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“Le dieci cose che non saranno più le stesse”

Ho letto questo libro di Federico Rampini incuriosito dal vedere come si potesse cimentare con un tema un poco diverso dal suo solito: qui la sua attenzione non è su India e Cina ma su cosa abbia causato la crisi economica e cosa sarà necessariamente destinato a cambiare.

Il dibattito sulla crisi è un dibattito interessato: in Occidente c’è la volontà da parte di grandi settori economici (la finanza innanzitutto) di far passare la tesi che questa crisi sia stata dovuta ad un eccesso nel mercato del credito, ad una finanziarizzazione dell’economia reale che, tanto funzionando da eccezionale leva amplificatrice ed espansiva in fase di crescita, si è trasformata in un circolo vizioso appena il meccanismo ha mostrato segni di inceppamento. Questo meccanismo interessato è tanto più forte in Italia, dove la volontà politica dell’attuale maggioranza è quella di fare finta di niente, tanto la crisi passerà, anzi sta già passando, e ci penseranno gli altri a tirarci fuori, visto che è una crisi importata e non una crisi endogena.

Non è solo la miopia di Berlusconi e i suoi giannizzeri a fargli dire questo: è che la base elettorale di questo governo è rappresentata proprio da chi in certi eccessi ha vissuto ed ha prosperato. Così il dibattito su cosa sta succedendo è a dir poco banale, in genere sconfortante.

Questo libro di Rampini ha l’indubbio merito di andare un po’ sotto la superficie delle cose, una superficie appunto interessata, individuando alcuni temi di fondo (e nemmeno tutti) che stanno dietro la crisi.

Certo, le storture del mercato del credito americano sono state una concausa di questa crisi, ma non la componente principale, tantomeno quella più difficile da risolvere: solo quella più visibile, perchè la casa è un bene di immediata visibilità.

Ma la crisi nasce dal totale squilibrio speculativo nei prezzi delle materie prime, nell’insensato stile di vita americano – molto superiore ai propri mezzi -, nelle difficili condizioni economiche e sociali della Cina (aivoglia a dire che è una grande opportunità, solita cantilena sentita anche oggi nei telegiornali di regime); ma anche nella flessibilità del mercato del lavoro (visto che una rigidità consente di diluire nel tempo gli effetti della crisi, invece di innescare dei licenziamenti a valanga che diventano poi ulteriore benzina sul fuoco), nella mancanza di controlli nel settore della finanza (e nel retribuire i cosiddetti maghi della finanza aldilà delle proprie capacità e dei propri meriti), nel totale disinteresse verso l’ambiente e il suo sfruttamento, in una visione euro-americano centrica che ha mostrato tutta la sua stolta miopia.

Rampini si è posto una linea da non valicare, ovvero non discute della bontà antropologica del capitalismo. Ma cita comunque Marx, sbertuccia molte istituzioni finanziarie che dovevano essere l’eccellenza ed invece erano perlopiù consorterie con codici di comportamento in cui dominava l’omertà, nè si fa problemi a dire che ci sono aspetti del capitalismo e dei capitalisti più adatti ad uno studio psichiatrico che ad una sana gestione economica.

Questo libro mi pare positivo proprio per questo, è almeno un’apertura di dibattito. Non può certo affrontare tutto e ho avuto anche l’impressione che la seconda parte del libro sia stata scritta più in fretta, però rimane un libro che consiglio senza riserve, è l’analisi più sensata che ho letto finora.

(Tre dati economici sono usciti in questi giorni, bellamente ignorati dalla stampa italiana: 1) la disoccupazione in USA ha raggiunto il suo massimo da 25 anni a questa parte; 2)  in zona Euro si è registrata una deflazione; 3) il prezzo del petrolio continua a rimanere relativamente basso. I primi due fatti portano al terzo, dovuto ad una domanda debole, perchè la crisi sta ancora tutta qui, anzi è appena cominciata. Rispetto a quello che ci vorrà per uscirne, gli stati nazionali ancora non hanno messo mano al portafogli, e i tempi d’uscita si misureranno in anni. Questo ignorando che se l’influenza suina cresce ai ritmi previsti, ci sarà un crollo del sistema produttivo in Occidente che sarebbe proprio il colpo di grazia, la tempesta perfetta come non si vedeva da secoli.)

