The Revenant (Il Redivivo)

The Revenant (Redivivo), per la regia di Iñárritu e con Leonardo di Caprio, è un film per molti aspetti insolito nella produzione cinematografica contemporanea.

Direi che la poetica del film è insolita, perché il regista ha girato un film in cui la protagonista è la natura. Una natura bellissima (la fotografia è splendida, la maggior parte delle scene lasciano a bocca aperta) ma anche atroce e gelida, non solo nel senso delle temperature (il film è ambientato nel nord del continente americano e ovunque è neve e gelo) bensì gelida nel suo rapporto con l’uomo, che è uno dei tanti animali che si agitano sulla terra.

Una natura che è un testimone silenzioso e disinteressato (l’unica scena che ritorna più volte nel film è quella dove la cinepresa è in verticale, riprende questi grandi alberi che sono lì, immobili spettatori storici ed eterni di drammi che non li riguardano), mentre l’agitarsi degli uomini è vano.

Il film inizia con due momenti di apparente serenità, prima un flashback dove il protagonista ricorda quando era il padre di una famiglia felice, poi la scena è quella di una piccola macchia di alberi, l’acqua che scorre e rilassa. Ma la felicità, questo è il messaggio duro del film, dura poco perché la carneficina sta per iniziare.

Il film è racchiuso tutto qui, tra la bellezza della natura e la sua crudeltà, ben rappresentata dalla scena dell’orso, quando Di Caprio viene sbranato da un orso che si comporta, con lui, come il gatto con il topo: non lo vuole uccidere, si diverte a mutilarlo un po’ alla volta, disinteressandosi di lui salvo tornare alla carica. E’ una scena forte, ma è una scena vera, lontana e anzi aliena da quelle sensibilità pseudo-animaliste che raccontano la natura come un luogo dei buoni sentimenti dove ci sono gli orsi coccolosi ed è tutto un volemose bene.

Vano è l’agitarsi dell’uomo su questa terra, se un orso può sconvolgerti la vita. Fatuo è il destino dell’uomo che pensa di essere al centro delle cose.

Sugli attori: Di Caprio non ha dato vita alla sua migliore interpretazione, però probabilmente vincerà l’Oscar per le volte in cui lo avrebbe meritato. Il regista è un genio con una capacità di costruire scene che hanno la forza dei western di John Ford e movimenti di camera sofisticati e complessi, con tutti i registri e i toni possibili.

Voto: 7.5 (perché, comunque, poteva riuscire meglio)

La Grande Bellezza

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Napoli, Piazza del Plebiscito illuminata a festa per i diritti di tutti.

Usabilità in libreria

Dopo il cinema che si infastidisce se la gente prova a comprare i biglietti, mi è capitata la libreria che non vuole vendere libri.

In particolare, si tratta della libreria presso il Trony di via Giordano, ovvero l’ex FNAC. Oggi la libreria è una parte residuale di quello che era una volta (e se già all’epoca la parte di vendita di non libri era preponderante, ormai la libreria si riduce a poche corsie).

Comunque, visto che passavamo di lì, sono andato a cercare un libro.

Primo errore: siete un negozio di elettronica? Allora fate dei bellissimi monitor touch screen in cui vado e cerco quello che voglio. Sarebbe un’ottima pubblicità per quello che vendete e mostrerebbe un uso interessante dell’elettronica di consumo.

Vado da quello che sembrava il commesso addetto – stava usando un computer – gli chiedo se può dirmi se c’è un libro e lui mi dice che non è di turno, devo chiedere ad un altro che sta nella corsia a fianco.

Secondo errore: non si dice “non sono di turno”, perché dai l’idea di uno che non vuole lavorare. Si dice “la ricerca può essere effettuata solo dalla postazione in cui trova il collega, proprio qui dietro”.

Andiamo dal collega, il quale decide intanto di chiedere ad un altro che ha “rimesso a posto i libri della sezione cucina” (quella che mi interessava).

