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Recensione: Il Treno per il Darjeeling

Ho visto questo film con G, un po’ di giorni fa. Quale che sia l’opera artistica con la quale uno si confronta, è fatale, e fortunato, che questa susciti in noi pensieri e sensazioni diverse a seconda del momento della vita in cui la incontriamo, lo stesso libro letto a distanza di tempo non ci suscita le stesse emozioni, e lo stesso film ci rimane impresso per motivi diversi.

La storia di questo film è così detta: tre fratelli, riccastri americani, si trovano a fare un viaggio in India, sotto la spinta di uno di loro, per avere l’occasione di parlarsi, fare pace, e andare a trovare la madre (una sublime Anjelica Huston) che si è fatta suora dopo la morte del marito.

Ho sentito questo film come diviso in due parti. Nella prima, questi tre fratelli sono completamente fuori fase, del tutto non sereni con loro stessi e tantomeno con il mondo, per cui tutto quello che fanno è stonato, o sguaiato. Dagli incontri di sesso con l’inserviente del treno, all’acquisto del cobra che poi fugge dalla gabbia, dal tentativo di fare questo o quel rituale sciamanico, con esiti sempre approssimativi e spesso involontariamente goffi, i colori stessi dell’ambiente in cui si trovano sono forti, eccessivi, quasi surreali, come in uno stato di alterazione in cui si trovano, con l’unico momento di unione dato dallo scambio, la sera, dei farmaci che prendono per dormire, rilassarsi o curare gli attacchi di panico.

Cacciati dal treno, con appresso tutte le loro inutili valigie, assistono ad un incidente. La zattera usata da alcuni bambini per attraversare un fiume si rovescia. Riescono a salvarli quasi tutti, gettandosi in acqua, ma uno di questi muore sbattendo sulle rocce. Portano loro stesso il corpo al padre nel vicino villaggio, e gli viene fatto l’onore di partecipare al funerale.

Una cerimonia semplice, con dei colori pastello, in cui il dolore è composto, il fuoco restituisce alla terra il corpo del povero ragazzo, e il padre si purifica nelle acque del fiume. Un forte contrasto con il funerale del loro padre, vissuto come un flashback, in cui le loro nevrosi e la loro rabbia li trascinano e li abbattono.

Da quel funerale, il viaggio proseguirà per andare dalla madre, che ora ai loro occhi appare come una persona piuttosto sciatta, forse sciocca, certamente una di cui non c’è più bisogno di avere l’approvazione, tanto che quando la mattina dopo il loro arrivo scoprono che se ne è andata via, non hanno questa crisi emotiva, anzi riusciranno a compiere proprio il rituale dello sciamano che finora era loro impedito.

C’ho appunto visto un qualcosa di personale in questo film. L’idea che, a cercare sempre e comunque un senso delle cose, si possa perdere la capacità di trovarlo, perchè il senso è qualcosa che arriva, che si percepisce, più che qualcosa che si comprende. Qualcosa da cui ci si fa anche trascinare, più che qualcosa che si controlla.

Ho pensato ad un certo periodo della mia vita, in cui appunto ero stonato e cercavo un senso, senza trovarlo e spesso rimanendo invischiato in persone e situazioni da cui di buono c’era ben poco da trovare. Come nel film è l’acqua del fiume che porta i protagonisti a rinascere, così ho sentito che questa rinascita c’era stata in me, e quanto oggi trovo ridicoli, a volte, certi comportamenti che ho avuto in passato. Quanto modeste fossero state certe conoscenze, e quanto opprimenti certi contesti. Anche quanto, sul contrasto cognitivo/emotivo, io abbia ancora da lavorare, certamente, perchè nel film la fine del viaggio è l’inizio del viaggio.

Musiche strepitose.

Battuta del film “Se oggi scopiamo, domani mi sentirò una merda” - “Per me è ok”.

Voto: 8

Recensione: Il Divo

Il film sarebbe, piu che è, la storia, il ritratto o lo spunto della vita politica di Giulio Andreotti.

Ottimo nella regia, piena di trovate, la sceneggiatura mi lascia perplesso. Non è un film di denuncia civile come, mi viene in mente, Il Muro di Gomma, e non vuole nemmeno esserlo, ma così perde quella che sarebbe stata una bussola, e diventa un tentativo di ritratto del potere, del suo essere pervasivo e corrompente; un tentativo perchè manca qualcosa, non riesce a rappresentare Andreotti come il personaggio per certi versi scespiriano che è. Non è il Macbeth, e nemmeno il Giulio Cesare.