Nota: il libro di Rampini si compra solo in edicola, formalmente come supplemento a Repubblica o L’espresso, a 9 euro e 90.

Inizia il collasso

C’è un articolo del New York Times racconta la vicenda di uno dei suoi giornalisti economici che si è fatto finanziare oltre mezzo milione di dollari per comprarsi una nuova casa, e ha scoperto che non poteva permettersela, passando anni di disperazione dietro i conti che diventavano sempre più rossi, fino a finire nel pieno della crisi economica e finanziaria, declassato a debitore insolvente e con la casa che potrebbe finire all’asta.

Un paio di giorni fa ho intravisto un articolo di Repubblica, che racconta della nuova evoluzione del credito al consumo. in Italia Prima c’erano poche rate per grandi acquisti (l’auto, ristrutturazioni di casa…) poi si è passati alle rate minuscole (anche 5 euro al mese per comprare un gingillo tecnologico). Subito dopo, qualcuno ha proposto un unico grande finanziamento con cui pagare ed estinguere tutte le rate e magari prendere qualcosa in più che fa sempre comodo. Del resto le finanziarie riciclano i soldi sporchi creando una platea di debitori che devono rimanere indebitati per sempre, così pagheranno solo gli interessi e mai il capitale.

L’evoluzione di cui parlava questo articolo consiste nel fatto che molte persone, piuttosto che prendere un prestito come credito al consumo (che significa dal 10% al 20% di interesse annuale) prendono una ipoteca sulla casa di proprietà, contando così su tassi più bassi (intorno al 5-7%).

Io posso anche capire che possano esistere delle molto assai specifiche situazioni in cui questo meccanismo ha senso, anche se in genere i prestiti su casa si prendono per finanziare delle nuove attività, e non certo per pagare il nuovo cellulare. Ma che questo sia un andazzo diffuso è una cosa preoccupante, perchè vuol dire che ci sono persone che sono ormai così schiave della trappola del debito che non sanno più cosa fare e come uscirne, e invece di mangiare pane e cipolla e andare in un monolocale ed affittarsi la casa di proprietà, trovano più agevole prenderci una ipoteca sopra per estinguere i debiti che hanno contratto per cose voluttuarie e beni non durevoli.

Questo paese si è finora tenuto insieme perchè molti hanno le case di proprietà; quando ho letto il titolo dell’articolo ho pensato che un giorno mi sarei ricordato di quando ho letto che il sistema economico italiano aveva imboccato la via del collasso sistematico.

Tra le righe

E tutti sanno che esistono solo quattro modi per tagliare drasticamente un debito: l’insolvenza, la bancarotta, l’inflazione e la cancellazione del debito mediante un Giubileo di biblicamemoria come ironicamente ricorda Niall Ferguson sul Financial Times o attraverso la conversione dei debiti in azioni, come suggeriva Guido Carli all’Italia degli anni Settanta.

Massimo Mucchetti sul Corriere di oggi, nel contesto dell’immenso debito americano.

Previsione per l’anno nuovo

Anno che arriva, previsioni per il nuovo anno. Questa volta ci prova pure il Financial Times, che in questo articolo riportato dal Corriere scrive un ipotetico riassunto del 2009, tutto centrato sulla situazione economica.

Quasi corretto, se non fosse per l’errore culturale, antropologico direi, che sottende l’intero articolo: quello di continuare a pensare che il capitalismo sia il punto di arrivo dell’evoluzione umana, e non un punto di passaggio: nessun sistema economico è mai durato per sempre, non c’è motivo per cui il capitalismo si ripeta e si perpetui, quando è un sistema che non ha la felicità dell’uomo al suo centro, ed è anzi profondamente anti-umano. E se uno ha dei dubbi sulla anti-umanità del capitalismo, può vedere la distribuzione della ricchezza nel mondo, dove qualche miliardo di persone continua a morire di fame o anche nei cosiddetti paesi ricchi, dove una minoranza ha tutto e c’è poi una enorme classe media che tira a campare, giusto terrorizzata di fare la fine di quelli che invece non hanno proprio niente.

Ma questo è un discorso più di lungo termine (a cui in genere i cosiddetti fautori del capitalismo oppongono la sciocca domanda di chiedere quale sia l’alternativa al capitalismo, come se il futuro fosse prevedibile), il discorso più a breve termine che manca in quell’articolo è semplicemente questo: Obama non avrà altra speranza, per risollevare l’economia americana, che consolidare il debito pubblico americano.

