Perchè uno come me, e come altri milioni, la mattina non esercita il suo ruolo democratico comprando Repubblica? Credo che sia perchè a quel giornale manchi la genialità. Manca l’idea di comprarlo per sapere qualcosa che altrimenti non sapresti, per avere un’apertura e una visione sul mondo, per soddisfare la tua curiosità intellettuale, per avere un argomento di conversazione.
Devo dire che, da quando ha cominciato a sparare ad alzo zero su Berlusconi, con la vicenda delle escort, Repubblica è l’unico quotidiano che vedo letto la mattina in metropolitana (ad eccezione di quelli gratuiti). Non ho mai visto, e sto a Roma, qualcuno leggere il Messaggero o il Tempo, ho visto qualche volta Libero e il Giornale, mentre Repubblica è una presenza quasi costante.
Dato il contesto, la questione del perchè non leggo Repubblica può essere ben rappresentata da un esempio, ovvero questo articolo qui, dove c’è una polemica di qualche oscuro funzionario scalda-sedia del PD che protesta perchè un asilo nido comunale di Roma è stato chiamato La Contea degli Hobbit. Si tratta insomma della ormai insopportabile questione per cui Tolkien è stato considerato, e nelle menti di certuni ancora legati agli anni ‘70 è considerato, un autore di destra, anzi peggio fascista.
Visto che di Tolkien ho letto molto, forse vale la pena spiegare la questione, per fare un esempio di cosa uno vorrebbe leggere su Repubblica, che se deve diventare un brogliaccio che riporta le polemiche dell’oscuro consigliere del PD non è certo un giornale destinato ad interessarmi.
Tolkien, per parlare intanto dell’autore e del testo, era un professore di Oxford, di religione cattolica, che molto soffriva l’isolamento da parte dei suoi colleghi protestanti. Era un uomo che aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale (le prime idee, proprio sull’Hobbit, risalgono a quel tempo), che disprezzava Hitler (“un delinquente”) e che si era imbarcato nell’impresa di dare all’Inghilterra una epica come quella dei paesi scandinavi; operazione che gli richiese tutta la vita, e in cui inventò tra l’altro diverse lingue (non collezioni di suoni, ma vere e proprie lingue, con tutte le regole grammaticali del caso) e un mondo di incomparata grandezza e complessità.
Il Signore degli Anelli, la sua opera più celebre, ha avuto varie adozioni nel corso dei decenni, in America era un manifesto della cultura hippie, mentre – per cause su cui arriverò tra un momento – in Italia è stato considerato una bandiera della destra più estrema.
Ma, se uno dovesse classificarlo, come lo inquadrerebbe? Beh, Il Signore degli Anelli è un romanzo al contempo cattolico ed anarchico. La religione di Tolkien appare in molti momenti del romanzo, con delle scene di grande impatto simbolico: basterà citare come il pan di via degli Elfi, il Lembas, sia un cibo così nutriente che se ne possa mangiare una piccolissima quantità per stare bene e riprendere le forze; è evidente il richiamo dell’Eucarestia, e gioverà sottolineare come nella versione cinematografica (ottima per moltissimi motivi) questo aspetto sia stato poco messo in evidenza: non a caso, è un film fatto da produttori protestanti per un pubblico protestante.
E’ anche un romanzo anarchico: in Tolkien il potere corrompe, irrevocabilmente, e un potere assoluto come quello dell’Anello genera una corruzione assoluta, per cui non esiste rimedio: l’Anello non può essere usato a fin di bene (come viene chiarito da Elrond e Gandalf nell’incontro a Granburrone), corrompe l’animo degli uomini (come fece con Isildur e come farà con Boromir), non deve arrivare a chi ha già un grande potere (si pensi a Gandalf che ha il terrore negli occhi quando Bilbo pensa di dargli l’anello, o a Galadriel che dice che con quell’anello diventerebbe più forte delle fondamenta della Terra); ed ultimo, tutti i portatori dell’Anello non potranno che abbandonare la Terra di Mezzo, alla fine della Terza Era.
Il mondo letterario è pieno di romanzi cattolici e di romanzi anarchici (sia consentita la semplificazione), mentre di romanzi che siano entrambi questi aspetti ve n’è sicuramente un minor numero. Questo è stato uno dei motivi per cui Tolkien è stato adottato da correnti di pensiero diversissime tra di loro, nessuna delle quali gli ha comunque reso giustizia.
In Italia, in particolare, quando arrivò Tolkien ci furono spallucce infastidite da parte degli intellettuali di sinistra, tutti presi dai romanzi neo-realisti sulla classe operaia. Non sembrò quindi vero a chi era un intellettuale di destra di potersi appropriare di quest’opera, complice il fatto che uno dei primi traduttori di Tolkien, Gianfranco de Turris, è uno che milita nell’area della destra radicale.
Purtroppo, lo schematismo è il peggior male della cultura (o meglio di quel culturame che nel mondo culturale vive ma di cui non fa parte e non ne è che una escrescenza) per cui bastò ben poco perchè l’identificazione tra Tolkien e i fascisti divenne un tratto dell’analisi letteraria italiana, proprio negli stessi anni in cui i figli dei fiori in USA davano all’autore tutt’altra lettura, giusto per confermarne l’assoluta parzialità.
Si arrivò poi al punto che i campi scuola dell’MSI presero appunto il nome di Campi Hobbit, compiendo quella che era un’usurpazione ed una appropriazione disgustosa di un autore e di un’opera che con i fascisti non c’entrava niente, nè per storia personale, nè per convinzioni, nè per lo stesso testo.
Così si arriva alla polemica sull’asilo chiamato Contea degli Hobbit. Una polemica che non ha nessun senso e nessuna ragion d’essere, se non il pescare nel culturame più rozzo. E se si può pensare che povero il PD se ha questi consiglieri, rimane lo sconcerto che un giornale nazionale stia appresso a queste cazzatine, anzi ci metta pure un richiamo nell’edizione nazionale, sicuramente traviando le coscienze e non aiutando i suoi lettori a vedere il mondo per quello che è. E’ questo che a Repubblica manca e che non lo rende, appunto, un giornale geniale.

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