Povere Regioni

Parto da una premessa che sarà forse ripetitiva per chi ha la cortesia di leggermi, ma che aiuta ad inquadrare il contesto: di Pittibimbo penso che sia Pittibimbo, non ne ho nessuna particolare stima, ma gli devo riconoscere una furbizia ed una astuzia non comune, da volpe della Prima Repubblica.

Quando, dopo aver incassato la fiducia di uno dei due, non di entrambi, i rami del Parlamento sulla legge delega sulla riforma del lavoro, quindi sostanzialmente senza niente in mano, comincia a dire che 18 non è l’articolo ma i miliardi di tagli alle tasse, dimostra di essere un personaggio sfuggente, contro cui l’opposizione attuale è per niente attrezzata. Basta vedere il modo in cui Beppe Grillo urla: sempre di più, sempre più parossistico, sempre più prossimo all’embolo, ma solo per denunciare la sua sostanziale inutilità. Comincio a pensare che l’M5S comincerà a sgonfiarsi, non per entusiasmo verso Pittibimbo ma per sconforto verso questi qui.

Ora Pittibimbo ha presentato una finanziaria e vorrei richiamare l’attenzione verso un elemento di questa, i tagli alle Regioni. Che, ovviamente, già cominciano a strillare, perché se devono fare dei tagli toglieranno qualcosa ai cittadini.

Questo non è detto e non è dovuto, le Regioni hanno sacche di inefficienza clamorose. Per dirne una, l’agenzia regionale ambientale della Regione Liguria ha circa 500 dipendenti e oltre 50 dirigenti, ovvero facendo i conti di dettaglio, un dirigente ogni 6 dipendenti.

Questa masnada di gente non è riuscita a fare una cosa complicatissima, le previsioni del tempo, necessaria ad evitare che Genova si allagasse senza manco un avviso di pericolo.

Il presidente della Regione Liguria, Burlando, può quindi utilmente cominciare a risparmiare soldi buttando fuori almeno i tre quarti dei dirigenti dell’agenzia in questione, tanto sono sia troppi (che, anche un dirigente ogni 25 dipendenti sarebbe comunque un rapporto inadatto) sia non sono evidentemente capaci a fare niente.

Tagliando così, sia lì che da tante altre parti – siamo sicuri che Burlando sa benissimo cosa dovrebbe fare – potrebbe evitare di tagliare altre cose, come la sanità, il trasporto pubblico o anche solo aumentare le tasse.

Cominci a risparmiare, poi verrà a lamentarsi. Lui e tutti gli altri come lui.

Ebola ed Expo

Ho appena realizzato che nessuno si è posto nessuna domanda riguardo a se e come fare l’Expo 2015 a Milano, con l’epidemia di Ebola in corso.

A parte che portare milioni di persone da tutto il mondo e farle stare una vicina all’altra quando c’è una epidemia che non è controllabile non è in generale una buona idea, uno dei paesi partecipanti all’Expo è la Sierra Leone, dove Ebola è fuori controllo.

Scommettiamo che il padiglione del paese africano non sarà pieno zeppo?

La tragedia di un uomo ridicolo: Angelino Alfano

Angelino Alfano è, innanzitutto, inadeguato.

Si tratta della cifra stilistica della sua mediocre esperienza politica: inadeguato come Ministro della Giustizia nei governi Berlusconi, quando contribuì a fare passare leggi come la Bossi-Fini che sono poi state stracciate dalla Corte Costituzionale. Inadeguato come Ministro dell’Interno in questo governo, con la vicenda della sparizione forzosa dell’oppositrice kazaka, avvenuta con il Ministro che non ne sa niente. Inadeguato a gestire una macchina così verticistica come il Ministero dell’Interno, dove proprio il modo in cui ha scaricato i funzionari che si occuparono di quella oscura vicenda ha fatto sì che la burocrazia ministeriale gli si sia messa contro.

