La mia psicoterapeuta esercita anche all’interno di un centro, che stanno costituendo, dove ci sono varie professionalità, per cui organizzano degli incontri pubblici in cui si fanno delle “terapie” di gruppo, per presentare le attività e le strategie terapeutiche che adottano, e conquistare nuovi pazienti.
Oggi sono andato all’incontro, tenuto anche dalla mia terapeuta, in cui si parlava di autostima, di come aumentarla con delle tecniche specifiche che lavorano sull’Io. In dodici ad attendere l’avvenimento, e io ero l’unico uomo.
Il primo esercizio è stato un esercizio di rilassamento. E’ stato interessante vedere come, dopo, ciascuno dei partecipanti abbia sviluppato delle sensazioni e delle emozioni diverse, anche compreso chi non ha ricavato proprio niente.
Per me, il primo elemento è stata la percezione fisica del rilassamento, per cui ho sentito i muscoli del corpo de-contrarsi, partendo dai piedi e risalendo, fino ai lombari. Una sensazione molto insolita, descrivibile come un senso di leggerezza e di sganciamento del corpo, che comunque non è stato completo, per esempio ogni tanto deglutivo, e comunque questo allontanarsi dalla realtà era a momenti, c’erano fasi più profonde, simili alla sensazione del sogno, e fasi di maggiore consapevolezza. Questo, era finalizzato alla seconda parte, in cui si viene suggestionati per avere delle immagini che rappresentano un percorso, la camminata su un sentiero che porta poi ad un mare in cui ci si immerge, per nuotare verso il Sole che sta sorgendo.
Ognuno dei partecipanti che hanno reagito ha reagito in modo diverso, chi ha sostituito al sentiero altre immagini, chi ha istanziato il mare perchè fosse uno specifico mare, chi ha nuotato in modi diversi. Io ho sperimentato, mentre nuotavo (con un senso di gioia nel farlo e di piacere dell’atto della nuotata in sè, che avveniva scivolando sull’acqua) un desiderio di proseguire, e infatti quando la suggestione è stata di tornare indietro, il mio inconscio ha pensato che volevo andare avanti, come nel film The Truman Show.
In quel film, il protagonista, Jim Carrey, vive in una realtà artificiale, dentro una grande bolla, e tutto quello che gli succede è predefinito da uno sceneggiatore. Per evitare che gli venga la voglia di attraversare il mare che circonda la bolla, gli hanno innanzitutto creato il trauma del padre che muore proprio in mare, a seguito di una tempesta. Ma, alla fine, la sua consapevolezza aumenta tanto che decide di compiere questa attraversata, provano a farlo desistere, ma lui continua continua e arriva alla fine al bordo della bolla, dove vede che il Sole è una gigantesca lampadina, e c’è una scaletta che porta all’uscita. Lo sceneggiatore, chiamato cotanto Khristof, lo invita a desistere, fuori c’è un mondo diverso da quello della bolla: Jim Carrey dice di no, voglio andare avanti, apre la porta e il film finisce lì, inizia la sua vita. (interessante errore di scrittura, ho scritto “voglio andare avanti” e non “vuole andare avanti).
Tra tutte le immagini a cui potevo pensare, questa certamente molto forte. Il senso di vivere (aver vissuto) una vita predeterminata da altri, nel senso di aver avuto dei vincoli familiari molto pesanti, la figura del padre assente e del trauma che ne consegue, la voglia di andare avanti e di superare i confini della bolla, curioso di aprire la porta e vivere la vita che io decido per me.
Poi, dopo questo esercizio, c’è stato un progressivo ritorno alla realtà (la sensazione provata era, fisicamente, quella di una forte alterazione del sistema propriocettivo, come quando si fa uno stretching particolarmente intenso), ci siamo confrontati sulle sensazioni provate, e questo ha messo un po’ da parte alcune barriere per cui abbiamo potuto fare la seconda parte, in cui siamo stati in cerchio, con gli occhi chiusi (almeno lo erano i miei), e prima ci siamo concentrati su noi stessi, e poi ci siamo progressivamente presi per mano.