Terzo errore: Non si qualificano le persone come quelle che rimettono a posto i libri, ma come l’addetto ed esperto di un settore. Poi, lo sappiamo tutti che i commessi di una libreria oggi in genere vendono libri come fossero magliette, con lo stesso livello di partecipazione emotiva, però almeno salvate le apparenze.

Quarto errore: Stiamo a tre persone e ancora non so nulla del mio libro. Come cliente, mi viene da pensare che pago degli stipendi inutili e sto perdendo tempo.

Il riordinatore di libri (c.d. commesso) non sa molto e allora passiamo a fare la ricerca sul computer. Utilizziamo il sito della Feltrinelli per ottenere l’ISBN del libro.

Quinto errore: Sul serio, il vostro gestionale è così malfatto che per cercare l’ISBN di un libro devo andare da un’altra parte?

Sesto errore: E vado a cercare il riferimento da un concorrente? Ma siamo pazzi?

Ottenuto l’ISBN, facciamo la ricerca e no, il libro non è disponibile. Fine interazione.

Settimo errore: NO!, non si dice che il libro non è disponibile, si dice che il libro è momentaneamente non disponibile ma può essere ordinato.

Ottavo errore: Se il libro non c’è, il tuo gestionale dovrebbe proporre delle alternative. Per esempio, avrebbe potuto dirmi che c’era un nuovo libro dello stesso autore, magari non l’avrei comprato ma potevo pensarci.

Caro direttore della libreria Trony, è a te che mi rivolgo e a te che sto scrivendo. Così non va. Non potete vendere libri con questo tono infastidito, considerando la tecnologia come un nemico e un fastidio, con un atteggiamento complessivo di sufficienza o quantomeno disinteresse. Il tuo concorrente, se non l’hai ancora chiaro, è Amazon.

Amazon mi offre un catalogo sterminato, dei prezzi concorrenziali, un servizio cliente stellare e un sito web che non è un sostituto dei librai di una volta, ma rimane molto meglio del tono svaccato e privo di qualsiasi valore aggiunto dei commessi della tua libreria.

Ci vuole veramente tanto a creare dei monitor touchscreen in cui i clienti possono cercare i libri che gli interessano, sapere dove trovarli se ci sono, ordinarli se non ci sono, avere dei consigli di lettura personalizzati? Magari pure, per il solo fatto di usare queste postazioni, ricevere qualche piccolo buono sconto? Sarebbe un passo avanti enorme e creerebbe interesse, così invece mi hai gettato contro solo del fastidio.

Io sono venuto a comprare un libro da te, la prossima volta, in tutta franchezza, ci penserò due volte.

Usabilità al cinema

Signora mia guardi, che a lei lo voglio dire che la vedo che è una signora di un certo livello, per fortuna signora mia che ci sono questi cinema al Vomero signora mia, che tutte queste multi sale mentre al Vomero si spopola
e poi chiudono pure le librerie (come dice, signora mia? Certo che io vado in libreria, regalo sempre l’ultimo libro di Bruno Vespa che a parte che mi piace tanto faccio anche una bella figura che è un libro grosso, e poi è scritto grande che si legge bene).

Comunque dicevo, signora mia, allora sono andata al Cinema Arcobaleno – sì, non sapeva che ha aperto di nuovo? Con questi imprenditori coraggiosi che insomma al Vomero altrimenti si spopola e poi le librerie ecc… – comunque dicevo è proprio un cinema moderno.

Per esempio hanno il sito web che uno può comprare i biglietti.

E sa quanto è facile signora mia? Allora uno prima va sul sito del cinema, poi clicca su “Vendita Online”, poi clicca su “Acquista biglietto”, poi sceglie il film poi clicca su “Acquista”, poi clicca su “Acquista subito” (signora mia, magari uno vuole acquistare dopo, che a lei non succede che va dall’ortolano e si fa mettere da parte due carote per Sabato che deve fare il brodo?), poi deve cliccare sulla data, poi sul settore, poi clicca su Acquista (signora mia, metta che una se sbaglia e si trova a comprare un biglietto per sbaglio, vorremo pure fermarla in tempo no?), poi sceglie i posti (o indica quanti sono, dipende dalla sala), poi clicca di nuovo su acquista (e tipo siamo alla sesta volta che clicca su “Acquista”… signora mia, che le gira la testa? vuole un po’ d’acqua e zucchero? se lo prenda su che non è finito), poi clicca “Conferma” (metti che una c’è arrivata per sbaglio fin qua, può pure tornare indietro, tipo gioco dell’oca quando escono due sei), poi signora mia inserisce i dati, poi clicca su “Conferma”, poi deve cliccare solo un altro due tre volte, vuole mettere la comodità?