Questo vorrà dire che i titoli di stato americani in mano agli investitori esteri e alle banche saranno carta straccia, mentre quelli in mano alle famiglie americane saranno rimborsati, anche se probabilmente solo il capitale e non gli interessi. Questa manovra libererà una enorme quantità di risorse, che potranno essere utilmente impiegate nella trasformazione del sistema economico e sociale, non che Obama abbia una idea di cosa venga dopo il capitalismo, ma una redistribuzione della ricchezza è comunque necessaria.

Questa operazione, anzi il solo citarla, farà urlare i teorici del capitalismo, che dimenticano o non sanno che anche nella storia d’Italia il debito è stato già più volte consolidato, e ogni volta questo ha dato il via ad una grande crescita dell’economia. O che per ogni euro che entra nel debito pubblico, lo Stato poi ne ripaga dieci.

E’ vero che consolidare il debito pubblico porterà al fallimento delle grandi banche e dei conglomerati finanziari che detengono questi titoli, ma questi sono già andati falliti; come è vero che le forze che più vogliono conservare l’attuale sistema capitalistico sperano che questo non avvenga, anche se ormai la situazione del sistema è aldilà del loro controllo. Nè credo nessuno si spiaccia a pensare che gli oltre mille miliardi di titoli del Tesoro americano in mano alla Cina spariscano dalla sera alla mattina.

In effetti, io pensavo proprio l’anno scorso che, se le elezioni politiche italiane fossero finite in parità, allora ci sarebbe stato un governo cosiddetto tecnico che avrebbe proprio fatto questo atto per far uscire l’Italia dalla crisi., viste le dimensioni del nostro debito e il fatto che sia ormai non più pagabile, nonostante le storie che vengono raccontate.  Solo che le elezioni hanno avuto un vincitore netto il quale non è che non ci stia pensando (per Berlusconi sarebbe una cosa ottimissima, potrebbe riplasmare il sistema economico alle sue migliori convenienze, con tutti i banchieri che bussano a Palazzo Chigi per chiedere l’obolo di Stato) ma credo stia aspettando che questa cosa venga fatta da tutti i governi interessati.

Il problema, per cominciare, è l’Euribor

Trovo fin troppo emotiva la copertura che il gran circo dell’informazione sta dando della situazione economica. Lo spazio dedicato alla caduta delle Borse sta nascondendo alcuni fatti più sostanziali e di più lungo periodo, e continuare a pensare che si debba limitare l’effetto piuttosto che intervenire sulle cause è il miglior sistema del conglomerato finanziario-affaristico per provare a campare un altro po’, il tempo di inventarsi qualcosa per trasferire il rischio sulle palle (non manca una s) dei risparmiatori.

Primo punto. E’ molto più significativo quello che succede al tasso Euribor che non quello che succede nelle Borse, visto che in Europa e particolarmente in Italia i debiti che si hanno sono per l’acquisto di case e vengono pagati dallo stipendio, piuttosto che dalla previsione di future entrate dovute a dividendi o a crescite del mercato immobiliare. Questo è il grafico di come il tasso Euribor è variato nell’ultimo anno:


Ci sono più tassi derivanti dalla durata del prestito intra-banche, e ci sono delle fluttuazioni di vario tipo, ma è evidente come il tasso annuale stia costantemente aumentando. Poichè i mutui a tasso variabile sono il tasso Euribor più il margine di inefficienza della banca, è evidente che le rate dei mutui italiani stanno aumentando. Il taglio del costo del denaro si è ripercosso solo per metà sull’Euribor, cioè le banche europee stanno talmente tanto con l’acqua alla gola che preferiscono prendersi un margine maggiore piuttosto che prestare soldi. Ora, il punto non è quanto sia alto o basso in assoluto l’Euribor, ma quanto chi ha un mutuo possa onorarne le rate. Perchè gli stipendi italiani sono invece inchiodati, e nella oscena proposta governativa per il rinnovo dei contratti si parla di un punto e mezzo in più, quando l’inflazione è tre volte tanto.

