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Come una montagna

Tra noi e quello che vogliamo di più dalla nostra vita, sempre si mettono in mezzo i nostri più grandi dolori, che sedimentati nel ricordo diventano le nostre più grandi paure. Sappiamo, sentiamo, a tratti anche vediamo un luogo incantato in cui essere felici, ma davanti c’è la montagna del dolore da superare. Anche solo vederne l’altissima cima ci fa sentire male, per cui preferiamo distogliere lo sguardo, anche se questo vuol dire perdere dalla vista quello che c’è dietro, ovvero e in ultimo noi stessi e la nostra realizzazione.

Possiamo sempre dirci e raccontarci che abbiamo ancora tempo per arrivare lì, che quella montagna ora c’è ma domani chissà, che forse si abbasserà da sola, diventando una più agile collina, magari giusto un po’ di fatica ma poi è tutta discesa. Possiamo ingannarci così, dicendoci che il nostro tempo non è qui ed ora. Possiamo così anche raccontarci che il tempo per noi non sta passando, che la nostra vita non dura già adesso un secondo di meno di un secondo fa, tutto dedicando noi stessi a lottare contro i segni esteriori dell’invecchiamento; che quelli interiori, quella montagna che anzi sembra crescere e diventare più alta, li abbiamo tolti dallo sguardo più superficiale: abbiamo popolato la montagna di demoni, e compriamo le creme antirughe per raccontarci che questi demoni ci vedranno così belli che ci lasceranno in pace. In fondo, noi vogliamo solo sbirciare quell’Eden che c’è dietro. Ci metteremo in viaggio un altro giorno, sicuramente abbiamo un altro giorno, perchè oggi non è passato, quando invece forse è che oggi non è stato vissuto.

Possiamo provare a fare questo viaggio aiutati dai nostri amici, ma come amici potranno farci fare solo un pezzo di strada, perchè si lasceranno sempre prendere dall’entusiamo, dall’emozione e dall’amicizia e punteranno al bersaglio grosso: supera la cima più alta, arrampicati sulla guglia più aspra, e poi è tutta una discesa. Sono pochi, pochissimi, quelli che possono capire che ciascuno di noi ha delle cime che richiedono uno sforzo ed un impegno estremo per essere superate, e che ciò che è difficile per gli altri può essere impossibile per noi.

In una psicoterapia efficace, quello che succede è che il terapeuta ti accompagna a fare il giro della montagna, senza scalarla, solo facendotela vedere da più punti di vista. Poi, ogni tanto, ti fa fare un piccolo pezzo di strada, su un sentiero non troppo ripido, che non ti porta in cima, ma ti fa vedere una prospettiva diversa. Non lo fa camminando al tuo fianco, ma mostrandoti un punto e dicendoti di andare lì. Qualche volta fa delle grandissime deviazioni, mentre a volte sono solo delle grandi deviazioni, a volte ti fa tornare indietro giusto per essere sicuro che hai imparato che lì c’è una strada che ti porta da un punto ad un altro, a volte ti manda da solo e ti chiede che cosa hai visto, spesso si ferma e ti fa vedere che quella montagna altissima è diventata un po’ meno alta, che un pezzo di strada l’hai fatto e quindi ora di quel posto bellissimo che c’è dietro,  cominci a vedere meglio i contorni e i dettagli, senti l’odore di aria fresca, vedi la luce che illumina tutto, e ti piace, oh se ti piace.

Anzi, quando cominci a salire, capace che ti guardi anche intorno, e scopri che ogni uomo ha la sua montagna. Vedi che qualcuno ha cominciato molto prima di te, qualcuno appena dopo, qualcuno la guarda scorato e anzi si butta a terra temendo che i demoni ne scendano giù, e tu magari vorresti anche lanciare una mano, però sai che l’unica cosa che puoi fare è dare l’esempio. Ma sai anche che, più sali in cima, più diventi una figura indistinta per chi sta ancora a terra, che per quanto potrai sbracciarti i tuoi gesti si confonderanno, la tua voce sarà più distante. Sarai sempre lacerato dal desiderio di portare tutte le persone a te care a fare questo viaggio con te, perchè non vorresti perdere nessuno, nessuno vuole perdere nessuno, ma sai che non ti seguirebbero, perchè se per te è venuto il tempo di scalare la montagna, per loro quel tempo non è venuto. Così per un po’ giri la testa tra il davanti che vedi e il dietro che lasci, all’inizio più freneticamente, poi continui a guardare sempre più in avanti, e quelli che per te erano dei contorni indistinti, delle deboli voci, diventano dei volti nuovi e dei suoni prima inuditi e pensi che non sei solo.

