per necessità) con il tempo ho visto che c’era qualche via d’uscita rappresentata dal riso e dalle ricette a base di riso delle cucine orientali. Sia chiaro, anche i supplì alla romana o i pomodori con il riso sono per me un ottimo modo di mangiare il riso, però certo non sono troppo consigliati se uno è indisposto. Mentre, un po’ di riso da sushi è sempre un’opzione accettabile (o proprio il sushi, visto che contiene poi o verdure lesse o pesce crudo, entrambi compatibili con i miei specifici disturbi digestivi). 

Il problema del riso da sushi è che non è un prodotto che si può mangiare in ogni ristorante (a Napoli ci sono un paio di ristoranti giapponesi, di cui almeno uno ottimo per mia esperienza personale) così ho cominciato a pensare a farlo in casa, nè uno può certo andare a ristorante quando non si sente bene e mangiarsi il riso in bianco.

Come è andata? Ecco, diciamo che le prime volte che uno cucina una cosa non sempre gli viene bene. Anzi, spesso gli viene malissimo e più è venuta male all’inizio più impegnandosi riuscirà a migliorare. 

Quindi, un giorno, il mio sushi sarà eccezionale.

Ieri ho fatto la prima prova, dopo essermi dotato di riso da sushi, alghe per riso da sushi e aceto di riso (risultando quindi gravemente carente sul lato degli strumenti di cucina, però prima di spendere quaranta euro per la ciotola di legno in cui va fatto mescolare con l’aceto di riso vorrei aspettare un po’). 

La prova di ieri è stata catastrofica, si è tutto bruciato perché ho sbagliato i tempi di cottura. Oggi è andata meglio, il riso da sushi è fatto ed è anche abbastanza discreto.

La cosa notevole è stata invece il momento madeleine. Se vi ricordate, tanti anni fa c’era il cartone animato Kiss Me Licia (poi fecero anche un telefilm). Il padre di questa Licia si chiamava Marrabbio e ha quella che noi chiameremmo una tavola calda. 

Spesso, si vede Marrabbio cucinare e usare un ventaglio sui piatti (almeno è così nel mio ricordo e tanto basta). Finora non avevo capito perché lo facesse, sembrava una cosa semplicemente ironica per rappresentare un carattere apprensivo. Invece no: quando si aggiunge l’aceto di riso al riso cotto, il ventaglio serve a farlo evaporare più in fretta. 

Me lo sono ricordato oggi, mentre sventagliavo il riso. 

(se l’immagine di me che sventaglio il riso come Marrabbio vi fa ridere, non posso darvi torto)

Io e Nick

Nei giorni immediatamente precedenti la partenza io, da bravo ossessivo compulsivo, avevo appunto compulsato le notizie relative alle proteste dei dipendenti di quella patetica scusa di compagnia aerea che è Alitalia per capire se i problemi con i bagagli al cosiddetto aeroporto di Fiumicino fossero solo per i voli Alitalia o anche per altri (Alitalia è un grande successo su questo blog, ci sono post di sette anni fa che ancora ricevono commenti). Dopo essermi sincerato che il problema non riguardava il nosto volo, ho capito che non mi ero per niente sincerato e ho anzi cominciato a temere il peggio. Tanto che ho avuto quasi una discussione con il mio compagno perché io insistevo che dovevamo essere previdenti e portare il più possibile nel bagaglio a mano.

Così ho fatto, mettendoci dentro quelle cose indispensabili e un minimo di ricambio. Purtroppo, ho fatto l’errore di non dividere i nostri vestiti mettendone metà in ciascun bagaglio da stiva. Così, all’arrivo all’aeroporto della più grande città della Scozia (non Edinburgo, l’latra, quella che porta sfiga e il cui nome quindi non verrà scritto) ci mettiamo in attesa dei bagagli.

Aspetta, aspetta. Aspetta. Aspetta. Alla fine arrivano tutti i bagagli tranne il mio. Trauma. Chiediamo all’addetto alla sicurezza che ci manda dall’handler che ci manda dalla linea aerea, che gestisce questi casi direttamente. Così facciamo la conoscenza di Nick, di cui ci rimarranno impressi i modi cortesi ma la scarsa capacità di venire a capo delle cose (tipico dei paesi anglosassoni, gli fanno fare un corso per tutto – anche come gestire i clienti incazzati – ma poi non hanno fatto quei buoni studi che gli permetterebbero di fare il salto di qualità), le orecchie a sventola e il terribile accento. Quando dico terribile, dico che una cosa tipo “Do you have a mobile phone?” viene pronunciata circa come in italiano si leggerebbe “du u ha a mobile fu?”  per cui più volte, in due, ci dobbiamo far ripetere le cose.

