“Sposati e sii sottomessa”. Seriously.

Credo che sulle Sentinelle in Piedi, tutto sia scritto in questo splendido articolo sull’Espresso, che narra le gesta e le idee di tale Costanza Miriano, autrice di un imperdibile libro “Sposati e sii sottomessa”.

Veramente, esaltante, nel senso che ti procura quella stessa sensazione di una colichetta: occorre fare una scoreggina e poi andare avanti, beandosi del cessato fastidio.

A quando il processo a Beppe Grillo?

Diciamo che se il Movimento Cinque Stelle fosse un partito democratico, dopo i risultati in Emilia-Romagna si sarebbero riuniti gli organismi dirigenti che avrebbero ringraziato, innanzitutto, l’impegno profuso dal segretario in una situazione così complessa. Prima, ovviamente, di accompagnarlo alla porta.

Il disastro dei Cinque Stelle è la notizia di queste elezioni regionali che meno riceve attenzione. Loro si baloccano felici del loro tredici per cento, che è secondo loro il doppio delle precedenti regionali. Vero, ma da quelle sono passati tanti anni e un intero quadro politico è cambiato. Quei voti sono viceversa la metà di quanto preso alle ultime politiche; quindi nella regione del PD, nella regione del Presidente del PD che si dimette per una storia poco chiara di affari fatti con il fratello, nella regione del Consiglio Regionale che viene inquisito per le spese allegre che cosa succede al partito che doveva fare la rivoluzione? Che doveva cambiare la politica? Che non si allea con nessuno perché governerà solo quando avrà più del 50% dei voti?

Semplicemente, non succede niente, il partito-movimento si eclissa e non riesce a portare a votare una quantità di astenuti enorme che si astiene, sicuramente, contro il PD, proprio per tutti i motivi appena detti ma che non decide, per nessun motivo, di andare a votare M5S.

C’è una cosa da dire di Renzi: ha sempre pensato ai cinque stelle come al suo nemico principale e, dopo alcuni mesi di governo, ha dato loro una serie di mazzate fenomenali. Talmente è bravo, Pittibimbo, a fare questo e talmente è poco capace a fare qualsiasi altra cosa, o quasi, che viene proprio da pensare che sia stato messo lì sopratutto per questo motivo, per evitare che il sistema istituzionale finisse nelle mani dei grillini.

Poi, però, e qui pecca di incapacità, non è riuscito a fare altro che neutralizzarli, perché non ha costruito un partito o una proposta politica che portasse i delusi a votare.

Rimane comunque che, dopo queste elezioni, le carte del mazzo continua a darle lui, mentre nei Cinque Stelle non comincia quel processo a Grillo e Casaleggio che sarebbe invece necessario. L’alternativa è che il movimento sparisca e si riduca ad una forza contestataria che fa folclore, una versione riveduta ma non corretta del Partito Radicale (almeno in quanto a incidenza nella vita politica; poi in quanto a capacità del personale e dei dirigenti, i due partiti sono agli antipodi).

I toni dell’amore

Commedia che vede protagonisti due gay newyorchesi di terza età, interpretati da Alfred Molina e John Lightow che arrivati a quarant’anni di convivenza decidono di sposarsi e da lì cominciano i guai, perché la scuola cattolica di uno dei due decide di licenziarlo. Sono così costretti a chiedere ospitalità a parenti ed amici, cosa che li porta a conoscere fin troppo bene famiglie, costumi ed usanze che avrebbero preferito vedere solo dal di fuori.

Non è un film troppo riuscito, questo di Ira Sachs. Sicuramente il migliore tra quelli visti negli ultimi tempi sul tema “vita di persone gay” (penso a La Vita di Adele, insopportabile e irrilevante), ma che non riesce mai ad avere un momento di leggerezza e di allegria. Anzi, in tutto il film incombe l’idea che qualcosa di drammatico e di tragico possa accadere, una cappa anche abbastanza pesante il cui contraltare sono delle scene abbastanza vuote ed inutili, messe sembra più per sfruttare la notevole alchimia tra i due protagonisti maschili del film, unico vero momento piacevole che non per veicolare qualche messaggio o qualche idea registica. Direi che la regia è la vera assente del film, il dolce aveva tutti gli ingredienti giusti ma è mancato il lievito.