Febbre

Se l’ultima seduta di terapia è stata un’esperienza molto difficile (credo che si possa definire maieutica, e non ditemi che il parto è una cosa divertente per il nascituro), non poteva poi non esserci una ricaduta fisica, qui siamo a favore dell’unità della dualità di mente e corpo.

Aggiungendo a questo che oggi e ieri ho preso freddo, che forse ho un’infezione asintomatica  (che si cura con antibiotici, eh, mica niente di grave: solo che prima va diagnosticata, poi va fatto l’antibiogramma e poi va curata), che sono nel fastidio più forte per l’attuale lavoro e quindi ne somatizzo la bruttezza, che controllo la posta dieci volte per vedere notizie londinesi, insomma mi va di lusso che c’ho solo 38 alle venti di sera.

Poi vorrei essere chiaro (più che altro con me): ben venga la febbre a 38 se è una crisi di crescita dopo il parto. Meglio star male poco tempo per scopi terapeutici e in modo finalizzato ad un risultato, che trascinarsi nel male di vivere delle nevrosi non affrontate e non risolte. Ciò detto, ora vorrei stare bene, grazie :)

L’amaro dolce far niente

La bua è tutta passata, compresa la sinusite degli ultimi giorni che era uno strazio e un fastidio assoluto. Di fattori stressivi ce ne sono stati senza fine, più importante di tutti credo le questioni familiari, la terapeuta quando l’ho avvertita che la seduta sarebbe stata rinviata a seguito della mia febbre non se ne è affatto stupita. Anzi in buona parte mi rendo conto io stesso che la febbre è stata anche una reazione alla penultima seduta e ai temi in essa affrontati.

Solo che poi questa seduta l’abbiamo avuta, ed è stata una seduta che mi ha lasciato molto interdetto. E’ stata utile per mettere in mostra quali miei lati caratteriali e nevrotici io riversi nel lavoro (e non necessariamente in senso negativo, l’importante è capire perchè io eccelga in alcune cose e ne detesti cordialmente altre, in modo da potermi anche costruire un posto di lavoro adatto al mio carattere) ma sono rimasto perplesso sulla strategia che mi ha suggerito. Mi dice: provi a mettere insieme i pezzi del puzzle, cercando di avere un rapporto migliore con sua madre e sua sorella. Con mia madre forse è possibile, ma mia sorella ha preso una piega paranoica negli aspetti del vivere comune che non la rende raggiungibil e con cui non si può ragionare. Non puoi avere un buon rapporto con chi è in una situazione di disagio mentale.

Non so se la mia voglia di sentirmi sempre impegnato in termini lavorativi sia una buona cosa o un modo per non affrontare altri nodi. So che ieri sono andato a conoscere una azienda per una assai remota possibilità di tenere un corso per loro giusto appunto per andarci e non starmene un altro giorno a casa, insomma per fare qualcosa. Colloquio inutile, ma almeno il tipo era proprio carino e gli avrei dato una bottarella con piacere (in effetti, poteva propormi di andarci a prendere un caffè insieme, invece di fare questi equivoci sorrisoni e dirmi che quella è una azienda di persone giovani, con fare ammiccante).

Penso che per una dimensione lavorativa che mi appaghi appieno passino e si realizzino poi altre cose che con questa non hanno direttamente a che fare, e che questa dimensione sia quella in cui più facilmente posso cogliere dei risultati, ma nel contempo sento come altre questioni familiari mi impediscano di realizzare il mio potenziale, ed è una sensazione anche molto frustrante. Ho paura anzi, che questa situazione familiare sia così invischiante da diventare una zavorra. E come mi dice l’esperienza con l’indiano, uno può anche andare a diecimila chilometri di distanza, ma se sei legato mani e piedi allora continui ad esserlo, a prescindere dal fuso orario sotto cui vivi.

Ho la febbre

E se non è febbre ha tutti i sintomi, sopratutto una fastidiosa tosse.

Ieri ho sostenuto l’esame di certificazione. Non so quanti sappiano cosa è l’uso e l’abuso degli esami di certificazione nel mondo dell’informatica, per cui brevemente: un esame di certificazione è un esame forganizzato da un privato (azienda, associazione professionale) che certifica, a seguito del superamento dell’esame, la conoscenza di un certo strumento tecnico di lavoro (un linguaggio di programmazione, una applicazione) o di una metologia (gestione dei rischi, dei progetti, del sarcavolo). Non tutti gli esami di certificazione sono uguali, alcuni sono particolarmente difficili e costosi (possono occorrere anni di esperienza e di studio per superarli, oltre al pagamento di soldi sufficienti a comprare una berlina) altri sono molto più popolari (molti conosceranno la patente europea del computer). Si tratta di una istituzione tipicamente anglosassone, che fa guadagnare molti soldi a chi organizza questi esami ed è piuttosto richiesta nel mondo del lavoro dell’informatica, in molti casi ci sono certificazioni che hanno più valore, agli occhi del datore di lavoro, di una laurea di cinque anni.