Insomma Nick ci manda dalla sua collega che ci fa compilare il modulo. Compilazione che poi scopriremo fatta abbastanza alla cazzo, perché siccome il modulo non ha lo spazio per indicare una email, questa non ci chiede una email ma solo i nostri numeri di telefono. Non sarebbe un problema, se non fosse che poi scopriremo (“poi” significa il giorno dopo”, con altra visita all’aeroporto) come da quel banco informazioni i nostri numeri di telefono non siano raggiungibili. Comunque Nick ci spiega che il mio bagaglio sicuro che è a Fiumicino, hanno controllato che non fosse caduto durante lo sbarco all’aeroporto di destinazione e che ci farà sapere. Intanto, diamogli i nostri recapiti per i prossimi giorni.

Qui, già problema, perché noi cambiamo albergo ogni 1-2 giorni, quindi pensiamo che intanto basteranno i primi 3-4 giorni per venire a capo della questione (poveri illusi).

Andiamo in albergo, io incazzato come una biscia e andiamo a cenare. Io indosso l’unica maglietta che mi è rimasta, ordiniamo fish and chips, io prendo il limone, spremo il limone, il limone ESPLODE e finisce tutto addosso a me e alla mia maglietta. Non mi sono mai macchiato così tanto in vita mia. A quel punto mi viene una crisi di nervi di quelle forti.

Il mio compagno fa quello che solo lui poteva fare in quel caso, cioè calmarmi. Mi dice che se sono così nervoso possiamo pure tornarcene indietro, pazienza per il viaggio e per quello che abbiamo prenotato, ma non posso certo andare venti giorni così. Non solo ha ragione, ma ha mostrato l’affetto più grande e la preoccupazione maggiore per me, pronto a rinunciare ad un viaggio a cui lui teneva anche più di me pur di non vedermi così. Allora io mi calmo. Ci poteva riuscire solo lui.

Andiamo allora a comprare il detersivo in un supermercato, così potremo lavare la maglietta e farla asciugare entro la mattina di domani sull’asciugapanni.

Arriviamo all’indomani, io provo a chiamare il numero dell’assistenza per chi ha perso il bagaglio e questo numero non si chiama da Skype, dai cellulari faccio cinque minuti di musichetta senza venire a capo di niente, uso allora la linea dell’albergo e, per una sterlina al minuto di telefonata, ho il piacere di sentire circa sette minuti di musichetta.

A questo punto non sappiamo che fare, io sono impegnato a prendere a pugni la stanza per sfogarmi, il mio compagno dice che forse è il caso che prima compriamo qualcosa, poi andiamo in aeroporto con la macchina a noleggio e parliamo con Nick (o lo pestiamo, secondo come gira il vento).

Così andiamo per negozi, fortunatamente siamo vicino alla zona commerciale e in particolare ad un centro commerciale, cominciamo con Marks&Spencer al cui commesso spieghiamo la situazione (solo perché non volevamo che pensasse che fossi un turista deficiente che non sa come passare il tempo ma vuole comprarsi un paio di jeans, è che proprio non avevo molto da indossare), così lui molto gentile ci aiuta con le misure (voi lo sapevate che se portate il 52 in Italia portate il 38 in UK, perché la differenza è 14? Noi lo sospettavamo, ora l’abbiamo scolpito nella carne).

Fatti gli acquisti, presa la macchina, andiamo all’aeroporto. Siamo tutti e due sufficientemente incazzati che cominciamo a parlare con Nick in parallelo, lui poverino annaspa, quindi ricomincio io da capo. Allora Nick ci dice che lui ha provato a chiamarci, ma i nostri cellulari non sono raggiunbili. Poi ci dice che se ho una e-mail è meglio, quindi mi chiede di descrivere il contenuto del mio bagaglio (faccio una lista in italiano e in inglese), quindi gli dò tutti i riferimenti dei nostri DODICI alberghi che avremo durante la vacanza, così ci mandano il bagaglio in albergo.