Quello che Giulietto Tremonti e i suoi scagnozzi non sanno o fanno finta di non sapere temendo le drammatiche conseguenze, è che mentre in America la crisi dei mutui è dovuta ad aver prestato soldi a chi, al momento del prestito, si sapeva già che non avrebbe potuto pagare le rate, in Italia i soldi sono stati prestati a chi poteva sì pagare, ma una certa rata e non alcune centinaia di euro in più al mese, come sta accadendo e come accadrà in seguito.

In altri termini, se non si aumentano subito di almeno il 5%, meglio il 10%, gli stipendi e i salari più bassi, anche in Italia ci sarà una crisi nel mercato dei mutui, e a quel punto i problemi della Borsa di Milano saranno ben poca cosa.

La proposta di rinegoziazione che le banche hanno presentato è una truffa, perchè la differenza tra la vecchia rata e la nuova viene trasferita su un nuovo mutuo, su cui a sua volta si pagano gli interessi. Ma la vecchia e la nuova rata contengono già una quota interessi, quindi si vanno a pagare gli interessi sugli interessi, e l’anatocisto sarebbe stato dichiarato illegale dalla Cassazione.

Tutto questo detto, o lo Stato fa quello che stanno facendo in America, ovvero acquisisce i mutui delle banche e li rinegozia con i singoli, oppure aiuta i singoli a pagare le rate. E questo non si realizza abbassando le tasse, perchè il 10% di reddito in più significa il 40% di tasse in meno, occorre proprio mettere dei soldi in giro (ora non sarà 10, non sarà 40 e non sarà anatocisto, ma se un coglione può prendere trenta milioni di dollari per far fallire un gruppo assicurativo, io posso approssimare).

Secondo punto. Questa crisi non è risolubile con un intervento di regolamentazione dei mercati, perchè questi mercati non sono regolabili. Tutti questi strumenti di finanza derivata esistono per un semplice motivo: le risorse naturali sono limitate. Possiamo estrarre e vendere tutto il carbone che vogliamo, ma di quello ce ne è una quantità limitata. Per dare altri stipendi ad altra gente, ci siamo inventati le vendite non sul carbone, ma sul suo prezzo, quindi le vendite sulle vendite sul prezzo, e così gioiosamente come il trenino che si fa alle feste di compleanno, dove nessuno sa dove si va ma non è un problema, l’importante è starci in mezzo altrimenti si passa per asociali. Per cui, quando si comincerà a dire che certi meccanismi non possono essere più consentiti, si cambierà faccia al sistema economico, perchè certi pezzi che oggi ne fanno parte domani non avranno più la possibilità d’essere.

Terzo punto. Oltre che per questo, il capitalismo ha ampiamente fallito nella sua capacità di generare una ricchezza diffusa. Citava dei dati oggi Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera:

Negli ultimi 11 anni, le società del S&P 500 Index hanno distribuito agli azionisti, sotto forma di dividendi e acquisti di azioni proprie, ben 4200 miliardi di dollari. Ben 22 delle prime 50 principali società hanno distribuito più dell’utile e altre 8 tra il 90 e il 99% delmedesimo (William Lazonick, The Quest of Shareholder Value, settembre 2008). Un autentico saccheggio delle imprese che, in molti casi, avevano goduto di varie forme di sussidio statale.

[...]

Nell’illuminata Ibm i guadagni da stock options dei 5 primi dirigenti sono stati pari a 689 volte quello del dipendente medio. Più in generale il rapporto tra la paga media degli amministratori delegati delle maggiori imprese americane e quella dei dipendenti è volato dalle 42 volte del 1980 alle 107 volte del 1990 fino al record di 525 volte del 2000 per scendere a 364 volte nel 2006

(quello che Mucchetti non ha detto è che queste oscenità valgono anche per le imprese italiane, un caso su tutti: Telecom Italia).

Il punto vero, tutto politico, è se questi meccanismi devono essere sanati, per avere una fase di distruzione creativa, oppure ci si accontenta di palliativi, come quelli messi in campo finora. Ho molto forte la sensazione che il tono e il focus di questi giorni siano proprio quelli che gli gnomi della finanza vogliono per continuare a fare quasi tutto come prima. Era sconvolgente sentire su CNBC questi analisti finanziari americani che, fino ad una settimana fa, parlavano di tutto come di una fase normale, discutevano di quando il DJ avrebbe ripreso a crescere e si opponevano a qualsiasi ipotesi di riforma. Questi incapaci, quando non collusi, hanno ancora troppa voce perchè si possa veramente sbattere loro in faccia il fallimento di questa economia derivata.

