Sirte non è Mosul

L’avanzata degli eserciti della libertà contro i nazi-islamisti che controllano Sirte e Mosul avrà delle ripercussioni, temo terribili, in casa nostra, sotto forma di attentati camuffati come rappresaglie.

Sirte non è una posizione strategica per Daesh, alla fine l’occupazione di quel lembo di territorio in terra libica era una specie di puntata fatta nel caos libico, dove il tentativo era quello di provare ad avere una voce in capitolo nel caos e anzi nell’aumentare la confusione. Ora che un governo libico, per quanto raccogliticcio, esiste, Sirte diventa più un problema che una opportunità.

Mosul è completamente diversa. E’ necessaria per controllare i pozzi di petrolio nella regione del Kurdistan iracheno ed è politicamente indispensabile per sostenere che “Isis”, inteso come stato islamico di Iraq e Siria, non sia solo in Siria ma copra due nazioni.

Se Mosul cade, la reazione di Daesh sarà duale: da una parte si diluiranno nel territorio, dando vita ad una guerriglia con vari livelli di intensità, dall’altra scateneranno vili rappresaglie in Europa e in USA. E’ come quando si arresta un boss della mafia: si scatenano le lotte fratricide tra i luogotenenti per vedere chi ne prende il posto.

Nella città di M.

Ogni tanto torno al paese natale. Oggi ci sono tornato per il funerale di mio zio. Uno zio che non vedevo da forse più di venti anni, da quando la moglie, personaggio terribile e sadico, ha deciso di separarlo dal ramo della famiglia in cui c’erano i suoi fratelli. Mio zio me lo ricordo come un uomo semplice, per certi versi abbozzato e non compiutamente adulto, ma sopratutto me lo ricordo come un lavoratore instancabile, veramente uno stakanovista d’altri tempi, tratto (e forse dote) che condivideva con il fratello.

Me lo ricordo come un uomo che avrebbe voluto tanto un figlio maschio che non potè avere, per tanti motivi legati anche al suo essere in un matrimonio poco felice in cui era soggiogato dalla moglie, una persona che ha tanto la mia disistima che ho preferito venire oggi al funerale, facendomi qualche ora di macchina, piuttosto che chiamarla al telefono per esprimerle delle condoglianze che sento più mie che sue.

Ma non scrivo solo per ricordarne la figura (dovrei raccontare come nella mia casa a Napoli ci sia una cosa che mi dette lui, tanti anni fa, un santino della Madonna del Pozzo, che ho conservato con affetto e amore), vorrei invece, oggi più che mai, celebrare la vita.

Ogni volta, ogni volta di più che torno nella città di M., vedo un pezzo della mia infanzia sparire. Cambia la città, chiudono tanti negozi che conoscevo, le famiglie storiche e il senso di comunità spariscono, cambiano i sensi unici delle strade e, non ultimo, le persone intorno a me vengono a mancare.

Della città di M., oggi rimangono solo ricordi, che proiettano le loro ombre sulla città di oggi, un posto che ormai a me è sconosciuto. Ne capisco il dialetto, ma non so null’altro della attualità e i legami che ho sono quelli che nascono dalla mia famiglia di origine. Non sono uno che, d’estate, sente il bisogno di venire a passarci qualche giorno, né mi immagino anziano a tornare qui, la mia vita e i miei affetti oggi sono da tutt’altra parte.

E non scrivo per parlare di queste ombre, ma per celebrare la vita. La vita! Quel processo meraviglioso e bello che sostituisce a dei ricordi destinati a sbiadire il nostro essere, il nostro agire, il nostro fare.

Non è verso il passato che dobbiamo volgere lo sguardo, perché il passato è fatto solo di morte e di fantasmi che possono solo stordirci e tenerci avvinghiati. E’ al futuro, non inteso come un tempo indefinito e di là da venire, ma come quello che facciamo ogni giorno per costruircelo, per vivere negli affetti e nei cuori delle persone di cui ci vogliamo circondare, nelle scelte di vita, nel lavoro che facciamo, in quello che impariamo e in quello che possiamo insegnare, è a questo che dobbiamo destinare le nostre energie.

Guardiamo al passato perché ci ha reso quello che siamo, e dobbiamo esserne grati; ma la nostra gratitudine deve essere orientata a costruire un nuovo futuro che, un giorno, sarà il passato a cui altri vedranno per costruire la loro vita.