Comunque, l’esame è stato superato, la certificazione ottenuta, spero che sia utile per il posto di lavoro per cui l’ho presa (comunque, è anche molto richiesta nei paesi anglosassoni) ma questo ha avuto chiaramente un prezzo. La sera prima dell’esame ho scoperto che avevo studiato la vecchia versione del sillabo e nessuno me lo aveva nè detto nè scritto da qualche parte, così in tutta fretta ho preso il libricino che avevo comprato giusto per sicurezza come ulteriore materiale di studio e mi sono messo a studiare. Tra questo stress, il freddo che ha fatto la mattina, l’essere andato in giro senza ombrello ecco qua che ora ho la febbre.

Mi pare che, in termini simbolici, la febbre ci stia tutta. Mi ero molto abituato a dire che, da quando facevo palestra, la febbre non mi era più venuta, e i miei raffreddori duravano pochi minuti, così come al più c’era uno starnuto isolato. Questo faceva parte di un equilibrio complessivo (forse è meglio dire di una staticità) e proprio negli ultimi tempi mi sono trovato a pensare se fosse congruente che, mentre vorrei cambiare molte cose della mia vita e ne sto cambiando anche alcune, la palestra rimanga esattamente la stessa. Stesso luogo fisico, stesse persone, stessi istruttori, e nessuno di questi fattori mi entusiasma più, anzi a volte sono infastidito da quello che dicono e da come si comportano.  Con un mio istruttore ho discusso del fatto che la forma verbale sia “we are” e non “we is”, giusto per dare un’idea. E ho fatto voto di atarassia, non dicendogli che sarà tanto bravo ad allenarsi ma scemo come una capra, cosa che ci starebbe tutta visti i giudizi non lusinghieri nè incoraggianti che qualche volta si è lasciato sfuggire sul mio conto.

Tempo fa, mentre facevo un esercizio, mi sono quasi bloccato, sorpreso, a pensare che finchè fossi rimasto in quella palestra non sarei cresciuto più di tanto, una metafora (magari allegoria è un po’ troppo) del fatto che finchè me ne rimango nella quieta provincia non vado avanti più di tanto. Non posso sperare che la palestra abbia un ruolo apotropaico, che altrimenti diventerebbe un elemento di staticità, e nella staticità c’è la morte, non la vita.

Misurata intanto la febbre, 38.3 di prima mattina. Verso nuovi orizzonti!

Poi, credo che anche questa conoscenza con l’indiano mi stia prendendo, e non so se in un modo positivo. Mi ha scritto una mail, in cui mi dice che se la prima volta che ci siamo visti siamo riusciti a parlare come due vecchi amici, è perchè io ho capito la sua solitudine, perchè per quanto a differenza sua io abbia la mia famiglia vicino a me e i miei amici qui, a volte mi sento deserto in mezzo alla folla. Non ha torto su questa analisi, intensa e toccante, quello che mi chiedo è se però io non stia cercando di superare questa solitudine, e quanto e come voglia superarla lui, perchè la differenza tra comprendere e vivere insieme è quella tra essere amici e stare insieme.

Meta-

Avevo poco più di due anni, e mamma mi regalò un disco con incisa La Bella Addormentata del Bosco. Ascoltavo e ascoltavo la fiaba più volte sul mangiadischi, alla fine la imparai tutta a memoria (da piccolo avevo una memoria prodigiosa, in genere leggevo una pagina e me la ricordavo per ogni singola parola. Per dire, la prima lezione studiata alle elementari fu di storia e cominciava come “Migliaia e migliaia di anni fa l’uomo primitivo viveva nelle caverne.”).

Quando mia madre venne a scoprire che sapevo la fiaba a memoria mi portò da mia nonna, quasi come un trofeo,  io cominciai e andai dritto come un missile per dieci minuti. Mia madre ricorda ancora oggi con immenso orgoglio di come mia zia rimase così colpita che le caddero le chiavi di mano.

L’altra seduta di psicoterapia sono stato congedato con un compito per quella di oggi alquanto insolito: trovare una fiaba che rappresentasse il tipo di relazione che sto avendo con la psicoterapeuta. Perchè nella penultima seduta il tema è stato proprio questo qui, ovvero di come io abbia proiettato in questa relazione terapeutica dei tratti di una relazione materna, un comportamento comune che però è utile analizzare (almeno quando il paziente ha una certa stabilità emotiva).

Quindi, non è stato un caso che la prima fiaba a cui io abbia pensato sia stata proprio La Bella Addormentata nel Bosco, e in seconda battuta Il Giardino Segreto, in cui una bambina scopre questo giardino nascosto in un castello, e la bellezza della natura incontaminata le dà nuove energie, tanto da riuscire ad aiutare un suo cuginetto cagionevole di salute.

