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La crisi, come detto, è appena all’inizio

Sul “Il peggio della crisi è passato”, come dice la cricca di buffoni che ci governa, vale la pena riportare quanto ha scritto oggi in un editoriale il New York Times:

Unless there is more government support, it will take several years of robust economic growth — by no means a sure thing — to recoup the jobs that have been lost.

[...]

The underemployment rate — which also includes jobless workers who have not recently looked for work and part-timers who need full-time work — reached 17.5 percent in October. And the long-term unemployment rate — the share of the unemployed population out of work for more than six months — also continues to set records. It is now 35.6 percent.

[...]

Taken together, the numbers paint this stark picture: At no time in post-World War II America has it been more difficult to find a job, to plan for the future, or — for tens of millions of Americans — to merely get by.

[...]

At a recent meeting at the White House to discuss job creation, President Obama said that “bold, innovative action,” would be needed — from the administration, Congress and the private sector — to undo the devastation in the labor market.

In effetti, è possibile vedere il piano Obama per l’assistenza sanitaria quasi universale come un forte provvedimento anti-crisi (qui c’è una analisi del piano) . Solo che continuerà a non bastare, visto che il valore dei derivati presenti nei mercati finanziari è oggi maggiore di quello di un anno fa, ovvero le banche hanno ripreso a fare loschi affari, contando che tanto sono troppo grandi per poter essere lasciate fallire (la settimana scorsa il governo inglese ha dato vita ad un piano di salvataggio per RBS e Lloyds per circa 45 miliardi di euro, cosa che manderà il deficit inglese intorno, bho, al 15%? 20%? ormai è un numero a cui è meglio non pensare) e i supermanager continuano a prendere premi di produttività immensi quando decidono di inscatolare non più mutui bensì polizze vita, mettendole in giro nei mercati finanziari mondiali.

Cioè, detto in altri modi: questo primo anno di crisi ha fatto sì che non si sia intervenuto su nessuno degli aspetti critici che l’hanno generata, perchè improvvisamente questa primavera-estate le lobby finanziarie hanno detto al G20 che andava tutto bene. Allo scopo, poi, di convincere nuovi gonzi a compare i nuovi derivati basati sulle polizze vita.

-0.088 (secondi al grande botto)

Il rendimento dell’ultima emissione dei Bot trimestrali è stato negativo: quello che dà lo Stato, tolte le spese di gestione, è pari a -0.08%, cioè un risparmiatore paga per avere il privilegio di prestare soldi allo Stato, per far parte di un club che ha finanziamenti in ballo per circa 1800 miliardi di euro.

Alle aste dei Bot partecipano solo i soggetti abilitati (banche ed istituzioni finanziarie) che poi girano i titoli ai risparmiatori, facendosi pagare la commissione. Ciò detto, tali istituzioni ben dovrebbero sapere che per un risparmiatore questo investimento è in perdita, quindi dovrebbero evitare di abbassare così tanto i rendimenti.

Abbiamo trasmesso: come far finta di non sapere cosa è successo. Seguirà: come sono andate le cose.

Berlusconi ormai ha perso del tutto la trebisonda. I farmaci che ha preso negli ultimi tempi per felicitare le sue amiche e le amichette gli hanno fatto perdere il lume della ragione. In questa sua cupio dissolvi non c’è più spazio per uomini equilibrati e miti come Gianni Letta (che ha minacciato recentemente le dimissioni, allo scoppio del caso Boffo-Feltri) ma di avvocati rapaci pronti a tutto e a querelare tutti; è il tempo dei mastini della guerra. E’ il Macbeth che vede fantasmi ovunque.

Ormai c’è un misto di preoccupazione e timore in vasti settori dell’establishment, e l’asta dei Bot è stato il primo segnale esplicito di rottura. Le banche non ci rimettono se i Bot rendono in modo negativo – il loro guadagno sono le commissioni – ma per lo Stato Italiano è una condizione drammatica: ogni asta di Bot deve avere buon esito, perchè altrimenti mancano i soldi per fare qualsiasi cosa. Il messaggio è stato chiaro: noi ti stiamo togliendo l’ossigeno. Non a caso questa emissione così sfortunata è avvenuta un paio di giorni dopo che il Corriere della Sera si è riposizionato, con un fondo di Angelo Panebianco che ha preso Berlusconi e l’ha messo da parte, accusandolo della sua incapacità di distinguere pubblico e privato che trascina tutto il Paese lungo il precipizio.