E’ anche, sopratutto, inadeguato a fare il segretario di partito. Berlusconi ci aveva provato a metterlo a capo del PDL, ma si era dovuto subito ricredere per l’atteggiamento ondivago ed inconcludente del pupillo. Allora Alfano non si è perso d’animo, ed ha deciso di fondare il suo partito insieme ad altri personaggi in cerca di poltrone e contando sulla benemerenza da parte del Presidente della Repubblica.

Come Casini prima di lui, è rimasto poi prigioniero della parte più retriva e clericale del mondo cattolico italiano. Se c’è una cosa che ha impedito a Casini di creare un grande partito moderato è il tanfo di sacrestia che da lui promana. Odoraccio che, va detto, non c’era nella Democrazia Cristiana che era sicuramente un partito cattolico, ma che aveva una idea di Stato molto più ampia.

Senza divagare, Alfano è invece rimasto a fare lo sguattero della minestra riscaldata e stantia del clericalismo italiano, quando questo ormai è un ferrovecchio per lo stesso Papa (che, probabilmente, non sa chi è Alfano oppure non se lo spiega, certo non arriva a comprenderlo nè particolarmente se ne cale).

Così, mentre il Sinodo dei vescovi dice che anche le famiglie omosessuali vanno accettate nella Chiesa, che deve essere misericordiosa e paterna, Angelino – proprio il giorno prima, ma guarda che disdetta – se ne esce con la stupida, stupidissima, circolare che vieta le trascrizioni dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero.

Ora, che ad Angelino piaccia o non piaccia, all’estero i matrimoni tra persone dello stesso sesso si celebrano ed è nel pieno diritto di chi l’ha contratto all’estero chiederne una trascrizione in Italia, esattamente come quelli che hanno preso una laurea in Europa e l’hanno riconosciuta in Italia senza valutazioni di parte. Questo perché il matrimonio genera degli effetti che hanno effetto, scusate il gioco di parole, anche in Italia, quindi sarebbe strano che lo Stato Italiano non ne fosse a conoscenza.

Non voglio stare a perdere tempo a spiegare perché quella di Alfano è una forma di clericalismo con un sottostrato burocratico che suscita ilarità o sdegno, ma mai comprensione, questo è già stato detto.

Vorrei invece riprendere il tema dell’inadeguatezza per evidenziare un punto che è stato poco toccato nelle cronache. Alfano ha detto che il Sindaco come Ufficiale di Stato Civile prende disposizione dal Prefetto su questi temi, non può agire di testa sua.

Per chi conosce come funzionano certi processi amministrativi, questa è una bestialità che, detta da un Ministro dell’Interno, equivale ad una bestemmia in chiesa detta da un prete.

L’identità dei cittadini (cioè la carta d’identità) viene attribuita dai Comuni, secondo una legge credo del ’57 che, interpretazione e consolidata giurisprudenza costruita giorno dopo giorno, riconosce questa potestà ai Comuni in modo esclusivo. Non esiste un altro ufficio dello Stato, centrale o locale, che possa fare la stessa cosa. Allora, stabilire per circolare che il Sindaco risponde al prefetto di quello che fa significa invadere un campo di esclusiva pertinenza comunale. Cosa che, infatti, ha provocato sia la risposta piccata dei vari sindaci promotori delle trascrizioni – che hanno curato l’aspetto politico della questione – sia del presidente dell’Anci, che si è incazzato da un punto di vista istituzionale.

Dicevo, Alfano è inadeguato. Lo è nella gestione del partito che l’ha messo lì, nel raccordo con quella che lui considera la Chiesa Cattolica Italiana che invece se ne frega amabilmente di questo personaggio, nella conoscenza delle leggi nei rapporti con i Comuni che per il Ministro dell’Interno sono elemento essenziale della sua attività quotidiana.