“Vogliamo i colonnelli”

“Vogliamo i colonnelli” è un bel film del 1973 di Mario Monicelli, che descrive un tentato colpo di stato nell’Italia di quegli anni ad opera di un gruppo di vecchi arnesi fascisti. E’ un film di attualità, che vale la pena vedere oggi, sopratutto per capire bene cosa è successo in Turchia qualche giorno fa, quando c’è stato un cosiddetto colpo di stato, poi fallito.

Dico che alla possibilità di un vero colpo di Stato ho smesso di credere la mattina successiva, quando il tentativo degli insorti era fallito (cosa già strana, un colpo di stato dura almeno qualche giorno, sia che riesca sia che fallisca) ma sopratutto quando la reazione del fronte lealista è stata quella di arrestare non solo i militari golpisti, ma anche alcune migliaia di giudici.

I giudici non hanno certo un ruolo nelle prime ore di un colpo di stato; se servono a qualcosa servono in seguito, quando bisogna processare la fazione sconfitta. Tra questi giudici arrestati figurano tutti i componenti della Corte Costituzionale e diversi membri degli analoghi alle nostre Corte di Cassazione e Consiglio di Stato.

Già questo fa pensare che il colpo di stato sia l’occasione per Erdogan di liberarsi dei contrappesi e opposizioni al suo desiderio di far diventare la Turchia una repubblica islamica e presidenziale.

Poi, viene proprio da pensare che non si tratti solo dell’abilità di un leader politico che, nel momento in cui il popolo lo sostiene contro dei rivoluzionari, ne approfitta per acquisire ulteriori quote di potere. Per me, tutto il colpo di stato era noto ad Erdogan ben prima che avvenisse; poi, magari, avrà temuto pure per il peggio, ma non è mai stato troppo sorpreso.

Del resto, non ne avrebbe avuto necessità. Non si è mai visto un colpo di stato di tarda serata nel fine settimana, tanto meno senza che i golpisti presentino subito il loro leader (che, fateci caso, ancora manca, segno che Erdogan e i servizi segreti turchi sono ancora impegnati a fabbricare le prove che lo inchiodino), con alcuni social network ancora funzionanti (Twitter, che quando c’è un attentato viene subito bloccato in Turchia), con degli SMS che arrivano ai cellulari dei cittadini invitandoli a sostenere il governo.

Certo, tutti elementi che si possono sempre spiegare con la confusione di quelle ore. Ma il fatto che insieme a questi golpisti, la fazione kemalista-Gunel dell’esercito, non si siano sollevati i curdi o gli studenti di Gezi Park, lascia pensare che il golpe fosse nato già morto.

Infine, con la NATO che sapeva benissimo cosa succedeva nei cieli turchi (visto che è il suo mestiere saperlo) e che non ha fatto niente, con le cancellerie europee e il governo nordamericano silenti fino a quando non hanno capito che il golpe stava fallendo e allora si sono spostati in soccorso del vincitore.

Vincitore che, negli ultimi due mesi, aveva cominciato a spostarsi dall’orbita americana a quella russa, scrivendo una lettera di scuse a Putin (per l’abbattimento del caccia russo) che ora pare sia diventato un suo grande amico (si dirà: ma Putin non era quello che aveva presentato le prove che mostrano come la famiglia di Erdogan tratti con l’ISIS e gli venda armi in cambio di petrolio? E’ la politica, bellezza, Putin è pronto a tutto pur di portarsi la Turchia dalla sua parte) non disdegnando di riallacciare pure i rapporti con Israele, altro stato formalmente filo-americano ma che ha pessimi rapporti con l’amministrazione Obama.

Ora che i paesi europei hanno cominciato a capire cosa sta succedendo in Turchia, stanno reagendo, con dichiarazioni contro qualsiasi idea autoritaria che dovesse passare per la testa di Erdogan (e credo che gliene passino molte), dalla pena di morte da irrogare con liberalità agli arresti di massa.

Non credo che si annuncino tempi buoni per i cittadini turchi; credo invece che bisognerà ben valutare se sia proprio il caso di far entrare la Turchia in Europa, c’è il rischio di sfasciare l’Unione una volta per tutti.