Prima, sempre il Corriere, aveva sparato a zero su Scajola e Brunetta, quest’ultimo incensato fino a pochi mesi fa e invece ora descritto come uno che ha fatto molti annunci e pochi fatti. Siccome il messaggio non è arrivato, ora ci si è spostati direttamente sul Premier. Siccome il  messaggio non è arrivato, si è andati dritti al bilancio dello Stato.

Nel frattempo si è anche riposizionata la Chiesa, che considera Berlusconi e il PDL un ferrovecchio per qualsiasi operazione strategica (e sta cercando tra le sue fila un uomo mite e rigoroso, che c’è un urgente bisogno di un De Gasperi), con il sultano di Arcore buono solo per le attività spicciole.

Mentre gli azionisti del Corriere sono innnanzitutto le banche che stanno dietro all’asta dei Bot, e quei confindustriali la cui presidente, Marcegaglia, ha aperto una grande linea di dialogo con Epifani.

Epifani e la sinistra politica, in questo momento completamente assenti dai giochi, quasi spiazzati all’evolversi dei fatti. Verrebbe da dire, fortuna che c’è Fini per dare vita ad un governo di unità nazionale, con dentro un nuovo centro cattolico-moderato (Casini, Fini, Pezzotta, confidustrialume vario, Corriere) la Lega fuori dalle palle, e ridotta a fare la guardia pretoriana, spaccando il PDL che tanto esiste solo per Berlusconi e con lui si inabissa; e ovviamente il PD, aspettando buonagrazia che faccia il congresso.

Ovviamente ci deve essere un detonatore che consenta l’abbrivio: a parte scenari violenti nella persona di Berlusconi (tipo uno sbalzo di pressione, e ormai le sue condizioni di salute sono evidenti, lo show con Zapatero era un film dell’orrore) la cosa più semplice è l’avvitamento della crisi economica.

Una crisi appena cominciata, adesso stiamo come quello che alle quattro di pomeriggio scopre di avere 39, e la mattina dopo si sente meglio ed è convinto di essere guarito, ma poi verso mezzogiorno vede peggiorare i sintomi e alla misurazione del pomeriggio scoprirà di essere arrivato a 40.

A casa nostra, le piccole aziende cominciano ad essere strozzate dalla trappola della liquidità, e questo ne causerà delle cadute a catena, con ristrutturazioni che saranno dolorose e non certo brevi. A livello globale, in America hanno sostituito alle obbligazioni “garantite” da mutui le obbligazioni “garantite” da polizze vita, quindi è ricominciato esattamente lo stesso film, salvo che ora il governo americano  non ha soldi per salvare nessuno (nemmeno sè stesso); l’ottimismo che circola in giro sulla grande ripresa è alimentato ad arte da quelli che ora devono vendere questo nuovo tipo di obbligazioni, e sperano che i risparmiatori abbocchino.

Il pensiero di sostituire Berlusconi con Tremonti, per tornare al cortile di casa, è archiviato per le posizioni che Tremonti ha preso, sparando a zero su tutti (le banche, gli economisti, i giornali, Bankitalia) e senza che gli si possano certo fare i complimenti per come ha gestito il bilancio statale, che è cresciuto nelle spese correnti e non negli investimenti; tantomeno si può passare sopra alla sua seduzione per la Lega.

I ministri più scaltri, come Angelino Alfano, hanno cominciato già a disimpegnarsi, proprio costui dicendo che i magistrati fanno bene ad indagare sui mandanti politici delle stragi di mafia, quando Berlusconi alla sola idea sente i brividi freddi sulla schiena (non credo che c’entri niente, ma quando uno vede complotti ovunque li vede ovunque).