Farebbe bene a farsi da parte, per manifesta ignoranza, invece di stare a strillare sulla violenza inaudita di qui – povera stella – è stato vittima. Pensasse alle violenze di chi vive in famiglie a metà e ogni giorno deve arrabbattarsi per avere riconosciuto un pezzettino, piccolo piccolo, dei suoi diritti.

Piuttosto, Renzi se ne liberi. Tanto, il partito di Alfano non farà mai cadere il governo, sa che finirebbe stritolato nelle elezioni politiche (e poi, si andrà a votare comunque tra qualche mese).

La pizza di Napoli (e Napoli)

Sono sicuro di avere e credo di avere sempre dimostrato un grande amore per Napoli. Però ci sono comportamenti dei napoletani che mi sono del tutto incomprensibili. Come, ad esempio, le reazioni all’inchiesta di Report sulla pizza, di cui ho parlato qualche giorno fa.

Cosa diceva quell’inchiesta? Per sommi capi:

  • La farina 00 è priva di qualsiasi valore nutritivo e sarebbe meglio usare quella integrale (o anche quella semi-integrale, ma i pizzaioli intervistati ignoravano pure che esistessero le farine 1 e 2)
  • La lievitazione dovrebbe essere fatta per molte ore (a Napoli fanno così, anche se non tutti, mentre fuori Napoli si fanno lievitazioni di due ore, una vera schifezza)
  • I pomodori da usare dovrebbero essere S. Marzano, perché ricchi di polifenoli;
  • La mozzarella dovrebbe essere non necessariamente di bufala, ma almeno di buona qualità;
  • L’olio dovrebbe essere extravergine di oliva, mentre anche a Napoli usano quello di soia per una supposta migliore digeribilità (cosa ampiamente falsa, la motivazione è economica)
  • Il recipiente dell’olio andrebbe pulito, di tanto in tanto, perché l’olio che rimane sulle pareti diventa poi rancido

Sopratutto, l’elemento di maggiore irritazione è stato quello relativo al forno a legna. Cuocere a legna va benissimo, purché si usino forni già caldi (a volte si usano forni “tiepidi” che producono dei fumi di combustione che, finendo sulla pizza, la rendono tossica). Sopratutto, bisogna evitare che la farina usata per stendere l’impasto finisca nel forno, perché poi essendo secca brucia e diventa cancerogena. Questo si può evitare o con la buona manualità del pizzaiolo, o con una pala forata che fa scivolare via la farina in eccesso o pulendo il forno. Tutti interventi molto semplici.

In tutta questa inchiesta non ci sono stati momenti di aggressione a Napoli ed insulti di nessun tipo. Anzi, Napoli ne esce abbastanza bene perché in molte altre città napoletane si fa una pessima pizza con errori di lievitazione e di ingredienti.

Però, l’inchiesta non ha detto che la pizza napoletana è perfetta, manco considerando le migliori pizzerie di Napoli. Non l’ha detto perché non poteva dirlo, perché non è vero. Anzi, per risparmiare un euro, si fanno scelte molto discutibili (i pomodori e l’olio, su tutti).

Bene, chiunque io abbia sentito al riguardo e che è di Napoli si sente offeso dall’inchiesta. E’ un’aggressione, è una falsità, ci tolgono uno dei piaceri della vita, a Napoli si usa sicuramente l’olio extravergine d’oliva, io da Sorbillo (Michele, Coccia, Oliva, …) non ci vado quindi non mi riguarda.

Io capisco l’orgoglio campanilistico però qui si sta dicendo che il pizzaiolo si può comprare una pala forata da cinquanta euro ed evitare di darmi delle sostanze cancerogene nel piatto; non è una cosa complicata da fare per chi vende migliaia di pizze al giorno, sopratutto considerando che dieci, forse venti anni fa l’Unione Europea aveva chiesto proprio questo e ci fu la rivolta contro i burocrati che non capiscono niente.