Sono due fiabe comunque importanti per me, che mi sono venute alla mente per il significato (che più ericksoniano non si può) della capacità di trovare in sè delle energie per fare delle cose, l’emergere tumultuoso di una grande forza che è una forza di guarigione.

Da qui siamo partiti, e la domanda è stata se io, a parte questi meccanismi proiettivi, non abbia sviluppato un senso quasi di dipendenza dalla terapia. E’ un enorme conquista che con la terapeuta si parli della terapia e del rapporto terapeutico, perchè vuol dire innanzitutto che questo rapporto esiste e secondo poi che il paziente ha un certo grado di equilibrio per cui può affrontare una discussione vedendosi un po’ da fuori, una discussione in cui peraltro lo stesso terapeuta è parte in causa.

Quello che è accaduto nelle ultime sedute, da quando la faccenda di questo possibile trasferimento a Londra si è palesata, è che ho avuto la sensazione che la terapeuta abbia voluto sviscerare gli aspetti emotivi che mi tengono bloccato qui, e mi è parso che questo lavoro sia stato un lavoro molto proficuo. Mi pare pure che non ci sia un rapporto di dipendenza, perchè quando ho conosciuto lo strafigo non ho pensato di farci sesso ma per mia scelta, non certo ponendomi la domanda “cosa mi direbbe di fare la terapeuta?”. Così come quando ho ricevuto una sgradevolissima mail dall’ambiente universitario, ho avuto un attimo di scoramento, ma è passato perchè da solo mi sono detto che il mio atteggiamento attivo verso la questione universitaria mi mette al riparo dalle variazioni umorali di questi poveri fessi: se fossi rimasto in attesa di novità e non avessi deciso di andarmi a visitare Londra per i miei privatissimi fatti, quella mail mi avrebbe causato un trauma, invece è stato solo risentire per un attimo la tipica puzza di acqua stagnante che ben descrive l’ambiente universitario, a cui si risponde aprendo la finestra.

Ormai è un anno di psicoterapia (mancano due settimane all’anniversario, ma passim).

Quello che ho sentito che è avvenuto in questo anno è che mi sono un po’ spostato dall’essere al centro di un maelstrom, dove i gorghi sono velocissimi, ruotano freneticamente e ti impediscono di fare qualsiasi cosa deprivandoti di tutte le energie vitali: ora sono in una zona più tranquilla. Ma la paura di cadere di nuovo nei gorghi c’è, perchè anche se vedo che molte cose sono cambiate, anche se mi rendo conto che oggi faccio cose che un anno fa avrei pensato impossibili e viceversa non faccio cose che un anno fa avrei considerato identitarie (quando invece erano puramente nevrotiche) anche se queste energie positive fluiscono in me e mi circondano, seppur tutto questo e altre cento, rimane che questo mio positivo stato psicologico non sì è ancora sustanziato in una realtà diversa, solo in una percezione migliore di quella attuale e di una maggiore capacità di intervenire su di essa.

Senza psicoterapia ci sarebbero voluti dieci anni di esperienza (“quegli incerti passi nel mondo che taluni chiamano esperienza”, citando a memoria Emily Dickinson) e di scornamenti, ma ancora oggi non ho un compagno accanto a me, non ho un lavoro che mi soddisfi completamente, non ho una ampia cerchia di amicizie. Mi sono spostato dal centro del maelstrom, ma non sono arrivato su nessuna barca e non vedo nessuna riva, per cui devo continuare a nuotare per evitare di tornare indietro.

La psicoterapeuta mi ha detto che, comunque ed invece, il grande lavoro che ho fatto finora me lo ritroverò comunque, saranno sempre degli strumenti che avrò con me (e mi rendo conto di avere questi strumenti quando entro in contatto con una persona, è proprio togliere il rumore di fondo del maelstrom che mi mette nella condizione di un ascolto empatico) appunto come il bambino di due anni che impara la fiaba a memoria perchè non avendo nevrosi riesce a convogliare le sue energie in qualcosa di speciale.

La seduta di oggi è stata breve. Mi ha gratificato molto quando mi ha congedato dicendo che oggi io ho fatto un po’ di terapia a lei, aveva dei dubbi sul fatto che con le ultime sedute ci stessimo incamminando verso una direzione sbagliata. Penso anche, razionalmente osservando la cosa, che questo sia stato una verifica prima di un passaggio di livello, perchè adesso queste energie positive vanno incanalate in un ulteriore percorso di cambiamento. Ora è proprio da cominciare a nuotare lungo una direzione.

Domani vado a Londra, per svago, tornerò Lunedì con tutta comodità. Mi viene in mente il colonnello Aureliano Buendia di Cent’anni di Solitudine, quando da bambino pensa a tutte le cose straordinarie che sono aldilà del fiume, indicate con il dito perchè ancora senza nome.