Ci vuole, semplicemente, la Tobin Tax. Che, in omaggio, produrrebbe dei soldi utili per sradicare le malattie e la fame dal mondo, per sempre.

(E niente cazzate come quelle di Zambardino su Repubblica, per cui questa crisi metterà a rischio le start-up tecnologiche. Anche un giornalista di Repubblica dovrebbe sapere che le start-up ricorrono al capitale di rischio, non certo alle IPO. E comunque potremmo tutti sopravvivere senza Facebook).

Non è il caso di vendere la pelle di McCain prima del tempo

Molti pensosi blogger di sinistra hanno cominciato ad appoggiare Obama, unendosi alla torma dei giornalisti che, bontà loro, sanno leggere un sondaggio che dice che il candidato democratico è avanti di dieci punti. Si tratta delle stesse persone che durante le primarie non accreditavano Obama di una possibilità, perchè era contro la corrazzata Clinton e perchè pensavano che l’elettorato americano non avrebbe mai votato un nero. Sempre le stesse persone pensavano che Obama mai avrebbe potuto avere una possibilità contro McCain, che tanto si presta al ruolo del padre saggio che, come spiega Vance Packard ne I Persuasori Occulti, è il ruolo essenziale (da un punto di vista psicologico) del presidente USA.

Io ho pensato tutto il bene possibile di Obama da quando vinse le prime primarie, in un freddo mese di questo inverno, e quindi posso permettermi di non salire sul carro del vincitore e anzi avere il giusto fastidio per questa blogosfera che è fatta di persone che si limitano a leggere i sondaggi: il berlusconismo s’è impadronito di questo Paese in ogni suo nerbo. Anzi, sarei a favore di una legge che imponesse che gli archivi dei blog fossero consultabili per ogni blog, giusto per sbattere in faccia a certi pensosi commentatori tutta la loro pochezza (nè mi interessa dire chi siano: di certo non sono nel mio blogroll, con la puzza sotto il naso basto io :D ).

Questo per dire che questi fessacchiotti dovrebbero evitare di vendere la pelle di McCain prima del tempo, e questo per due motivi che non si leggono dai sondaggi.

Primo: McCain ha finora assai male usato la sua risorsa migliore, cioè la sua onestà. Non che Obama sia un poco di buono, ma McCain è stato un senatore sempre poco amante delle lobby, autore di un disegno di legge per limitare i perversi effetti dei finanziamenti elettorali privati sulle campagne politiche, una proposta che venne poi annacquata dal Congresso. Io mi ricordo quando ne parlò da David Letterman, oggi vedo che i suddetti pensosi commentatori parlano delle gag di Letterman contro McCain, appunto la memoria storica e il berlusconismo eccetera.

Secondo punto, i mercati finanziari non stanno scendendo, stanno crollando in caduta libera. Se non perdono il trenta per cento in un giorno è solo per le operazioni intra-day (cioè, c’è chi guadagna comprando e vendendo nello stesso giorno, quindi un po’ alimenta il mercato) ma la situazione non è positiva. Ne parlerò poi in un altro post, politicamente il punto è che tra venti giorni gli americani andranno a votare, durante un giorno feriale in cui Wall Street potrà consentirsi le bizze che vorrà, pilotate o meno (potrebbero essere pilotate, se fossi una corporation cercherei di far vincere McCain). Se c’è il panico, la risposta degli elettori può essere umorale e di pancia, e di una pancia molto diversa dalla testa. Se la ragione dice che Obama è il nuovo necessario per cambiare registro, e il fatto che non sia compromesso con l’anciem regime è un vantaggio che la Clinton non aveva, i visceri potrebbero suggerire di votare l’eroe di guerra, pacioso ma comunque cazzuto.

Capire cosa farà l’elettorato americano è difficile, è una cosa che forse e dico forse i due comitati elettorali sanno e su cui stanno provando a costruire una strategia (almeno così sembrerebbe a vedere cosa fa McCain, che ha una campagna pubblicitaria che pare proprio di lungo periodo).