La verità è quella riportata da Report, che ha fatto anzi una azione di grande coscienza civile per spiegare a tutti, in modo chiaro, cosa bisogna controllare quando si mangia una pizza. L’aveva fatto tempo fa riguardo al caffè e anche lì ci furono rivolte, che ti pare che il caffè a Napoli non è il più buono del mondo? (No, non lo è, perché molte torrefazioni fanno schifo e tanti baristi non hanno nessuna capacità tecnica. Poi se vuoi il caffè ottimo lo trovi, ma non è dal famoso bar in piazza Plebiscito che è citato da tutti).

La cosa giusta da fare, di fronte ad accuse così assennate sarebbe quella di lavorare sulla qualità del prodotto e fare una pizza margherita di costo minimamente superiore ed eccezionale, invece si sceglie di fare gli offesi e di negare la realtà. Io credo che questo dipenda dal fatto di sentirsi aggrediti, ma non è avendo questo atteggiamento che se ne esce. Se ne esce tacendo e sistemando le cose, ovvero in una parola: lavorando.

Sapete che vi dico? Viva il vincolo del 3%, anzi meglio ridurlo al 2%

Ora va molto di moda raccontare che il vincolo dei trattati istitutivi dell’Euro che prevede che un Paese non possa avere un deficit annuale superiore al 3% del PIL è anacronistico. Sì, dal punto di vista economico è proprio così, è una scemenza. Ma dal punto di vista politico, io dico che non solo è giusto, ma è troppo lassista, è meglio avere un vincolo ancora più stretto, possibilmente il 2%, o anzi proprio il famigerato Fiscal Compact, cioè l’obbligo di avere non solo deficit zero ma anche di ridurre il debito.

Oddio, e come facciamo a farlo? Se già così l’economia italiana soffre?

Si fa con una legge anti-corruzione draconiana, perché non può essere che qui si continua a rubare a tutto spiano e a tutti i livelli, non può essere che Galan, quando l’hanno indagato, ha cominciato ad urlare e strepitare che era innocente, che era un abbaglio, che era un complotto, che non c’erano soldi all’estero né tangenti e poi, invece, ieri ha patteggiato, restituendo 2.6 milioni di euro. Quindi, Galan è un ladro, ora può essere detto senza dubbi, per sua stessa ammissione. Ma, per quanto sia una buona notizia che abbia ammesso le sue gravi colpe, non va bene perché in quindici anni di presidente del Veneto avrà incassato, dal MOSE di Venezia, ben più di quei 2.6 milioni e, anzi, chissà quante altre fonti di finanziamento ci saranno state. Un’opera, quella contro l’acqua alta in laguna, che di costi dovuti alle tangenti, quindi sia di tangenti che di sprechi, è costata un miliardo di euro più del necessario; anzi almeno un miliardo.

Fai una legge anti-corruzione terribile e severa, che stabilisce che in caso di un episodio corruttivo il primo dei due, tra corrotto e corruttore, che confessa ha un grande sconto di pena, così da metterli l’uno contro l’altro e rompere il muro della reciproca convenienza a tacere. Una proposta di metà degli anni ’90 di cui poi si sono perse le tracce, oggi è meglio parlare del 3% e di quanto è cattiva la Merkel.

Fai poi una riforma drastica della burocrazia e del sistema del pubblico impiego, in cui è pieno di persone che tutto il giorno non fanno niente e non producono ricchezza per il paese ma, anzi, fanno un danno a chi vuole lavorare. E’ pacifico che, dato un ministero a scelta, i due terzi degli impiegati e dirigenti sono semplicemente inutili o, appunto, dannosi, chiunque c’ha lavorato l’ha visto. Questa gente o la metti a lavorare o la licenzi, meglio pagargli la disoccupazione che tenerli a fare danni.

Fai una lotta feroce alla criminalità organizzata che da sola assorbe ben più del 3% del PIL. Pretendi che si paghino le tasse, che tutti le paghino, non che i gioiellieri continuino a dichiarare 500 euro al mese di guadagni e nessuno provveda, di fronte a queste aziende così gravemente in crisi, a rilevarle ai prezzi, molto modici, che devono valere per aiutare questi onesti galantuomini che, poveretti, hanno aziende che ormai sono decotte.

