Oggi pomeriggio ero sulla metro, e vicino a me si è seduto un giovanotto sui venticinque trent’anni, che portava con sè il suo skateboard. Abbastanza carino, non era molto muscoloso ma si indovinava come le sue gambe fossero tornite, da uno che questo sport lo fa con una certa intensità.
Mi sono trovato a… invidiarlo? Comunque a pensarlo che stava per andare in qualche parco romano, dove me lo vedevo che ballava per aria, lui e il suo skateboard, liberi, sfidando anche la legge di gravità. Me lo sono immaginato, mentre si organizzava un pomeriggio feriale, sottratto al lavoro o allo studio, e si vestiva tutto concentrato per l’obiettivo. Avrei voluto un po’ essere come lui, libero di scegliermi di andare a fare salti per aria, perchè stavo invece per andare a giocare una partita difficile.
La mattina era stata piacevole, ero ad un convegno e a pranzo mi sono trovato al tavolo di un tizio che ha costruito nel corso del tempo alcune start-up e le ha vendute, credo che oggi abbia un patrimonio di diverse centinaia di milioni (di euro). Una persona simpatica, molto alla mano e molto americana (la prima domanda è stato il mio nome, la seconda quanto fosse grande la mia azienda). Peccato che non mi abbia adottato, in termini professionali, perchè io ero ben disposto.
Ma questo era l’aperitivo, l’appuntamento vero era quello del pomeriggio, quello a cui stavo andando in metropolitana. Perchè, per le solite vie universitarie, mi è stato proposto di andare dall’anno prossimo in Inghilterra, per un certo tempo e fino ad un paio d’anni.
La cosa mi ha molto agitato. Perchè la mia preoccupazione era che non sarei andato a fare il mio mestiere, ma il ricercatorino, quando io sento che la mia vera natura è quella del progettista e non del ricercatore. A me non mette paura pensare ad un sistema anche enorme, anche gigantesco, anche complicatissimo, sento anzi che tutte le mie energie si mobilitano e riesco sempre ad ottenere dei risultati notevoli, mentre quando si tratta di università e di ricerca divento quasi balbuziente, fatico moltissimo a produrre e non sono questa cima.
In questi giorni, prima che questa proposta venisse discussa dal vivo, ho pensato molto a cosa avrei dovuto dire. Ho notato la incredibile coincidenza per cui il giorno prima io comincio a parlare con mia madre della mia identità professionale che esclude l’università dal mio futuro, e il giorno dopo arriva una offerta che nasce proprio da quell’ambito.
Quasi un tentativo di trattenermi, di voler perpetuare un certo meccanismo di cooptazione a cui vorrei dire basta. Io sono bravo nel mio lavoro, vorrei lavorare perchè bravo e non perchè qualcuno ci spende una buona parola. Che i professori universitari non sanno quasi mai valutare la capacità professionale di chi hanno vicino, per cui spesso si convincono, credono e giudicano di stare ad aiutare un giovane e non retribuire un professionista che, parlando di me e dei miei casi, gli ha reso dei servizi e degli ottimi servizi.
Così, ho pensato che quello che dovevo fare anche in questo incontro in cui parlavamo di questa proposta era che intanto e per cominciare io dovessi intanto dire chi sono, e cosa voglio.
L’ho detto, con tutta la serenità che ci voleva e che sento dentro di me, con tutta la serenità che nasce dal fatto di essere più in contatto con il vero me, con ciò che sono, con quella parte più autentica e quindi più bella, che più veniva nascosta dalle nevrosi quando queste prendevano il controllo della mia vita, facendomi frequentare persone mediocri se non pessime se non pericolose, portandomi a svalutarmi anche in ambito professionale. Oggi non riesco a controllare queste nevrosi, ma so che ci sono e spesso le percepisco in azione, sento proprio una parte di me che come in automatico ad un certo input risponde in un certo modo, lasciandomi sordo, come se non avessi parola e come se di fronte a certe cose non potessi non scegliere come rispondere.
Oggi ho trovato questa forza, di dire che la proposta era interessante, ma che la mia natura è di un certo tipo, e che se non posso seguire questa natura, allora non avrebbe avuto senso nemmeno pensarci ad andare a Londra.
Invece, invece. Mi è stato detto che no, se voglio fare quel certo tipo di attività, potrò farle, perchè serve anche una professionalità come la mia. Che comunque l’importante è “resistere” qualche mese, il tempo di aggiungere una riga pesante al curriculum. Che quel laboratorio di ricerca è una fucina di prodotti tecnologici, per cui tutto può accadere.
Non vuol dire che andrò a Londra, perchè una borsa di studio di questo tipo ha comunque un’infinità di pretendenti. E anche se io fossi il prescelto, potrei optare per qualcosa di anche migliore qui in Italia, ci sono discussioni in corso e contatti presi che potrebbero portare a qualcosa di bello.
Però, sono soddisfatto. Perchè ho potuto parlare non come il ragazzino neolaureato per cui qualcuno decide, ma come un adulto che fa delle scelte sulla sua carriera. E dire questo in una delle sedi dove si svolge la vita della Repubblica, parlando con il mio professore di dottorato, che tutto aveva già un suo piano, non è stato semplice.
Aver detto queste cose significa anche essermi messo in una posizione tranquilla, nessuno potrà dirmi che dovevo fare B e io volevo fare A. Perchè questa cosa è diventata quindi una opzione in più, un possibile percorso professionale in più, non in contrasto con il mio percorso personale che ho scelto per me.
Poi so che questa cosa mi è stata offerta perchè parte di un gioco più grande, e che quindi una certa componente manipolatoria c’è, ma la posso gestire, ed è la componente che fa parte di ogni rapporto di lavoro.
In omaggio, ora ho un grosso appoggio a finire la faccenda del dottorato, perchè l’interesse che io vada lì è immenso e quindi ma guarda un po’ quanto è bella la tesi. Manipolazioni, nemmeno penso fatte in cattiva fede, l’importante è saperlo.
Poi, ultimo, c’è il tema della psicoterapia. Qua il discorso si fa difficile, quando me lo sono fatto non ho potuto trattenere delle lacrime di paura, la paura che interrompere questo percorso potesse portarmi a far riemergere quei meccanismi nevrotici.
Una volta, un po’ per celia e un po’ sul serio, ho detto alla terapeuta se, in caso di mio trasferimento all’estero, avremmo potuto fare terapia via webcam, lei l’ha presa a ridere ma non mi ha detto di no. Un po’ ingenuamente – me ne rendo conto – ora spero che sia una cosa anche possibile. So poi che un periodo all’estero sarebbe comunque terapeutico, ma questo perchè avviene da una premessa identitaria, non da una scelta operata da altri.
Questo incontro poteva distruggere la mia auto-stima. Credo che invece l’abbia migliorata. Sono un po’ meno invidioso di quel ragazzo con il suo skateboard.
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