Con il rischio che lo spettatore meno avveduto non sappia distinguere tra le cose vere e le licenze poetiche (come l’intervista tra Scalfari ed Andreotti), e chiunque rimanga della propria idea, qualunque fosse. In questo senso il film è un film molto furbo, in questo senso direi un film andreottiano.

Voto: 6.

Se questi sono quelli buoni…

Se non l’avessi visto con i miei occhi, non ci avrei creduto.

Franco Grillini, il candidato sindaco a Roma per il PS, mi ha mandato un messaggio su me2, invitandomi a votarlo.

Quando stiamo a questi livelli, il mio pensiero è uno solo: viva il Papa Re.

“L’ultimo inquisitore”

Un film splendido.

La vita di Francisco Goya, tra la Spagna dell’Inquisizione, quella di Napoleone e il ritorno dello status quo, è il filo conduttore perchè Milos Forman racconti e condanni gli abbruttimenti di tutti i poteri. In un mondo in cui esseri umani si elevano al rango di giustizieri che condannano chi non la pensa come loro, di un potere che costantemente muore e rinasce sotto altre forme ma è sempre pronto a fare carne da macello della vita della povera gente, sono gli artisti come Goya e i pazzi come Ines, figlia illegittima di una donna caduta in disgrazia perchè follemente accusata di essere eretica e del suo inquisitore, gli unici normali, gli unici ad avere un senso della morale e della giustizia, gli unici in grado di amare.

All’inizio ho pensato che fosse un film anti-cattolico, perchè la durezza con cui viene resa l’Inquisizione non lascia margini, ma il film è sul potere e sulla sua nemesi, che è potere anch’essa, con un continuo trasformarsi e rigenerarsi sotto nuove forme ma rimanendo sempre lo stesso, sempre uno strumento di parte al servizio delle ambizioni degli uomini, a volte giudici e a volte giudicati, pieni di grandi ideali ma in realtà vuoti di convinzioni.

Recensione: “Saturno contro”

Chi è morto giace, e chi è vivo si dà pace.

Recensione: “Il mio pisello è più verde del tuo”

E’ un libro di Angelo Bona, psicoterapeuta, che parla di come ci sia un esasperato fallicismo che condiziona tutti i nostri rapporti sociali. Ci sono alcune frasi che ho letto e che mi sono molto piaciute:

  • Tutto si può acquistare: una fuoriserie, un palmare, una prestazione sessuale, ma un prodotto indispensabile manca negli empori del qualsiasi cosa. Un’essenza non è stata distribuita sugli espositori dei mille oggetti di consumo. L’unico bene non prezzato e che sconvolge la legge della domanda e dell’offerta è l’Amore. Esso non è penetrabile dalle pretese di chi si illude di comprare la Gioia.
  • Non ritengo pertanto possibile l’incontro fortunato dell’anima gemella fino a quando non abbiamo rimosso dal nostro Sé le erbe infestanti della colpa, del disamore verso noi stessi. L’anima gemella è in realtà una nostra proiezione, che si materializza quando ci siamo raggiunti.
  • “Straziami, ma di baci saziami” è un motto evergreen commisto a rivendicazioni, piagnistei e vittimismi. Credo che sia più facile raccontarsela, gettandosi in amori impossibili, piuttosto che mettersi realmente in gioco in un rapporto spiritualmente maturo.
Questo per alcune delle cose che mi sono piaciute. Ma l’impianto culturale e filosofico complessivo mi lascia più freddo. Bona è uno psicologo che ricorre all’ipnosi regressiva, ovvero porta il paziente indietro, tornando al momento del parto, e spesso tornando a delle vite passate. La cosiddetta psicologia karmica, esiste in un contesto filosofico e culturale diverso dal nostro, perchè la religione cristiana non ha questa idea della reincarnazione (è da dire che nei primi secoli del cristianesimo la reincarnazione era invece contemplata), tipica invece di altre culture specialmente orientali. Quindi sono un po’ perplesso sulle assunzioni che vengono fatte, non sono convinto che sia realmente possibile accedere a delle vite passate, posto che ci siano, e non piuttosto che queste vite passate che riemergono nell’ipnosi non siano invece delle visioni simboliche prodotte dall’inconscio. In questo senso mi sembra troppo semplice pensare che ci sia una specie di contrappasso tra le varie vite,  per cui chi oggi soffre di una difficoltà di trovare una donna capace di vivere dei sentimenti sia stato, in una vita passata, un marito ed un padre distaccato. Anche in alcuni altri punti mi sembra che più una raccolta di casi clinici l’autore si sia lasciato prendere la mano e si sia messo a parlare di cose poco pregnanti, l’interpretazione che la bomba atomica sia un gigantesco fallo che persegue la scissione dell’Uno tramite la scissione dell’atomo mi sembra poco più che un esercizio di stile non particolarmente riuscito.