Comincia a fare queste riforme, invece di farti dare una delega in bianco sulla riforma del mercato del lavoro in cui sostanzialmente si dice che, data l’impossibilità di fare una riforma condivisa in Parlamento allora la lasciamo fare al governo. Poi, a quel punto, il problema del 3% del deficit si risolve da solo.

Invece no, meglio stare a piangere, a chiedere l’aiuto dell’Europa, a criticare l’Europa, a pretendere che la Germania debba pagare i debiti dell’Italia senza che l’Italia abbia fatto niente per risolvere queste situazioni incresciose. Comincia a stabilire che a chi ruba saranno tagliate le mani (anche non solo in senso metaforico, io una riflessione su certi aspetti della sharia comincerei a farla), poi gli scossoni che ne risultano e che, quelli sì, causano all’inizio una discesa del PIL, saranno affrontati da tutti, in Europa. Però se pensi di portare come risultato il fatto che Corradino Mineo si è astenuto sulla legge delega in bianco, mi sa che stiamo un po’ lontani da quello che serve.

La pizza, il cosiddetto vanto italiano

Se non avete visto la puntata di Report sulle nequizie degli improvvisati pizzaioli, che cucinano cose tossiche se non cancerogene, vedetela qui (potreste avere difficoltà se non siete in Italia; nel caso cercate un torrent, è essenziale vederla)

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63da4f4d-b558-41dd-aee1-e3198b0ad4cf.html?iframe

Scozia/ Le rose scogliere di Durness

Siamo arrivati fino al profondo Nord della Scozia, vicino a Cape Wrath, per poter godere di questo splendido mare. Era una giornata di forte vento e le foto possono solo rendere conto dei colori eccezionali che abbiamo visto, non dell’odore dell’aria e di quel vento gelido eppure estasiante.

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Nel paese dei ciechi, Renzi ci vede benissimo

Nel paese dei ciechi, chi ha un occhio solo ci vede bene. E’ una massima indovinata nel descrivere la direzione del PD di ieri e la stravittoria di Pittibimbo: lui non è un genio, ma di fronte a D’Alema e Bersani appare come un gigante. D’Alema, quello che si è costantemente fatto fregare da Berlusconi, Bersani quello che dopo aver messo Filippo Penati a capo della segreteria e non essersi mai accorto di nulla è riuscito a perdere le elezioni del 2013.

Perché quella di ieri è stata una vittoria netta, per Pittibimbo, favorita dal rancore dei suoi avversari che sono stati strapazzati più volte e ora, non v’è dubbio, schiumano rabbia. Ma è anche una buona notizia per il mondo del lavoro italiano perché la riforma proposta dal PD sull’articolo 18 è una buona riforma.

Parto proprio da questo punto, visto che orientarsi nei cascami ideologici che vengono rilanciati dagli sconfitti di ieri è piuttosto difficile.

Il primo punto della riforma è quello che prevede che i contratti precari vengano aboliti. Questi contratti, varati a metà degli anni ’90, dovevano servire a favorire l’ingresso dei giovani lavoratori in azienda ma invece sono diventati un girone infernale dal quale moltissimi, dico milioni di persone, non riescono più ad uscire. Farli diventare dei lavoratori a tempo determinato significa dare a queste persone diritti come le ferie, la malattia, la liquidazione, la rappresentanza sindacale; significa farli uscire da quella che è una condizione intollerabile contro cui i sindacati, che ora tanto strepitano, non hanno mai fatto niente.