Io continuo a tifare Obama, perchè ora più che mai ci vuole uno che dica quello che ha detto quando ha fatto il discorso sulla razza, più che mai uno che abbia detto le cose che ha detto quando è venuto in Europa (i commentatori tutti a dire: ha fatto male, perderà un sacco di voti. Invece no, ha fatto politica togliendo di torno un argomento in cui era debole, come qualcuno di noi scrisse all’epoca). Però, non sarà solo con la testa che gli americani voteranno.

Priorità

Ma no, ma con tutta questa crisi dei mercati che ha assunto dimensioni drammatiche, si parla di finanzieri costretti a trovarsi un lavoro, ma chi vuoi che se ne curi se in due giorni ci sono stati dodici morti sul lavoro?

Uno dovrebbe preoccuparsi che il ministro dell’Economia, Giulietto Tremonti da Sondrio, abbia chiamato il presidente del Consiglio alle cinque di mattina di Martedì per chiedergli di ordinare la chiusura della Borsa italiana, un evento che aveva avuto un solo precedente nel 1976, a seguito dela bocciatura del piano di salvataggio da parte della Camera dei Rappresentanti americana. Berlusconi s’è messo le mani nei pochi capelli che ha, a sentire la scenata isterica del suo ministro, e s’è convinto che dopo di lui nel centrodestra non ci sia proprio nessuno.

Invece no, continua a non fregarmene niente di questi rischi di crolli, almeno fin quando la preoccupazione principale non sarà che la gente torni a casa dal lavoro non in una cassa da morto ma con le proprie gambe, penso di sentirmi in diritto di fregarmene dei suddetti finanzieri, broker a masnada di altri avvoltoi che con i loro appetiti hanno impoverito le aziende reali, quelle che producono, costringendole poi a ridurre anche i controlli di sicurezza.

La crisi dei mercati

Ma, esattamente, perchè dovrei preoccuparmi o spiacermi della crisi dei mercati? Perchè dovrei abboccare al tono paternalistico e minaccioso dei vari commentatori di turno che stanno preparando il campo al giorno in cui lo Stato Italiano metterà mano al portafogli per aiutare queste povere banche, tanto care e tanto belle?

Perchè dovrebbe spiacermi che l’accesso al credito sarà più difficile? Già ora nessuna banca italiana mi finanzia l’acquisto di una casa o l’apertura di una attività commerciale, peggio di così cosa possono fare, gli scippi anche fuori dalle filiali, oltrechè quelli dentro?

Perchè dovrei preoccuparmi se il prezzo delle case crollasse? Sarebbe meglio per tutti quelli che una casa non ce l’hanno, e per chi ne ha una sola non cambia nulla, non è che se crolla il prezzo delle case crolla anche il tetto. Ci rimettono quelli che di case ne hanno molte se non proprio decine, ma sono dei parassiti di cui non riesco a preoccuparmi.

Perchè dovrebbe spiacermi se le multinazionali che hanno condizionato la politica e la mia stessa vita finiscono all’aria? Ci sarà qualcuno che non produrrà più i beni di cui abbiamo per davvero bisogno, oppure smetteremo di produrre ciò che è inutile?

Perchè dovrebbe angustiarmi che il mercato dei derivati venga raso al suolo? Dovrebbe colpirmi che una nave che trasporta banane dall’America Latina al mercato sotto casa mia non verrà più venduta decine se non centinaia di volte lungo il percorso che fa, sempre procurando un margine a chi compie queste operazioni (che loro le chiamano trading, eh) mentre il contadino che produce le banane vede un’elemosina per il suo lavoro?

Sul serio, dovrei spiacermi che tutti questi galletti di Wall Street saranno costretti a trovarsi un lavoro dove produrre qualcosa, piuttosto che guadagnare milioni sul lavoro degli altri? No, dico, sul serio?

La cosa brutta del piano di salvataggio presentato da quella lenza di Bush è che serviva non a dar vita ad improbabili regimi socialdemocratici (come qualcuno ha pure pensato) ma proprio a salvare il culo a questi finanzieri alla Gordon Gekko, fottendosene della gente comune che avrebbe avuto il problema di pagare le rate per casa (dico, per casa, non per la berlina fuoriserie o il viaggio di sei mesi in giro per il mondo) ma avrebbe dovuto aiutare i poveri banchieri con i soldi delle proprie tasse. Una ruberia camuffata da furto nascosto in un crimine.

