Una possibile cura contro l’omofobia
(che poi, ridere fino ad un certo punto, visto che da qualche mese, dopo che uscì la lista con i politici omofobi ed omosessuali, è sceso un silenzio e non si sentono più commenti omofobi, almeno a livello nazionale. Interessante che il Calderoli non abbia più niente da dire al riguardo, eh? Che Volontè preferisca occuparsi di legge elettorale?).
Certo che sono un po’ fissato…
Né saprei dire o fare qualcosa di diverso dal raccontare gli aggiornamenti dottoratistici, visto che quasi coincidono con la mia vita. Ho finito l’articolo, e ho riorganizzato e aggiornato un capitolo della tesi, me ne mancano quindi due. Uno di questi andrà solo un po’ esteso, ripulito da ciò che è diventato vecchio e poco altro, un altro andrà scritto da zero perché sostituisce uno che non ha più senso di essere. Si tratta di scrivere, in questo caso, un 15-20 pagine, non molto di più, quindi siamo abbastanza leggeri, ma comunque arriverò a fine della prossima settimana, visto che nel frattempo devo pure lavorare.
L’articolo è comunque venuto piuttosto bene, anche se al prezzo di una fatica psico-fisica estrema. Ieri notte, quando verso l’una ho deciso di fermarmi per dormire, ero tutto un dolore, tra schiena indolenzita, un cerchio alla testa da esaurimento intellettivo, con un occhio che aveva preso un tic nervoso. Veramente un bel quadretto.
L’idea di dover solo lavorare per solo otto ore, domani, mi sembra una specie di gran festa, a confronto. Ieri sera comunque sono ricorso ad un po’ di auto-ipnosi non tanto per focalizzarmi su cosa fare, lì sono una roccia di razionalità cosciente, quanto su quello che succederà dopo. Così ho cominciato a pensarmi che mi metto in cammino per arrivare alla città di N. (che scritta così fa tanto Dostoevskij), pensando proprio le strade che prendevo per arrivarci, e poi le persone che incontravo lì, gli odori, i colori della città, la gente per le strade, i ragazzi e la cucina tipica. Mi ha fatto sicuramente molto bene, ho dormito come un sasso e stamattina ero fresco come una rosa.
Fulmini e saette
Ieri il computer ha cominciato a dare segni di instabilità. Dico, il computer con cui sto scrivendo la tesi.
L’instabilità era una certa lentezza di accesso al disco (per gli appassionati, è venuto fuori che c’erano un po’ troppi kdmflush in giro, oltre ad alcuni ext4-dio-unwrite, e /proc/mdstat segnalava l’ennesimo resync; smartctl non ha detto nulla finché ha potuto leggere il disco, ora ovviamente tace: credo si vergogni. Aggiungo: non capisco per quale caspita di motivo GNOME non abbia un sistema che, quando vede che un RAID ha problemi, non faccia suonare l’allarme a schermo, tipo particella Omega di Star Trek).
Oggi, prima è saltata la connessione ADSL (il modem agganciava la centrale, ma non transitavano dati), poi è morto uno dei due dischi di sistema.
Io, previdente, avevo configurato questo computer con due dischi, per cui anche se uno è morto l’altro regge e contiene i dati (che erano già stati copiati su un terzo disco di riserva, poi per quelli di tesi anche su un quarto disco, sai come è…).
La connessione ADSL si è ripristinata dopo aver staccato il cavo telefonico dall’attuale modem, averlo agganciato ad un altro (che essendo un modem USB per Windows ovviamente non ha permesso alcuna configurazione) e poi riportato al punto di partenza.
Sospetto un po’ che ci sia stato qualche sbalzo elettrico che abbia causato i due fenomeni in contemporanea, ma non ne sono sicuro visto che in effetti il peggioramento della velocità di lettura dei dati era degli ultimi giorni.
Comunque, spero che adesso il sistema regga, almeno il tempo di procurarmi un nuovo disco. Lascio immaginare le condizioni psicologiche in cui ero questa sera quando sembrava che il computer nemmeno partisse, e io sto in una urgenza assoluta per finire il lavoro.
(pregate per me)
(se sparisco, potrebbe essere che è crollato di nuovo l’ADSL)
Si ripassa (e si riparte, e si continua) per Londra!
Hanno accettato la mia proposta di presentazione della tesi di dottorato nell’ambito di un workshop collegato ad un convegno scientifico molto prestigioso (direi il più prestigioso nel suo settore), quindi con estrema gioia tornerò a Londra ai primi del mese di Marzo.