Allora, se questo è il primo elemento della riforma, perché è necessario varare una revisione dell’articolo 18? La risposta è molto semplice: sono i soldi, bellezza. Trasformare tutti questi contratti in contratti a tempo determinato e sottoposti all’articolo 18 significherebbe  pretendere, per legge, che l’economia italiana sia molto, molto diversa da quello che è oggi. Moltissime aziende non potrebbero reggere l’impatto di queste assunzioni che, proprio per l’articolo 18, sarebbero poi impossibili da gestire o da smaltire.

A questi lavoratori, quindi, viene proposto un miglioramento immediato e netto, sia chiaro, delle loro condizioni di lavoro, purché accettino per un periodo di tempo (la cui durata è oggetto di discussione, si va dai 3 ai 7 anni) di non essere tutelati dall’articolo 18. Articolo che, ricordo, non li tutela nemmeno oggi.

Nell’arco di questi anni in cui avverranno questi passaggi di contratto e gli anni di moratoria proseguiranno, sarà possibile – e dovuto – intervenire su altri aspetti del mercato del lavoro, primo dei quali è la durata eccessiva dei processi che riguardano questioni lavorative: oggi durano troppo e non danno certezza a nessuna delle due parti.

Ma, in una situazione economica in cui la gente non ha più il lavoro, è del tutto inutile pensare di fare una bellissima riforma che per dispiegare i suoi effetti richiede anni. E’ molto più sensato stabilire che, intanto, chi oggi non ha tutele comincia ad averle e che, poi, si troverà un modo per riorganizzare il contenzioso.

Nel contempo, l’articolo 18 non viene abolito per chi già ce l’ha, ma viene anzi confermato, salvo le questioni economiche. Ovvero, il licenziamento non può avvenire per motivi disciplinari o per discriminazione, ma può avvenire per questioni economiche. Considerato che anche oggi i licenziamenti per motivi economici avvengono eccome (anzi, ci sono proprio i licenziamenti collettivi), questa riformulazione non è lesiva dei diritti di nessuno ma prende solo atto della situazione che è.

Inoltre, l’altro aspetto della riforma è quello che riguarda il demansionamento: se oggi hai un incarico superiore alle tue capacità puoi essere retrocesso, ma mantieni lo stesso stipendio. Si tratta, per me, di una assurdità: se non sai fare quello per cui ti pago, ti pago di meno per fare di meno, certo non ti pago lo stesso per simpatia.

I sindacati dicono che questo sarà il modo in cui capaci lavoratori verranno puniti, riducendo loro funzioni e stipendio. Questo, al di là dei singoli casi, non è vero nella massa perché le aziende non hanno interesse o necessità a fare una cosa del genere. Generalmente, preferiscono pagare perché il lavoro per il quale pagano sia fatto. Inoltre, oggi in Italia è difficilissimo fare carriera perché se ti fanno diventare il responsabile dell’acquisto delle matite e tu non distingui una matita da un bue, poi non possono farti retrocedere. Se invece stabiliamo il principio che puoi diventare il guru delle matite e che ti devi poi guadagnare, ogni giorno, lo stipendio da esperto di grafite, allora diventa più semplice che l’azienda ti metta alla prova e, particolare non da poco conto, tu farai di tutto per meritarti il posto. Mentre oggi, appena hai un nuovo ufficio, invece di usarlo per lavorare lo usi per costruire la cordata che ti deve sorreggere di fronte alle inadeguatezze tue o dell’azienda. Che, magari, è inadeguata perché ha troppi responsabili dell’acquisto di matite, gomme e calamai che non sanno fare il loro lavoro e sono tutti preoccupati di reggersi l’un l’altro.

Certamente, qualcuno in questa riforma ci rimette. Intanto ci rimettono i sindacati, che sono diventati troppo grassi e troppo corrotti per difendere i diritti di tutti i lavoratori. Oggi i precari non sono rappresentati dai sindacati che non hanno alcun interesse a farlo, preferendo di gran lunga tutelare quelli che poi possono foraggiarli e votarli, garantendo a questi tutele eccessive che vengono pagate da chi non ha nulla. Inoltre, ci rimettono tutti quelli che oggi hanno già un contratto a tempo indeterminato, ben tutelati anche dall’articolo 18, e che un domani dovessero cercarsi un altro lavoro, perché non sarebbero sicuri di avere lo stesso tipo di tutela.