Quindi leggibile, più come una curiosità verso un punto di vista non mio che per condivisione.

Magna monnezza

Sempre in tema di giochi con un significato civile, segnalo questo Magna Monnezza, una rivisitazione di Pac Man con Rosa Russo Jervolino come protagonista (in foto e audio), in cui il sindaco di Napoli deve mangiare la monnezza che copre la città, combattendo contro dei cassonetti che la inseguono. La realizzazione tecnica non è perfetta ma mi piace per il messaggio.

Combattenti per la fede

Quelli di Molle Industria hanno colpito ancora, ora con Faith Fighter, un gioco simil-Mortal Kombat in cui si impersona una divinità e si combatte contro le altre divinità. Alcune trovate sono particolarmente azzeccate, tipo il Flying Spaghetti Monster che si vede sullo sfondo e lo scontro finale con Xenu.

Baci, abbracci e coccole

Giovedì sono nuovamente uscito con questo tipo, lo straniero a Roma per lavoro. Dal suo albergo siamo andati in quella che è una delle migliori pizzerie/ristoranti di Roma, La Gatta Mangiona (viale Ozanam), dove si mangia sempre in modo ottimo, spesso eccezionale, l’unico limite del locale è che è sempre pieno, occorre prenotare con un certo anticipo, ed è piuttosto rumoroso. Ma se hai qualcuno con cui vuoi fare una bella figura vai a colpo sicuro (06 5346702).

Fin dall’inizio ho notato come fosse stanco, ed in effetti mi dice che la pressione sul lavoro sta crescendo. Mi piace molto come parla del suo lavoro, di quanto gli piace farlo e come è di quanto sia orgoglioso di quello che fa. Al ristorante la conversazione sarà centrata molto sulla cucina romana, dove per alcuni ingredienti non saprò trovare, ahimè, la corretta traduzione in inglese (ad esempio, prezzemolo è parsley) per altri ci vado quasi splendido (fiori di zucca: pumpkin’s flowers stuffed with mozzarella cheese and anchovies, passed in a very dense mixture of wheat and water and then fried, e sì lo so che farina è flour e non wheat, mannaggia; sulle olive ascolane ho avuto dubbi su come si faccia la cosiddetta panatura all’inglese, mi pare che l’ordine sia farina, uovo e poi pangrattato, ma il dubbio era tutto italico).

Le sensazioni che ho avuto da questa cena: lui piuttosto stanco, io che ogni tanto mi perdo nella conversazione, lui che sopratutto all’inizio mi pare come disappointed dal fatto che quando sono arrivato al suo albergo non sono andato io in camera, come lui si immaginava, ma ho aspettato che scendesse. E’ un po’ difficile abbracciarsi affettuosamente nella hall di un albergo.

Poi verso le undici torniano in albergo, lui mi dice che posso drop-parlo lì senza che lo accompagni dentro l’albergo, allora io lo saluto abbracciandolo e ok. Poi lo saluto nuovamente e cerco le sue labbra, c’è un piccolo braccio sulle labbra, chiuse, poi ci guardiamo un attimo e io lo vorrei abbracciare di nuovo, lui fa un po’ di resistenza e io gli dico “fatti abbracciare”, e vallo a tradurre in inglese in quel momento con la testa in subbuglio. Comunque il messaggio arriva. Poi lo saluto e vado via.

Mentre torno a casa, mi tornano in mente le parole della terapeuta che proprio quel pomeriggio, parlando di questa persona ma in generale del modo in cui io, disfunzionalmente, interagisco con gli uomini che mi piacciono, mi dice che non dovrei vivere un no come un rifiuto, ma solo come un no, e che magari questa persona non voleva avere un contatto più intimo con me in quel momento perchè era stanca (anche io ero stanco, peraltro), e quindi che devo lasciare che le cose seguano il loro corso e si prendano il tempo perchè maturino, se c’è di che maturare. Perchè, altrimenti, se penso che ogni conoscenza sia destinata a sfiorire rapidamente, i comportamenti che avrò di conseguenza a questo timore dell’abbandono saranno quelli, come essere insistente e voler subito andare a far tana, che porteranno certamente alla fine delle cose. L’ennesimo fuoco di paglia, bruciante di passione ma che finisce subito. Basta fuochi di paglia.