E tutto questo senza parlare del lodo Alfano, che venisse bocciato dalla Corte Costituzionale aprirebbe per il premier le porte degli inferi.

E’ arrivata la crisi

Oggi ho nuovamente contattato una piccola azienda per conto della quale ho fatto un lavoro ad Aprile, per chiedere di essere pagato.

La situazione che mi hanno prospettato è molto semplice: non c’è una lira. Non hanno soldi per pagare le bollette, non pagano alcuni stipendi, sperano che il loro unico cliente (un conglomerato che opera nel settore difesa ed aeronautica, ovvero un posto dove circolano più soldi di quelli che ci si possa immaginare, anche immaginandosene tanti) gli anticipi alcune fatture.

Per ora non posso che far pippa, visto che alzare la voce non serve a niente, mettere tutto in mano ad un avvocato significa arrivare ad una transazione in cui recupero se mi dice bene la metà del dovuto. Aspetto un po’ e vedo cosa succede.

Era una azienda non grande ma solida, perchè il proprietario aveva tutta una rete di contatti e di conoscenze che gli procuravano contratti molto robusti. Ma è arrivata la crisi, e se le grandi aziende hanno retto in prima istanza, ora scaricano sulle piccole aziende loro fornitrici. A dispetto di quello che dice l’illustrissimo ed intelligentissimo signor ministro dell’Economia, è cominciata la strage dei piccoli.

“Le dieci cose che non saranno più le stesse”

Ho letto questo libro di Federico Rampini incuriosito dal vedere come si potesse cimentare con un tema un poco diverso dal suo solito: qui la sua attenzione non è su India e Cina ma su cosa abbia causato la crisi economica e cosa sarà necessariamente destinato a cambiare.

Il dibattito sulla crisi è un dibattito interessato: in Occidente c’è la volontà da parte di grandi settori economici (la finanza innanzitutto) di far passare la tesi che questa crisi sia stata dovuta ad un eccesso nel mercato del credito, ad una finanziarizzazione dell’economia reale che, tanto funzionando da eccezionale leva amplificatrice ed espansiva in fase di crescita, si è trasformata in un circolo vizioso appena il meccanismo ha mostrato segni di inceppamento. Questo meccanismo interessato è tanto più forte in Italia, dove la volontà politica dell’attuale maggioranza è quella di fare finta di niente, tanto la crisi passerà, anzi sta già passando, e ci penseranno gli altri a tirarci fuori, visto che è una crisi importata e non una crisi endogena.

Non è solo la miopia di Berlusconi e i suoi giannizzeri a fargli dire questo: è che la base elettorale di questo governo è rappresentata proprio da chi in certi eccessi ha vissuto ed ha prosperato. Così il dibattito su cosa sta succedendo è a dir poco banale, in genere sconfortante.

Questo libro di Rampini ha l’indubbio merito di andare un po’ sotto la superficie delle cose, una superficie appunto interessata, individuando alcuni temi di fondo (e nemmeno tutti) che stanno dietro la crisi.

Certo, le storture del mercato del credito americano sono state una concausa di questa crisi, ma non la componente principale, tantomeno quella più difficile da risolvere: solo quella più visibile, perchè la casa è un bene di immediata visibilità.

Ma la crisi nasce dal totale squilibrio speculativo nei prezzi delle materie prime, nell’insensato stile di vita americano – molto superiore ai propri mezzi -, nelle difficili condizioni economiche e sociali della Cina (aivoglia a dire che è una grande opportunità, solita cantilena sentita anche oggi nei telegiornali di regime); ma anche nella flessibilità del mercato del lavoro (visto che una rigidità consente di diluire nel tempo gli effetti della crisi, invece di innescare dei licenziamenti a valanga che diventano poi ulteriore benzina sul fuoco), nella mancanza di controlli nel settore della finanza (e nel retribuire i cosiddetti maghi della finanza aldilà delle proprie capacità e dei propri meriti), nel totale disinteresse verso l’ambiente e il suo sfruttamento, in una visione euro-americano centrica che ha mostrato tutta la sua stolta miopia.