Peccato solo che Wall Street rimanga adesso sopra quota 10.400, pare che se scendesse sotto ci sarebbe il melt down, cioè la vendita generalizzata a qualsiasi prezzo di realizzo. Che, questa gentucola che gestisce miliardi di dollari al secondo ricorre a questi sofisticati modelli matematici per capire cosa fare, roba che se un qualsiasi ingegnere (ingegneri buoni, gente che fa, finanzieri cattivi, gente che lucra, questo è un mondo difficile e io sono manicheo) ne adottasse di analoga complessità nel suo lavoro avremmo ponti che crollano, case che si afflosciano, macchine che esplodono. Ma loro sono finanzieri, hanno studiato l’analisi tecnica, e l’hanno studiata così bene che si sono messi ad incularsi l’un l’altro selvaggiamente, mettendo in piedi titoli di cui nessuno più sa cosa ci sia dentro e cosa abbiano a che fare con il mondo reale, per cui nel dubbio ora non si fidano più tra di loro, e vorrebbero i soldi pubblici perchè il momento è tanto difficile.

Il capitalismo ha fallito, clamorosamente. All’inizio del secolo scorso la differenza tra lo stipendio dell’amministratore delegato e quello del fattorino era circa un fattore venti, ora è arrivata a quanto, quattrocento? Mille? Nel frattempo l’ambiente è stato distrutto in modo quasi irreparabile e diversi miliardi di persone (non di finanzieri) muoiono di fame. Di fame. Nel frattempo le industrie farmaceutiche decidono quali malattie curare e quali no. Nel frattempo le industrie delle armi vendono a tutte le parti in causa. Nel frattempo l’informatica che doveva essere una cosa per liberare l’uomo dalla fatica è diventata una scienza stregonesca.Quanti frattempo dobbiamo scrivere per capire che ci siamo rotti i coglioni?

Purtroppo penso che non sarà questa la crisi definitiva, sono una di quelle che ciclicamente capitano perchè il sistema è tutto irrimediabilmente malato, di una malattia che è una psicosi dissociativa di quelle gravi. Però, per favore, non prendetemi per il culo dicendomi che è una cosa grave e che bisogna fare qualcosa, io voglio prendermi il popcorn e dire: mamma guarda, un coglione!

(A conferma di come la stampa si stia muovendo per salvare i propri padroni, ecco l’articolessa di Zambardino su Repubblica: pare che con questa crisi l’anno prossimo si venderanno meno iPhone, e immaginatevi se qualcuno finanzierà il nuovo Google. Eh, son problemi.)

Due rigatoni in più per tutti

I dati diffusi dall’Osservatorio Prezzi del Ministero dello Sviluppo Economico, secondo cui la pasta è aumentata del 30% in sei mesi, sono sbagliati. L’aumento è stato infatti del 23%. Lo precisa lo stesso Ministero, con un comunicato stampa.

Parlando di corda (in casa dell’impiccato)

La crisi dei mutui subprime ha tutte le caratteristiche per diventare l’argomento preferito di questa Estate, in cui non ci sono stati ammazzamenti particolarmente cruenti da poter consentire ai giornalisti di titolare sull’Estate di sangue, con interviste allo psicologo di turno che può spiegare come mai di Estate si uccida di più, povero Freud se vedesse cosa sono diventati certi suoi emuli.

C’è un bell’articolo di Federico Rampini che spiega alcune cose, ma mi colpisce come l’autore abbia fatto i salti mortali per evitare che, tra tutti quelli che qualcosa c’entrano al riguardo, venisse anche solo fatto il nome di Mario Draghi, come governatore di Bankitalia. Eppure Draghi al sistema delle banche d’affari privati non è estraneo, c’è stato dentro fin prima di entrare in Bankitalia, con un evidente problema di opportunità che nessuno ha sollevato.

Contemporaneamente, e non certo casualmente, su Panorama la Denise Pardo ha pubblicato un elogio sperticato sempre di Draghi, dipinto come l’animatore di un cenacolo di professori ed intellettuali d’economia di cui fa parte la crema della crema.

Considerando che Montezemolo è un ottimo amico di Draghi, e che è evidente che Montezemolo non pensa a far politica direttamente ma si preoccupa di preparare il terreno, sento di poter scommettere su chi sarà il prossimo premier.


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