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Io e l’indovino

Ieri ho conosciuto F. e ci siamo fatti una passeggiata ai Fori. La differenza d’età si sente, lui ha pagato il biglietto ridotto e io quello intero. Prima che io possa pagare nuovamente il biglietto ridotto devo arrivare a 65 anni di età, e dalla lettura della mano pare che io sia destinato a morire prima di lui. A parte che, essendo più grande, parrebbe grave il contraro, io sto ora scrivendo solo con la sinistra, la destra è impegnata in intensi riti apotropaici.

Sempre a proposito di riti, abbiamo pensato che potevamo scoprire chi avrebbe vinto alle elezioni con un sistema altamente scientifico, il “m’ama/non m’ama” applicato ai due maggiori contendenti. Nella splendida cornice dei Fori, ci è parsa una riedizione dell’aruspicina con la dovuta sensibilità animalista.

Lui si è assunto l’onere di fare l’indovino, e ha cominciato con la prima margherita. Solo che aveva troppi petali. Ne ha quindi presa un’altra, solo che mentre lui sfogliava i petali io parlavo di tutt’altro e ha perso il conto. Quindi c’è stata una terza margherita (preciso che nessuno dei due è rutelliano) e lì invece di PD/PdL ha cominciato a dire “Padova/Padova Libera”, solo che io sempre parlavo di tutt’altro e pure lì ci siamo persi. Prima che prendesse un’altra margherita, gli ho fatto presente che proprio in quell’area dove eravamo, millenni prima, l’indovino che si fosse sbagliato, e ripetutamente, avrebbe fatto una brutta fine. Così ci siamo concentrati (io mi sono azzittito, a volte mi succede) ma potremmo comunque esserci confusi, e mi assumo la mia quota di responsabilità. L’errore pertanto potrebbe essere pari ad uno su due.

Per la cronaca, l’ultimo petalo ha portato con sè questa previsione: Silvio.

Carbonato di calcio

“…per cui se la temperatura aumenta di più di qualche grado, l’effetto serra diventa irreversibile. Per esempio, se la temperatura aumenta, i ghiacciai si sciolgono e…”

“…e quindi gli organismi marini non riescono a costruire il carbonato di calcio partendo dall’anidride carbonica disciolta in mare”.

C. è un ragazzo di una non comune intelligenza. Ha esattamente 14 anni meno di me (quindi quattro anni fa aveva circa la metà dei miei anni), l’ho conosciuto in palestra e mi ha colpito fin da subito. Per come parla, si muove, per quello che dice, non sembra per niente il ragazzetto di liceo che si trova lì per caso e che ha gli interessi degli altri e le passioni degli altri, e con cui stante la differenza d’età ci sarebbe poco da dirsi. E’ invece già un uomo.

Mi colpisce la sua intelligenza, così viva ed affamata di confronto. Io non me lo ricordavo certo che la solubilità dell’anidride carbonica in acqua dipende dalla temperatura e che all’aumentare dell’acidità dell’acqua la reazione che porta a sintetizzare il carbonato è più difficile, ho dovuto sentirmelo ripetere da un documentario. Mentre lui c’è arrivato da solo, lasciandomi stupito una volta di più. Il dialogo c’è stato oggi in palestra, che è il luogo dove ci incontriamo.

Ci sono alcuni elementi per cui sento questa persona a me vicina. Vedendolo e sentendolo parlare, capisco perchè io, quando avevo la sua età, ero considerato così più intelligente degli altri. Capisco da cosa si vedesse. C. non è certamente me alla sua età. Ha un carattere esuberante, giocoso, molto allegro, è infinitamente più estroverso di me, ha una famiglia che sembra meno sfasciata della mia. Ma ci capiamo perchè io capisco cose di lui che non tutti capiscono. Capisco la sua frustrazione, la rabbia che ha verso un ambiente e un contesto, che sia la scuola o la città di provincia, che ormai gli vanno stretti. Allora, reagisce a questa cosa facendo l’anticonformista per partito preso, tanto può fare anche lo stronzo ma rimane il più bravo della scuola. Con me no, non fa lo stronzo, anzi riusciamo a parlare di tutto, anche del carbonato di calcio tra una serie e l’altra. Perchè in questi suoi aspetti vedo me a vent’anni. E penso a quanto ho cercato persone che fossero mie amiche e con cui potessi essere me stesso.