Rampini si è posto una linea da non valicare, ovvero non discute della bontà antropologica del capitalismo. Ma cita comunque Marx, sbertuccia molte istituzioni finanziarie che dovevano essere l’eccellenza ed invece erano perlopiù consorterie con codici di comportamento in cui dominava l’omertà, nè si fa problemi a dire che ci sono aspetti del capitalismo e dei capitalisti più adatti ad uno studio psichiatrico che ad una sana gestione economica.

Questo libro mi pare positivo proprio per questo, è almeno un’apertura di dibattito. Non può certo affrontare tutto e ho avuto anche l’impressione che la seconda parte del libro sia stata scritta più in fretta, però rimane un libro che consiglio senza riserve, è l’analisi più sensata che ho letto finora.

(Tre dati economici sono usciti in questi giorni, bellamente ignorati dalla stampa italiana: 1) la disoccupazione in USA ha raggiunto il suo massimo da 25 anni a questa parte; 2)  in zona Euro si è registrata una deflazione; 3) il prezzo del petrolio continua a rimanere relativamente basso. I primi due fatti portano al terzo, dovuto ad una domanda debole, perchè la crisi sta ancora tutta qui, anzi è appena cominciata. Rispetto a quello che ci vorrà per uscirne, gli stati nazionali ancora non hanno messo mano al portafogli, e i tempi d’uscita si misureranno in anni. Questo ignorando che se l’influenza suina cresce ai ritmi previsti, ci sarà un crollo del sistema produttivo in Occidente che sarebbe proprio il colpo di grazia, la tempesta perfetta come non si vedeva da secoli.)

Nota: il libro di Rampini si compra solo in edicola, formalmente come supplemento a Repubblica o L’espresso, a 9 euro e 90.

Inizia il collasso

C’è un articolo del New York Times racconta la vicenda di uno dei suoi giornalisti economici che si è fatto finanziare oltre mezzo milione di dollari per comprarsi una nuova casa, e ha scoperto che non poteva permettersela, passando anni di disperazione dietro i conti che diventavano sempre più rossi, fino a finire nel pieno della crisi economica e finanziaria, declassato a debitore insolvente e con la casa che potrebbe finire all’asta.

Un paio di giorni fa ho intravisto un articolo di Repubblica, che racconta della nuova evoluzione del credito al consumo. in Italia Prima c’erano poche rate per grandi acquisti (l’auto, ristrutturazioni di casa…) poi si è passati alle rate minuscole (anche 5 euro al mese per comprare un gingillo tecnologico). Subito dopo, qualcuno ha proposto un unico grande finanziamento con cui pagare ed estinguere tutte le rate e magari prendere qualcosa in più che fa sempre comodo. Del resto le finanziarie riciclano i soldi sporchi creando una platea di debitori che devono rimanere indebitati per sempre, così pagheranno solo gli interessi e mai il capitale.

L’evoluzione di cui parlava questo articolo consiste nel fatto che molte persone, piuttosto che prendere un prestito come credito al consumo (che significa dal 10% al 20% di interesse annuale) prendono una ipoteca sulla casa di proprietà, contando così su tassi più bassi (intorno al 5-7%).

Io posso anche capire che possano esistere delle molto assai specifiche situazioni in cui questo meccanismo ha senso, anche se in genere i prestiti su casa si prendono per finanziare delle nuove attività, e non certo per pagare il nuovo cellulare. Ma che questo sia un andazzo diffuso è una cosa preoccupante, perchè vuol dire che ci sono persone che sono ormai così schiave della trappola del debito che non sanno più cosa fare e come uscirne, e invece di mangiare pane e cipolla e andare in un monolocale ed affittarsi la casa di proprietà, trovano più agevole prenderci una ipoteca sopra per estinguere i debiti che hanno contratto per cose voluttuarie e beni non durevoli.

Questo paese si è finora tenuto insieme perchè molti hanno le case di proprietà; quando ho letto il titolo dell’articolo ho pensato che un giorno mi sarei ricordato di quando ho letto che il sistema economico italiano aveva imboccato la via del collasso sistematico.

