Scozia/ Le rose scogliere di Durness

Siamo arrivati fino al profondo Nord della Scozia, vicino a Cape Wrath, per poter godere di questo splendido mare. Era una giornata di forte vento e le foto possono solo rendere conto dei colori eccezionali che abbiamo visto, non dell’odore dell’aria e di quel vento gelido eppure estasiante.

DSC_0126_116_lrDSC_0129_119_lrDSC_0130_120_lrDSC_0157_143_lr DSC_0164_150_lr

Nel paese dei ciechi, Renzi ci vede benissimo

Nel paese dei ciechi, chi ha un occhio solo ci vede bene. E’ una massima indovinata nel descrivere la direzione del PD di ieri e la stravittoria di Pittibimbo: lui non è un genio, ma di fronte a D’Alema e Bersani appare come un gigante. D’Alema, quello che si è costantemente fatto fregare da Berlusconi, Bersani quello che dopo aver messo Filippo Penati a capo della segreteria e non essersi mai accorto di nulla è riuscito a perdere le elezioni del 2013.

Perché quella di ieri è stata una vittoria netta, per Pittibimbo, favorita dal rancore dei suoi avversari che sono stati strapazzati più volte e ora, non v’è dubbio, schiumano rabbia. Ma è anche una buona notizia per il mondo del lavoro italiano perché la riforma proposta dal PD sull’articolo 18 è una buona riforma.

Parto proprio da questo punto, visto che orientarsi nei cascami ideologici che vengono rilanciati dagli sconfitti di ieri è piuttosto difficile.

Il primo punto della riforma è quello che prevede che i contratti precari vengano aboliti. Questi contratti, varati a metà degli anni ’90, dovevano servire a favorire l’ingresso dei giovani lavoratori in azienda ma invece sono diventati un girone infernale dal quale moltissimi, dico milioni di persone, non riescono più ad uscire. Farli diventare dei lavoratori a tempo determinato significa dare a queste persone diritti come le ferie, la malattia, la liquidazione, la rappresentanza sindacale; significa farli uscire da quella che è una condizione intollerabile contro cui i sindacati, che ora tanto strepitano, non hanno mai fatto niente.

Allora, se questo è il primo elemento della riforma, perché è necessario varare una revisione dell’articolo 18? La risposta è molto semplice: sono i soldi, bellezza. Trasformare tutti questi contratti in contratti a tempo determinato e sottoposti all’articolo 18 significherebbe  pretendere, per legge, che l’economia italiana sia molto, molto diversa da quello che è oggi. Moltissime aziende non potrebbero reggere l’impatto di queste assunzioni che, proprio per l’articolo 18, sarebbero poi impossibili da gestire o da smaltire.

A questi lavoratori, quindi, viene proposto un miglioramento immediato e netto, sia chiaro, delle loro condizioni di lavoro, purché accettino per un periodo di tempo (la cui durata è oggetto di discussione, si va dai 3 ai 7 anni) di non essere tutelati dall’articolo 18. Articolo che, ricordo, non li tutela nemmeno oggi.

Nell’arco di questi anni in cui avverranno questi passaggi di contratto e gli anni di moratoria proseguiranno, sarà possibile – e dovuto – intervenire su altri aspetti del mercato del lavoro, primo dei quali è la durata eccessiva dei processi che riguardano questioni lavorative: oggi durano troppo e non danno certezza a nessuna delle due parti.

Ma, in una situazione economica in cui la gente non ha più il lavoro, è del tutto inutile pensare di fare una bellissima riforma che per dispiegare i suoi effetti richiede anni. E’ molto più sensato stabilire che, intanto, chi oggi non ha tutele comincia ad averle e che, poi, si troverà un modo per riorganizzare il contenzioso.

Nel contempo, l’articolo 18 non viene abolito per chi già ce l’ha, ma viene anzi confermato, salvo le questioni economiche. Ovvero, il licenziamento non può avvenire per motivi disciplinari o per discriminazione, ma può avvenire per questioni economiche. Considerato che anche oggi i licenziamenti per motivi economici avvengono eccome (anzi, ci sono proprio i licenziamenti collettivi), questa riformulazione non è lesiva dei diritti di nessuno ma prende solo atto della situazione che è.

Inoltre, l’altro aspetto della riforma è quello che riguarda il demansionamento: se oggi hai un incarico superiore alle tue capacità puoi essere retrocesso, ma mantieni lo stesso stipendio. Si tratta, per me, di una assurdità: se non sai fare quello per cui ti pago, ti pago di meno per fare di meno, certo non ti pago lo stesso per simpatia.