Allora tanti saluti, noi partiamo per il nostro viaggio, io almeno ho un po’ di mutande da mettere grazie a Marks&Spencer (anche John Lewis ha aiutato, per un maglioncino misto cashmere). Dopo tre giorni, all’albergo  in cui stiamo ci dicono che ci hanno cercato perché forse hanno trovato il nostro bagaglio, ci chiedono di richiamarli e qui telefonata con Nick. Immaginate come è comodo fare una telefonata con uno che anche dal vivo non ci si capisce una mazza. Insomma dopo molte discussioni scopriamo che quel bagaglio che hanno non è il mio, perché il mio non ha un lucchetto (padlock, alla faccia del cazzo, scusate, che vi vorrei vedere io a parlare con uno scozzese per telefono e ricordarvi se voi avete un lucchetto o no sul bagaglio), quindi ciccia continuereanno le ricerche.

Ormai mi sono messo l’anima in pace, il bagaglio chissà dove è finito e se mai arriverà (magari l’hanno spedito per sbaglio a qualcun altro che il padlock ce l’ha o anche non sa che cavolo sia e ha annuito subito sperando di essere fortunato, non è che tutti amano parlare con Nick).

Poi, dopo nove giorni, arriva una mail da Roma, dove Nicola (tutti Nick si chiamano in questa compagnia aerea?) ci dice che il bagaglio è stato trovato e ci raggiungerà in uno dei prossimi alberghi. Increduli, in effetti lo troviamo in stanza (nel frattempo, rispetto ai nostri piani originari, avevamo cambiato un albergo perché c’era stato un errore con la prenotazione e, terrorizzati dall’idea che il bagaglio arrivasse proprio lì, avevamo scritto a Nick – con cui ormai c’era un rapporto di confidenza, diciamo – per dargli gli aggiornamenti sulla nostra posizione).

Dentro c’era tutto, salvo che l’esterno era piuttosto sporco (penso che butterò quella valigia, aveva comunque già fatto il suo tempo) e le cose dentro erano umide.

Poi, micaa è finita qui, perché ora bisognerà scrivere alla compagnia aerea per avere il rimborso delle spese sostenute nel frattempo e, sono sicuro, mi faranno incazzare di nuovo.

La prossima volta comunque viaggio con meno cose, preferisco pagare la lavanderia che portarmi dietro un armadio che, tanto si è visto, serve comunque a poco, si può andare in vacanza con l’indispensabile.

Scozia/ Cose da fare e da non fare

Questa mappa mostra che in effetti in Scozia ci sono stato per davvero:

scozia

quindi, come si dice in questi casi, è la voce dell’esperienza che parla, ovvero – come diceva Oscar Wilde – del nome che gli uomini danno ai propri errori.

Alcune delle cose da fare e da non fare quando si va in Scozia sono:

  • Pianificare il viaggio. La Scozia è grande (circa quattro volte la Lombardia), la ricettività non è altissima, sopratutto nella zona Nord e comunque d’Estate c’è spesso il tutto esaurito in strutture che, comunque, hanno poche stanze. Noi abbiamo prenotato con poco preavviso e quindi siamo dovuti scendere a compromessi, credo che per andare in Scozia senza doverne fare sia utile prenotare con almeno quattro mesi d’anticipo. Per Edinburgo, che ad Agosto è centro di tre festival di grande interesse culturale, quattro mesi potrebbero anche essere pochi. Considerate che per vederla tutta ci vogliono circa 5-6 settimane;
  • Avere l’abbigliamento adeguato. Sempre nel tema della pianificazione, non fatevi venire idee strane per cui andrà sicuramente bene un paio di scarpe da ginnastica che le mettete pure quando qui fa freddo e poi sono così carine: dovete necessariamente comprare un buon paio di scarpe da escursionismo impermeabili, perché anche d’Estate troverete il bagnato. Noi abbiamo avuto la fortuna di comprarle in un ottimo negozio dedicato, vi sconsiglio di andare in quella famosa catena francese di negozi sportivi perché hanno molto meno assortimento e un centesimo della competenza (le scarpe da escursionismo sono un mondo in sè, non funziona che le comprate perché vi sembra che vadano bene: noi abbiamo delle Salomon che si sono rivelate eccezionali, con appositi calzini perché pure lì non funziona che uno compra in base al colore);
  • Avere una buona macchina fotografica. La Scozia non è la meta più economica d’Europa, per cui capisco che l’idea di spendere soldi per una buona macchina fotografica (ovvero una reflex) aumenta spese già non piccole, ma non pensate nemmeno per sbaglio di poter fare delle buone foto ai paesaggi scozzesi con cose buffe quali macchine digitali compatte, telefonini, iPad e altre scemenze nate per fare tutt’altro ma non per fare le foto, sopratutto in condizioni di scarsa luminosità;
  • Mangiare in albergo. Molti b&b e guest house offrono la possibilità di cenare, pagando a parte. Noi, ogni volta che l’abbiamo dovuto fare perché costretti dalla logistica, non abbiamo mangiato bene: sempre cose così così, da cucina di casa riscaldata e a prezzi invece da buon ristorante. E’ sempre molto meglio cercare un ristorante, prima di arrivare dove si vuole arrivare.