Voto: 6

Interstellar

Le persone a noi care a volte partono e vanno via, anche se noi non lo vogliamo e anche se vorremmo che restassero con noi. Ma, in modi non sempre di immediata comprensione, continuano a parlarci e ad aiutarci a costruire il nostro destino.

Questo è Interstellar, un monumento dei film di fantascienza che per la immensa qualità supera i confini di genere, un capolavoro assoluto di cui non capisco i dubbi e le indecisioni di alcune recensioni. Mi spiace, se non vie è piaciuto è un problema vostro e anche forse del doppiaggio in italiano (io l’ho visto in inglese sottotitolato, si apprezza molto la qualità delle voci)

Sono tornato a casa scosso e toccato, commosso e con gli occhi lucidi. Non so se la fantascienza sia un genere, anzi non lo penso, credo sia più un insieme di stilemi utili per giungere ad un certo messaggio, ma Christopher Nolan è un dio in terra.

Voto: 10/10 (non so se l’ho mai dato, non so se lo darò mai più)

 

Gesù Cristo è morto di freddo

Stefano Cucchi muore quando è nelle mani dello Stato, e nessuno è colpevole.

I trecentosei del terremoto dell’Aquila che non presero alcuna precauzione durante lo sciame sismico perché la Commissione Grandi Rischi disse che non c’erano rischi di terremoto (attenzione: non che non si poteva sapere, ma che non c’era motivo di allarmarsi, quindi dando una indicazione esplicita), sono morti e pure lì nessun colpevole.

I tremila che sono morti per il disastro della fabbrica Eternit vanno a fare compagnia a tutti questi, perché anche lì nessun colpevole che sia punibile.

 

Non so se si vede la terribile progressione geometrica e quanto questa metta a rischio l’esistenza stessa della nostra democrazia.

 

(In titolo, una espressione del dialetto romano che si usa per indicare quando, anche di fronte ad una colpa evidente, nessuno ne va a rispondere. In aggiunta, ricordo quando dopo il terremoto dell’Aquila i primi documenti che vennero recuperati dall’Archivio di Stato dell’Aquila furono quelli del processo del Vajont che, per lunghe vicende, si tenne proprio all’Aquila e dove, anche lì, vennero tutti assolti. Il fatto che i primi documenti trovati, tra il milione ed oltre che ci sono nell’Archivio di Stato, siano stati quelli dell’Aquila non si deve al caso, ma ad una scelta politica di dare un’indicazione e un suggerimento: assolveteli tutti e fate finta di niente.)

Con Marino, per sempre

Perchè, con tutte le sue ingenuità e tutti i suoi errori, rimane il miglior sindaco di Roma da tanto, tantissimo tempo.

Quello che il bruco chiama morte, per il resto del mondo è la nascita di una farfalla (Lao Tze)

E’ un po’ che non racconto qualche vicenda personale, a beneficio dei miei venticinque lettori spendo qualche parola.

Da qualche mese, complice uno scossone organizzativo molto forte, sono disoccupato. Il contratto a termine che avevo non è stato rinnovato perché, con il cambio di tutta la prima linea dei dirigenti, non ho avuto più né un santo in paradiso né un progetto importante da seguire. La crisi dell’azienda ha poi portato alla fine dei giochi.

Un po’, anzi più di un po’, me lo aspettavo, non potevo nemmeno pensare di rimanere in piedi in una azienda che è, per definizione, un braccio operativo di una lobby politica e che come tale preferisce tenersi dentro gli amici e i parenti. Ma vabbè e pazienza, del resto non credo che tale azienda abbia alcun serio futuro e penso anzi che tra qualche mese avrà una seria crisi di liquidità. Mi dispiacerà, un po’, per i pochi (circa uno ogni sei) dipendenti capaci, gli altri (circa cinque su sei) mi lasciano indifferenti. Spero, però, che siano sopratutto i sindacalisti, che si sono spartiti la torta con la nuova dirigenza, salvando i loro tesserati e i loro amici piuttosto che quelli capaci, a doversi trovare un lavoro. Altro che riforma dell’articolo 18, farei…

Dopo questo evento, passata l’Estate, ho cominciato a cercare nuove opportunità. Ovviamente io ho le mie priorità, per cui ho cercato una possibilità che mi permettesse di rimanere con il mio compagno e questo ha reso la ricerca più complicata. Si parla molto di quanto manchi il lavoro in Italia, ma dovreste vedere cosa è il Sud per capire cosa è un deserto.

