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Un po’ come una risacca

Stamane mi sono svegliato con un forte senso di malessere psicologico, perlopiù pensando all’andare a Bologna (il mio amico non viene) e a tutta una serie di questioni relazionali (come io mi pongo con il mondo, un argomento semplice) che ieri a casa di G. sono venute fuori, e non è che G. abbia sbagliato in niente nella sua analisi e nelle sue osservazioni. Solo che mi pare proprio una montagna gigantesca quella di cui vedo le pendici.

Poi questo senso di malessere si è attenuato durante il giorno, sono andato a fare lezione (una buona mezz’ora di ritardo, ma il caldo mi ammazza e comunque il conflitto psicologico è latente e mi consuma energie) e quindi la seduta di psicoterapia, 45 minuti di ritardo, di cui 30 dovuti al fatto che non mi ricordavo bene l’orario (mi succede con il caldo, dimentico tutti gli appuntamenti).

La seduta è stata piuttosto poco agevole. E’ un po’ come una risacca, ci sono momenti in cui vai avanti cavalcando l’onda, poi un po’ torni indietro. Quando vai avanti, senti e vedi che alcune cose si risolvono, però il percorso non è che cominciato, e quindi occorre lavorare su altre cose, smontare altri meccanismi, fare l’unfolding di altri pezzi di te. Ritrovare il bandolo della matassa.

E’ che certe volte non so da dove cominciare, tutto mi pare collegato, e in certi momenti anche così tanto collegato da essere opprimente, questo nodo da dove comincio a tagliarlo? C’è un punto da dove cominciare Paolo, dalla sua identità.

Qualche notte fa ho fatto un sogno, il primo da molto molto tempo che al risveglio mi abbia lasciato con un senso di allegria,di leggerezza, di sentirmi al posto giusto.

Stanotte vorrei fare di nuovo un sogno così.

Il mare di giorno

La mia psicoterapeuta esercita anche all’interno di un centro, che stanno costituendo, dove ci sono varie professionalità, per cui organizzano degli incontri pubblici in cui si fanno delle “terapie” di gruppo, per presentare le attività e le strategie terapeutiche che adottano, e conquistare nuovi pazienti.

Oggi sono andato all’incontro, tenuto anche dalla mia terapeuta, in cui si parlava di autostima, di come aumentarla con delle tecniche specifiche che lavorano sull’Io. In dodici ad attendere l’avvenimento, e io ero l’unico uomo.

Il primo esercizio è stato un esercizio di rilassamento. E’ stato interessante vedere come, dopo, ciascuno dei partecipanti abbia sviluppato delle sensazioni e delle emozioni diverse, anche compreso chi non ha ricavato proprio niente.

Per me, il primo elemento è stata la percezione fisica del rilassamento, per cui ho sentito i muscoli del corpo de-contrarsi, partendo dai piedi e risalendo, fino ai lombari. Una sensazione molto insolita, descrivibile come un senso di leggerezza e di sganciamento del corpo, che comunque non è stato completo, per esempio ogni tanto deglutivo, e comunque questo allontanarsi dalla realtà era a momenti, c’erano fasi più profonde, simili alla sensazione del sogno, e fasi di maggiore consapevolezza. Questo, era finalizzato alla seconda parte, in cui si viene suggestionati per avere delle immagini che rappresentano un percorso, la camminata su un sentiero che porta poi ad un mare in cui ci si immerge, per nuotare verso il Sole che sta sorgendo.

Ognuno dei partecipanti che hanno reagito ha reagito in modo diverso, chi ha sostituito al sentiero altre immagini, chi ha istanziato il mare perchè fosse uno specifico mare, chi ha nuotato in modi diversi. Io ho sperimentato, mentre nuotavo (con un senso di gioia nel farlo e di piacere dell’atto della nuotata in sè, che avveniva scivolando sull’acqua) un desiderio di proseguire, e infatti quando la suggestione è stata di tornare indietro, il mio inconscio ha pensato che volevo andare avanti, come nel film The Truman Show.