Per i costi: come detto, la Scozia non è una meta economica. Vale sempre la pena dormire in strutture come b&b e similari che spesso sono più nuove e meglio tenute di molti alberghi (che erano per un tipo di turismo che ormai è in declino, gli inglesi preferiscono prendere un low cost per andare nel Mediterraneo che subire l’uggiosità del clima scozzese) e il costo è quello di una stanza in un albergo di una media capitale europea. I costi maggiori sono quelli per gli spostamenti (è indispensabile avere un’auto propria – ci si abitua abbastanza in fretta alla guida a destra – sopratutto se ci si sposta dalla fascia centro-meridionale, dove si potrebbe comunque viaggiare anche con i mezzi pubblici). Anche per mangiare si spende non troppo, considerando che spesso ci sono ottimi pub a prezzi da pub. Le attrazioni sono abbastanza costose; la cosa migliore se si vogliono vedere castelli e monumenti è quella di fare l’Explorer Pass della Historic Scotland, che permette di vedere quello che si vuole tra decine di opzioni (concentrate sopratutto nella zona centro-meridionale) nell’arco di un certo numero di giorni.

Per la guida viaggi: vince la Lonely Planet, per sostanziale mancanza di concorrenti. La Rough Guide che ho visto era una cosa vecchia di anni, mentre la guida verde del Touring, purtroppo, è un fascicoletto scritto in modo sciatto e svogliato. La Lonely Planet non è che sia perfetta, spesso tradisce una sensibilità che non è europea nel valutare le attività e i posti, però è discreta dal punto di vista logistico. Va comunque letta tutta ed attentamente prima di decidere cosa fare, visto che in Scozia ci sono grandi varietà di opportunità: potreste preferire la parte storico-monumentale (che è la zona centrale e meridionale) piuttosto che i paesaggi delle Highlands, trovare o meno interessanti le isole che hanno poi climi e culture molto diverse tra loro e su queste cose ognuno sceglie secondo i suoi gusti;

Voli: Oltre alle compagnie aerea che che trovate tramite Skyscanner e simili, considerate Jet2, che è una buona compagnia low cost che fa prezzi interessanti. Potete anche valutare di non arrivare in una grande città ma in una piccola, se c’è un volo diretto, per poter risparmiare qualcosa, sempre che non ve lo ritroviate con il noleggio dell’auto.

Cosa si può vedere in Scozia: le attrattive principali sono i paesaggi, la fauna e la flora e i monumenti (castelli ed abbazie). Oltre a questo, le pietre dei Pitti sono l’unica cosa culturalmente significativa della regione (inoltre, ci sono un po’ di menhir in alcune delle Ebridi Esterne). Le due grandi città scozzesi (Edinburgo e l’altra che non nomino perché porta sfiga, storia lunga) hanno dei musei discreti ma che non giustificano il viaggio.

Che lingua parlano gli scozzesi: una lingua incomprensibile. Più si va al Nord e più le cose migliorano, ma l’inglese parlato nelle grandi città è un’esperienza terribile. Ad esempio, la pronuncia di “Do you have a mobile phone?” è qualcosa di simile a “Du u a mobile phu?” e termini come “holiday” si pronunciano circa come “old”. A domande come “Sono quelli i vostri bagagli?” abbiamo risposto “Buona giornata”, tanto avevamo capito cosa stessero dicendo.

(se ce la faccio, seguiranno foto).

 

Perché chiedere scusa?

Quelli di Fratelli d’Italia fanno una forte (per i loro mezzi limitati, in ogni senso) campagna contro le adozioni delle coppie gay. A loro ha risposto, tra gli altri, Vladimir Luxuria, rendendo noto come Giorgia Meloni sia stata abbandonata dal padre a 12 anni.

Apriti cielo. E non si fa, e non si dice, e non si porta il privato delle persone in politica, anzi Luxuria chiedi scusa.