Funziona

Domenica sera ho conosciuto un ragazzo. Anzi, un bel ragazzo. Anzi, molto bello. Il corteggiamento telematico è andato avanti per alcuni mesi, non che ogni giorno gli dicessi qualcosa, ma quando capitava che lo vedevo online gli mandavo un messaggio. Ad un certo punto mi ha pure detto che no, non ero proprio il suo tipo. Ho proseguito, così Domenica ci siamo visti, dopo cena, una cosa organizzata all’ultimo momento. E’ la persona con cui più sono stato caparbio.

Primo pensiero che avevo mentre andavo da lui, è che è un tipo che ama provocare. Le foto che ha messo in giro non sono pornografiche, ma erotiche sicuramente sì, anzi mi ha raccontato compiaciuto che c’ha pure perso tempo a farle, con le luci giuste e quant’altro. Ho pensato, mentre andavo, che se gli piaceva provocare l’avrei lasciato fare, in fondo volevo conoscerlo.

Ci siamo visti, l’idea iniziale era di vedere un film in DVD, siamo invece stati a parlare per tre ore, finchè non si è fatto veramente tardi. Ad un certo punto, ci siamo guardati e tutti e due abbiamo pensato che in quel momento sarebbe stato previsto del sesso, siamo rimasti un attimo in imbarazzo e abbiamo proseguito a parlare.

Ho colto, in tutta la serata, come cercassimo un terreno comune, e ce n’è. Facciamo praticamente lo stesso lavoro, e con la stessa mentalità, andiamo tutti e due in palestra (wow, un gay a cui puoi dire ossido nitrico senza che pensi che sia una crema di bellezza). Mi ha colpito come alla fine della serata lui si sia più lasciato andare, dicendomi delle cose che mi hanno dato l’immagine di una persona che forse ha perso qualcosa che stava costruendo da tempo, come una relazione, e che questo l’abbia reso un po’ suscettibile verso certi commenti non proprio felici che gli erano capitati in una occasione sociale.

Mi ha colpito che mi abbia ricevuto come mi aveva annunciato, in pigiama. Un ragazzo che perde tempo a mettere le luci giuste e che poi si mostra in un modo così intimo. Che ad un certo punto mi dice: una volta io odiavo i gay effeminati, poi ho capito che lo facevo perchè temevo la mia parte femminile.

Non: tutti abbiamo una parte femminile, frase facile, ma: io ho una parte femminile. Il tabù assoluto dei gay, detto in un primo incontro. Da uno peraltro che proprio non è effeminato, anzi è decisamente un bel maschio (l’ho già detto, mi sa). Tutto a spiegare come, guarda un po’, dietro questo atteggiamento provocatorio, sorretto da un fisico adatto al ruolo, ci sia qualcuno un po’ più solo di quanto te lo immagineresti, che non ha problemi a trovare sesso ma che a volte vorrebbe proprio l’intimità del pigiama e non l’erotismo della maglietta aderente.

Ci siamo salutati, e sono tornato a casa contento e pieno di energie. Canticchiavo.

Poi il giorno dopo gli ho dato il mio numero di telefono fisso, perchè lui lavora in un provider telefonico e poteva dirmi alcune cose sulla mia ADSL. Di queste cose, non me ne potrebbe fregare un cavolo di meno, ma è stato un gesto che ho scelto di fare perchè io di lui so nome, cognome ed indirizzo e volevo che sapesse lo stesso di me come gesto di fiducia, non mi andava di essere solo un nome e un nickname. Infatti mi ha risposto, con una mail in cui mi dava tutti i dati del mio abbonamento telefonico. Mail spedita al mio indirizzo di posta all’università, che non gli avevo dato e che ha trovato da solo. L’ho detto, è un ragazzo molto sveglio.

E l’indomani ho scelto di fare una cosa per me nuova: ho scelto di non disperdere queste energie positive, andando a trombare col primo che passava. E, quanto al primo, c’è stato il primo, il secondo il terzo e così via, ormai sono come Figaro, tutti mi cercano tutti mi vogliono, ma quanto sei bello, quanto sei carino, quanto mi piaci. Pare che sia io quello che ha fatto delle nuove foto con le luci giuste.

E’ più semplice: le energie positive chiamano quelle positive (ed ahimè quelle negative risuonano con quelle negative). Solo che quando uno ha queste energie positive, improvvisamente si sente come se avesse un capitale mai avuto prima, è come se ti scoprissi ricco, e la prima cosa che ti viene da fare è quella di disperderle. Mi è successo in passato, e l’effetto è stato quello del proverbiale passaggio dalle stelle alle stalle. Stavolta no, ho deciso di continuare a rimanere in questa condizione psicologica. Se ho preferito aspettare con questo bell’uomo, credo proprio che possa aspettare chiunque altro.