In quel film, il protagonista, Jim Carrey, vive in una realtà artificiale, dentro una grande bolla, e tutto quello che gli succede è predefinito da uno sceneggiatore. Per evitare che gli venga la voglia di attraversare il mare che circonda la bolla, gli hanno innanzitutto creato il trauma del padre che muore proprio in mare, a seguito di una tempesta. Ma, alla fine, la sua consapevolezza aumenta tanto che decide di compiere questa attraversata, provano a farlo desistere, ma lui continua continua e arriva alla fine al bordo della bolla, dove vede che il Sole è una gigantesca lampadina, e c’è una scaletta che porta all’uscita. Lo sceneggiatore, chiamato cotanto Khristof, lo invita a desistere, fuori c’è un mondo diverso da quello della bolla: Jim Carrey dice di no, voglio andare avanti, apre la porta e il film finisce lì, inizia la sua vita. (interessante errore di scrittura, ho scritto “voglio andare avanti” e non “vuole andare avanti).

Tra tutte le immagini a cui potevo pensare, questa  certamente molto forte. Il senso di vivere (aver vissuto) una vita predeterminata da altri, nel senso di aver avuto dei vincoli familiari molto pesanti, la figura del padre assente e del trauma che ne consegue, la voglia di andare avanti e di superare i confini della bolla, curioso di aprire la porta e vivere la vita che io decido per me.

Poi, dopo questo esercizio, c’è stato un progressivo ritorno alla realtà (la sensazione provata era, fisicamente, quella di una forte alterazione del sistema propriocettivo, come quando si fa uno stretching particolarmente intenso), ci siamo confrontati sulle sensazioni provate, e questo ha messo un po’ da parte alcune barriere per cui abbiamo potuto fare la seconda parte, in cui siamo stati in cerchio, con gli occhi chiusi (almeno lo erano i miei), e prima ci siamo concentrati su noi stessi, e poi ci siamo progressivamente presi per mano.

Detto così, pare giro giro tondo, e invece quello che è successo è stato tutt’altro. Alcune persone hanno provato una sensazione di freddo dal contatto con le mani altrui, altri di caldo, io ho sentito come il modo in cui le mie mani toccavano e venivano in contatto con le mani altrui cambiasse. La signora alla mia destra l’ho percepita come una persona molto assertiva, che deve molto controllare la situazione, e di come da me, verso di lei, ci fosse un flusso (credo che il modo in cui questo cerchio sia stato costruito non sia casuale, è una di quelle cose di cui parleremo la prossima volta durante la seduta), mentre la persona alla mia sinistra è stata una rivelazione. All’inizio, il contatto era molto sordo, così l’ho definito, poi l’ho sentito scaldarsi, e il risultato è stato che la mia gamba sinistra ha cominciato a tremare, come se fosse sotto l’effetto di una ondata.

Finito questo esercizio, è stato stupefacente vedere come persone che fino a quel momento non si conoscevano abbiano cominciato ad interagire tra di loro, sentendosi tra di loro come non si sentivano prima, e questo perchè si sentivano essi stessi molto di più di prima.

In tutto questo non c’è appunto niente di magico. E’ semplicemente che, quando siamo più in contatto con noi stessi, riusciamo a decifrare quell’infinità continua di segnali che gli altri ci mandano, e riusciamo a costruire una rappresentazione dell’altro che non aderisce al nostro desiderio di vederlo come vorremmo che fosse, ma che punta decisamente a vederlo per come è.

Questi esercizi, tendono molto a portarci a vedere sotto occhi nuovi il rapporto con gli altri, e io ho osservato alcune cose su di me, nessuna di queste è una rivelazione scioccante, ma oggi queste rivelazioni sono state, come dire, sustanziate da quello che succedeva, non erano solo idee ma anche fatti.

Primo e più importante punto, in qualsiasi contesto sociale io mi trovi, il mio modo di comportarmi è sempre quello per cui, invece di sentirmi parte del party, mi sento apparte. Mi considero non incluso nel gruppo, mi sento giudicato, e quindi cerco subito di eccellere, invece di divertirmi. Oggi me ne sono reso conto quando ho cominciato ad alambiccare che la mia dottoressa, proprio perchè mia, conosce me meglio di come conosce gli altri, che in taluni casi le erano dei perfetti sconosciuti, però non ho pensato che questa cosa era una cosa che mi doveva far sentire a mio agio, bensì se questo non mi avrebbe, come dire, messo al centro dell’attenzione. E’ pacifico che, essendo una persona esperta nel suo settore, non avrebbe commesso un errore del genere, ma io ci ho dovuto pensare, prima di cercare di rimuovere questo meccanismo. E all’inizio non è stato così, a fronte di persone che si sono presentate con molta dovizia di particolari, ridendo e scherzando, io sono stato assai stringato.