Per il resto, come dicevo in apertura, “Vogliamo i colonnelli” spiega tutto questo molto meglio di me.

Recensione: “L’uomo che vide l’infinito”

Data una certa frequentazione con opere che parlano di Ramanujan (sopratutto Godel, Escher e Bach e a seguire Il Matematico Indiano di Leavitt, di cui ho parlato qui) mi sono scelto di andare a vedere L’Uomo che Vide l’Infinito, di cui ho parlato a: https://ugualiamori.wordpress.com/2008/12/16/recensione-il-matematico-indiano/).

Uso una formula un po’ involuta per dire che non ero convinto che avrei visto un gran film, ed in effetti è stato un po’ così. Se devo cominciare a dire quello che di bello c’è nel film direi i costumi, l’ambientazione, anche la stessa fotografia che contribuisce a dare l’immagine, magari anche un po’ stereotipata, di quello che può essere e che ci immaginiamo sia una delle università dell’elite inglese ad inizio Novecento.

Quindi, cosa non mi è piaciuto? Intanto, il fatto che dell’omosessualità di molti dei protagonisti di quel tempo (su tutti Hardy, ma anche Russell) il film nei fatti sorvoli, a parte una breve auto-citazione di Hardy all’inizio (“l’incontro con Ramanujan fu l’unico incidente romantico della mia vita”). A seguire, l’insistere così ripetutamente sul fatto che Ramanujan scriveva i suoi teoremi senza lo straccio di una dimostrazione, cosa che capisco sia utile dire anche due o tre volte, però poi diventa quasi un cliché.

Anche e sopratutto, il fatto che il film non faccia capire il contesto storico-scientifico in cui Ramanujan operò: è un po’ riduttivo presentare Russell come “Bertie”, senza dire che aveva appena dato alle stampe i Principia Mathematica, ovvero quella vetta altissima del pensiero logico-matematico che sarebbe giusto stata la base su cui pochi anni dopo Godel avrebbe lavorato e che avrebbe spinto anche Turing ad occuparsi del problema dell’indecidibilità.

Anche se Ramanujan si è occupato di tutt’altro, è un peccato che il film non evidenzi quei collegamenti culturali profondi che hanno dato vita al grande rinnovamento della matematica di inizio del secolo scorso e di cui oggi, mentre leggete queste note, vedete gli effetti sotto forma di computer, smartphone ed altri gingilli.

Invece, il film finisce dicendo che uno dei teoremi di Ramanujan è stato applicato allo studio dei buchi neri, che detto così rimane solo un po’ uno stuporone fatto per colpire il pubblico, piuttosto che qualche utile riferimento, per quanto necessariamente reso popolare.

Insomma, un po’ auto-referenziale come film. Ha evitato il tono hollywoodiano di The Imitation Game, ha sicuramente evitato molti svarioni (forse il più grave è quello di far intendere che Ramanujan morì di tisi, quando invece fu probabilmente un parassita in un corpo debilitato da una dieta eccessiva e fors’anco un avvelenamento da pentolame) e che rimane un po’ freddo per chi non ne sapeva qualcosa già prima.

Voto: 7

Voterei Raggi

Il condizionale nel titolo non è solo perché a Roma non voto, ma anche perché, se votassi, il mio voto a Virginia Raggi sarebbe sofferto e poco convinto.

Penso che Roberto Giachetti sia, in termini personali, una persona ben più capace di Virgina Raggi nella gestione del potere politico e nell’amministrazione, essendo un politico di lungo corso ed avendo mosso i primi passi nell’ottima scuola dei Radicali. Anche la sua esperienza come capo di gabinetto della prima sindacatura di Rutelli è una esperienza positiva.

Però, non posso dimenticare o togliere dall’equazione il PD, quando penso a Giachetti. Il PD ha Roma non ha fatto niente di significativo per rinnovarsi, a cominciare dalla scelta di mettere una nullità politica come Matteo Orfini commissario del partito, una operazione gattopardesca.

Il PD è sempre il partito che ha organizzato, su mandato del suo segretario, il killeraggio politico della giunta Marino: se il sindaco non era quel genio che pensava di essere – e non lo era -, il PD avrebbe dovuto pretendere ed ottenere degli assessori di peso e di capacità, invece ha fatto la riunione dal notaio per liberarsene. E quasi tutti i consiglieri che sono andati a firmare le dimissioni dal notaio sono oggi ricandidati (presumo che i pochi assenti verranno premiati in seguito con qualche bella municipalizzata).