C’è una forte identificazione, sicuro. Per cui un po’ gli dico che a volte dovrebbe abbozzare, e lasciar cuocere anche la mediocrità dei professori con cui ha a che fare nel loro proprio brodo e che se gli altri vanno a scuola per studiare, lui deve andarci per lavorare un po’ sulla sua capacità di sopportazione, nella vita gli servirà. Quando gli dico queste cose, quando il messaggio arriva vedo come cambia l’espressione e come un sorriso appaia, mi viene da pensare che sia il sorriso di chi viene capito. Sta pensando di andare alla Normale, sarà sempre ingegneria ma non informatica, un po’ il mio cuore se ne spiace, un po’ so che sarà comunque un brillante studente, e che quel posto sarà una palestra per la sua mente, un luogo dove incanalare e disciplinare le sue energie psichiche ed intellettuali. Non devo nemmeno insistere in questo, lo capisce perfettamente e lo sta facendo, e i suoi genitori sono più contenti di lui alla sola idea.

Ricordo come andò, invece, tra me e la Normale. Quando venne chiesto di scegliere uno studente per classe da mandare ad una qualche presentazione della Scuola, io non venni scelto, perlopiù per la fredda vendetta di un qualche professore con cui, appunto, ero anticonformista. L’altro che doveva andarci alla fine nemmeno ci andò, e quando me lo disse io costernato gli feci presente che poteva dirmelo prima, magari ci andavo io. Poi, a quel punto, finita la scuola superiore, con una famiglia che si andava sfasciando e mia madre che alla sola idea che io andassi a studiare fuori dava di matto, letteralmente, io nemmeno ci pensai più.

Non rimpiango di non aver fatto la Normale, ho fatto un’altra strada e sono contento di averla fatta, perchè ha fatto di me l’uomo che sono, ma vedere questa nuova vita che si affaccia nel mondo degli adulti, pensare a quali scelte importanti farà e quali persone conoscerà, le affinità elettive che creerà e il fatto che un giorno parleremo anche di questo perchè il testimone di chi sta per iniziare l’università passerà ad un altro, è un momento che mi tocca il cuore.

Visita dal cardiologo

La sveglia all’alba di stamane (alba per i miei standard) era dovuta al fatto che dovevo fare una visita dal cardiologo. Dico “dovevo”, perchè è stato G. ad insistere molto che la facessi, dopo un episodio di tachicardia avvenuto poco prima di Natale ed abbastanza fastidioso. In particolare, la visita l’ho fatta dal padre di G., che è appunto cardiologo. La diagnosi è che non ho niente, si tratta di cose legate probabilmente a sollecitazioni del nervo vago, e la terapia migliore è quella per cui, dovesse capitare di nuovo, dovrei provare ad aumentare la pressione interna, ad esempio ponzando (nel caso fosse socialmente inaccettabile, potrei provare a riempire d’aria una bottiglia vuota).
Quello che mi ha tanto colpito di questa visita, è che per la prima volta sono potuto stare un po’ con il padre di G., e ne sono rimasto certamente emozionato. Ha intanto gli stessi occhi del figlio, quegli occhi così belli che io associo a G. e che sono quindi bellissimi e di più ancora, perchè sono la porta dell’anima. E in tante altre cose il padre mi ha ricordato il figlio: nella serietà estrema di come lavora, nella sua passione per la scienza, nel modo in cui è ordinato mentre lavora, di come sia una persona che sembra all’antica ma lo è nel senso più progressivo del termine, non vivendo la modernità come una nevrosi ma avendo invece gli strumenti per capirla. G. in questo mi ricorda un po’ don Fabrizio Salina del Gattopardo. Mi ha fatto un effetto molto strano, come se questa persona io la conoscessi da ben più tempo. Mi sono sentito, una volta di più, circondato dall’affetto di un mio amico.
Aggiunta: il carico emotivo di questa cosa è tanto che non avevo messo un titolo.

