Recensione: La Speranza Indiana

La Speranza Indiana è il libro in cui Federico Rampini si concentra sull’India, dopo aver parlato della Cina e del conglomerato indo-cinese. Un paese, anzi un continente, che è completamente assente dal nostro dibattito politico, in cui piccoli personaggi variamente assortiti e distribuiti si interrogano sulla Cina, ignorando invece quella che, nel libro di Rampini, è presentata come una grande ancora di stabilità per il mondo.

La stabilità rappresentata dal fatto di essere una democrazia, innanzitutto, ma anche la stabilità di essere una ex-colonia inglese che non ha alcun sentimento di rivalsa o di vendetta verso l’Occidente, con cui quindi noi possiamo costruire un rapporto più equilibrato e fruttifero di quello che è possibile con i paesi del Medio Oriente, dove un leader non potrebbe parlare dell’Europa o dell’America come fa il primo ministro indiano e non venire poi ammazzato. Ma anche un’isola di stabilità per il suo profondo senso della tolleranza, con una società non solo multi-etnica, ma multi-religiosa, un esempio di integrazione per musulmani, cristiani ed indù.

Con tutti i limiti e le difficoltà, con delle infrastrutture molto meno efficienti di quelle cinesi (anche se le cose stanno cambiando, ora tutti i treni hanno o stanno per avere l’aria condizionata, le ferrovie sono state privatizzate e da un sistema in perdita secca si è costruita una fiorente e redditizia attività: pare che solo noi italiani non riusciamo a cavare un buco da tutto il nostro sistema dei trasporti), con un sistema delle caste (che sono arrivate ad essere circa 4mila) che è ormai intessuto nel sistema indiano, dove leggi analoghe alla affirmative action americana fanno sì che le caste intermedie, quelle che potrebbero mandare i figli all’università ma non sarebbero sicure di avere dei posti garantiti, siano diventate le garanti dello status quo, proprio perchè riescono a gestirlo come un mezzo di promozione sociale a spese dei poverissimi. Dove l’assenza di una politica di imposizione del figlio unico fa sì che l’India sia destinata, entro qualche decennio, a superare in popolazione la Cina, un paese che invece invecchierà molto in fretta, con i suoi leader che ora sono impegnati ad ammassare riserve valutarie (a quanto sono arrivati? 1300 miliardi di dollari? 1500?) per pagare la vecchiaia alla loro immensa popolazione.

Un continente indiano che potrebbe drammaticamente soffrire gli sconvolgimenti climatici, perchè fortemente dipendente ed influenzato dai monsoni, e dove la superficie coltivabile per abitante, sia per i cambiamenti climatici che per la crescita della popolazione, è destinata a più che dimezzarsi.

Con tutto questo, un paese centrale nelle strategie di politica estera e politica economica, e gravemente assente nel dibattito italiano, tutto cina-centrico (si dovrebbe dire sinocentrico, ma ho difficoltà a pensare ad un qualsiasi leader politico che possa apparire, pure per sbaglio, un sinologo).

Forse, rispetto all’Impero di Cindia, in questo libro di Rampini c’è più spazio per la riflessione personale, per l’analisi filosofica e religiosa, e meno per l’esposizione dei fatti. Un ampio capitolo è infatti dedicato ai rapporti ideali, filosofici e religiosi con l’India, e anche se è un capitolo assai ricco di riferimenti e citazioni, tanto che non so se sia opera solo di Rampini e non di qualche altro ghost-writer (per dire, la citazione sul pensiero di Jung è fatta proprio al punto giusto, con un gusto e una sapienza non comuni), alla fine rimane la sensazione che il giornalista abbia lasciato più lo spazio ad un tentativo di storico, con esiti meno brillanti, con meno analisi sul campo.

Però un libro che mi è piaciuto, è un saggio che però lascia qualcosa e non solo un senso di nozionismo, appunto un senso di speranza.

1 Risposta a “Recensione: La Speranza Indiana”


  1. 1 Gaetano 14 Aprile 2008 alle 9:57 pm

    Complimenti, Paolo, hai sintetizzato perfettamente il contenuto – e qualche limite – del saggio di Rampini: che l’esperienza di questo blog ti stia preparando a un passaggio nel mondo della geopolitica?
    Gaetano


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