E per quale motivo dovrebbe chiedere scusa? Non siete voi, gli omofobi, che passate le giornate ad insultare noi gay? A dirci che non dobbiamo contare sul matrimonio, che siamo contro natura, che siamo perversi, che non volevamo bene al papà per cui siamo diventati gay, che siamo pedofili? Mo’ che si segna il punto, fate pure gli offesi? Quindi, va bene parlare delle persone, colpendo e scavando nel privato, allo scopo di negare dei diritti che sono riconosciuti in quasi ogni altro paese civile e moderno, però guai se lo stesso strumento viene usato nei confronti dei paladini della morale tradizionale.

Ma vaffanculo, va.

Questo blog ha sempre festeggiato quando un omofobo andava in galera, fosse pure per aver commesso tutt’altro genere di reati ed ha, anzi, goduto quando di qualche omofobo si è venuta a sapere della sua grande passione per la pannocchia.

Quindi, proprio non vediamo il motivo di dover chiedere scusa. Anzi, crediamo che sia il caso di calcare la mano, facendo una bella psicologia spicciola di Giorgia Meloni.

Come dici, Giorgia? Che non dovremmo fare un tuo ritratto psicologico così su due piedi, tirando quale linea grossolana? Che non si vivisezionano le persone e i loro sentimenti per segnare un vantaggio politico? Hai ragione, non si dovrebbe. Ma visto che avete cominciato voi, ora noi facciamo lo stesso. Sappi, lo facciamo per la famiglia tradizionale.

Per il ritratto della Meloni, l’elemento dell’abbandono da parte del padre spiega molti dei suoi tratti caratteriali. Appare, la Meloni, come un personaggio aggressivo, che finge di essere accattivante per poter poi colpire con più forza, con questa faccia da brava ragazza che anzi ricorre pesantemente al Photoshop per sembrare più giovane. Tutte queste cose sono spiegabili con l’abbandono da parte del padre, che l’ha costretta a diventare aggressiva e che, come trauma non risolto, le causa la paura dell’invecchiare, la paura di diventare adulta senza essere mai stata compiutamente bambina. Anche questo fare politica come Ministro della Gioventù e responsabile dell’organizzazione giovanile del suo precedente partito si spiega con un desiderio di trovare fratelli e sorelle con cui superare il dramma della solitudine.

 

Ho scritto una cosa seria, Giorgia? No, sono tutte cazzate. Come quelle che voi, ogni giorno, ripetete da anni. Ora, comincia a vergognarti e, se vuoi un consiglio, fallo per il rispetto che devi a tutte le bambine abbandonate da padri che lasciano la moglie che si scopre lesbica e che non possono avere più, secondo le idee che tu e il tuo partito raccontate, una famiglia.

Scozia/In Sintesi

In sintesi:

  • 21 giorni
  • circa 15 castelli
  • 14 tra alberghi e bed and breakfast
  • 3 abbazie, di cui una su un’is0la
  • un gita in nave, sotto la pioggia ed una sulla seggiovia, sempre sotto la pioggia
  • qualche migliaio di chilometri in macchina
  • innumerevoli cascate, loch e glen
  • l’avvistamento di: 1 cervo, diversi pettirossi, alcune decine di foche, centinaia di mucche, migliaia di pecore e capre
  • numerose quantità di salmone (fresco, semi-affumicato, affumicato della casa, affumicato e basta) e anglefino variamente conciati e preparati
  • 1 conferenza sulla simbologia delle pietre dei Pitti
  • indubbie quantità di patatine fritte, stufate, fritte e piccanti, con e senza buccia
  • infinite sedie della Regina, sofà della Regina, quadri della Regina e della Regina Madre
  • 1 film in lingua inglese e 1 film sempre in inglese ma in formato IMAX
  • diversi luoghi infestati da fantasmi, dame sgozzate, paggetti uccisi, servi che giocano a carte fino al giorno del Giudizio
  • la nave della prima missione di Scott nell’Antartico
  • 1 quadro di Leonardo
  • 1 puntata di Doctor Who vista sulla BBC
  • alcune decine di cittadine visitate o quantomeno attraversate
  • diversi artisti di strada
  • 20 GB di foto e filmati

 

Tutto questo, molto altro, è stato il nostro viaggio in Scozia. Epico.

Decostruendo Renzi – la vicenda Mogherini

La quasi totalità dei mezzi d’informazione è ormai schierata a favore di Renzi, tanto che gli sta facendo passare una riforma costituzionale che gli permetterà di governare come un Cesare per i prossimi vent’anni. Di questo vorrei parlare in un’altra occasione, ho accennato al tema solo per mostrare come quello che vado a ricostruire (anzi, a decostruire, essendo una operazione che smonta le scemenze che Pittibimbo racconta) non sia passato sui giornali italiani.