Non c’è un elemento che renda uno dei due candidati migliore dell’altro in modo netto: ognuno dei due ha cose buone nel programma e nelle idee e cose molto meno buone; ognuno dei due si è organizzato con una squadra di assessori stellari che, ovviamente, dureranno tra lo spazio di una campagna elettorale e il primo scontro politico in cui verranno rimossi, come prevedono del resto i poteri del sindaco; entrambi saranno eterodiretti, in un caso da una società privata e nell’altro da un segretario di partito.

Quello che mi farebbe votare la Raggi è il fatto che deve essere detto, in modo chiaro e forte, che non è nella disponibilità di un partito fare fuori il proprio sindaco, solo perché non piace e non va bene. Il voto dei cittadini si rispetta, sempre, e se un sindaco ha raggiunto una condizione di crisi politica questa si sancisce in consiglio comunale e non dal notaio.

Infine, cosa a cui invece tengo molto, in questo mio ipotetico voto non darei alcuno spazio, ma proprio nessuno, alle conseguenze politiche nazionali. L’Italia è in una campagna elettorale permanente e il fatto che, ogni volta che si voti, si voti sempre per qualcos’altro è il male della politica italiana, da cui dobbiamo guarire il prima possibile.

Il grande coraggio di Imma

Ah, che bel discorso di Imma Battaglia al Pride di Roma, anzi “forte e provocatorio” come dice Gay.it che, privato della direzione di De Giorgi, è un po’, come dire, confuso.

Partiamo da quello che detto: “La nostra lotta non è mai finita, perché fino a quando ci toccherà sentire che siamo una ‘formazione sociale specifica’ e qualcuno ci vuole vendere che questa sia una grande legge, noi gli restituiamo un grande e semplice VAFFANCULO”.

Brava, coraggiosa, proprio ci vuole unbellapplauso. Ma.

Imma Battaglia è oggi, sopratutto, sopratutto, una delle organizzatrici (cioè una delle proprietarie) del Gay Village, una iniziativa che si tiene ogni anno nell’estate di Roma e che, a fronte di costi per circa due milioni di euro porta circa quattro milioni nelle tasche degli organizzatori, quindi un utile di un paio di milioni. Due milioni che sono privati, privatissimi, che non sono certo messi a disposizione, nemmeno in minima parte, della collettività gay.

Poi, essendo una donna a cui non manca l’intelligenza e il fiuto politico, ha fondato la sua associazioncella gay, che ha lo scopo di darle il titolo per poter intervenire appunto al Pride e che svolge sempre l’utile funzione della foglia di fico. Negli anni passati, quando la giunta Alemanno saccheggiava e distruggeva Roma, la Imma si spendeva per parlare bene del signor sindaco e certo solo una lingua cattiva potrebbe dire che lo faceva perché, senza l’autorizzazione del signor sindaco, il Gay Village non si può tenere e i due milioni di utili non si possono fare.

Sempre perché intelligente, la Imma ha capito benissimo che alle elezioni per il sindaco di Roma vincerà la Raggi, quindi questo suo vaffanculo serve sopratutto a cominciare a costruirsi un accredito politico con un sindaco che non sarà certo a favore di questo governo. Poco conta che se non ci sono le adozioni subentranti nella legge sulle unioni civili, la colpa sia proprio del partito che esprime la Raggi: cazzo vuoi gliene freghi? Qua stiamo a parlare di soldi, tanti, tantissimi soldi, che richiedono la benevolenza dell’amministrazione comunale di Roma.

Così, ecco il grande discorso di Imma, coraggiosa e battagliera combattente ecc… ecc…

Nessuno che le ricordi le sue simpatie per Alemanno, nessuno che le contesti che di quegli enormi profitti nulla arriva all’associazionismo gay romano o a favore di qualche iniziativa di sostegno. Tutti, pecoroni, ad applaudire al Pride, perché lei è una che parla chiaro.