Tutto questo si può dire in un più semplice modo: la psicoterapia funziona.

Interruptus

Ma, nel caso, poi a Londra ci sarebbe un modo per continuare la terapia?

Di questo parliamo la prossima volta.

La seduta di terapia finisce sempre sul più bello.

Confessioni, espiazioni e comunicazioni

Ho confessato alla mia terapeuta una cosa, che non avevo mai detto a nessuno. Prima di farlo ci ho pensato molto a lungo, nei fatti il mio primo dubbio me lo sono posto l’anno scorso, e solo chiedermi se parlarne o meno mi aveva già allora causato un forte malessere. Poi ho accantonato questo pensiero, che però negli ultimi tempi è riemerso. Ho avuto dei giorni di un malessere intenso e molto forte, non solo in senso psicologico ma proprio anche fisico, esausto per questo continuo chiedermi cosa fare. Se non parlo, me lo porto appresso. Ma se ne parlo, chissà cosa penserà di me. Anzi, mi dirà che questa cosa spiega molte cose, che lei aveva capito che c’era qualcosa del genere sotto, che stava aspettando che gliene parlassi.

Paolo, quello che lei mi racconta è una esperienza di vita molto comune, su cui lei ha costruito un senso di colpa gigantesco. Lei ha una personalità molto complessa e strutturata e non ha certo bisogno di alcun trauma infantile da metterci dentro.

Come esseri umani siamo molto bravi a costruirci dei sensi di colpa grandi come case, che ci portiamo dietro sempre e che non vediamo nemmeno come tali. E’ così, le cose stanno così, devo fare così, non posso che fare così, ho dei doveri e degli obblighi. Alla fine è anche rassicurante. Sopratutto, non è una cosa sconfiggibile se la affronti subito nelle sue radici. Se un anno fa avessi cominciato a parlare di questo, sarei rimasto bloccato, senza nessun passo in avanti. Invece è come voler smontare una torre: non puoi partire dalle fondamenta perchè i mattoni sono tutti incastrati, parti allora dai merli, scendi ogni tanto di qualche livello, spesso ti fermi e provi a ricostruire da quel punto in cui sei arrivato un po’ perchè pensi che vada bene così, un po’ perchè come essere umano hai una inerzia che ti salva dall’andare di fretta, poi prosegui finchè non arrivi a quelle che, per quel momento della tua vita, sono le fondamenta, allora hai tutti i mattoni sparsi in giro e cominci a ricostruire la nuova torre, non verrà mai perfetta e un giorno non ti piacerà nemmeno più così tanto, ma si passa da un equilibrio nevrotico ad uno migliore e più funzionale, le persone senza nevrosi esistono solo nei libri di psicologia nella sezione casi gravi. Questo modo di costruire la torre è un po’ la differenza tra la psicoterapia che è appunto orientata ad un risultato anche parziale e la psicanalisi, in cui l’obiettivo comunque si raggiunge ma si passa per una rigorosa catalogazione di tutti i mattoni della torre, per sapere da dove vengono e chi ce l’ha messi lì.

Però, non è facile mettere da parte un senso di colpa che ti porti dietro da decenni, e che era talmente forte da non averlo nemmeno considerato come tale. Non a caso, una delle prime reazioni regressive è stata quella di ripensare al tentativo di suicidio di mia madre. Mi è tornata in mente la mia telefonata al 118; sì c’è sangue; no non vedo parti di cervello; sì pare un taglio superficiale; sì le tengo l’asciugamano sulla testa; no mamma non ti muovere anche se ti fa male la testa. Perchè dovevo trovare qualcosa che mi legasse, sostituendo questo senso di colpa che comunque non è ancora quel senso di colpa.

Poi però la transizione non può essere infinita, così mi sono molto sforzato di fare a mia madre un discorso, di cui avevamo ampiamente parlato nella terapia, che più o meno è stato così.

Cara mamma, io faccio il lavoro che mi piace, un lavoro molto particolare e molto diverso da quello che tu vorresti che io facessi e da quello che hai sempre desiderato per me ovvero il bancario 9-18, ma a me va bene così. E siccome sono anche bravo nel farlo, c’è pure il rischio che mi paghino bene nel farlo.

In superficie stavo parlando del mio lavoro, in profondità del mio orientamento sessuale e questo giustifica la fatica che ho fatto per dirlo e come, prima di dirlo, avessi appunto riesumato quel senso di colpa per avere un alibi di ferro per non parlare di me. Direi che mia madre l’ha presa bene.

Montagne russe

E’ un periodo in cui si intrecciano molte cose.