Pittibimbo si è ad un certo punto convinto che la cosa migliore da fare per sé stesso e il suo governo fosse liberarsi della Mogherini, messa da lui medesimo a capo degli Esteri non più di pochi mesi fa. Questo perché la Fede (sì, fatemela chiamare così, che è comunque un soprannome migliore di quello che le hanno rifilato gli alti ambasciatori della Farnesina, dove viene chiamata “mare mostrum” per la sua propensione a occuparsi di barconi di immigrati ma con scarse cognizioni anche in quel settore peraltro non particolarmente complesso) dicevo la Fede è poco capace e al suo posto potrebbe invece andare utilmente Angelino Alfano. Questo passaggio, per lui, da Interni ad Esteri avrebbe il significato di salvargli la faccia, per quanto ne sia rimasta dopo le costanti cazzate che ha combinato al ministero dell’Interno. E’ interessante aggiungere che Interni ed Esteri non potrebbero essere due ministeri più diversi per funzionamento. Mentre al Viminale il ruolo del ministro è essenziale, essendo una struttura molto verticistica, agli Esteri il ministro è un grazioso soprammobile, visto che la burocrazia, di altissima competenza, è autonoma e risponde al segretario generale della Farnesina. Quindi, non ci sarebbe un posto migliore per uno che non sa fare il ministro e che vuole occuparsi invece del suo asfittico partitino.

Così, Pittibimbo ha deciso di silurare la Fede. Salvo che in Europa non ci tengono tanto a prendersi gli scarti italiani. Prima, quando ha parlato con Hollande e gli ha detto, a Fransuià, ma lo sai che ho un ottimo candidato come capo della diplomazia europea, è rimasto basito quando Hollande gli ha detto: ottimo, anche io sostengo Emma Bonino. Sì, perché i francesi avranno tanti problemi di politica interna, ma hanno ancora un senso della politica estera che a noi manca del tutto. Di questa idea di Hollande, per cominciare, la stampa italiana non ha fatto cenno, fosse mai che Pittibimbo si offende che gli vogliono rompere il giocattolo.

Allora Renzie è andato avanti con la Fede (in effetti, gli mancavano proprio Speranza e Carità), per incontrare le opposizioni di molti paesi. In massima parte, per l’inesperienza di Fede, che è tanto simpatica ma non ha particolari capacità. Sopratutto, brucia a tutti la pessima esperienza dell’attuale capo della diplomazia europa, la signora Ashton, di cui non si ricorda una sortita utile che fosse una. Ma non per questo si vuole cadere nella brace con la Fede. Che, tanto per dire, quando si fanno i gruppi di contatto sulla crisi siriana non viene manco invitata ed, anzi, le hanno appunto proposto di andare a capo della istituenda “commissione barconi”, ovvero un gruppo di lavoro senza fondi e senza personale (quindi alla sua portata, secondo i maligni) per occuparsi dell’immigrazione clandestina.

Allora Pittibimbo ha pensato di rabbonire D’Alema, in modo tale da tenere buona quella parte del PD che gli ha giurato vendetta e che è pronta a tutto, fosse pure al crollo dell’Europa, per liberarsi del fiorentino considerato un personaggio stupido e rivoltante. D’Alema ha altro spessore rispetto alla Fede, ma le sue simpatie filopalestinesi gli causano problemi con gli USA (la Fede, che è invece furba, sta facendo circolare le foto di lei che si interessa ai danni causati dai razzi di Hamas su Israele, giusto per far scolorire le sue foto con Arafat).

Peraltro, in tutta questa vicenda, i giornali italiani compiono due grandi, ed ulteriori, omissioni. La prima è non dire che la Ashton, l’attuale capo, quando si insediò fece presente che lei con gli italiani si rifiutava di lavorare, tanto che le ambasciature che abbiamo avuto come servizio diplomatico europeo sono delle terze scelte. Un paese orgoglioso di sé stesso ne avrebbe chiesto, viceversa, l’immediata rimozione.

La seconda omissione, assai più grave, riguarda il fatto che questo ruolo a capo della PESC non avrà alcun effetto nella capacità di Pittibimbo di negoziare migliori condizioni economiche con l’Europa. E’ un contentino che gli può solo risolvere qualche problema di stabilità interna, ma si comincerà a ballare a fine Ottobre, quando bisognerà trovare un pacco di miliardi per sistemare i conti.