Amicizie e diti al culo

Oggi mi sono sentito con E., l’ultima volta era stata l’ultimo dell’anno. La cosa che è successa è che ha rotto con F., la sua ultima “fidanzata”, e la metto tra virgolette perchè era un rapporto con elementi molto sghembi. Era da ieri che pensavo a come stesse e a cosa stesse facendo, in questo senso il suo sms di stamane in cui mi annunciava la rottura non è stato un fulmine a ciel sereno. E’ uno degli esempi dei nostri sincronismi, lo conosco (ci conosciamo) bene e i nostri inconsci si capiscono molto prima dei pensieri coscienti.
Comunque, abbiamo parlato un po’ di questa situazione, nel senso che questa rottura nasce in un rapporto che si è portato fin dalla sua definizione degli elementi che non andavano, e che poi sono appunto esplosi. Perchè E. ha questo lato caratteriale, mentre io sono un ricucitista, cerco sempre la pezza, lui ad un certo punto sfancula tutto e tutti. Non mi preoccupa questa sua rottura, mi preoccupa che gli elementi che si è portato in questa relazione, e che sono gli stessi di quella precedente, di quella prima e di quella prima ancora, siano ormai disfunzionali ad un rapporto di coppia sano.
C’è una frase sua che ha detto e che voglio riportare qui, perchè so che un giorno mi servirà ricordarmela. Quando mi stava raccontando della rottura che s’è consumata stanotte (con lei presa da un eccesso di rabbia al limite della follia) lui ha detto che si è ricordato alcune cose che gli avevo detto su questa ragazza, e su perchè lui avesse cercato questa relazione, tutte cose che all’epoca non aveva voluto sentire più di tanto. Mi ha detto che quando gli parlavo ero come un dito al culo, ma avevo ragione, perchè sono un suo amico. In effetti gli amici spesso fanno questo effetto. Non sempre, non cerchiamo persone che ci stiano vicine essendo solo in contraddizione con noi, ma proprio perchè vicini sanno vedere e percepire le profondità di noi stessi capendo prima di noi i nostri dubbi e le nostre incertezze, le contraddizioni e le pulsioni negative, dicendoci così quello che non vorremmo altrimenti sentirci dire e che non diciamo a noi stessi. Senza giudicarci, e senza manifestare delle aspettative su di noi, perchè sono i nostri amici e non i nostri genitori.
Mi ricordo, un paio d’anni fa, ero ad una cena di lavoro e mi arrivò una sua chiamata, in cui mi diceva di aver rotto con la tipa dell’epoca (per gli stessi motivi, poi, per cui ha rotto oggi con quella di oggi). Io che sapevo dentro di me che questo sarebbe accaduto, gli dissi solo “meno male”, e quando riprese la conversazione a tavola, gli altri commensali dissero che no, un amico non doveva dire una cosa così, che se loro lo avessero fatto con i loro amici sarebbero stati tuoni e fulmini, anzi una persona disse che dopo una risposta simile una sua amica non le parlò per sei mesi.
Io non replicai, mi limitai solo a pensare alla solitudine di queste persone che usano il termine “amico” come sinonimo di “conoscente”. Sono quindi contento che, a volte, sono un dito al culo, proprio perchè a volte E. lo è stato con me, e ne avevo proprio bisogno.