Secondo punto: di come io, dopo aver avuto un contatto con una persona, debba costruirmi una immagine della sua psiche, prima di poterci interagire, anzi addirittura prima di ricordarmi che faccia abbia. Per cui, quando c’è uno scambio di un certo tipo, dopo aver assorbito così tante emozioni e sensazioni dal mondo esterno, debba chiudermi in mè stesso, isolarmi dal mondo, e rielaborare tutto e metterlo in un certo ordine, dare un senso alle cose. Per cui passo da momenti di grande interscambio, a momenti di quasi mutismo, in cui invece poi sto andando a mille all’ora. Ma questi momenti sono per me indispensabili, e ne sono anche molto geloso. La cosa peggiore che mi si possa chiedere, in certi momenti, è proprio: a che cosa stai pensando? E di fronte alla risposta “penso”, voler entrare nei dettagli.

Queste due ore sono state un’oasi di tranquillità e di calma, di cui avevo proprio bisogno. Ho come la sensazione che io stia abbracciando me stesso, non per consolarmi ma per comprendermi, nelle due accezioni distinte del significato.

All’uscita, sono andato al supermercato, e ho incrociato una mamma con un bambino. Lui non voleva mangiare non so cosa, perchè si sentiva già tanto grande, e la madre gli ha detto, indicandomi, che doveva mangiare se voleva diventare grande come me.

La cognizione del dolore

Mia madre non rifiuta le cure, oggi è stata più agitata e nervosa che gli ultimi giorni, ma credo dipenda dal fatto che l’effetto “terapeutico” del ritorno a casa stia svanendo e sia la cura a dover fare il suo effetto, e appunto è fondamentale che la faccia.

Certo non è solo questo quello che sta accadendo in questi giorni, anzi dire questo è essere parziali come un cronista che, per parlare dell’11 Settembre, dicesse: macerie a New York. E’ una ridda di cose da fare, di preoccupazioni che ho, di momenti di tensione, di stanchezza che si manifesta con una serie di disturbi psicosomatici (però ieri sono tornato in palestra, dopo due settimane di assenza).

Ma sopratutto è questo dolore, che ho messo da parte in queste due settimane perchè avevo bisogno di erigere delle dighe per non farmi travolgere, e che ora invece va visto per quel che è. La seduta di psicoterapia di oggi è stata molto difficile, so quello che devo fare nei prossimi giorni e ho quasi paura di farlo, perchè so che significa fare i conti con i miei peggiori demoni.

Dissociazione

Una persona a me cara mi ha raccontato di come, durante una trance ipnotica, abbia sperimentato un rivissuto, cioè siano emersi dei ricordi che appartengono ad una sua vita passata. Mentre ne parlavamo gli ho detto che non saprei proprio dire se questi ricordi siano appunto tali, a conferma della reincarnazione, oppure si tratti di un qualche tipo di elaborazione dell’inconscio (o di qualcosa di più profondo e che non conosciamo stante il nostro livello di conoscenza della strutturazione della psiche) innestato su degli elementi archetipali. Anche se, mi ha fatto notare questa persona, ci sono elementi che fanno pensare che non sia una rielaborazione archetipica, a cominciare dalla esatta collocazione temporale di questo ricordo, e a seguire da alcune percezioni che la persona che l’aveva portata in trance ha fatto nel mentre si manifestavano questi ricordi.

Io ho fatto due osservazioni. La prima, è che quello che conta di questi momenti così intensi è l’effetto che hanno su di noi, aldilà della spiegazione sulle loro origini. La seconda, che questo rivissuto non è arrivato a buon mercato, ma dopo molti anni di intensa e severa indagine psicologica su di sè, quindi non è certo stata una teoria magica o una scorciatoia da setta, bensì un passaggio e una conquista che sono comunque costati molto. E’ un po’ il senso che le cose importanti della vita si ottengono solo con il duro lavoro, ed è il motivo per cui sono sommamente sospettoso di tutti i corsi per migliorare se stessi in un comodo fine settimana con attestato finale. Sono cose che possono essere utili se uno non ha mai fatto niente al riguardo, ma poi hanno un valore relativo, esattamente come andare a farsi una nuotata può avere un effetto scioccante per i muscoli di un sedentario, ma perchè il sedentario non sia più tale ci vuole ben di più, il rigore e la continuità dell’esercizio. Così come non basta certo leggere un libro, o cento libri, per essere una persona brillante o acculturata, la cultura è quello che rimane dopo la fatica di averla acquisita.