Beh, francamente, cazzi loro. Di fronte a milioni di persone che non hanno nulla, possono sicuramente fare un sacrificio, peraltro piccolo. Non possono pretendere di passare da un tempo indeterminato ad un altro, liberi pure di fancazzare tutto il giorno, mentre intorno la gente si dispera non avendo niente.

Detto della riforma, devo fare i complimenti a Pittibimbo per come ha cucinato l’opposizione interna: ha agitato il drappo rosso dell’articolo 18, li ha lasciati scatenarsi (non perché a questi qui freghi niente dell’articolo 18, anzi D’Alema lo voleva riformare quando era Presidente del Consiglio) poi ha scompaginato un po’ le carte e li ha lasciati in braghe di tela. Costretti a contare sui voti della minoranza che fa capo a Civati, altro personaggio ampiamente sopravvalutato.

Tutto questo, poi, è avvenuto perché Pittibimbo aveva fiutato l’aria e sapeva che la minoranza del PD era pronta a tutto pur di far cadere il governo e toglierselo di torno. Allora, con una grande astuzia, ha rilanciato e attaccato sulla carne viva; adesso anche se cade il governo lui potrà presentarsi agli elettori come il rinnovatore che hanno bloccato, mentre se va avanti potrà poi occuparsi con molta agilità di tutte le altre riforme, quelle sì indispensabili al Paese.

Giggino, vattene

Ma che sindaco è stato, Luigi de Magistris? E’ utile porsi questa domanda ora che, stante la legge Severino e la sua condanna per aver abusato dei suoi poteri di magistrato durante un’indagine alquanto confusa, deve dimettersi da Sindaco di Napoli.

Sgombriamo subito il campo: deve dimettersi, non può. Deve perché lo prevede la legge, deve perché è accusato di un reato molto grave per un magistrato e ancora più grave per uno che del giustizialismo ha fatto la sua bandiera. Tanto è stato bravo a pretendere provvedimenti esemplari contro i politici che indagava come uno schiacciasassi, distruggendo vite e carriere, alterando gli equilibri politici del Paese andando a mettere sotto controllo in modo non legittimo i telefoni dell’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, che proprio non possiamo pensare che vorrà rimanere a fare il Sindaco di Napoli ora che il sospetto è diventato una condanna di primo grado.

Allora, per la storia e non per una valutazione costi-benefici, vale la pena chiedersi che sindaco è stato.

E’ stato un sindaco deludente. Non poteva, poi, andare diversamente da così. Perchè quando la società civile decide di darsi alla politica, gli esiti non possono che essere modesti. Perché la società civile oscilla sempre tra l’indignazione e l’apatia, non ha quel desiderio di costruire quelle azioni politiche che, per loro stessa natura, richiedono anni, compromessi e pelo sullo stomaco.

Certo, il suo avversario al secondo turno era un personaggio di cui tutta Napoli sa quello che deve sapere, indubbiamente De Magistris era una scelta migliore, ma per quanto migliore non era e non è stata una scelta ottima.

A De Magistris, come sindaco, è mancata una idea di città. Mettiamo subito in conto le condizioni disperate in cui si muove il Comune di Napoli. Pieno di debiti da essere tecnicamente fallito, ha almeno i due terzi degli impiegati e dei dirigenti nullafacenti se non peggio. Non si può chiedere quindi un miracolo e anzi questa giunta ha cominciato a disboscare alcune porcate intollerabili, come i circa 400 sindacalisti per i 2000 vigili urbani: uno su cinque.