Poveri scemi, poveri noi. Il Pride dovrebbe fare lo sforzo di cominciare a pensare di essere un interlocutore politico, visto che la politica oggi ci riconosce come parte della società e quindi occorre strutturarsi in un certo modo politico, cosa che non prevede che il primo che abbia un interesse privato vada sul palco a dire quello che vuole.

Quest’anno non sono andato ai Pride, perché quello di Napoli era una penosa campagna elettorale a favore di De Magistris (e i candidati che hanno, sempre orgogliosamente eh, marciato con il sindaco al Pride non sono nemmeno stati eletti, poveri ingenui). Da quanto vedo, quello di Roma è stato anche peggio.

 

De Magistris, in mancanza di meglio

Tutto fa supporre che, tra poco più di due settimane, Luigi De Magistris detto Giggino sarà confermato sindaco di Napoli.

Più per demeriti dei suoi modestissimi rivali che per meriti suoi. Certo, se le opposizioni si sono organizzate perché il centro-destra riproponga lo stesso, logoro, candidato di cinque anni fa; il M5S candidi un milanese trapiantato a Napoli da dieci anni e che tifa Juve; il PD si divida in lotte intestine e paghi gli elettori per votare alle primarie; alla fine, De Magistris non dovrà fare molto per vincere.

De Magistris vincerà quindi, e purtroppo anche se è il meglio possibile rimane comunque un candidato modesto. E’ stato un amministratore poco capace, sicuramente disattento e più interessato a costruire una sua posizione politica nazionale che non a governare la città. Me lo ricordo bene, quando una sera la metro su cui ero si fermò in mezzo alla galleria, ci fecero scendere e ci facemmo trecento metri con le luci di emergenza e sulla banchina di emergenza e, arrivato a casa, potei bearmi di Giggino che pontificava sulla TAV: è tanto più facile andare in televisione e parlare di massimi sistemi che non occuparsi di far camminare la metro…una cosa così noiosa e che poco appaga l’ego smisurato del Sindaco.

Un ego smisurato che è un tratto che piace tanto a molti napoletani; perchè una delle forze di De Magistris è quello di incarnare certi tratti che sono la continua maledizione del Sud: il fare la rivoluzione dentro le istituzioni, l’arringare il popolo, l’ergersi a vittima del sistema: la continua riedizione del Masaniello.

Napoli è una città sofferente, priva come è di una vera borghesia, con la plebe che ha tracimato e ha invaso tutti gli spazi; Giggino ha puntato su questi, sul solleticare certi animi, piuttosto che sul costruire quei corpi sociali intermedi.

E’ stato bravo a raccontarsi come l’eroe senza macchia che combatte contro forze sovrumane, ma nessuno gli ha chiesto come mai la raccolta differenziata sia passata in cinque anni dal 17% al 22%, ben lontano dal 45% delle altre grandi città italiane e tragicamente distante dal 70% promesso anni fa. Tantomeno, qualcuno gli ha chiesto come mai, a Napoli, le multe si possono o non si possono pagare, visto che il servizio delle riscossioni fa acqua da tutte le parti, cosa che porta ad un traffico caotico e disordinato; però lui bravissimo a fiutare l’aria e a candidarsi all’anti-Renzi del Sud.

Così, ce lo terremo altri cinque anni. In cui, facile profezia, sarà ancora più distratto e solo interessato a cercarsi uno strapuntino nazionale o europeo; fosse mai che dovesse tornare a fare il magistrato…

Bersani, l’unico (o quasi) sveglio

Qualche giorno fa Bersani ha dichiarato che, se la riforma costituzionale proposta da Renzi dovesse essere bocciata, il Premier non dovrebbe dimettersi, come invece ha promesso che farà.

I giornalisti (sempre molto incapaci di capire le dinamiche politiche) hanno pensato che fosse un ramoscello d’ulivo: invece è una dichiarazione di guerra.

Checché se ne dica, la posizione di Renzi per cui in caso di sconfitta ne trarrebbe la conclusione della sua esperienza politica, è una posizione di forza.