I sindacati dicono che questo sarà il modo in cui capaci lavoratori verranno puniti, riducendo loro funzioni e stipendio. Questo, al di là dei singoli casi, non è vero nella massa perché le aziende non hanno interesse o necessità a fare una cosa del genere. Generalmente, preferiscono pagare perché il lavoro per il quale pagano sia fatto. Inoltre, oggi in Italia è difficilissimo fare carriera perché se ti fanno diventare il responsabile dell’acquisto delle matite e tu non distingui una matita da un bue, poi non possono farti retrocedere. Se invece stabiliamo il principio che puoi diventare il guru delle matite e che ti devi poi guadagnare, ogni giorno, lo stipendio da esperto di grafite, allora diventa più semplice che l’azienda ti metta alla prova e, particolare non da poco conto, tu farai di tutto per meritarti il posto. Mentre oggi, appena hai un nuovo ufficio, invece di usarlo per lavorare lo usi per costruire la cordata che ti deve sorreggere di fronte alle inadeguatezze tue o dell’azienda. Che, magari, è inadeguata perché ha troppi responsabili dell’acquisto di matite, gomme e calamai che non sanno fare il loro lavoro e sono tutti preoccupati di reggersi l’un l’altro.

Certamente, qualcuno in questa riforma ci rimette. Intanto ci rimettono i sindacati, che sono diventati troppo grassi e troppo corrotti per difendere i diritti di tutti i lavoratori. Oggi i precari non sono rappresentati dai sindacati che non hanno alcun interesse a farlo, preferendo di gran lunga tutelare quelli che poi possono foraggiarli e votarli, garantendo a questi tutele eccessive che vengono pagate da chi non ha nulla. Inoltre, ci rimettono tutti quelli che oggi hanno già un contratto a tempo indeterminato, ben tutelati anche dall’articolo 18, e che un domani dovessero cercarsi un altro lavoro, perché non sarebbero sicuri di avere lo stesso tipo di tutela.

Beh, francamente, cazzi loro. Di fronte a milioni di persone che non hanno nulla, possono sicuramente fare un sacrificio, peraltro piccolo. Non possono pretendere di passare da un tempo indeterminato ad un altro, liberi pure di fancazzare tutto il giorno, mentre intorno la gente si dispera non avendo niente.

Detto della riforma, devo fare i complimenti a Pittibimbo per come ha cucinato l’opposizione interna: ha agitato il drappo rosso dell’articolo 18, li ha lasciati scatenarsi (non perché a questi qui freghi niente dell’articolo 18, anzi D’Alema lo voleva riformare quando era Presidente del Consiglio) poi ha scompaginato un po’ le carte e li ha lasciati in braghe di tela. Costretti a contare sui voti della minoranza che fa capo a Civati, altro personaggio ampiamente sopravvalutato.

Tutto questo, poi, è avvenuto perché Pittibimbo aveva fiutato l’aria e sapeva che la minoranza del PD era pronta a tutto pur di far cadere il governo e toglierselo di torno. Allora, con una grande astuzia, ha rilanciato e attaccato sulla carne viva; adesso anche se cade il governo lui potrà presentarsi agli elettori come il rinnovatore che hanno bloccato, mentre se va avanti potrà poi occuparsi con molta agilità di tutte le altre riforme, quelle sì indispensabili al Paese.

Giggino, vattene

Ma che sindaco è stato, Luigi de Magistris? E’ utile porsi questa domanda ora che, stante la legge Severino e la sua condanna per aver abusato dei suoi poteri di magistrato durante un’indagine alquanto confusa, deve dimettersi da Sindaco di Napoli.

Sgombriamo subito il campo: deve dimettersi, non può. Deve perché lo prevede la legge, deve perché è accusato di un reato molto grave per un magistrato e ancora più grave per uno che del giustizialismo ha fatto la sua bandiera. Tanto è stato bravo a pretendere provvedimenti esemplari contro i politici che indagava come uno schiacciasassi, distruggendo vite e carriere, alterando gli equilibri politici del Paese andando a mettere sotto controllo in modo non legittimo i telefoni dell’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, che proprio non possiamo pensare che vorrà rimanere a fare il Sindaco di Napoli ora che il sospetto è diventato una condanna di primo grado.

Allora, per la storia e non per una valutazione costi-benefici, vale la pena chiedersi che sindaco è stato.

E’ stato un sindaco deludente. Non poteva, poi, andare diversamente da così. Perchè quando la società civile decide di darsi alla politica, gli esiti non possono che essere modesti. Perché la società civile oscilla sempre tra l’indignazione e l’apatia, non ha quel desiderio di costruire quelle azioni politiche che, per loro stessa natura, richiedono anni, compromessi e pelo sullo stomaco.

