Qualche giorno fa, a cena con M., era un po’ che non ci vedevamo. Mi ha raccontato le sue ultime vicende, compresa la morte di suo nonno, una persona che per lui è stata molto importante.
M. è una persona che, ad un certo punto della sua vita, ha detto basta ad una spirale in cui precipitava sempre più ed è semplicemente e meravigliosamente rinato. Per quelle coincidenze della vita che mai coincidenze sono, venne così a Roma a frequentare un corso tenuto da me, un corso assai lungo e anche impegnativo in cui mise tutto se stesso. Come si dice, è bello quando l’allievo supera il maestro, e oggi lui conosce cose dell’informatica che, quando me ne parla, io fatico a seguire.
A cena, mi ha parlato di questo lutto. Con tutta la forza che lui ha. Dicendomi come assistere alla morte di suo nonno sia stato per lui un privilegio, quello di vedere il corpo che cessa la sua funzione di sostegno fisica e si spegne. Di come nella grande ruota della vita poche ore prima fosse nato un suo nipote.
Io pensavo che, quando questo sarebbe successo, perchè non è stato un evento imprevisto, lui ne avrebbe sofferto. Ma è riuscito a trovare un senso anche alla morte.
Allora ho pensato a me. A quando è morta mia nonna, e a come lei sia morta aspettando però che io potessi andarle a parlare prima di chiudere gli occhi per sempre. Di come io entrai nella stanza di ospedale dove ero mancato nei giorni precedenti per una influenza che non era il caso di passarle, e vedendo quanto le sue condizioni si erano aggravate cominciai a piangere. Lei non poteva più parlare, però parlò, oltre i confini della fisicità e dell’impedimento fisico, la sua anima mi disse molte cose. Io smisi di piangere, poi lei chiuse gli occhi, anche solo tenerli aperti le costava fatica. Io me ne andai sapendo che ormai, compiuto il suo ultimo compito su questa terra, sarebbe stata questione di ore o di giorni. L’avrei rivista due giorni dopo, morta, e che sia successo ormai quasi dieci anni fa non toglie nulla al dolore del ricordo di questa donna buona ma non mite, per cui ero sempre il nipote prediletto, quello che più era intelligente, quello che poi più la capiva. Oggi e proprio adesso la piango.
Ho sempre vissuto questi suoi ultimi momenti come un senso di responsabilità, ma sentendo parlare M. ho invece capito come fossero stati un dono. Noi possiamo regalare la vita a qualcuno, ma possiamo donare la nostra morte ad una sola persona. Mia nonna mi ha donato la sua morte. E la forza di questo suo dono è intatta dieci anni dopo, e mi dice ancora adesso quanto sia importante la mia vita.
M. ha saputo dirmi questo, davanti ad un piatto di pasta, con la serenità e la forza che lui ha, mostrandomi la sua sensibilità e presentandola così per come lui è, superando tutti i confini di forma, tutti i retro-pensieri, tutte le insicurezze, tutte quelle cose che spesso ci bloccano e non ci fanno vedere e dire per come siamo.
Se gli fossi grato per i prossimi dieci anni gli sarei grato per troppo poco tempo. Penso che questi siano i rapporti di amicizia profondi, quelli che nascono per caso ma poi mai per caso e che cambiano le nostre vite, in profondità, arrivando dove nemmeno noi pensavamo si potesse arrivare, mostrandoci le cose che abbiamo dentro di noi come dei tesori e non come dei limiti, i fatti della nostra vita anche quelli più dolorosi come delle risorse.
Grazie per ciò che hai fatto.
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