E’ di forza perché propone agli italiani lo spauracchio dell’ingovernabilità (cosa che gli italiani detestano più di ogni altra cosa), ma anche perché gli consente, in questa battaglia, di avere tutta la libertà di manovra e la spregiudicatezza necessarie. I suoi avversari che, comunque vada, rimarranno dove stanno, non hanno una posizione così forte. E’ facile dire che in caso di vittoria del Sì ci sarà la dittatura, un po’ meno trarne le conseguenze ed annunciare che si dimetteranno dal Parlamento e si ritireranno a vita privata pur di non essere la foglia di fico di una pericolosa dittatura sudamericana del secolo scorso.

Bersani, che della minoranza PD è uno dei pochi che ragiona, ha ben capito di cosa si tratta e quindi vuole disinnescare fin da subito la bomba, smontando la linea politica di Renzi. Non a caso, oggi la Boschi ha confermato la linea del suo capo, ovvero che in caso di sconfitta si farà da parte.

Peccato, veramente peccato, che Renzi non trovi il modo di portare nel governo persone intelligenti come Bersani, ne avrebbe un gran bisogno.

 

 

Della strada ad Almirante, non importa molto nemmeno alla Meloni

Giorgia Meloni, candidata a sindaco di Roma per mancanza di alternative migliori, ha dichiarato che se diventasse sindaco intitolerebbe una strada a Giorgio Almirante. Va da sé che è una proposta ributtante, sopratutto nella città del massacro delle Fosse Ardeatine. Ma va pure detto che, in realtà, è una manovra che si inquadra nello scontro feroce tra lei e Salvini da una parte e Berlusconi dall’altra.

I sondaggi che girano dicono che, al ballottaggio, andranno Virginia Raggi per il M5S e poi uno tra appunto Meloni e Giachetti, i due sono molto prossimi. Marchini è invece del tutto fuori dai giochi. Ora è difficile dire se i sondaggi saranno predittori affidabili di quello che succederà il 5 Giugno, quello che è sicuro è che i candidati li leggono e, da come si comportano, ci credono.

Infatti, cosa può fare Berlusconi che ha puntato su Marchini, che sicuramente perderà? Conoscendo il tratto istrionico dell’uomo, è possibile che tra qualche giorno inviti a far convergere i voti per il sindaco sulla Meloni, lasciando il voto di lista a Forza Italia, quindi proponendo un voto disgiunto che sarebbe politicamente opportuno e anche sostenibile.

Se Berlusconi facesse così, la Meloni arriverebbe probabilmente al secondo turno e non potrebbe però dire che è stato tutto merito suo, una parte della vittoria la avrebbe anche Berlusconi che le avrebbe dato quei pochi punti percentuali per superare Giachetti, voti di cui ha urgente bisogno.

La Meloni, ben poco interessata a diventare sindaco di Roma, è sicuramente più interessata ad interessarsi la leadership del futuro centrodestra, quindi non può rimanere in attesa degli avvenimenti, deve fare qualcosa che renda più difficile a Berlusconi sostenerla, perché dopo Berlusconi passerebbe a riscuotere, mentre il piano suo e di Salvini è di buttarlo fuori dal tavolo.

Cosa c’è di meglio che proporre una strada per Giorgio Almirante? Gli ebrei di Roma si sono incazzati come bisce (e vorrei ben vedere) e ora per Berlusconi diventa più difficile dare un appoggio e una indicazione di voto disgiunto alla Meloni: un elemento molto forte della legittimazione che Berlusconi ha avuto viene proprio dagli ebrei italiani che hanno un po’ garantito per lui quando nel 1994 vinse le elezioni.

Così facendo, inoltre, se proprio arrivassero dei voti in più, la Meloni potrebbe sempre dire di averli tolti a Storace, suo acerrimo nemico personale e, come dice Marchini, fascista a tutto tondo.

Insomma, questa è la campagna elettorale a Roma. Povera città.

Arfio, t’a posso dì ‘na cosa?

Ieri sera ad Otto e Mezzo c’era Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma per la sua lista e, sopratutto, per Forza Italia e quella parte della destra romana che non sopporta, per motivi personali direi più che politici, Giorgia Meloni.

A tutte le domande di Lilli Gruber, Marchini ha risposto con una tattica di sostanziale “ma anche” di veltroniana memoria.

