Ieri io e il signor SacherFire, per l’occasione in trasferta a Roma, siamo andati a vedere Picasso: L’Arlecchino dell’arte.
Dirò subito cosa ho trovato fastidioso: la gggente che c’era, troppo rumorosa e che pensa che in una mostra ci si fermi non solo a vedere le opere ma anche a fare conversazione, e appunto il mio caro ospite può raccontare meglio di me i miei occhi iniettati di sangue quando la finocchia cultural-grassoccia ha cominciato a parlare con le sue amiche (biologicamente donne, a differenza sua) di quello che si sarebbe mangiato a pranzo. Io tentatissimo di prenderlo per le orecchie e buttarlo dall’ultimo piano del Vittoriano: solo che pare che sia un reato. Boh, vai a capire le leggi.
Della mostra: copre il periodo che va dal 1917 al 1937, prendendo quindi lo spunto dal viaggio di Picasso a Roma (una volta si veniva a Roma per avere ispirazione, mi domando quanti artisti moderni facciano oggi la stessa cosa) e c’è una parte iniziale proprio dedicata alla rievocazione della Roma dell’immediato dopoguerra, con foto d’epoca, giornali (in uno si parla della riforma fiscale utile a rilanciare l’economia, come dice Umberto Eco: si deve leggere il giornale di oggi per fare carriera, e quello di tre mesi fa per diventare saggi) e alcune corrispondenze tra Picasso e i suoi amici romani (Jean Cocteau che dice: “Roma è una città provinciale, come tutte le metropoli del mondo. Solo Parigi non è provinciale” Da cosa nasca l’idea che i francesi abbiano la puzza sotto il naso è un mistero). Mi ha anche incuriosito, sempre in questa sezione della Roma d’epoca, la foto di Piazza Venezia con un caffè (il caffè Tranfaglia se ricordo il nome) che era proprio al piano terra di Palazzo Venezia e che venne fatto chiudere da Mussolini.
Per la parte proprio dedicata a Picasso, la mostra si apre con L’Italiana, splendidamente moderno e grafico, così come ho apprezzato l’Arlecchino Musicista, la civetteria di Due Donne di Fronte ad una Finestra (che in effetti è molto di più un ritratto dello stesso Picasso che dipinge lasciando emergere la sua componente femminile) e l’erotismo de Lo Studio: come ha osservato SacherFire, molti dei quadri intitolati Due Donne che Studiano dovrebbero essere Due Donne Che Fanno Ben Altro.
Anche bella la parte con alcuni dei lavori preparatori per Guernica, anche se complessivamente la mostra non è particolarmente grande. Il catalogo parla di 180 opere, ma 100 di queste sono la Suite Vollard, interessante come prova della continua trasformazione e reinvenzione del suo genio pittorico (con citazioni che vanno dal classicismo a Escher).
In questo senso molto arlecchinesco, cangiante nei colori e nelle forme, dal virtuosismo tecnico al disegno come un bambino di cinque anni (”Maestro, lei disegna come un bambino di cinque anni” – “Magari!”) ma un Arlecchino lucido, i cui bagnanti diventano sempre più disperati ed angosciati mano mano che la seconda guerra mondiale si avvicina.
Che bello, in neanche un giorno mi dai per due volte del signore
Gli occhi iniettati di sangue no, non li ho visti; erano le 14 ed avevo fame pure io
d’accordissimo sul fatto che troppo spesso alle mostre si va più per farsi vedere che per vedere. oltre che per chiacchierare, così che il rumore di fondo diventa la cosa più fastidiosa dopo i cellulari lasciati accesi (alla mostra su giovanni bellini era tutto un telefonare: hai voglia che gli addetti ripetessero in continuazione di spegnere). ma il commento in realtà l’ho fatto per fare una precisazione: il caffè che mussolini fece chiudere si chiamava “faraglia” e stava di fronte a palazzo venezia nel palazzo delle assicurazioni generali (vedi qui: http://www.romasegreta.it/images/cardimages/piazza%20venezia8.jpg)
@marcoboccaccio: grazie per la precisazione!