Certo, il suo avversario al secondo turno era un personaggio di cui tutta Napoli sa quello che deve sapere, indubbiamente De Magistris era una scelta migliore, ma per quanto migliore non era e non è stata una scelta ottima.

A De Magistris, come sindaco, è mancata una idea di città. Mettiamo subito in conto le condizioni disperate in cui si muove il Comune di Napoli. Pieno di debiti da essere tecnicamente fallito, ha almeno i due terzi degli impiegati e dei dirigenti nullafacenti se non peggio. Non si può chiedere quindi un miracolo e anzi questa giunta ha cominciato a disboscare alcune porcate intollerabili, come i circa 400 sindacalisti per i 2000 vigili urbani: uno su cinque.

Ha anche fatto qualche intervento utile, come l’estensione della ZTL che è un atto di civiltà e di buon gusto, forse con qualche eccesso di zelo ma con un’idea di fondo del tutto condivisibile. Ha portato all’apertura di nuove stazioni della metropolitana, ha esteso l’orario delle funicolari e delle metro fino alla due di notte del fine settimana.

Però, rimaniamo su questi provvedimenti che non danno un’idea della città. Un’idea non è un programma, non è una serie di iniziative, è una visione ideologica, se si vuole, alla quale tendere. Cosa deve fare Napoli? Deve essere più pulita? Questo potrebbe essere un obiettivo, che non si raggiunge certo cacciando l’ottimo, anzi eccezionale, Raphael Rossi dalla guida della municipalizzata dei rifiuti, perché si teme che il giovane ed incorruttibile dirigente possa un giorno fare da ombra al sindaco. Ci si vuole concentrare sul feticcio, tale è, del turismo? Allora forse non è il caso che le regate della Coppa America siano gestite nel modo poco trasparente in cui sono state. Ma insomma ci si dia un’obiettivo e lo si persegua, conformando ad esso le priorità e gli obiettivi dell’amministrazione comunale.

De Magistris si è presentato dicendo: scassiamo tutto. Oggi invece dice che la sentenza contro di lui è politica, che sono i magistrati che l’hanno condannato che si devono dimettere. Purtroppo, non è la qualità della sua amministrazione che ci porterà a marciare in strada chiedendo che resti.

Se il problema fosse Renzi

Quello che colpisce, della vicenda di Renzi, non riguarda tanto Pittibimbo, quanto la rapidità con cui ha prima ottenuto un consenso quasi unanime dai poteri forti (i giornali dei grandi gruppi industriali) e, sopratutto, la fulmineità con cui l’ha perso. Due giorni fa l’editoriale del Corriere della Sera era impietoso, sembrava scritto non da Ferruccio de Bortoli ma da Marco Travaglio. Già l’incipit era tranciante (“Renzi non mi convince”) poi sganciava una bomba dietro l’altra: i ministri sono inadeguati, la personalità del premier è eccessiva, l’incapacità di far seguire i fatti alle parole, l’unica cosa con cui il premier abbonda. Fino a quello che non può che essere considerato un insulto, ovvero l’accusa che dietro al patto del Nazareno ci sia un forte odore di massoneria.

E’ un insulto non per l’idea in sé, ma perché viene da un giornale che con la massoneria ha molto a che fare: se de Bortoli teme l’odore di massoneria, dovrebbe aprire le finestre di moltissime stanze del suo giornale quindi più che una constatazione quella del direttore del Corriere è una dichiarazione di guerra: manco i massoni ti vogliono più.

Perché questo rapido cambio di idee, per quale motivo Pittibimbo passa da essere un eroe ad essere un rottame in tre mesi? Uno potrebbe lanciarsi in tante analisi sulle capacità di Pittibimbo, sul fatto che stia scontentando troppi poteri forti, sul fatto che la compagine azionaria del Corriere è piena di suoi nemici (Montezemolo e Della Valle sono incazzatissimi per come il governo non sta aiutando il loro treno privato, Italo) tanto che altri azionisti (Marchionne) hanno sentito la necessità di raddrizzare la direzione del giornale lanciandosi in un endorsement sperticato, come è stato due giorni fa in terra americana.

Si potrebbero dire molte cose, quello che però lascia comunque sgomenti è la pochezza intellettuale e morale della classe dirigente italiana, nei suoi massimi livelli. Incapace di capire le qualità di chi ha di fronte, prima loda uno sconosciuto che mette in piedi un governo di mediocri come la cosa migliore che potesse capitare all’Italia, poi lo attacca per principio solo seguendo qualche strategia decisa da pochi in stanze buie e fumose. Non è tanto l’incapacità di Pittibimbo che dovrebbe preoccuparci, quanto l’approssimazione e la faciloneria di chi dovrebbe giudicare il governo e orientare costruttivamente l’opinione pubblica.