Situazioni familiari, innanzitutto. Il problema non è la condizione di mia madre, che finchè si cura sta relativamente bene e sicuramente non ha rischi immediati per la sua salute, ma il rapporto perverso che lei e mia sorella hanno. Un rapporto che non riesco a scalfire, che mi depriva delle energie fisiche, psicologiche ed economiche, che mi mette sempre nella condizione dell’escluso. Non c’è niente da fare se non andare a vivere da solo, ma questo passo non è semplice per tutta la rielaborazione del mio vissuto familiare che richiede. L’ultima volta che sono stato dalla terapeuta lei mi ha detto: si ricordi che il mio cellulare è sempre acceso, e può chiamare quando vuole. Ha ben visto la pesantezza della situazione.

Vado a dormire e mi sento solo. Sono a casa e mi sento solo. So che non troverò un lavoro che mi piace e mi soddisfa, così come una relazione che mi appaghi, finchè starò a casa: se parto da un compromesso rispetto a dove vivo, sarò in un compromesso anche nel resto.

Mi dò da fare, anche per organizzare un futuro lavorativo migliore di quello attuale. Prendo contatti, vedo persone, organizzo cose, tutto con una grande intensità, correndo su e giù per Roma, buttandomi a pesce ma in quelle cose che so di poter fare bene.

Alcune cose cominciano a dare risultati, ho preso dei contatti che stanno per diventare contratti, quindi soldi che ora proprio servono. Anzi, i miei colloqui di lavoro durano in genere due-tre ore – in effetti dovrei ridurne la durata – ma il mio curriculum merita tutto questo tempo. Sono molto bravo a vendermi e ho cose da vendere, sono un vulcano di idee e so realizzarle. Certi giorni penso dove e cosa potrei fare se mi fossi sempre mosso così invece di rimanere nell’università per la splendida solitudine – già – di questi ultimi anni.

Solitudine chiama solitudine chiama solitudine.

Ho letto le opportunità di lavoro al CERN, nel mio settore professionale. E’ interessante che ce ne siano due, una per cui sarei sovra-qualificato, una che mi richiede un paio di anni di specializzazione per stare a quel livello. In fondo al CERN si fanno cose divertenti, e sono molto tolleranti sulla conoscenza del francese (che non so ed è il mio handicap peggiore).

Ho mandato un curriculum da un’altra parte, dove questa specializzazione potrei prenderla (non dico necessariamente per il CERN, ma si fanno cose ganze e io mi diverto a fare  cose anche molto diverse in informatica). Mentre risistemavo il mio curriculum non potevo non dirmi che chi lo riceve dovrebbe apprezzarlo, è veramente fitto e pieno di cose.

Se solo io fossi consapevole in modo costante delle mie capacità. Non andrei al ribasso nel lavoro che faccio, nelle relazioni che ho, nella casa in cui vivo. Ma esserlo significherebbe pensarsi una vita propria, e una parte di me ha la nevrosi che questo sia un tradimento verso la mia famiglia.

In realtà, io non sono stato e non sono il figlio migliore per mia madre. Sì, questo vale per tutti i figli e per tutte le madri, ma qui si innesta in una situazione in cui entrambe le parti hanno una sensibilità molto, troppo forte, con troppe cicatrici portate appresso.

Mia madre avrebbe voluto un figlio che si fosse innanzitutto diplomato in ragioneria, poi fosse subito andato a lavorare nella banca del paese, tornando a casa per l’ora di pranzo, nell’attesa di trovare moglie, sempre al paese.

La mia omosessualità è solo uno degli aspetti che mia madre non apprezza, e nemmeno quello che più scava un solco. Quando avevo tredici anni, lei insisteva nel dirmi di iscrivermi a ragioneria, mi ricordo le discussioni feroci perchè io potessi fare quella strana cosa che mi piaceva chiamata informatica.

Per questo non sono il figlio ideale: troppo indipendente, troppo libero pensatore, troppo poco, anzi per niente, provinciale. Il suo desiderio era quello di un figlio da esibire alle amiche come il più giovane e brillante cassiere della banca, con un lavoro sicuro e un ottimo avvenire. Mia madre si sarebbe accontentata. Io mi sarei probabilmente ammazzato.

E poi, poi c’è dell’altro. Che nemmeno capisco completamente, sento solo un grosso grumo dentro di me. Appena mi ci avvicino, il grumo si inscurisce, il cuore batte più forte e gli occhi si fanno umidi. Allora penso ad altro.

Secondo anno

Mi colpisce questo non-incontro di oggi. Sarebbe stata una riperticata, per usare l’espressione di G., insomma uno di quelli che hai conosciuto tempo addietro, ti ci sei divertito,  poi per i casi (i casi? i casi non esistono) della vita te li ritrovi e pensi che qualche giro di danza potresti fartelo ancora, in ricordo dei tempi andati.

