Svoltando (ovvero: il tempo passa, i cretini restano)

Il primo incontro, uno sfiorarsi, fu sette anni fa, io uscivo dalla stanza di un professore e lui entrava. Mi colpì, lo colpii, ero io sicuramente un imbranato incapace di dire e fare qualsiasi cosa quando vedevo un uomo che mi poteva interessare e a cui dicevo qualcosa. Qualche anno dopo, quando ormai avevo capito di essere gay e cominciavo le mie prime conoscenze, lo incrociai in chat. Volevo conoscerlo, c’era un desiderio sessuale ma più forte c’era il desiderio di conoscere un gay che, come studente di università, era più vicino a me. Ero un po’ nella modalità amico cercasi. Lui si negò, sbattendomi in faccia il suo essersi fidanzato, con tanto impegno per cercare e trovare il compagno, quindi voleva evitare qualsiasi fraintendimento. Ci rimasi ferito. Poi, siccome è destino, lo incrociai di nuovo, qualche anno dopo, e circa analogo copione, solo che questa volta gli dissi che allora era destino che ci saremmo incrociati ma non incontrati, e non ci saremmo incontrati mai più.

Per lui andava bene così, tanto ora aveva un altro fidanzato. Negli ultimi due giorni, cucù, l’ho incrociato di nuovo. Però, povero stronzo, aveva di fronte un Paolo diverso, splendido e consapevole di esserlo. Così, cominciamo a parlare, anzi meglio lo faccio parlare, ed ecco il quadretto: è fidanzato sì, lo ama tanto sì, ma l’altro è sposato, con prole, lo tradisce anche con altri uomini, lui pure si è tolto delle soddisfazioni, però, credimi mi dice, la felicità non viene sempre nelle forme che crediamo. Una frase un po’ da baci Perugina, un po’ da consolazione dell’eroinomane quando si inietta la dose. Gli dico se ci vogliamo vedere, sempre per un caffè, e lui nuovamente riprende con la solfa, ma sai sono fidanzato sai sono fedele sai tengo tanto a lui.

Splendido e terribile sono stato. Gli ho detto le seguenti testuali parole “guarda che mia madre mi ha dotato di un gran cuore, un gran cervello e un notevole cazzo, ma sulla pazienza ha dovuto risparmiare, io ne ho pochissima. Io sono un gran tocco di maschio che non ha tempo da dedicare ai tuoi blocchi nevrotici per cui se ti chiedo se ti va un caffè mi rispondi con la grandezza del tuo amore, amore di coppia aperta peraltro, quindi deciditi, ma sappi che il destino non busserà un’altra volta alla tua porta, l’hai già sfidato abbastanza. Quindi?”

Quindi ovviamente si è profuso in scuse (anzi, direi, si è sprofondato in scuse), ecco il mio numero dai ci sentiamo ma non oggi, stasera sto con lui. A me ha fatto una pena infinita. Ho pensato che anche io avrei potuto avere tutte le storie che volevo se mi fossi accontentato come si è accontentato lui. Se avessi fatto finta di non vedere che certe storie non avevano futuro, e mi fossi costruito le leggende del grande amore che si manifesta in modi così bizzarri quando invece sono reciproche corna date con grande quotidianità.
Sono stato spietato nel parlargli, ma in realtà non era una vendetta verso di lui. Era una vendetta verso le mie paure e le mie insicurezze che negli anni passati, quando ho incrociato questa persona, me l’hanno fatta vedere come ciò che, i fatti ora dicono, non è. Non un uomo che vive una storia d’amore e al cui esempio tendere, ma un poveretto che si rifugia in un simulacro. E io, che invece di vedermi per quello che ero, mi buttavo giù per aver avuto il diniego di un caffè da un derelitto che alla prima zattera che ha visto ci si è buttato sopra, pazienza per le corna da alce (sono sue parole) che erano comprese nel serviio. Uno che, so quali siano i suoi titoli di studio, si spaccia per quello che non è, con un atteggiamento sfrontato e presuntuoso.

Ho interesse a conoscere questa persona? Non credo. Forse capiterà, il suo principale vantaggio è quello di abitare vicino a casa mia e se l’ormone chiama può pure andare bene, ma alla fine la mia vittoria l’ho già avuta: tra tutti quelli con cui potevo rivolgere parola, ho inconsciamente scelto lui, e quando ha messo in piedi il solito copione, invece di subirlo gli ho detto che si sarebbe fatto come dicevo io, senza manco ammettere l’alternativa “se non ti sta bene vattene” perchè non era nemmeno ammissibile, a lui doveva andare bene perchè troppo forte è la differenza tra di noi. Gli sto facendo un favore, questo gli ho detto, e lui non ha avuto niente da eccepire.

Poi sono andato in palestra. Mentre facevo pulley, una delle poche persone positive ed interessanti che sono lì mi ha detto: “certo, tu fai più di me ma non si vede”. E’ vero anche in senso simbolico, molte delle cose che sono in me e che sono belle rimangono chiuse dentro, consentendo (avendo consentito) a questi mediocri soggetti degni di una sceneggiatura di terz’ordine di darmi delle lezioni di stile.

3 Risposte a “Svoltando (ovvero: il tempo passa, i cretini restano)”


  1. 1 QueerZone 12 Gennaio 2008 alle 1:21 am

    Si conferma il detto che vuole che la vendetta sia un piatto da servire molto freddo. E’ sempre il tempo ciò che ci mostra con chiarezza la natura e le fragilità di ogni persona… persone che mettiamo su di un piedistallo, si rivelano insignificanti, persone che magari nn avremmo apprezzato pienamente, sono poi quelle che inaspettatamente ci troviamo vicini quando ne abbiam bisogno.

  2. 2 sacherfire 13 Gennaio 2008 alle 4:27 pm

    Intervengo in uno di questi tuoi post personali; un po’ sarei ritroso a farlo ma (visto però che li pubblichi ritengo che da parte tua ci sia volontà a condividere certi aspetti intimi della tua vita) solo per il fatto che un mio commento lo vedrei pienamente rispettoso solo se esistesse un rapporto di amicizia, cosa che non è.
    Qualche volta poni un accento marcato sull’età dei ragazzi/uomini che conosci. Posso chiederti quanti anni hai?

  3. 3 Paolo 14 Gennaio 2008 alle 1:17 am

    @Sacherfire: 32.


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