Solitudini e vicinanze

Quest’anno in palestra c’è un nuovo istruttore. Ha un fisico più che eccezionale, una di quelle (assai poche) persone geneticamente dotate per cui il suo problema è quello di allenarsi poco, perchè se si allenasse come tutti gli altri diventerebbe enorme, ora è invece solo grande, anzi spettacolare. Mi ha fatto vedere le sue foto in spiaggia quest’anno, a bocca aperta.
Questo fatto delle foto è avvenuto nell’ambito di un suo avvicinamento, nel senso che a fronte di un corpo così esuberante, lui mi è apparso sempre più come una persona invece molto riservata, introversa, riflessiva, uno di quelli che se gli fai una battuta ci rimane male o comunque ci pensa e ripensa, non un guascone che scrolla le spalle.
Ieri è successa una cosa che mi ha molto colpito, ci sto ancora pensando. C’è stata una prima conversazione, più pubblica, su questioni di palestra, e io gli dicevo che se un paio di anni fa ho scelto di iniziare a farla è stato anche per scoprire una dimensione mia che non era esattamente nelle mie corde. Sono contentissimo di aver scelto di fare questo tipo di attività fisica, quando non vado in palestra quelle quattro volte a settimana mi intristisco, la mia salute ne ha guadagnato e anche il mio aspetto fisico, però gli dicevo che certo non posso pensare nè penso di gareggiare con chi è geneticamente dotato o con chi ha la metà dei miei anni e ha quindi un fisico che risponde in modo diverso alle sollecitazioni. Quello che conta, gli ho detto, è l’impegno, i risultati variano anche per fattori fuori dal nostro controllo.
Questa cosa deve averlo molto colpito, anche se penso che sia stato un percorso complessivo di avvicinamento, io spesso in palestra appaio un po’ pesce fuor d’acqua, quantomeno rispetto a quegli individui che parlano un odioso dialetto gutturale tipico di queste parti.
Così, quando me ne stavo per andare ed eravamo rimasti in due, ci siamo messi nuovamente a parlare. Il là, figurarsi, è stato dato da una mia battuta sul fatto che mi sono depilato per i noti problemi parassitari, e lui si è messo a parlare della sua vita, cercando, credo sia la parola giusta, sostegno e conforto.
Di quante donne ha conosciuto, del tipo di donna che cerca ma poi ne trova tutt’altro tipo, e mano a mano che continuava questa conversazione, protrattasi per oltre un’ora, lui ha portato a galla e fatto emergere fatti della sua personalità estremamente personali e delicati, come il suo rapporto molto conflittuale con i genitori, il suo avere un fisico molto più estroverso del suo carattere, il cercare nell’amicizia di persone più grandi di lui un certo tipo di maturità.
Io sono rimasto colpito lì e ancora di più lo sono adesso. Per essere chiaro innanzitutto a me, non penso per niente a lui in termini sessuali. Non so nemmeno se lui abbia una percezione del mio orientamento sessuale, io non gli ho mai detto che vado per donne, ho sempre detto che lui cerca delle donne, non sono stato disonesto, ma non mi sento di parlare della mia sessualità in quel luogo.
Però, quello che mi ha colpito, sono stati i suoi occhi. In certi momenti, appena usavo certe parole, li vedevo non voglio dire inumiditi, ma certo spie di un grande conflitto interiore. E spesso ho usato parole per fargli capire una vicinanza e una comprensione non rituali, che andassero sotto la superficie delle cose. Finora, questo tipo di contatto l’ho provato con gli amici più stretti, certamente con i compagni o gli amanti, non con un uomo con cui condivido il sudore della panca. Non pensavo, e questo mi ha un po’ stupito, che la mia sensibilità si fosse così acuita che una persona a me quasi sconosciuta decidesse così tanto di aprirsi, fidandosi di me.
La sua mi è sembrata non voglio dire una richiesta di aiuto, ma certo uno di quegli atti istintivi che facciamo e da cui spesso non c’è ritorno, non posso pensare di vederlo oggi e di considerarlo come l’avrei considerato ieri. Non so come mi comporterò, sicuramente con molta delicatezza perchè penso che lui si sia aperto con me proprio perchè non l’ho mai percepito come il colosso stupido ed insensibile. Credo pure che questa manifestazione di vicinanza ci sia stata perchè io sto sperimentando una serenità nuova, che anche gli altri vedono. E sono contento di non essere il gay che va in palestra per vedere gli altri maschi sotto la doccia, perchè altrimenti avrei probabilmente rinunciato a un tipo di contatto come questo.