Scozia/I Castelli – Scone Palace, Stirling Castle, Edinburgh Castle

Di questi, direi che Stirling è forse quello più interessante e di atmosfera, Edinburgh merita di essere visto perché è ricco di cose da vedere (più che un castello è una cittadella fortificata) mentre lo Scone Palace è abbastanza irrilevante. Il proprietario di quest’ultimo è uno dei più grandi coltivatori e collezionisti di orchidee del Regno, se avesse messo una bella serra da visitare avrebbe sicuramente guadagnato punti.

Scone Palace

Scone Palace

Stirling Castle

Stirling Castle

Edinburgh Castle

Edinburgh Castle

Scozia/I Castelli – Inveraray Castle

DSC_0198_512_lrDSC_0196_511_lr DSC_0218_529_lrDi questo castello abbiamo apprezzato sopratutto la prima sala interna, quella con l’armeria di alcune migliaia di pezzi.

Scozia/I Castelli – Dunrobin Castle

Questo castello ha, nell’aspetto esterno, qualcosa di fiabesco, anche se gli interni per quanto piacevoli non hanno nulla di eccezionale. E’ invece notevole assistere alla dimostrazione di falconeria che si tiene due o tre volte al giorno.

DSC_0179_164_lrDSC_0181_166_lr

Giardini

Giardini

DSC_0175_160_lrDSC_0195_179_lr

Scozia/I Castelli – Dunvegan Castle

Questo castello si trova sull’isola di Skye. E’ stata la sede dei McLeod di McLeod, che tra tutti i clan scozzesi erano abbastanza ben posizionati (avevano il controllo della remota isola di St. Kilda che, colonia di molti uccelli marini, produceva alcune sostanze animali altrimenti introvabili). Dal castello è poi possibile fare una breve escursione in barca per andare a vedere una colonia di foche marine.DSC_0033_029_lr

Scozia/I Castelli – Eilean Donan Castle

Questo è di gran lunga il castello più famoso di Scozia, non tanto per gli aspetti storici ma perché è diventato set del film Highlander. Il film non ha particolari pretese storiche, ad esempio in quel castello non risiedevano i McLeod of Mcleod, bensi i McKenzie. I McLeod di McLeod (nota: si chiamano proprio così, non è una duplicazione: nel film Christophe Lambert si presenta come “Conan McLeod del clan McLeod”, almeno questo l’hanno fatto bene).  E’ purtroppo preso d’assalto dai turisti, per cui potendo scegliere è meglio andarci di pomeriggio.

DSC_0079_074_lrDSC_0087_082_lr

Scozia/I Castelli – Doune Castle

Abbiamo visitato molti castelli scozzesi, ma ce ne sarebbero stati tanti di più. Per me i più belli sono quelli che sono rimasti nelle condizioni originarie di edificazione, possibilmente con pochi turisti nei paraggi. In questo senso i tre principali e più famosi castelli scozzesi (quello di Stirling, quello di Edinburgo e lo Scone Palace) non sono stati eccezionali: sicuramente li avrei trovati più belli se avessi avuto solo quelli come termine di paragone.

Tra quelli che abbiamo visitato e che purtroppo non abbiamo potuto fotografare, mi è piaciuto moltissimo il castello di Glamis, perché anche se ristrutturato in tempo recente rimane un ex possedimento della monarchia inglese (la regina Elisabetta da piccola giocava in quelle stanze e il tour guidato è comprensivo di presentazione della sediolina su cui sedeva) e quindi non ha quel senso di dimora di riccastri, con le inevitabili pieghe kitsch che la cosa assume. Alcuni dei castelli che abbiamo visto come Duntulm e Varrich sono assai piccoli (Varrich è in effetti una torre di forse dieci metri quadri di impronta di base, alta un paio di piani, mentre Duntulm è poco più grande ma del tutto in rovina), di una torre che abbiamo visto su una isoletta in mezzo ad un loch non siamo stati in grado di identificarne il nome né tramite atlante né tramite guida viaggi. Per me in fondo alla classifica rimane comunque il castello di Blair, di cui non ricordo nulla se non il fatto che non mi sia per niente piaciuto.

Il consiglio che mi sento da dare a chi vuole visitare i castelli della Scozia è di farsi l’Explorer Pass di Historic Scotland e di studiare esattamente dove sono le cose più interessanti da vedere (e sono nella regione di Edinburgo e a sud, mentre verso il nord si trova molto poco).

Detto questo, ecco qualche foto. Comincio con Doune Castle, splendida residenza del XIII secolo che è possibile visitare in lungo e in largo.

Doune Castle

Doune Castle

DSC_0304_279_lr

Doune Castle

Doune Castle

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 47 follower