Qualche mese fa mi sono deciso a leggere questo libro di Dostoevskij, e sono stato ben contento di trovare l’edizione Einaudi in un volume unico con una copertina in similplastica e rilegato (Einaudi Tascabili, pp. 1032+XLVIII, euro 18), le altre sono in due volumi, in brossura e copertina in cartoncino.
Dostoevskij è un autore dirimente: si può amare o odiare, difficile stare nel mezzo. Con I Fratelli Karamazov credo che lo scandalo Dostoevskij raggiunga il suo apice.
Lo scandalo comincia che, come nello stile dell’autore russo, in sostanza non succede niente, e il libro rimane avvincente (per chi ama Dostoevskij). Fin dalle prime righe viene annunciato che Fedor Karamazov, il padre dei tre fratelli, è destinato ad essere ucciso; così come nella stessa copertina dell’edizione Einaudi si annuncia che alla fine del libro c’è un saggio di Freud sul parricidio (ci tornerò dopo). Quello che succede, si sa già, e mai Dostoevskij è interessato al colpo di scena, all’avvenimento a sorpresa, anzi! Eppure il libro è uno dei vertici della letteratura mondiale, non perchè parli delle gelosie e degli scontri nella famiglia Karamazov, che poi si liquidano nella rivalità tra il padre e uno dei figli per il possesso della stessa donna; ma perchè il libro, in realtà e nel profondo, parla del rapporto tra l’uomo, Dio e il peccato.
Dostoevskij è un autore dilaniato, scosso, agitato come nessun altro dalla domanda: Dio esiste? Perchè come dice Ivan Karamazov, il fratello nichilista dei tre, se Dio non esiste allora tutto è permesso. Dostoevskij racconta dell’uccisione del padre, di un Piccolo Padre, per parlare dell’uccisione del Grande Padre, splendidamente raffigurata nel racconto del Grande Inquisitore, in cui un Dio tornato sulla terra viene condannato a morte dall’Inquisizione spagnola. L’autore non ha nessuna simpatia per le manifestazioni più semplici e popolari della fede, perchè la vive in un senso mistico di profonda sofferenza. Aleksei Karamazov, uno dei fratelli, quello che Dostoevskij stesso introduce come “il mio eroe”, abbandona il convento su suggerimento del suo padre spirituale, perchè il suo posto è nel mondo; e quando questo padre spirituale muore, il popolino rimane sconvolto nell’apprendere che il cadavere di quest’uomo, in odore di santità, sta decomponendosi. Perchè nella religione di Dostoevskij non può esserci un simbolo semplice ed ultraterreno.
In più di mille pagine di libro, peraltro fitte, ci sarebbe stato lo spazio per raccontare una grande epopea, invece si raccontano i pochi giorni di una famiglia normale, i cui tre figli reagiscono ciascuno in modo diverso al fatto di essere dei Karamazov, anzi di avere una natura karamozoviana, cioè in realtà confrontarsi con la morale e con il senso del peccato, che limita la nostra libertà.
Oggi è più un periodo n cui vanno di moda quei bei romanzi di 400 paginette scritte con caratteri grandi ed interlinea abbondante (perchè più carta ci metti e più lo puoi vendere ad un prezzo alto) con dei dialoghi e delle frasi insopportabili (a volte quando sono in metropolitan sbircio quello che legge chi è vicino a me; e vorrei spesso urlare, o in alternativa strappare loro via il libro e buttarlo dal finestrino). Tutta titoli e autori destinati a sparire nell’oblio della storia, salvo qualche apparizione in terza fila ad un mercatino, con un grosso sconto sul prezzo di copertina. Dostoevskij, con il suo scandalo, rimane un autore eterno.
Nota sul saggio di Freud sul parricidio: è un cumulo di cazzate, a tratti delirante. Freud si è imbarcato in una psicanalisi a distanza di Dostoevskij basandosi sulle sue opere, concludendo che era un bisessuale che sublimava così l’odio verso il padre, e giocava molto a carte pur di non masturbarsi. Prima del libro, c’è un altro saggio di Vladimir Laksin in cui ci si concentra su Ivan Karamazov, rapiti dalla natura nichilista del personaggio, dimenticando che il centro del libro è invece il fratello Aleksei. Anche questo, un saggio insopportabile e anzi dannoso.
Per il resto, la trama è presto detta: è stato il maggiordomo.
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