Salutandosi

Tu sei stato il mio primo amico gay. Qualche anno fa. Ricordo quando siamo andati insieme alla spiaggia gay, quando siamo andati dietro le dune per vedere cosa succedeva ed eravamo tutti e due un po’ imbarazzati ma anche tentati dal panorama (ricordi quel moro con gli occhi azzurri che quasi ci supplicava). Ricordo andare sul TMax con te. I tuoi consigli su come gestire certi personaggi in cui mi ero imbattuto. Quando sono venuto a trovarti, tu che stai oltre l’altro capo di Roma, a vedere casa tua e il tuo hobby così particolare e interessante. I miei incoraggiamenti quando hai passato un brutto periodo, eri senza lavoro e senza fidanzato. Poi cosa è successo? Semplicisticamente, forse, potrei dire che ti sei fidanzato. Andiamo a Berlino insieme? No Berlino non mi piace. Dove sei stato in vacanza? A Berlino con il mio ragazzo. Certo, con il tuo ragazzo tutto può essere bellissimo e non era gelosia la mia - un senso di spaesamento sì - ma poi avresti dovuto dimostrarmi un po’ di interesse. Invece sei quasi sparito. Sapevo quanto per te fosse importante questa relazione, come tu la considerassi un punto di arrivo importante. Proprio per questo, mi sarebbe piaciuto vedere il tuo ragazzo almeno una volta.

Apparisti qualche mese dopo, era Ottobre del 2005, promettendo una cena in cui me lo avresti presentato. Mi ricordo che avevo già pensato a dove potevamo andare. Ho pensato che poteva essere una cena quasi riparatrice, certamente un modo per dirmi che volevi che continuassi a far parte della tua vita. Niente cena. In due anni, una mail di auguri, mandata a me e ad altre cento persone. Un casuale e veloce incontro su un sito, a Gennaio del 2006.

Allora oggi ti ho mandato un messaggio per cellulare. Salutandoti. Perchè non ha senso tenere il tuo nome in rubrica, preferisco ricordare di te tutte le cose belle che ci sono state, cristallizzare il ricordo bello che è stato e non le piccole stille di amarezza ogni volta che leggo il tuo nome e ogni tanto mi chiedo: cosa starà facendo? E’ ancora fidanzato? S’e’ dichiarato in casa? Vivono insieme? Dove lavora? La causa di lavoro come è andata a finire? In questi due anni, qualche volta avrei avuto bisogno anche di te, certo ho avuto altri e non sto facendo il piagnone, ma anche tu potevi esserci. Ma per me eri e sei rimasto a Berlino, dimentico di me. Succede, in particolare nel mondo gay, il fidanzato a quel punto ha altre priorità e gli amici sono amici amici, ma amici al cazzo.

Così mi hai richiamato oggi, per dirmi di no e che non doveva finire così. Per me sì, deve finire così. La telefonata si è poi interrotta, sarà finito il credito, ma mi pare una conclusione in tono.

Finirebbe così, le amicizie non sono intime disposizioni dello spirito ma condivisione di esperienze e di spazi comuni. Non sono nomi in rubrica pronti per essere chiamati un giorno che ci fosse un cataclisma, ma sono il chiamare per chiedere come va. Non puoi dirmi che sono una persona splendida, e in tutto questo tempo esserti scordato una telefonata per chiedermi come stavo. Due anni sono tanti. Le persone cambiano. Se non si cambia insieme, ci si separa. Vale in ogni rapporto umano, con intensità e profondità diverse. Ma certo non esiste un rapporto umano in cui ci si ignora per dimostrare quanto si è amici.

Ora, mi hai mandato un altro messaggio. Dici che Paolo di Frascati per te è sempre stato importante. Io non sono di Frascati. Ecco quanto ti ricordi di me.

Sognando di vincere con il Toro

Ieri E. festeggiava il suo compleanno, l’ho incontrato prima per caso a Roma, poi ci siamo visti la sera con pochi altri per l’occasione. Nel primo incontro era con la sua ragazza, e durante la conversazione lui ha detto che lei aveva una idea di me che voleva comunicarmi. Lei invece si è tirata indietro, e la situazione si è resa molto imbarazzante, nel senso che c’era questa cosa in sospeso nell’aria. Allora, lui ha preso coraggio e, facendo notare a lei che non dovrebbe aver paura di esprimere le sue idee, ha detto che per lei, bontà sua, io sarei un ottimo compagno per una donna.