La cosa interessante è che, dopo aver sentito da questa persona di questa esperienza, io ho sperimentato un episodio di dissociazione, ovvero ho fatto un sogno e al risveglio ho pensato che quello che avevo sognato fosse vero. Il sogno è stato interessante anche perchè per la prima volta ho sognato la mia terapeuta. Nel sogno, io sto facendo sia una terapia con lei che nel negozio di ferramenta che c’è sotto casa, e mi sento un po’ in imbarazzo all’idea di parlare delle mie cose tra uno scaffale e l’altro con il proprietario del negozio. Per cui appunto chiedo alla mia terapeuta, che mi appare non ben definita ma come circondata da un ovale, se va bene fare questa cosa, e lei mi dice di sì, e nel sogno me lo dice con la sua propria voce.

E’ un sogno interessante perchè lo abbiamo interpretato come un sogno di stimolo. La ferramenta rappresenta le azioni concrete, i gesti da fare, la vita di ogni giorno su cui la terapia indirettamente arriva. La terapia è su un piano diverso, è più immateriale ed infatti la dottoressa è sfumata, e quindi c’è un tema di contrasto ma poi in realtà di continuità tra ciò che faccio e ciò che sento di dover fare, e che appunto sento di dover fare perchè nel sogno riconosco la sua voce.

Mentre scrivo queste note, sto pensando che la ferramenta ha anche un forte significato simbolico, nel senso che è un posto dove sono in vendita molte cose, che tu non sai che esistono, ma che quando vedi scopri che ti servono.

Lo stimolo che c’è nel sogno è quello di continuare in questo cammino di smontaggio e di ricostruzione, in questo sporcarsi le mani per modificare la realtà. Sono piuttosto incuriosito però dalla componente dissociativa, che si è manifestata allorchè, sveglio, ho pensato che dovevo proprio andare dal ferramenta a fare la psicoterapia, e ci ho messo un po’ a realizzare che era stato solo un sogno. La cosa più semplice che può significare è appunto che una parte di me sta riemergendo, e si appropria della realtà riadattandola.

(Amore e) Psiche

E’ come una cipolla. Parti dallo strato più esterno, ne togli uno per volta, e ogni volta che lo fai, c’è una lacrima. E’ il rielaborare il tuo passato, che significa rivederlo con occhio critico, per capire perchè certe cose sono successe e perchè sono andate in un certo modo. Poi, strato dopo strato, arrivi all’anima, quella piantina verde che può crescere e che anzi cresce proprio mangiando quella cipolla e le sue lacrime. Solo dopo che hai mangiato la cipolla ti sei depurato e la pianta può crescere.

Psiche deve depurarsi per raggiungere e meritare l’immortalità che Eros le ha donato, discendendo e risalendo dagli inferi.

Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà.

 

 

Questo è un blog INFJ

Sabato scorso chattavo con Frà che mi ha suggerito di fare questo test della personalità.

Tutto premesso e considerato sulla validità dello strumento, il profilo che è venuto fuori, INFJ, mi rispecchia parecchio. Anche la descrizione su Wikipedia è piuttosto aderente, quantomeno all’immagine che ho di me.

Mi fa piacere sapere di non essere pazzo, ma solo complicato. Sabato in particolare avevo proprio bisogno di questo.

Tre per tre (non fa nove)

Tre mesi di terapia, tre conoscenze o relazioni che fossero, tutte e tre naufragate.

Come mi ha detto la terapeuta, forse è il caso che io eviti di pensare ad avere una relazione, visto che sarebbe solo un meccanismo difensivo, utile per spostare l’attenzione della terapia da me all’altro o alla relazione con l’altro, ma comunque per parlare d’altro.

Considerando che le sedute di psicoterapia non sono gratuite, e che tutto questo cominciare e finire relazioni e conoscenze comporta un grande impegno emotivo, credo che le darò ragione.

D’ora in poi solo sesso, nel caso. Ma siccome posso anche stare bene senza sesso, non mi serve molto farlo per farlo, credo che ci sarà un periodo di deliziosa castità. O quasi, come diceva Sant’Agostino.

Due anni dopo

“Sembra che la mia anima non debba mai trovare pace. Volevo riconoscerti ancora una volta di essere stato l’uomo più leale che io abbia mai conosciuto”.