Detto così, pare giro giro tondo, e invece quello che è successo è stato tutt’altro. Alcune persone hanno provato una sensazione di freddo dal contatto con le mani altrui, altri di caldo, io ho sentito come il modo in cui le mie mani toccavano e venivano in contatto con le mani altrui cambiasse. La signora alla mia destra l’ho percepita come una persona molto assertiva, che deve molto controllare la situazione, e di come da me, verso di lei, ci fosse un flusso (credo che il modo in cui questo cerchio sia stato costruito non sia casuale, è una di quelle cose di cui parleremo la prossima volta durante la seduta), mentre la persona alla mia sinistra è stata una rivelazione. All’inizio, il contatto era molto sordo, così l’ho definito, poi l’ho sentito scaldarsi, e il risultato è stato che la mia gamba sinistra ha cominciato a tremare, come se fosse sotto l’effetto di una ondata.
Finito questo esercizio, è stato stupefacente vedere come persone che fino a quel momento non si conoscevano abbiano cominciato ad interagire tra di loro, sentendosi tra di loro come non si sentivano prima, e questo perchè si sentivano essi stessi molto di più di prima.
In tutto questo non c’è appunto niente di magico. E’ semplicemente che, quando siamo più in contatto con noi stessi, riusciamo a decifrare quell’infinità continua di segnali che gli altri ci mandano, e riusciamo a costruire una rappresentazione dell’altro che non aderisce al nostro desiderio di vederlo come vorremmo che fosse, ma che punta decisamente a vederlo per come è.
Questi esercizi, tendono molto a portarci a vedere sotto occhi nuovi il rapporto con gli altri, e io ho osservato alcune cose su di me, nessuna di queste è una rivelazione scioccante, ma oggi queste rivelazioni sono state, come dire, sustanziate da quello che succedeva, non erano solo idee ma anche fatti.
Primo e più importante punto, in qualsiasi contesto sociale io mi trovi, il mio modo di comportarmi è sempre quello per cui, invece di sentirmi parte del party, mi sento apparte. Mi considero non incluso nel gruppo, mi sento giudicato, e quindi cerco subito di eccellere, invece di divertirmi. Oggi me ne sono reso conto quando ho cominciato ad alambiccare che la mia dottoressa, proprio perchè mia, conosce me meglio di come conosce gli altri, che in taluni casi le erano dei perfetti sconosciuti, però non ho pensato che questa cosa era una cosa che mi doveva far sentire a mio agio, bensì se questo non mi avrebbe, come dire, messo al centro dell’attenzione. E’ pacifico che, essendo una persona esperta nel suo settore, non avrebbe commesso un errore del genere, ma io ci ho dovuto pensare, prima di cercare di rimuovere questo meccanismo. E all’inizio non è stato così, a fronte di persone che si sono presentate con molta dovizia di particolari, ridendo e scherzando, io sono stato assai stringato.
Secondo punto: di come io, dopo aver avuto un contatto con una persona, debba costruirmi una immagine della sua psiche, prima di poterci interagire, anzi addirittura prima di ricordarmi che faccia abbia. Per cui, quando c’è uno scambio di un certo tipo, dopo aver assorbito così tante emozioni e sensazioni dal mondo esterno, debba chiudermi in mè stesso, isolarmi dal mondo, e rielaborare tutto e metterlo in un certo ordine, dare un senso alle cose. Per cui passo da momenti di grande interscambio, a momenti di quasi mutismo, in cui invece poi sto andando a mille all’ora. Ma questi momenti sono per me indispensabili, e ne sono anche molto geloso. La cosa peggiore che mi si possa chiedere, in certi momenti, è proprio: a che cosa stai pensando? E di fronte alla risposta “penso”, voler entrare nei dettagli.
Queste due ore sono state un’oasi di tranquillità e di calma, di cui avevo proprio bisogno. Ho come la sensazione che io stia abbracciando me stesso, non per consolarmi ma per comprendermi, nelle due accezioni distinte del significato.
All’uscita, sono andato al supermercato, e ho incrociato una mamma con un bambino. Lui non voleva mangiare non so cosa, perchè si sentiva già tanto grande, e la madre gli ha detto, indicandomi, che doveva mangiare se voleva diventare grande come me.
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