Tra le righe

E tutti sanno che esistono solo quattro modi per tagliare drasticamente un debito: l’insolvenza, la bancarotta, l’inflazione e la cancellazione del debito mediante un Giubileo di biblicamemoria come ironicamente ricorda Niall Ferguson sul Financial Times o attraverso la conversione dei debiti in azioni, come suggeriva Guido Carli all’Italia degli anni Settanta.

Massimo Mucchetti sul Corriere di oggi, nel contesto dell’immenso debito americano.

Previsione per l’anno nuovo

Anno che arriva, previsioni per il nuovo anno. Questa volta ci prova pure il Financial Times, che in questo articolo riportato dal Corriere scrive un ipotetico riassunto del 2009, tutto centrato sulla situazione economica.

Quasi corretto, se non fosse per l’errore culturale, antropologico direi, che sottende l’intero articolo: quello di continuare a pensare che il capitalismo sia il punto di arrivo dell’evoluzione umana, e non un punto di passaggio: nessun sistema economico è mai durato per sempre, non c’è motivo per cui il capitalismo si ripeta e si perpetui, quando è un sistema che non ha la felicità dell’uomo al suo centro, ed è anzi profondamente anti-umano. E se uno ha dei dubbi sulla anti-umanità del capitalismo, può vedere la distribuzione della ricchezza nel mondo, dove qualche miliardo di persone continua a morire di fame o anche nei cosiddetti paesi ricchi, dove una minoranza ha tutto e c’è poi una enorme classe media che tira a campare, giusto terrorizzata di fare la fine di quelli che invece non hanno proprio niente.

Ma questo è un discorso più di lungo termine (a cui in genere i cosiddetti fautori del capitalismo oppongono la sciocca domanda di chiedere quale sia l’alternativa al capitalismo, come se il futuro fosse prevedibile), il discorso più a breve termine che manca in quell’articolo è semplicemente questo: Obama non avrà altra speranza, per risollevare l’economia americana, che consolidare il debito pubblico americano.

Questo vorrà dire che i titoli di stato americani in mano agli investitori esteri e alle banche saranno carta straccia, mentre quelli in mano alle famiglie americane saranno rimborsati, anche se probabilmente solo il capitale e non gli interessi. Questa manovra libererà una enorme quantità di risorse, che potranno essere utilmente impiegate nella trasformazione del sistema economico e sociale, non che Obama abbia una idea di cosa venga dopo il capitalismo, ma una redistribuzione della ricchezza è comunque necessaria.

Questa operazione, anzi il solo citarla, farà urlare i teorici del capitalismo, che dimenticano o non sanno che anche nella storia d’Italia il debito è stato già più volte consolidato, e ogni volta questo ha dato il via ad una grande crescita dell’economia. O che per ogni euro che entra nel debito pubblico, lo Stato poi ne ripaga dieci.

E’ vero che consolidare il debito pubblico porterà al fallimento delle grandi banche e dei conglomerati finanziari che detengono questi titoli, ma questi sono già andati falliti; come è vero che le forze che più vogliono conservare l’attuale sistema capitalistico sperano che questo non avvenga, anche se ormai la situazione del sistema è aldilà del loro controllo. Nè credo nessuno si spiaccia a pensare che gli oltre mille miliardi di titoli del Tesoro americano in mano alla Cina spariscano dalla sera alla mattina.

In effetti, io pensavo proprio l’anno scorso che, se le elezioni politiche italiane fossero finite in parità, allora ci sarebbe stato un governo cosiddetto tecnico che avrebbe proprio fatto questo atto per far uscire l’Italia dalla crisi., viste le dimensioni del nostro debito e il fatto che sia ormai non più pagabile, nonostante le storie che vengono raccontate.  Solo che le elezioni hanno avuto un vincitore netto il quale non è che non ci stia pensando (per Berlusconi sarebbe una cosa ottimissima, potrebbe riplasmare il sistema economico alle sue migliori convenienze, con tutti i banchieri che bussano a Palazzo Chigi per chiedere l’obolo di Stato) ma credo stia aspettando che questa cosa venga fatta da tutti i governi interessati.