Finora, ho avuto un colloquio, di numero, con una società che, l’ho capito dopo ripensando a quanto detto, chiaramente ricicla soldi per conto della criminalità organizzata nel settore delle scommesse: a parte la posizione, nemmeno troppo interessante, quando ho realizzato di cosa stessimo parlando ho pensato bene di evitare qualsiasi altro contatto o sollecitazione.

Dopo questo, ci sono stati circa due contatti telefonici, che sono finiti nelle chiacchiere che non vanno oltre.

Il problema principale, per quello che vedo e capisco del mercato del lavoro, è che sono troppo qualificato. Io faccio quello che posso, per esempio evito di inviare CV troppo pesanti per posizioni di livello più basso, ma in quel caso è l’età che volge a mio sfavore. Viceversa, se dicessi tutto quello che ho fatto, questi datori di lavoro eviterebbero ogni contatto, perché saprebbero che a fare un lavoro più operativo e semplice io non avrei né stimoli di tipo professionale né tantomeno economici, spesso ho visto proposte di retribuzioni pari a circa la metà di quello che prendevo io. Io stesso, al posto loro, non assumerei uno come me per le posizioni che hanno.

E’ molto difficile trovare una posizione di livello non dico alto ma almeno intermedia. Questo perché sono poche posizioni, intanto, secondo sono posizioni che nascono sopratutto da una rete di relazioni e di contatti che io, trapiantato in una città in cui non sono nato, cresciuto e in cui non ho studiato, certamente non ho.

In tutto questo deserto, ci sono solo due luci. Una piccola, una un po’ meno fioca.

Quella piccola è di una società, piccola ma già con molte sedi all’estero, che cerca un profilo professionale molto elevato, in un contesto tecnologico piuttosto avanzato. E’ una posizione che però è aperta da più di un mese e che presumo rimarrà tale almeno fino all’anno prossimo, perché tra riforma del mercato del lavoro e agevolazioni per chi assume non c’è nessuna fretta di prendere una persona nel 2014, meglio aspettare il 2015. Non so cosa accadrà, mi piace baloccarmi con il fatto che possa portare a qualcosa.

L’altra luce, meno fioca, prevede un mio ruolo (in un gruppo di persone che, per comodità, diciamo essere un project management office, anche se la cosa è un po’ meno definita di così) in un progetto molto grande e pluriennale che parte, però ,tra qualche mese. Nel frattempo, do’ un contributo a titolo gratuito, certo non a tempo pieno, nell’impostazione delle attività. Mi piacerebbe pure farlo, se questo progetto decolla potrei togliermi tante soddisfazioni (almeno professionali), costruirmi una rete di contatti e avere una prospettiva interessante. Solo che siamo nell’ambito di quei progetti finanziati che, finché non sono finanziati, non sai cosa succede.

Ho pensato molto in questi tempi al perché ora mi sia difficile trovare una posizione, in genere ho sempre avuto la condizione opposta di avere più opportunità in cui scegliere. Non credo che sia tanto legata a questa città o alla condizione dell’economia italiana, che comunque danno il loro porco contributo, ma è sopratutto un problema di crescita professionale. Se avessi continuato a fare il tecnico, per quanto capace, competente e specializzato, avrei avuto forse più facilità a riposizionarmi. Invece ho provato a prendere l’ascensore professionale (non dico nemmeno sociale) e questo si è bruscamente interrotto per colpe non mie, così mentre il bruco stava diventando farfalla l’albero su cui poggiava è schiantato al suolo.

Il punto è che questo processo, in molte economie sviluppate, avrebbe potuto riprendere con una certa ragionevolezza, magari sì pagando pegno ma senza avere, per paradosso, una specie di bollino nero che dice: meglio non assumerlo, con tutto quello che ha dimostrato di fare poi si monta la testa. In Italia invece no, volevi crescere tramite e grazie il tuo lavoro e devi invece essere punito in quanto perturbatore dell’ordine costituito.