La mia faccia credo abbia detto tutto.

Poi, la sera, quando ho potuto parlare a quattr’occhi con E., gli ho detto che quella frase mi è parsa tutto tranne che un pensiero carino, e lì è cominciata la difesa d’ufficio, per cui no, anzi è un pensiero carino, è un modo gentile di dirmi che certo io fatico molto a trovare un partner maschile, ma se cercassi una donna le mie qualità personali non me la farebbero mancare, cosa che per una donna dovrebbe essere il massimo del complimento.

Io credo che sia difficile essere più etero-centrici di così. Mi fa lo stesso effetto che farebbe ad un tifoso del Toro se uno gli dicesse “certo, se tu tifassi Juventus ne avresti di soddisfazioni…sei una persona così positiva, perchè non cambi squadra?”.

Ecco, io non voglio proprio cambiare squadra, e trovo offensivo che qualcuno voglia ridurre la mia sessualità alla sua, sopratutto quando considera questo pensiero come un pensiero nobile e carino, mentre invece il sottotesto è di chi aveva dei pregiudizi sui gay, perchè viene da un ambiente molto chiuso, ora che se ne è allontanata ha scoperto un mondo di normalità, e invece di dire questo, cerca di ricondursi ad una categoria che può essere la sua non la mia.

I giudizi migliori e più accettabili sono quelli di chi, esprimendoli, dice anche qualcosa su di sè e sul suo cammino interiore, non quelli di chi cerca di ricondurti al suo mondo.

Per me l’idea di felicità è svegliarmi la mattina con accanto l’uomo che amo, ed è questo lo scudetto che voglio vincere. Sarebbe bello che gli eterosessuali, anche quelli più comprensivi, non discriminatori e sostenitori dei nostri diritti civili, capissero questo nel senso di accettarlo senza volerlo ricondurre alla loro idea di felicità.

Perchè, quella frase così infelice sarebbe stata tutta diversa se fosse stato detto “Tu Paolo, con tutte le tue positività, saresti un ottimo compagno per una persona“.

Lacrime

Certe volte puoi piangere anche perchè scrivi ad un amico quanto bene gli vuoi e quanto significhi nella tua vita.

Come fanno gli amici

L. fu uno dei primi gay che conobbi, nell’estate - caldissima - di quattro anni fa. Ci incrociammo in un sito di annunci, uno di quei siti per chi è alle prime armi e non sa come muoversi, ci vedemmo dalle sue parti, nella zona est di Roma.

Ricordo l’effetto che mi fece vederlo, bello bellissimo, con questi capelli con la cresta, l’aria sveglia…per me, che fino a quel momento avevo collezionato più bisex curiosi e non dichiarati che altro, fu una rilevazione: i gay erano belli, giovani, simpatici.

Andammo a consumare questo nostro incontro in un parco nella zona, tanto mi piacque quell’incontro che per un po’ fui pure io un tipo da parco, cercavo sempre di trovare nuovamente un bel ragazzo come lui. Cercavo di reagire a quello che avevo vissuto come un trauma, il fatto di aver conosciuto L., esserci visto un paio di volte o forse tre, e poi fine dei giochi, perchè un giorno, mentre parlavamo mi disse che pochi giorni prima aveva conosciuto un ragazzo e quindi…

Io ero proprio ai miei primi passi, ed ero come quello che ha appena imparato a respirare e scopre che c’è chi corre alle Olimpiadi: addirittura esistevano locali gay - cosa che sospettavo, ma non avevano mai avuto niente a che fare con me - addirittura c’erano dei gay che insieme ad altri amici gay andavano in questi locali gay e conoscevano altri gay di cui si innamoravano. Io che respiravo e mi sembrava già tanto, loro correvano per il primo premio.