Il problema, per cominciare, è l’Euribor

Trovo fin troppo emotiva la copertura che il gran circo dell’informazione sta dando della situazione economica. Lo spazio dedicato alla caduta delle Borse sta nascondendo alcuni fatti più sostanziali e di più lungo periodo, e continuare a pensare che si debba limitare l’effetto piuttosto che intervenire sulle cause è il miglior sistema del conglomerato finanziario-affaristico per provare a campare un altro po’, il tempo di inventarsi qualcosa per trasferire il rischio sulle palle (non manca una s) dei risparmiatori.

Primo punto. E’ molto più significativo quello che succede al tasso Euribor che non quello che succede nelle Borse, visto che in Europa e particolarmente in Italia i debiti che si hanno sono per l’acquisto di case e vengono pagati dallo stipendio, piuttosto che dalla previsione di future entrate dovute a dividendi o a crescite del mercato immobiliare. Questo è il grafico di come il tasso Euribor è variato nell’ultimo anno:


Ci sono più tassi derivanti dalla durata del prestito intra-banche, e ci sono delle fluttuazioni di vario tipo, ma è evidente come il tasso annuale stia costantemente aumentando. Poichè i mutui a tasso variabile sono il tasso Euribor più il margine di inefficienza della banca, è evidente che le rate dei mutui italiani stanno aumentando. Il taglio del costo del denaro si è ripercosso solo per metà sull’Euribor, cioè le banche europee stanno talmente tanto con l’acqua alla gola che preferiscono prendersi un margine maggiore piuttosto che prestare soldi. Ora, il punto non è quanto sia alto o basso in assoluto l’Euribor, ma quanto chi ha un mutuo possa onorarne le rate. Perchè gli stipendi italiani sono invece inchiodati, e nella oscena proposta governativa per il rinnovo dei contratti si parla di un punto e mezzo in più, quando l’inflazione è tre volte tanto.

Quello che Giulietto Tremonti e i suoi scagnozzi non sanno o fanno finta di non sapere temendo le drammatiche conseguenze, è che mentre in America la crisi dei mutui è dovuta ad aver prestato soldi a chi, al momento del prestito, si sapeva già che non avrebbe potuto pagare le rate, in Italia i soldi sono stati prestati a chi poteva sì pagare, ma una certa rata e non alcune centinaia di euro in più al mese, come sta accadendo e come accadrà in seguito.

In altri termini, se non si aumentano subito di almeno il 5%, meglio il 10%, gli stipendi e i salari più bassi, anche in Italia ci sarà una crisi nel mercato dei mutui, e a quel punto i problemi della Borsa di Milano saranno ben poca cosa.

La proposta di rinegoziazione che le banche hanno presentato è una truffa, perchè la differenza tra la vecchia rata e la nuova viene trasferita su un nuovo mutuo, su cui a sua volta si pagano gli interessi. Ma la vecchia e la nuova rata contengono già una quota interessi, quindi si vanno a pagare gli interessi sugli interessi, e l’anatocisto sarebbe stato dichiarato illegale dalla Cassazione.

Tutto questo detto, o lo Stato fa quello che stanno facendo in America, ovvero acquisisce i mutui delle banche e li rinegozia con i singoli, oppure aiuta i singoli a pagare le rate. E questo non si realizza abbassando le tasse, perchè il 10% di reddito in più significa il 40% di tasse in meno, occorre proprio mettere dei soldi in giro (ora non sarà 10, non sarà 40 e non sarà anatocisto, ma se un coglione può prendere trenta milioni di dollari per far fallire un gruppo assicurativo, io posso approssimare).

Secondo punto. Questa crisi non è risolubile con un intervento di regolamentazione dei mercati, perchè questi mercati non sono regolabili. Tutti questi strumenti di finanza derivata esistono per un semplice motivo: le risorse naturali sono limitate. Possiamo estrarre e vendere tutto il carbone che vogliamo, ma di quello ce ne è una quantità limitata. Per dare altri stipendi ad altra gente, ci siamo inventati le vendite non sul carbone, ma sul suo prezzo, quindi le vendite sulle vendite sul prezzo, e così gioiosamente come il trenino che si fa alle feste di compleanno, dove nessuno sa dove si va ma non è un problema, l’importante è starci in mezzo altrimenti si passa per asociali. Per cui, quando si comincerà a dire che certi meccanismi non possono essere più consentiti, si cambierà faccia al sistema economico, perchè certi pezzi che oggi ne fanno parte domani non avranno più la possibilità d’essere.