Questo sarebbe più possibile se quest’anno, tanto è il tempo che è passato da quei giorni di passione, non fosse passato solo per me, visto che lui è rimasto esattamente dove l’avevo lasciato.

Così ha cominciato dicendomi che non mi aveva più cercato perchè aveva perso il cellulare, e poi il mio profilo su me2 era stato disattivato, allora pensava che mi fossi fidanzato e legittimamente non cercassi incontri di sesso. Bontà sua, mi riconosce il legittimo, ma sia chiaro in via eccezionale.

Poi, mano mano che il giorno per vedersi si spostava in avanti poichè me ne andavo in ferie (altra cosa che lo deve aver sconvolto) il tono si faceva sempre più frustrato, fino ad un “ma allora me lo fai apposta” che mi ha fatto passare ogni voglia, ma figurati se ho tempo da dedicare ad uno che pensa che io mi programmi le ferie per vederlo o non vederlo.

Oggi infine gli ho detto che, avendo un po’ di mal di gola ed essendo completamente afono, non era il caso di vedersi. Quando uno ti dice che sta male, educazione vuole che tu gli faccia gli auguri di pronta guarigione, invece il messaggio di risposta è stato “mi domando quanto tu ti ci diverta”.

Ecco, io non sto facendo questo percorso di psicoterapia per avere a che fare con gente di questa infima moralità e che l’unica cosa che ha è il cazzo in testa, incapace di provare il minimo senso di solidarietà quando almeno la buona educazione lo imporrebbe, anche di semplice formalità. Per cui, dopo avergli scritto che faceva meglio a starsi zitto, con sua stizzita replica che il tempo avrebbe detto se aveva ragione o torto, gli ho chiesto la cortesia di cancellare il mio numero e di non cercarmi mai più, cosa che anche io di mio avrei provveduto a fare. Con suo commento riguardo a quanto smisurato sia il mio ego, se me la prendo così a male, non dovevamo certo sposarci.

E pensare che. Fisicamente molto carino, una bomba a letto, con degli interessi in comune, tutto sommato sembrava che non gli mancasse niente per avere almeno una piacevole frequentazione, foss’anco sessuale. Ma questo, ora, per me, significava far finta di non vedere il suo smisurato ego e le sue smisurate frustrazioni, negandomi tutto quanto ho fatto finora.

Ieri ho avuto una seduta di psicoterapia non del tutto semplice, come avvio di quello che considero il secondo anno di questo mio percorso. Sento sempre più, anzi so, che sto facendo la cosa giusta per me, e sempre più vedo negli altri quella sofferenza che prima non vedevo perchè era confusa con la mia, quando oggi almeno si distingue, forse non sempre ma non è più un rumore di fondo. So che mi sto lasciando alle spalle cose, persone, luoghi, che in certi casi hanno significato moltissimo per me, e la sola idea di lasciarli dietro mi fa soffrire. Mi dispero, perchè ieri ho avuto anche questo sentimento, a pensare a quelle persone che invece la difficile scelta di vedersi dentro per capirsi non l’hanno fatta, e quanto questo diventerà un limite nella loro vita, a quanto ci allontaneremo. Penso anche come il modo migliore per convincerli sia con l’esempio, migliorando la mia vita innanzitutto, perchè l’altruismo spesso è un modo per nascondere i nostri problemi. Come mi ha detto L. giusto oggi, “lo so che sei una roccia“. Forse non sono una roccia, anzi non lo sono affatto, ma io non credo che esistano rocce, credo che ci sia solo spesso l’umiltà di pensare che non è il mondo ad essere sbagliato, ma il modo in cui ce lo costruiamo. E’ più facile portarsi dietro, anche in vacanza, le cose brutte, perchè le cose brutte sono rassicuranti, oltrechè assai diffuse, quindi non ve ne è mai carestia. E’ più rassicurante pensare che sono i colleghi di lavoro, i vicini, i familiari, gli amanti, i mariti ad essere non a posto e noi povere vittime, quando se riuscissimo a vederci e a sciogliere i nostri nodi, forse saremmo molto meno vittime.

Mi viene in mente quella frase di Bertrand Russell quando parlando della scienza diceva: ne sappiamo poco, è sorprendente che ne sappiamo tuttavia qualcosa, ed ancora di più è sorprendente che conoscenze così limitate ci diano così tanto potere.

Ne so poco di me stesso, è sorprendente che ne sappia qualcosa perchè era così semplice rimanere sordi e ciechi, e ancora più sorprendente è che queste piccole conoscenze così tanto facciano.

E tutto questo non può, non può, non può, essere buttato via o anche solo messo da parte per quelle due ore di incontro con un cretinetto auto-centrato. Perchè sarebbe negare la mia identità.

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