La giornata di un dottorando (che scrive un articolo)
Cominci alle nove e mezza, un po’ tardi ma ieri hai lavorato tutto il giorno prima e devi svegliarti, allora sì ecco il modello ora lo inseriamo nel programma, facciamolo girare, no ci sono degli errori, che strano eppure funzionava, cavolo l’ho scritto qualche anno fa vatti a ricordare il perché, dobbiamo correggere gli errori, oppure potremmo trovare un altro programma, ci sarà pure chi risolve questo tipo di problema, sì come no, s’è visto, allora torniamo al programma, ma aspetta, io mi ricordo che l’output era proprio diverso, è ora di pranzo, sì era diverso, forse il programma era un altro, sì eccolo ho confuso le versioni, l’avevo già riscritto, inseriamo il modello, cominciamo a farlo girare, no una simulazione dura quasi un’ora dobbiamo ridurre e semplificare, lo spiegheremo nell’articolo, sì venti minuti possono andare bene, cavolo cavolo mi servirebbero altri computer, però forse ce la faccio, ecco cominciamo a raccogliere i dati, me li sarei aspettati meglio, l’analisi di sensitività sarà più complicata da gestire, ma forse ne veniamo a capo, è ora di cena, continuiamo a raccogliere i dati, anzi organizziamo che le simulazioni vadano avanti da sole, è quasi mezzanotte, dai un’altra simulazione che vuoi che sia, sembra che ora i dati quadrino, è passata mezzanotte, ora fermiamoci ma domani riprendiamo tutto il giorno…
Parte il conto alla rovescia
Oggi sono andato all’università, per discutere di dottorato.
Sono arrivato da lavoro, quindi vestito in giacca e cravatta. Sicuramente stavo da gran fico, perché quella cravatta sta decisamente bene su quel completo, sopratutto con la barba di qualche giorno. Ma il tono sorpreso di molti certo che mi ha fatto pensare.
Vedo un ex compagno di studi, lui ha continuato con l’università, e anzi ha fatto anche un certo abbozzo di carriera, almeno scientificamente. A parte che quasi non lo riconosco, il tempo non è passato allo stesso modo per entrambi, ma cazzo ma dico cazzo già vederlo dentro lo stesso corridoio dove l’ho lasciato alcuni anni orsono fa un effetto malinconico. Peggio, dopo avermi salutato, aver appunto commentato la cravatta, mi ha subito voluto dire che sta aspettando il prossimo assegno di ricerca. Perché l’equazione è: se vieni tutto infiocchettato, di sicuro fai un buon lavoro, quindi mi sento giudicato, quindi ti dico subito quanto sono sfortunato e quanto soffro.
Passiamo al professore. Oltre ai commenti sulla cravatta, ad un certo punto parte con una discussione insieme ad un suo collega su un bando di ricerca, che è difficile che un ingegnere capace accetti di guadagnare X per un anno, dovrebbero offrirgli almeno Y, che uno un anno di contratto ad Y lo accetta. Io non gli ho detto che guadagno già Y, tutti gli anni, e posso solo guadagnare di più. Cioè, sembrava che stesse parlando con un ragazzino neolaureato.
E’ il dramma dell’università, quel sistema paternalistico in cui ci sono gli eterni studenti che mai diventano adulti: e come puoi diventare adulto se due dei tratti caratteristici dell’età adulta, ovvero l’indipendenza economica e l’autonomia di giudizio, ti sono esclusi e preclusi dall’università italiana? E come puoi pensare di migliorarla se ormai tutti quelli che ci sono dentro, appunto l’ex compagno di corso, hanno assorbito quel modello di (non) leadership, e anzi proprio perché sono fatti così, allora stanno nell’università? Uno che vuole fare ed essere un adulto, non può starci dentro, finisce ai pazzi.
Anzi, mi hanno detto che un volo low cost per una conferenza in Europa me lo possono pure rimborsare. Io gli ho anche detto che, casomai non potessero, fosse una procedura difficile, senza problemi, me lo pago da me.
Me ne vado, e incrocio un altro professore. Uno che quando ha saputo delle mie evoluzioni nel mondo del lavoro e dei progetti a cui sto dietro s’è fatto subito molto amico, anzi è tornato a darmi del lei (perché questo, cioè io, deve stare sistemato bene). Pure questa volta era tutto preso, contento e felice, non mi ha detto nulla sul vestito – strano – ma ha osservato con attenzione. E sì, ha riconosciuto che il dottorato è una cosa di prestigio.
Sì, certo, prestigio. Per me ha solo il valore simbolico di chiudere definitvamente una parte della mia vita con cui non ho proprio più alcuna possibilità di relazione.
E a tal proposito, ho ben tre settimane di tempo per aggiornare un capitolo di tesi, scrivere un nuovo capitolo, scrivere un articolo scientifico.
Penso di potercela fare, con qualche giorno di ferie che dovrò prendermi.
Perché io, il mio Y, me lo guadagno già.
Io boicotto OMSA
Il gruppo OMSA ha deciso di chiudere lo stabilimento di Faenza, mettendo duecento e passa persone in mezzo alla strada, per trasferire la produzione in Serbia. Il gruppo OMSA non è in perdita, potrebbe continuare a produrre in Italia.