Così, il grande Renzi, salutato dalla stampa italiana come il salvatore dell’Italia, anzi dell’Europa, si trova schiaffeggiato e perculato dalla stessa, che gli propone candidati indigesti (Enrico Letta, Emma Bonino) nel ruolo di commissari europei, irride i suoi candidati (Federica Mogherini, Massimo D’Alema) e beatamente se ne strafotte il cazzo dei problemi di Pittibimbo.

Di tutto questo, sui giornali italiani, manco una riga di analisi, giusto per ricordarci che d’estate si mangia dell’ottimo pesce e la carta con cui sono fatti è ottima per incartarcelo.

 

 

 

 

 

 

 

Wool, Shift e Dust

Scrivo una recensione di questi tre volumi, avendo notato che non ne esiste una lingua italiana.

Wool

Ambientati in un futuro prossimo, sono un buon esempio di fantascienza apocalittica (o distopica), in cui l’umanità fugge dal disastro (non causato da bombe nucleari, ma da una nanotecnologia che consente di cancellare interi ceppi dell’umanità tramite una contaminazione dell’aria) rifugiandosi all’interno di un silo. Le regole di questa convivenza sono quelle di una società estremamente rigida, controllata e piena di taboo. I discendenti dei primi abitanti infatti non hanno alcuna memoria di come fosse la Terra prima del loro forzato esilio, anzi pensano che quella sottoterra sia l’unica vita possibile. Chiunque faccia delle domande, chiunque si ponga il dubbio su cosa c’è fuori, viene sottoposto al brutale rituale del “cleaning”, ovvero viene equipaggiato di una tuta e spedito fuori, dove invariabilmente troverà la morte.

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Eppure, tutti quelli che ricevono questa mortale punizione, appena raggiungono l’uscita, si mettono di buona lena a pulire, proprio con un panno di lana, i sensori delle telecamere che consentono a chi è sotto di vedere il monotono e grigio paesaggio all’esterno. Perché fanno questo? Cosa li spinge? Cosa vedono o cosa sanno che gli altri non sanno?

Così comincia Wool, che è il primo di una serie di tre non romanzi ma raccolte di racconti. Originariamente pubblicato senza un editore e distribuito da Amazon tramite Kindle, questa opera di Hugh Owey ha ricevuto un incredibile successo di pubblico, diventando un caso editoriale: mai un autore era riuscito a vendere centinaia di migliaia di copie senza la mediazione di un gruppo editoriale. In effetti, questo primo volume (edito in Italia, come gli altri, per i tipi di Fabbri) si legge con grande piacere. La prosa di Howey (ho letto tutto in ciclo in inglese) è asciutta, tagliente ed efficace, in grado di rappresentare con poche parole una azione rendendola quanto mai viva.

Il mondo distopico di Wool lascia, in parte, il posto in Shift il racconto a come questo silo è stato costruito, a chi lo governa e alle dinamiche che hanno portato una piccola parte dell’umanità ad auto-esiliarsi. Questo libro, va detto, mi è piaciuto di meno, con alcuni personaggi che proprio non mi hanno colpito, dei passaggi a volte troppo lenti e una velocità dell’azione assai altalenante, ma ho preferito insistere perché ero caduto nella trappola del voler sapere come va a finire.

shiftIn Dust si conclude il ciclo, con la fine della vita all’interno dei silo. Sono volutamente vago ed impreciso rispetto a quello che accade per non togliere il piacere di scoprirlo a chi vorrà leggerlo. Posso invece dire che la qualità della conclusione è abbastanza modesta, a volte sembra che le cose siano tirate per i capelli e che Howey avrebbe potuto scrivere tanto cento pagine in meno che cento pagine in più. Inoltre, si congeda dal lettore con una conclusione non definitiva, in cui tanto è possibile pensare che finisca lì che pensare che possa esserci un ulteriore sviluppo.

Rimane, comunque, un prodotto editoriale interessante, anche appunto per le sue fortune. Non solo, Howey ha mostrato una grande intelligenza consentendo ad altri lettori di diventare scrittori sviluppando altre idee all’interno del mondo di Wool. Allo stesso modo, sul suo sito permette a chi avesse letto le opere senza scaricarle legalmente di mettersi l’anima in pace pagando un contributo libero, così per stare a posto almeno dal punto di vista morale.