Con lui non sento questo, nel senso che come uomo mi piace molto, per cui non voglio correre. Pensavo, un paio di giorni fa, che per come mi sono comportato con lui, per i lati della mia personalità che ho mostrato, direi anche per il rispetto che ho mostrato verso di lui (e che vivo, non è certo una recita da bravo ragazzo), se ci potranno essere rose queste fioriranno, se nascerà una amicizia sarà una bella amicizia, se non succederà niente non avrò niente da rimproverare a me perchè non avrò seguito quei demoni interiori che invece voglio zittire e perchè se anche ora ne conoscesse altri cento io comunque sarei in pole position, non voglio essere severo con gli altri ma voglio essere anche onesto nel giudicarmi. Nel contempo, stante la mia insicurezza, quando si arriva a certe sfere del comportamento, ho sempre la necessità di far sì che il mio messaggio sia chiaro, sempre paura di non essere capito. Su questo ci sarà molto da lavorare in sede di psicoanalisi. Ma nel contempo, so che quando riesco ad essere libero da certe zavorre che mi sono costruito, sono un uomo felice e io voglio esserlo sempre.

Così, quando torno a casa, gli scrivo una mail in cui gli riporto le traduzioni in inglese di quei termini che m’erano mancati, e gli dico che la prossima volta che non me li ricordassi lui deve punirmi. Ma, gli dico, non punirmi non baciandomi e non stringendomi affettuosamente, perchè quella sarebbe una punizione eccessiva.

Il giorno dopo mi risponde (già il fatto che io non sia stato in angoscia a vedere se e come m’avrebbe risposto è una vittoria incredibile per me. Anzi ieri sera sono andato a dormire, esausto, senza accendere il computer per vedere se la mail era arrivata. E’ una cosa che un anno fa non so se sarebbe successa e due anni fa altro che accendere il pc, credo l’avrei lasciato acceso tutta la notte, così, giusto per sicurezza). La risposta mi dice che lui, come americano, non è abituato a queste manifestazioni di affetto tra persone, e quindi gli ci vorrà un po’ per abituarsi. Ma mi dice anche quanto sia contento che mi sia ricordato dei termini culinari di cui avevamo parlato.

Gli rispondo su due piani. Primo, come lui ha notato io sono molto preciso nelle cose che faccio, ma solo per le persone a cui tengo, come lui. Secondo, che non vorrei che lui cominciasse a baciare sulle labbra i suoi colleghi al lavoro, quindi gli spiego i differenti settings che ci sono. Quelli tra me e lui, sono quelli per cui lo trovo un uomo molto affascinante, che ho visto certo solo dei lampi della sua anima, ma che mi colpiscono. E che, oltre a questo, è un uomo molto bello. Ma non voglio correre con lui e poi magari rovinare tutto, per cui spero che potrò conoscerlo anche abbracciandolo e dandogli un bacio.

Boh, forse potevo essere meno diretto, spero che non si turbi e che domani, come c’eravamo detti, andiamo a fare shopping. Quando eravamo a cena, lui mi ha detto che doveva anche comprarsi l’underwear, e il tono un po’ imbarazzato con cui l’ha detto, il sorriso che ha fatto, bhè, non riesco a dire l’effetto che mi ha fatto, potrei dire che vedevo un sole splendere e rende un po’ l’idea.

Recensione: “Il letto ovale”

Complici i buoni uffici di E., ieri siamo andati a vedere questo spettacolo al Sistina. E’ la classica commedia degli equivoci, anche se il testo non sembra particolarmente brillante. Tra gli attori si segnalano i due protagonisti maschili (Maurizio Micheli e Pierluigi Misasi) che sanno fare il loro mestiere di attori e tengono su la scena anche da soli, Sandra Milo che ha un ruolo a lei adatto e lo recita con grande professionalità. Il resto della compagnia è evanescente, in particolare la protagonista femminile, Barbara D’Urso, è veramente modesta, voce male impostata, mancanza dei tempi tecnici, mancano le basi che in una commedia sono proprio essenziali, molte battute sono andate perse per il modo in cui le hanno dette. Trovo pure inopportuno che in uno spettacolo teatrale si facciano richiami alla televisione, forse porterà più pubblico lì per là ma a lungo andare toglie ossigeno.

Tra il pubblico, abbondanza di signore cotonate e simpatici giovanotti gay che meritavano.

 

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