Quanto mi spiace per Gi., con cui ci fu un abbozzo di relazione durato alcuni mesi, ormai due anni fa. Quando non era preda e vittima del suo profondo dolore, era un uomo di una grande sensibilità, mi ricordo quando una sera in macchina mi disse quali erano secondo lui le tre cose che più desideravo, e seppe dirle. Oppure di quando andammo ad una festa di Carnevale, lui si ubriacò, e si ubriacò per poter buttare fuori e piangere tutta la disperazione della morte del suo più caro amico. Ricordo tutte le sue nevrosi, per cui se l’appuntamento era alle nove e mezza significava alle nove, trenta minuti e zero secondi, e anche solo qualche secondo di ritardo lo innervosiva. O di quando dormivamo insieme, ma ognuno rigorosamente nella propria metà del letto. Sesso poco, desiderio molto, sopratutto suo desiderio di sentirsi desiderato sapendo di essere un uomo decisamente bello.

Non potevamo proprio andare avanti, ricordo la rottura che avvenne per telefono, perchè mi ero permesso di chiedergli come mai non mi aveva chiamato nell’ultima settimana, visto che non era andato in Germania per lavoro come invece avevo inteso. Io che mi permettevo di chiedergli conto dei suoi comportamenti.

Poi, un paio di mesi dopo la rottura, ci fu l’annuncio di un quasi suicidio, telefonate da parte mia al 113 perchè andassero a vedere cosa stava succedendo, poi telefonate alla madre per spiegarle che doveva aiutare quel figlio a ricorrere all’aiuto di un bravo dottore perchè l’infelicità di fondo che c’era in lui minacciava sempre di travolgerlo.

Oggi ogni tanto penso a lui, con un senso di compassione, perchè capisco quanto ancora soffra, quando mi arrivano questi messaggi. Dopo due anni, ancora mi scrive perchè mi considera un’ancora di salvezza e un’isola di normalità in una vita che è normale solo in superficie. Mentre io certo non penso a lui se non con le parole di G., quando mi dice che forse io non mi rendo conto di quante cose brutte ho evitato nella mia vita.

Quando G. lo conobbe, mi ricordo che appena Gi. si assentò mi prese sotto braccio, e con un’aria molto più che preoccupata, angosciata, mi disse se non mi rendevo conto di quanto Gi. fosse infelice, e di come dovessi starci molto attento. G. ha questa capacità, di cui non si rende quasi conto, di intuire guardando una persona molte cose, spesso sembra una cosa al confine del soprannaturale.

Ho detto a Gi., nuovamente, di ricorrere all’aiuto di un psicoterapeuta, anche se la serietà della sua condizione è tale che non so nemmeno se sia sufficiente e non ci voglia anche una terapia farmacologica di sostegno. Ma eviterò qualsiasi cosa più di questo, perchè non c’è altro da dire e perchè l’altruismo è spesso il miglior modo che abbiamo per non affrontare i nostri problemi.

Draghi e fanciulle

Tutti i draghi della nostra vita sono forse delle principesse che attendono di vederci belli e coraggiosi. (R. M. Rilke)

Ieri ho cercato questa frase, ma non riuscivo a trovarla, convinto che fosse di Schiller. Era un piccolo blocco che doveva saltare via, è successo stamane dopo una nottata di sogni agitati e catartici.

Mi era venuta in mente dopo la seduta di ieri, che in apparenza era stata leggera, e invece ha smosso dei movimenti più profondi, proprio avendo a che fare con draghi e principesse. Con sentimenti complessi, la paura di affrontare i cambiamenti perchè minacciosi per la parte più sensibile di me, che nel sogno mi chiede aiuto e protezione rappresentata da una bambina bionda che ha paura, e con una percezione che queste paure siano superabili, perchè l’uomo nero, quando si avvicina, si spoglia mostrando una sua cicatrice. E io capisco che non ne devo avere paura, perchè è uguale a me. Rimanendo in tema di draghi a me fa pensare a Uther Pendragon. Quella cicatrice sono le mie cicatrici, coperte appunto dai vestiti ovvero messe da parte, ma che possono riprendere a sanguinare. Ma sono anche cicatrici di crescita.

Dopo la seduta sono tornato a casa, e dovevo assolutamente quagliare per un articolo scientifico. Purtroppo non si quaglia, perchè c’è un problema non risolubile da parte mia su cui niente posso fare, ma l’uno-due è stato pesante, mi sono sentito molto depresso e sconfortato. Ho mandato dei messaggi a G. pieni di tristezza, lui mi ha detto che è una reazione alla psicoterapia, sono andato in palestra a sfogarmi perchè altrimenti mi incupivo di più.