Terzo punto. Oltre che per questo, il capitalismo ha ampiamente fallito nella sua capacità di generare una ricchezza diffusa. Citava dei dati oggi Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera:

Negli ultimi 11 anni, le società del S&P 500 Index hanno distribuito agli azionisti, sotto forma di dividendi e acquisti di azioni proprie, ben 4200 miliardi di dollari. Ben 22 delle prime 50 principali società hanno distribuito più dell’utile e altre 8 tra il 90 e il 99% delmedesimo (William Lazonick, The Quest of Shareholder Value, settembre 2008). Un autentico saccheggio delle imprese che, in molti casi, avevano goduto di varie forme di sussidio statale.

[...]

Nell’illuminata Ibm i guadagni da stock options dei 5 primi dirigenti sono stati pari a 689 volte quello del dipendente medio. Più in generale il rapporto tra la paga media degli amministratori delegati delle maggiori imprese americane e quella dei dipendenti è volato dalle 42 volte del 1980 alle 107 volte del 1990 fino al record di 525 volte del 2000 per scendere a 364 volte nel 2006

(quello che Mucchetti non ha detto è che queste oscenità valgono anche per le imprese italiane, un caso su tutti: Telecom Italia).

Il punto vero, tutto politico, è se questi meccanismi devono essere sanati, per avere una fase di distruzione creativa, oppure ci si accontenta di palliativi, come quelli messi in campo finora. Ho molto forte la sensazione che il tono e il focus di questi giorni siano proprio quelli che gli gnomi della finanza vogliono per continuare a fare quasi tutto come prima. Era sconvolgente sentire su CNBC questi analisti finanziari americani che, fino ad una settimana fa, parlavano di tutto come di una fase normale, discutevano di quando il DJ avrebbe ripreso a crescere e si opponevano a qualsiasi ipotesi di riforma. Questi incapaci, quando non collusi, hanno ancora troppa voce perchè si possa veramente sbattere loro in faccia il fallimento di questa economia derivata.

Ci vuole, semplicemente, la Tobin Tax. Che, in omaggio, produrrebbe dei soldi utili per sradicare le malattie e la fame dal mondo, per sempre.

(E niente cazzate come quelle di Zambardino su Repubblica, per cui questa crisi metterà a rischio le start-up tecnologiche. Anche un giornalista di Repubblica dovrebbe sapere che le start-up ricorrono al capitale di rischio, non certo alle IPO. E comunque potremmo tutti sopravvivere senza Facebook).

Non è il caso di vendere la pelle di McCain prima del tempo

Molti pensosi blogger di sinistra hanno cominciato ad appoggiare Obama, unendosi alla torma dei giornalisti che, bontà loro, sanno leggere un sondaggio che dice che il candidato democratico è avanti di dieci punti. Si tratta delle stesse persone che durante le primarie non accreditavano Obama di una possibilità, perchè era contro la corrazzata Clinton e perchè pensavano che l’elettorato americano non avrebbe mai votato un nero. Sempre le stesse persone pensavano che Obama mai avrebbe potuto avere una possibilità contro McCain, che tanto si presta al ruolo del padre saggio che, come spiega Vance Packard ne I Persuasori Occulti, è il ruolo essenziale (da un punto di vista psicologico) del presidente USA.

Io ho pensato tutto il bene possibile di Obama da quando vinse le prime primarie, in un freddo mese di questo inverno, e quindi posso permettermi di non salire sul carro del vincitore e anzi avere il giusto fastidio per questa blogosfera che è fatta di persone che si limitano a leggere i sondaggi: il berlusconismo s’è impadronito di questo Paese in ogni suo nerbo. Anzi, sarei a favore di una legge che imponesse che gli archivi dei blog fossero consultabili per ogni blog, giusto per sbattere in faccia a certi pensosi commentatori tutta la loro pochezza (nè mi interessa dire chi siano: di certo non sono nel mio blogroll, con la puzza sotto il naso basto io :D ).