Alla fine penso che, passato questo periodo, tutto il valore positivo di queste esperienze di crescita professionale rimarrà con me, pronto ad essere usato in un’altra occasione, però non posso non capire perfettamente quanti se ne scappano da questo paese, ci vuole veramente una grande forza ad andare avanti.

Dopo i cento fiori, la dottrina dei cento rosari

A metà degli anni ’50, Mao si convinse che i cinesi erano così entusiasti del suo governo della Cina che varò il programma dei cento fiori, dove ognuno poteva esprimere le proprie idee sul futuro della Cina: come i fiori sbocciano portando una nuova stagione, così tutti erano incoraggiati a far sbocciare le proprie proposte. Molti dirigenti a lui vicino cercarono di dissuaderlo, avendo chiaro che il polso della Cina reale non era quello che Mao, convinto di essere adorato dalle  folle, si aspettava.

La cosa sfuggì di mano e quelli che più avevano mostrato atteggiamenti critici nei confronti del regime furono poi spediti nei campi di rieducazione.

Non sembri eccessivo se, per parlare di quello che è successo nell’ultimo Sinodo convocato da Bergoglio per discutere delle innovazioni in tema di comunione ai divorziati e atteggiamento verso le coppie omosessuali, si ricorre a questo parallelo storico. Anche nel Sinodo il Santo Padre ha infatti invitato tutti a parlare con schiettezza e ad esporsi, perché non cercava una unanimità di facciata ma un confronto di idee e di posizione. Forse in quel Sinodo i cardinali conservatori, più che cento fiori, hanno pestato cento merde, con le loro idee retrive ed insopportabili su temi che, per la maggior parte dei cattolici, anche praticanti, avrebbero bisogno di ben altra soluzione che non la chiusura attuale. Si aggiunga pure che in qualche caso il modo in cui si è fatta opposizione è andato ben oltre i confini della discussione consentita, perché certo non si può pensare ad un cardinale che dice in pubblico che la Chiesa è una barca senza guida. Così come è grave e pericoloso, per la stessa sopravvivenza della Chiesa Cattolica, che si sia cercato il sostegno del Papa Emerito per contrastare Bergoglio, cosa che avrebbe potuto provocare, se Ratzinger li avesse seguiti, ne più ne meno che uno scisma.

Ciò detto, ed anzi per ultimo considerato che nessun cardinale è stato spedito in un campo di rieducazione ma, più civilmente, messo a riposo dandogli un incarico onorifico – come è stato il caso del cardinale Burke, primo epurato – vale comunque la pena riflettere sul parallelo possibile tra questi due momenti storici così diversi ma che in comune si portano un elemento: la presenza, al centro degli stessi, di un dittatore. Tale era Mao, assassino sanguinario e peraltro leader militare e politico molto modesto, talo è Bergoglio, magari destinato alla santità ma che comunque rimane unico titolato a decidere degli affari di Santa Romana Chiesa.

E’ un invito, in fondo, a riflettere e a ponderare bene, perché quando qualcuno ti chiede il tuo parere, specificandoti che comunque sei libero di esprimerlo e che non andrai incontro a conseguenze: ecco, lì ricordati che più ti fanno presente che ti devi sentire libero, più devi sapere che, per principio e in partenza, libero non sei.

L’oro di Napoli

In questi giorni a Napoli va terminando una mostra sugli ori e i gioielli del periodo angioino. La mostra è organizzata dal Forum delle Culture e, purtroppo, si vede eccome.

Il Forum era una idea della precedente amministrazione della città, quella attuale non lo considera strategico e l’esito si manifesta nella scarsissima qualità di quello che viene organizzato, nella pubblicità assente e, in questo caso, in un apparato museale pessimo.

I pezzi mostrati sono eccezionali, nel loro genere si tratta di una mostra che può avere pochi uguali al mondo, ma l’esposizione la rende comprensibile solo agli accademici (nemmeno, direi, al pubblico generalmente colto, devi proprio essere specialista nel settore per capire cosa hai di fronte).