Così, qualche altra volta ci siamo sentiti al telefono, poi alla fine manco rispose più alle mie telefonate, e come detto anche se andavo al parco sperando di incontrarlo non lo incontrai più.

Poi, un paio di mesi fa, l’ho rivisto online, ci siamo salutati di nuovo, gli ho detto se ci volevamo vedere, un paio di volte è stato. Certo, in me c’era un forte desiderio sessuale che era sopratutto figlio di una volontà di rivincita: guarda come sono diventato un bravo gay, non sono più il ragazzo impacciato e goffo che hai conosciuto.

Poi, me lo ricordavo come un uomo con cui l’intesa sessuale a letto era strepitosa, con tutto che erano passati degli anni, e il ricordo è stato confermato. Poteva finire così, con una rimpatriata. Ma una parte di me è stata quella che mi ha fatto dire, parlando con il mio amico E., “Voglio che L. faccia parte della mia vita, non so in che termini ma è una persona che non voglio perdere”.

Perchè L. ha molte cose in comune con me, prima e più importante il rapporto che ha con sua madre che come la mia non ha una salute di ferro, una di quelle cose che, di fronte ad un padre assente, ti forgiano il carattere in un certo modo.

Così questo gli dissi, al nostro secondo incontro, vorrei che io e te non ci perdessimo più di vista, e per quanto ti trovo bono, posso anche non fare più sesso con te, se far sesso significa vederci qualche altra volta e poi, esaurito il gusto per la rimpatriata, lasciarsi perdere di vista. Lui mi ha detto che era d’accordo, ma che se ci fosse stato sesso non sarebbe stato un problema, potevamo gestirlo.

Ieri L. è venuto qui dalle mie parti, siamo andati a cena, abbiamo parlato molto. Siamo andati, forse dovrei dire l’ho portato, per fratte, in un posto dove gli innamorati e le coppie consumano. Ed è successa una cosa molto bella, non abbiamo consumato. Perchè in quella macchina al buio, due giovani maschi che si considerano attraenti l’un altro, hanno detto addio a quel tipo di incontro e conoscenza, e si sono detti che hanno dei caratteri molto simili, per cui non potranno avere una relazione, mentre probabilmente potranno essere amici. E’ stato un addio forse un po’ goffo e non del tutto casto, nessuno di noi due sapeva dove stessimo andando, ma è stato un addio puro, senza malizia e non un ennesimo gioco della seduzione.

Gli ho detto, perchè di questo parlavamo, cosa mi piace di lui, il suo sorriso così bello, i suoi occhi che si illuminano quando parla della madre, il suo dedicarsi agli altri. Penso che l’uomo che si innamorerà di lui, sarà un uomo molto fortunato.

L. in questa occasione ha poi abbandonato l’idea di me che aveva dagli anni passati, ha scoperto un nuovo me che ha una visione molto diversa delle cose e dei rapporti umani, ha scoperto un uomo diverso che gli piace per il mondo interiore che ha e che comunica.

Ci siamo abbracciati, nel buio, ci siamo baciati sulla guancia, mi ha fatto il solletico, e non abbiamo fatto l’amore perchè, come ha detto lui, in questa sera non ci stava bene. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.

Mi ha accompagnato a casa, io sono risceso per darli “Eguali Amori” di David Leavitt, un libro così bello che ho quasi messo come titolo del mio blog, un po’ storpiato sì per pudore.

Gli ho detto come tornare nella Capitale, e che comunque lasciavo il cellulare acceso si fosse perso, e dopo pochi minuti mi ha mandato un messaggio, non ci eravamo capiti sulle indicazioni ed era finito sulla strada sbagliata. Così l’ho richiamato, e siamo stati a parlare finchè non ha raggiunto il raccordo, allora l’ho salutato.

Lui dice che io mi sono sbagliato nell’inconscio a dargli le indicazioni perchè volevo spedirlo nel posto in cui era finito per sbaglio, io penso che il suo inconscio l’abbia fatto sbagliare per vedere se era vero che, tornato a casa, ero lì pronto a rispondere alla sua chiamata.

Come fanno gli amici.