Questo per dire che questi fessacchiotti dovrebbero evitare di vendere la pelle di McCain prima del tempo, e questo per due motivi che non si leggono dai sondaggi.

Primo: McCain ha finora assai male usato la sua risorsa migliore, cioè la sua onestà. Non che Obama sia un poco di buono, ma McCain è stato un senatore sempre poco amante delle lobby, autore di un disegno di legge per limitare i perversi effetti dei finanziamenti elettorali privati sulle campagne politiche, una proposta che venne poi annacquata dal Congresso. Io mi ricordo quando ne parlò da David Letterman, oggi vedo che i suddetti pensosi commentatori parlano delle gag di Letterman contro McCain, appunto la memoria storica e il berlusconismo eccetera.

Secondo punto, i mercati finanziari non stanno scendendo, stanno crollando in caduta libera. Se non perdono il trenta per cento in un giorno è solo per le operazioni intra-day (cioè, c’è chi guadagna comprando e vendendo nello stesso giorno, quindi un po’ alimenta il mercato) ma la situazione non è positiva. Ne parlerò poi in un altro post, politicamente il punto è che tra venti giorni gli americani andranno a votare, durante un giorno feriale in cui Wall Street potrà consentirsi le bizze che vorrà, pilotate o meno (potrebbero essere pilotate, se fossi una corporation cercherei di far vincere McCain). Se c’è il panico, la risposta degli elettori può essere umorale e di pancia, e di una pancia molto diversa dalla testa. Se la ragione dice che Obama è il nuovo necessario per cambiare registro, e il fatto che non sia compromesso con l’anciem regime è un vantaggio che la Clinton non aveva, i visceri potrebbero suggerire di votare l’eroe di guerra, pacioso ma comunque cazzuto.

Capire cosa farà l’elettorato americano è difficile, è una cosa che forse e dico forse i due comitati elettorali sanno e su cui stanno provando a costruire una strategia (almeno così sembrerebbe a vedere cosa fa McCain, che ha una campagna pubblicitaria che pare proprio di lungo periodo).

Io continuo a tifare Obama, perchè ora più che mai ci vuole uno che dica quello che ha detto quando ha fatto il discorso sulla razza, più che mai uno che abbia detto le cose che ha detto quando è venuto in Europa (i commentatori tutti a dire: ha fatto male, perderà un sacco di voti. Invece no, ha fatto politica togliendo di torno un argomento in cui era debole, come qualcuno di noi scrisse all’epoca). Però, non sarà solo con la testa che gli americani voteranno.

Priorità

Ma no, ma con tutta questa crisi dei mercati che ha assunto dimensioni drammatiche, si parla di finanzieri costretti a trovarsi un lavoro, ma chi vuoi che se ne curi se in due giorni ci sono stati dodici morti sul lavoro?

Uno dovrebbe preoccuparsi che il ministro dell’Economia, Giulietto Tremonti da Sondrio, abbia chiamato il presidente del Consiglio alle cinque di mattina di Martedì per chiedergli di ordinare la chiusura della Borsa italiana, un evento che aveva avuto un solo precedente nel 1976, a seguito dela bocciatura del piano di salvataggio da parte della Camera dei Rappresentanti americana. Berlusconi s’è messo le mani nei pochi capelli che ha, a sentire la scenata isterica del suo ministro, e s’è convinto che dopo di lui nel centrodestra non ci sia proprio nessuno.

Invece no, continua a non fregarmene niente di questi rischi di crolli, almeno fin quando la preoccupazione principale non sarà che la gente torni a casa dal lavoro non in una cassa da morto ma con le proprie gambe, penso di sentirmi in diritto di fregarmene dei suddetti finanzieri, broker a masnada di altri avvoltoi che con i loro appetiti hanno impoverito le aziende reali, quelle che producono, costringendole poi a ridurre anche i controlli di sicurezza.

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