E’ un peccato che una mostra che, in una qualsiasi metropoli europea, sarebbe un evento sensazionale (trovate voi quanti pezzi del XII secolo ci sono in una collezione permamente di un qualsiasi grande museo del mondo e quanti, tra questi, siano in perfetto stato di conservazione e siano tempestati di ori, pietre preziosi e lavorati con una abilità che supera i confini del tempo) divenga invece qui una cosa fatta in un angolo, mal presentata, per niente pubblicizzata e del tutto inaccessibile a persone comuni e meno comuni.

Guardate, è un destino terribile di quello che è l’oro di Napoli. E’ lo stesso destino che subisce il tesoro di San Gennaro, ovvero la collezione di oltre ventimila pezzi pregiati raccolti nel corso degli ultimi cinque secoli come donazioni dei fedeli.

Si tratta probabilmente del tesoro di maggior valore al mondo, visto che molti di questi ventimila pezzi sono in realtà dei “set” di più elementi collegati tra loro e che tra questi pezzi, oltre alle cinquantuno statue dei co-patroni di Napoli, tutte in argento massiccio e di qualità estetica straordinaria, ci sono la mitra (con circa 4000 pietre preziose), il collare (a cui ogni casa regnante a Napoli ha contribuito con un pendente), il calice di Pio IX e altri pezzi pregiati (ciascuno dei pezzi pregiati è talmente pregiato che nessuno, al mondo, ha mai accettato di assicurare anche solo il singolo pezzo, non parliamo di tutta la collezione).

Una collezione di questo tipo, che spazio dovrebbe avere? E quanto dovrebbe essere conosciuta? Certo, andrebbero trovati gli spazi in cui ospitarla , ci vorrebbe l’accordo delle parti interessate, ma quanto significherebbe per questa città?

Invece, abbiamo la mostra scamuffa sugli ori angioini, in cui le didascalie sono messe per terra, per cui per leggerle ti devi mettere in ginocchio. Poi stiamoci a lamentare dell’austerità europea, quando siamo noi ad essere proprio coglioni.

Il Giovane Favoloso

Sì, ma a che serve? Voglio dire, la recitazione sicuramente notevole di Elio Germano nei panni di Giacomo Leopardi, la fotografia molto curata, un certo gusto per i costumi, tutto questo a cosa serve, è al servizio di che? Il film di Mario Martone è lento, noioso, pretenzioso, lezioso a tratti e tutto per una idea proprio sbagliata di rappresentazione di Leopardi e della sua vita. Se il poeta viene rappresentato come un personaggio incompreso dai suoi contemporanei, viene forse reso compreso allo spettatore? Il regista, insomma, da che parte sta? E’ dalla parte del pubblico perché, con gli strumenti propri dell’arte cinematografica ha deciso di rendere chiaro in qualche modo il personaggio di Leopardi, oppure sceglie di rimanere (e di lasciarci) al di fuori?

Proprio non ci siamo. E credo che di questa cosa si sia reso conto lo stesso Martone, perché poi cerca egli stesso un centro e un baricentro del film nella parte napoletana, quando il soggiorno del poeta in città, della durata di soli quattro anni, prende nel film uno spazio molto ampio. Martone è bravo a raccontare Napoli, probabilmente ha dilatato questo momento temporale proprio per cercare un suo equilibro. Analoghe, in tal senso, alcune evidenti concessioni: non risultano eruzioni esplosive del Vesuvio nel periodo, che va dal 1833 al 1837, in cui Leopardi si trova a Napoli, mentre nel film viene rappresentata una eruzione di grande intensità.

Un film non riuscito, con ottimi ingredienti che però non si sono amalgamati. Ho anche la sgradevole impressione che molti ne parleranno bene per darsi un tono e a questi vorrei chiedere: come mai nel film non vengono mai lette, nemmeno per striscio, poesie come A Silvia o Il Sabato del Villaggio? Forse perché non erano funzionali alla rappresentazione di Leopardi che vuole fare Martone. Non sarebbe un peccato d’omissione, se questa messa in scena portasse a qualcosa. Invece, così, è una dichiarazione di resa, da cui appunto l’autore rifugge richiudendosi a Napoli. Ma questo conferma la qualità modesta del risultato.

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