Ho sognato stanotte, di nuovo sogni di case, con questa casa che comincia improvvisamente a rompersi, con i mattoni che saltano e delle crepe sui muri per cui dobbiamo scappare via, e con una nuova casa, strana nella forma e nel mobilio, ma piena di cose nuove ed interessanti.

Energie intense

Ordunque oggi vado a fare la seduta di psicoterapia. Quando sto per arrivare al maniero in cui ha sede lo studio, comincio a sentire un fastidioso odore di solvente, un odore acido molto forte che mi fa quasi girare la testa. Penso che sia la vernice che hanno dato al cancello, perchè da quando vado lì c’è sempre qualche operazione che ci stanno facendo. Mi avvicino, la puzza è quasi insopportabile, e suono il campanello. BAM! La centralina di alimentazione dell’edificio, che è vicino al cancello, prende fuoco, e una nube nera s’alza.
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Allora io suono di più, per cercare di avvertirli, poi mi rendo conto che sto troppo vicino al fuoco e nemmeno sono sicuro che sia solo la centralina elettrica, se chi ha fatto il lavoro è uno zozzone (e che lo sia è fuor di dubbio) e per caso ha messo vicino lì anche la centralina del gas…è molto meglio allontanarsi. Nel frattempo, il fumo nero s’alza e le macchine che passano nei dintorni si cominciano ad incuriosire.
Mi sposto in un punto più sicuro, e chiamo la dottoressa al telefono, spiegandole la situazione. Dal palazzo cominciano ad uscire, e rimangono un po’ turbati; io mando una voce per vedere se hanno un estintore altrimenti devono chiamare subito i vigili del fuoco. Cominciano a fare delle telefonate, io nuovamente mi allontano perchè oltre al fuoco e al fumo ci sono degli scoppi e delle scintille.
Si fermano due villici che passavano da quelle parti, e si sono fermati a commentare con me. Uno di loro è un elettricista, e osserva che l’elettricista ha fatto un pessimo lavoro. Non ci si capisce un cazzo, per usare le sue parole, ma l’ingegnere che è in me e l’elettricista che è in lui concordano sul fatto che probabilmente hanno stretto poco i cavi elettrici che si sono riscaldati. Nel frattempo, l’incendio prosegue e ha annerito tutto il muro, e io penso di andare al vicino distributore di benzina, chiedergli l’estintore che sicuramente ha e usarlo, perchè di vigili del fuoco manco l’ombra.
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Alla fine vedo uno con la faccia da elettricista che entra da una porta di servizio, e io lo seguo, mica per niente ma vorrei fare la mia seduta psicoterapeutica. Raggiungo quelli che erano nello stabile, che stanno fuori nello spazio ad osservare le fiamme, e mi dicono che fino a quella mattina l’elettricista aveva lavorato sulla centralina. L’ingegnere che è in me a quel punto non si trattiene più, e faccio dei commenti ad alta voce sulle capacità tecniche del medesimo. Alla fine arrivano i pompieri, il traffico a quel punto peggiora parecchio, solo che non possono entrare perchè il cancello elettrico è chiuso, e forse il gran caldo l’ha leggermente dilatato (sempre l’ingegnere. Ci mancava poco che mi mettessi a tracciare equazioni per terra. In effetti ho cominciato a pensare se la dilatazione sia proporzionale alla temperatura, mi pare di sì). Uno dei pompieri - GNAM! - scavalca la recinzione e comincia a usare l’estintore - oddio che immagine fallica - ma ci vorranno diversi tentativi ed alcuni minuti prima di riuscire a domare il fuoco.
Nel frattempo, io e la dottoressa ci siamo spostati dentro il palazzo - lei mi sembra un po’ agitata, vabbè in fondo sono donne non sono pratiche di queste cose, non certo come taluni elettricisti che fanno dei gran lavori - e io le faccio notare che uno dei pompieri è sul bonazzo andante, per cui mi sa che un giorno mi prenderà fuoco qualcosa pure a mia (si potrebbe osservare: eros e thanatos). La dottoressa concorda. La foto purtroppo è assai sfuocata ma si capisce il bordello che c’è stato.
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Alla fine, la seduta comincia con una mezz’ora di ritardo, senza riscaldamento e senza luce. Ma è stata una seduta molto positiva, e considerata l’intensità delle emozioni che ho vissuto questa settimana e la incredibile coincidenza del fuoco che prende vita quando io citofono, ho osservato che un periodo così non poteva che finire con dei fuochi d’artificio.

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