Quindi: lei che è un uomo ricco (nel senso di patrimonio personale di centinaia di milioni di euro) perché ha detto che venderà la Ferrari e andrà ai comizi con una utilitaria? Perchè rappresento tutti, quindi non voglio creare delle distanze. E qui, già si sente un atteggiamento di pietosa comprensione verso questi poveri che, ahiloro, non possono comprarsi una Ferrari, magari rosicano pure perché Marchini ce l’ha, ma in fondo lui li capisce e un po’ gli sta vicino. Quel po’ che basta per averne i voti, sia chiaro.

Poi: ma a lei che effetto fa avere in lista uno come Storace, che lei ha amabilmente definito “fascista de core”, manco fosse un complimento? E lui: ma mio nonno mi portò a vedere “Il Delitto Matteotti”, e che volete che quel film non faccia parte di me? Beh, meno male che fa parte di te, perché se lo avevi ripudiato che facevi, coprivi il Colosseo con l’aquila littoria?

Ed inoltre: ma lei prima ha dichiarato che ognuno deve essere libero di amare chi vuole, poi ha detto che lei come sindaco non celebrerà unioni civili tra persone dello stesso sesso, come spiega la contraddizione? E qui, devo dire che ormai ero abbastanza nervoso e questo non mi ha aiutato a capire la risposta fumosa (e sì, sono uno che nel politichese ci si trova sempre a suo agio) che ha mischiato Sant’Agostino e il fatto che lui è contro l’omofobia, però le unioni civili no ma forse i matrimoni sì ma le adozioni no.

C’è stato anche un passaggio sul fatto che farsi le canne ti comporta che, se finisci in coma, poi non ti riprendi più, però su questo lo lasciamo libero di pensare quello che crede e di non valutarlo in dettaglio, visto che il sindaco di Roma può credere a quello che vuole in ambito medico, basta che non lo imponga agli altri.

Invece, quello che il sindaco di Roma non può fare è quello di mescolare i diritti altrui con le sue idee e scegliere, di volta in volta, chi vuole far vincere. Non sta a lui decidere se la legge sulle unioni civili è da applicare o meno, ma sta a lui dire che in un Paese che è rimasto l’ultimo in Europa, di fronte ad una minoranza ignorata, vilipesa e a volte anche picchiata, nel silenzio colpevole di tanti conviventi che “se lo sono cercato, certe cose si fanno a casa”, il sindaco è il primo ufficiale di una città e il primo che garantisce dei diritti.

Non si può accettare un candidato sindaco che, se diventasse sindaco, darebbe ai diritti una dimensione elastica, secondo la convenienza del momento. Signor candidato sindaco, se lei domani dovesse decidere sul diritto dei bambini ad andare a scuola, lei come tutelerebbe questo diritto? Se fosse il diritto ad andare in gita? Se il diritto riguardasse il figlio di una coppia gay? Gli garantirebbe il diritto di andare in gita, anche se questo causasse il turbamento della scolaresca? O di fare la festa di compleanno a scuola, invitando i suoi due papà o due mamme?

Oppure, signor candidato sindaco, lei starebbe a fare il conto con il bilancino, per vedere se queste sortite le portano voti? Perchè é evidente che questa uscita sulle unioni civili serviva solo a prendere un po’ di voti per cercare di arrivare al ballottaggio, ma di tutto questo ne abbiamo le scatole piene.

Siamo stufi di candidati sindaco che non parlano, innanzitutto, di diritti. Di diritto al lavoro, alla sicurezza, all’istruzione, alla sanità, alla mobilità! che a Roma è una tragedia perenne.

E siamo preoccupati di candidati sindaco il cui messaggio politico si riassume in “siccome voi non capite un cazzo, però mi serve il vostro voto, per quanto mi fate schifo ve lo chiedo, tiè guardate mi vendo pure il macchinone, però sia chiaro che cosa fare e cosa decidere lo valuterò giorno per giorno non rispetto alle mie idee, ma rispetto alla mia convenienza”.

E coprite questo disprezzo verso i romani con il sorrisone, con i modi apparentemente affabili, con l’eloquio pieno di inflessioni dialettali, perché a voi ricchi deve essere perdonato tutto, in fondo siete così buoni.

Ecco Alfio, dopo averti sentito discettare di Sant’Agostino, fascisti de core, Ferrari, unioni civili, Matteotti e tutto in mezz’ora, senza che nessuno ti dicesse niente, sento di doverti io dire qualcosa, da romano de roma:

mavattelaapijanderculo!

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