Infine, tutti i diritti cinematografici sono stati opzionati dalla 20th Century Fox. A me sembra che da questi libri e, più in generale, dall’universo che anche altri autori hanno creato, si potrebbe tirare fuori una buona serie televisiva, piuttosto che fare un film o anche una trilogia che sarebbe comunque molto compressa. Nell’attesa, se amate la fantascienza potete dare una possibilità almeno a Wool.

Il molto è molto meglio del niente

Il governo ha anticipato, per bocca del suo ciarliero premier, il disegno di legge sulle unioni civili. Una parte della comunità LGBT ha già deciso di dire no a prescindere, perché è animata da un sacro furore contro Pittibimbo. Facciamo a capirci, va bene pensar male di costui, però a volte bisognerebbe anche entrare nel merito, facendo una sana valutazione politica, a contatto con la realtà.

Secondo il piano del governo, le unioni civili avranno gli stessi diritti e doveri dei matrimoni civili, salvo il diritto di adottare. Se così fosse, sarebbe un ottimo compromesso e il tono di chi si lamenta perché vuole avere la parola “matrimonio” a me pare abbastanza fuori posto.

I tre punti che trovo molto positivi di questa proposta sono: a) che ci si unisce andando dall’ufficiale d’anagrafe in Comune, quindi con una modalità simile a quella del matrimonio civile, con una netta evoluzione rispetto alla proposta dei Di.Co. in cui ci si univa per raccomandata; b) che è riconosciuto il diritto alla pensione di reversibilità, cosa che è fondamentale per tantissime diverse ragioni, sopratutto perché è una norma non a costo zero per le finanze pubbliche; c) che è possibile adottare il figlio del proprio “unito”, quindi in realtà un inizio di principio di adozione c’è già.

L’ultimo punto, in particolare, suscita perplessità dei vari integralisti cattolicoidi e baciapile. Se queste fossero le premesse, sarebbe quindi un ottimo disegno di legge e una ottima legge. E’ evidente poi, in prospettiva, che avere un istituto giuridico come quello delle unioni civili così simile a quello del matrimonio civile porterà necessariamente, prima o poi, ad unificarli, come è stato in molti paesi europei (Francia, Inghilterra e credo anche Germania) che hanno iniziato con le unioni civili e poi sono andati oltre. Significherebbe inoltre migliorare e di molto le condizioni di vita di tante coppie gay, dando loro diritti e tutele e, mi ripeto, anche a costo non zero per lo stato italiano, perché i diritti a costo zero sono già una concessione ma è dove è la pecunia che si fanno le politiche vere di inclusione.

Viceversa, fare la polemica perchè non si parla di “matrimonio” significa non voler fare una vera battaglia politica, ma perdersi nel massimalismo che è poi minoritarismo. Chiudersi in quel recinto, in cui siamo già da tanto tempo chiusi, in cui dobbiamo ricorrere sempre al sostegno assai interessato delle varie associazioni gay, che sono poi quasi sempre associazioni di imprenditori interessati alla clientela gay.

Poi vedremo come andrà, è vero che questo governo è noto per promettere 100, anzi 1000, e realizzare poi da -5 a +23 (circa), quindi tutto può succedere. Qualcosa, non molto ma qualcosa, dipenderà da quale tipo di sostegno e critica sensata e non pregiudizievole per principio sapremo noi del mondo LGBT nei prossimi mesi; e qui temo il peggio.

Un eterno ripetersi/ 2

Ecco, lo sapevo. Basta far passare un giorno e la nuova inchiesta sulla corruzione, questa volta una grande corruzione presunta per una grande opera come il MOSE.

Non dico altro, che poi divento noioso. Aggiungo solo una cosa.

E’ evidente il perché Piero Fassino sostenga a spada tratta il sindaco di Venezia, accusato di essere uno che ha preso mazzette per favorire la costruzione del MOSE. Questo perché Fassino è chiaramente estraneo alla vicenda analoga dell’EXPO del 2015, non conosce affatto Primo Greganti, tutti del resto sanno che le mazzette a Greganti arrivavano per la sua bella faccia e l’eleganza dell’eloquio, non perché fosse il terminale della vecchia guardia del PD (calunnie, calunnie, tutte calunnie dette da un indagato durante l’interrogatorio, risaputamente quindi estorte con la tortura). Quindi, dall’alto della sua completa estraneità, è giusto e dovuto che Fassino prenda le difese di un sindaco di una città che, rispetto a Torino, sta dall’altra parte dell’Italia. Tra onesti si riconoscono al volo.

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