Ha anche fatto qualche intervento utile, come l’estensione della ZTL che è un atto di civiltà e di buon gusto, forse con qualche eccesso di zelo ma con un’idea di fondo del tutto condivisibile. Ha portato all’apertura di nuove stazioni della metropolitana, ha esteso l’orario delle funicolari e delle metro fino alla due di notte del fine settimana.

Però, rimaniamo su questi provvedimenti che non danno un’idea della città. Un’idea non è un programma, non è una serie di iniziative, è una visione ideologica, se si vuole, alla quale tendere. Cosa deve fare Napoli? Deve essere più pulita? Questo potrebbe essere un obiettivo, che non si raggiunge certo cacciando l’ottimo, anzi eccezionale, Raphael Rossi dalla guida della municipalizzata dei rifiuti, perché si teme che il giovane ed incorruttibile dirigente possa un giorno fare da ombra al sindaco. Ci si vuole concentrare sul feticcio, tale è, del turismo? Allora forse non è il caso che le regate della Coppa America siano gestite nel modo poco trasparente in cui sono state. Ma insomma ci si dia un’obiettivo e lo si persegua, conformando ad esso le priorità e gli obiettivi dell’amministrazione comunale.

De Magistris si è presentato dicendo: scassiamo tutto. Oggi invece dice che la sentenza contro di lui è politica, che sono i magistrati che l’hanno condannato che si devono dimettere. Purtroppo, non è la qualità della sua amministrazione che ci porterà a marciare in strada chiedendo che resti.

Se il problema fosse Renzi

Quello che colpisce, della vicenda di Renzi, non riguarda tanto Pittibimbo, quanto la rapidità con cui ha prima ottenuto un consenso quasi unanime dai poteri forti (i giornali dei grandi gruppi industriali) e, sopratutto, la fulmineità con cui l’ha perso. Due giorni fa l’editoriale del Corriere della Sera era impietoso, sembrava scritto non da Ferruccio de Bortoli ma da Marco Travaglio. Già l’incipit era tranciante (“Renzi non mi convince”) poi sganciava una bomba dietro l’altra: i ministri sono inadeguati, la personalità del premier è eccessiva, l’incapacità di far seguire i fatti alle parole, l’unica cosa con cui il premier abbonda. Fino a quello che non può che essere considerato un insulto, ovvero l’accusa che dietro al patto del Nazareno ci sia un forte odore di massoneria.

E’ un insulto non per l’idea in sé, ma perché viene da un giornale che con la massoneria ha molto a che fare: se de Bortoli teme l’odore di massoneria, dovrebbe aprire le finestre di moltissime stanze del suo giornale quindi più che una constatazione quella del direttore del Corriere è una dichiarazione di guerra: manco i massoni ti vogliono più.

Perché questo rapido cambio di idee, per quale motivo Pittibimbo passa da essere un eroe ad essere un rottame in tre mesi? Uno potrebbe lanciarsi in tante analisi sulle capacità di Pittibimbo, sul fatto che stia scontentando troppi poteri forti, sul fatto che la compagine azionaria del Corriere è piena di suoi nemici (Montezemolo e Della Valle sono incazzatissimi per come il governo non sta aiutando il loro treno privato, Italo) tanto che altri azionisti (Marchionne) hanno sentito la necessità di raddrizzare la direzione del giornale lanciandosi in un endorsement sperticato, come è stato due giorni fa in terra americana.

Si potrebbero dire molte cose, quello che però lascia comunque sgomenti è la pochezza intellettuale e morale della classe dirigente italiana, nei suoi massimi livelli. Incapace di capire le qualità di chi ha di fronte, prima loda uno sconosciuto che mette in piedi un governo di mediocri come la cosa migliore che potesse capitare all’Italia, poi lo attacca per principio solo seguendo qualche strategia decisa da pochi in stanze buie e fumose. Non è tanto l’incapacità di Pittibimbo che dovrebbe preoccuparci, quanto l’approssimazione e la faciloneria di chi dovrebbe giudicare il governo e orientare costruttivamente l’opinione pubblica.

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