Noi non possiamo certo impedire al gruppo OMSA di decidere le sue strategie industriali. O forse sì. Di sicuro da questa roba me ne terrò lontano d’ora in avanti, che se la comprino i serbi.
(grazie a vorreispiegarvhiohdio per il post originario, qui
Il Giubileo del debito
Foreign Policy propone alcune idee estreme per uscire dalla situazione attuale. Una di queste è la cancellazione del debito pubblico:
We need a debt jubilee: an organized and massive deleveraging in the developed world. Call it First World debt relief, if you will.
(qui)
Riprendendo una vecchia pratica
(questo articolo gronda di razionalità, ma vorrei fare il punto)
Ho ripreso in mano il dottorato, per giungere ad una sua rapida conclusione. Avevo cominciato a muovermi da qualche mese, poi sfruttando la pausa natalizia ho ingranato, e in pochi giorni ho fatto passi da gigante.
Il tempo, come si usa dire, è galantuomo, visto che in questi due anni di mio silenzio qualcosa è successo, e uno dei miei due articoli finora pubblicati si è preso un paio di citazioni, da lavori pubblicati in conferenze piuttosto importanti (una è la più importante conferenza scientifica mondiale sul tema specifico, quindi essere citati lì non è male). L’altro, che era anche più complicato, non ha avuto molta fortuna, ma perché è finito in una conferenza che ha malamente gestito la pubblicazione degli atti, diciamo così.
Ho iniziato a leggere le novità avvenute nel settore di ricerca negli ultimi anni, primo passo per decidere cosa fare. E’ venuto fuori quanto segue:
a) Il mio modello matematico rimane saldamente in testa in quanto a originalità, tanto appunto da essere citato; quelli che ci si sono avvicinati ne hanno prodotto versioni molto più semplici, che hanno tutte il vizio di essere irrealistiche, che per un lavoro di ingegneria non è certo una buona cosa;
b) Si sono aperte direzioni di ricerca molto interessanti, nel senso che alcuni studi su argomenti prossimi e correlati al mio lavoro lo rinforzano e ne consentono una rapida espansione;
Quindi ho elaborato il seguente piano, e tutto questo è avvenuto nell’ultima settimana, giusto per dire quanto si siano accelerati i tempi e come il mondo pieno di frutti da cogliere:
- Mandare (già fatto, il Primo Gennaio, giusto per non aspettare inutilmente tempo) un riassunto del mio lavoro di tesi ad un workshop di presentazione di tesi di dottorato. Il valore principale del workshop è che viene organizzato dal più prestigioso dipartimento di informatica che ci sia in Europa, all’interno di una delle conferenze di informatica più prestigiose in assoluto (direi tra le prime 10 a livello mondiale, a prescindere dal settore specifico); venire accettato qui significa togliersi una soddisfazione enorme ed avere una pezza d’appoggio di quelle grandi; la competizione sarà comunque molto dura;
- Scrivere un articolo per una conferenza europea, in cui includo i risultati di queste ricerche collaterali nel mio modello. L’alternativa a questa cosa è presentare il lavoro ad una conferenza di livello più alto, perché nei fatti mi trovo adesso con una bomba nucleare che devo solo far esplodere, può venire fuori un “seminal work”; bisogna valutare se vale la pena correre il rischio o accontentarsi (o fare entrambe le cose);
- Presentare il modello matematico ad una conferenza di matematici (quasi, ricerca-operativisti). Solo che questo lavoro va impostato e scritto insieme ad un matematico, a meno che non trovi una possibilità di mandarlo come “student paper” e confidare nella dovuta clemenza, che un ingegnere che scrive ad una conferenza di matematici rischia di farsi ridere dietro;
- Andare ad una conferenza internazionale e presentare un mio tutorial tratto da un capitolo della mia tesi (il capitolo che venne definito “troppo dettagliato”: perché ricordo che questa fu una delle contestazioni mossemi sul lavoro di dottorato, che era troppo dettagliato; segno che nella testa di chi aveva presentato questa obiezione, una tesi di dottorato deve essere come l’album Panini: piena di figure, con testi brevi e divertenti).
Quasi tutte queste cose richiedono un impegno relativo (giusto il possibile seminal work sarebbe impegnativo, ma avrei alcuni mesi per farlo), con dei costi economici molto diversi tra loro di cui però dovrò tenere conto (le spese di viaggio saranno tutte a mio carico, l’università non ha soldi, tantomeno per me, tantomeno glieli chiedo, e dovrei prendermi delle ferie per andare in alcune di queste conferenze).
Ciò detto, adesso mi metto sotto per raccogliere i suddetti frutti. Ci vorrà anche un po’ di fortuna, spero per il meglio.
Mi hanno imparato a scrivere/19 [Edizione speciale inglese: They learnt me how to write]
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(E a parte che, appunto, non ti hanno imparato l’inglese, ma esattamente cosa dovrebbe significare mai un testo del genere su un sito di annunci?)