Che poi, non glielo detto ma tanto so che lei è una persona intelligente, se lo vuole fare con lo smartphone il sito non funziona, cioè non è che non funziona tutto, non funziona fino ad un certo punto, poi si blocca inspiegabilmente, ma lei signora mia che quando va in giro per strada non si porta una carriola con dentro computer, tastiera, mouse e monitor? Che manco serve il wifi.

Certo signora mia, se lei preferisce può anche andare direttamente al cinema. Allora si mette bella bella in fila, non si può sbagliare tanto la fila è unica perché c’è un solo cassiere – tanto un bel ragazzo l’avranno messo per quello, perché non è che sia veloce a stampare ‘sti cazzo de biglietti, oppure come dice? No signora mia, non c’è la cassa automatica, ma scusi se lei arriva magari una mezzora prima, che va di fretta?

Le dicevo, per fortuna che al Vomero ci sono questi imprenditori moderni (ecc…)

Lo storytelling di De Magistris si infrange contro la realtà

Uno dei termini che è oggi di moda nella comunicazione politica è storytelling.

Può avere due significati, quasi opposti tra di loro, perché può indicare sia l’idea di fondo su cui si muove una amministrazione, locale o centrale, sia un modo di distorcere e presentare la realtà per mettere in mostra solo gli elementi a proprio favore; può insomma essere sia l’obiettivo e la tensione ideale che anima chi amministra sia la semplice propaganda riverniciata.

Purtroppo per noi e purtroppo per Napoli, nel caso di De Magistris e della sua amministrazione è il secondo significato a prevalere.

Nella ricerca di uno storytelling adatto a coprire la mancanza di un obiettivo e di una visione ideale della città, Giggino ‘o sindaco ha puntato le sue carte sul turismo, vantandosi di quanto questo cresca e riconoscendosene i meriti.

Poco conta, qui, analizzare i motivi per cui i turisti a Napoli sono cresciuti: si tratta di un dato vero che però dipende in buona parte dal fatto che molte altre mete del mediterraneo (pensiamo a tutto il Nordafrica) sono oggi con un profilo di rischio maggiore rispetto a pochi anni fa, quindi i turisti da qualche parte pur dovranno andare. Conta ancora di meno discutere di questa idea fumettosa, naif e giocosa del turismo come volano per la crescita, il nostro petrolio, i giacimenti culturali, tutte idee banali e superficiali che nascono nel 1984 con De Michelis al Ministero del Turismo e che, in trent’anni, non hanno portato proprio a niente.

Interessa invece vedere cosa la giunta De Magistris ha fatto per il turismo. Vale allora la pena riportare qui la dichiarazione di giusto un paio d’anni fa del sindaco sul piano di riqualificazione del centro storico:

“Qui c’è una visione di città a discapito di tutti coloro che, negli anni, ci hanno criticato accusandoci di non avere una visione d’insieme. Stiamo realizzando interventi strutturali che comprendono il recupero di complessi monumentali, ma anche interventi di decoro urbano, illuminazione nell’ottica di un recupero degli spazi pubblici perché il nostro centro storico deve vivere ed essere vissuto. Questa è la Napoli che vogliamo, la Napoli che dimostra di saper spendere bene i fondi europei. Stiamo dimostrando a Bruxelles che siamo in grado di fare progetti, farceli approvare, far partire le gare e realizzare quanto proposto” (Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, Febbraio 2014).

Si noti lo stile demagogico ed arruffa-popolo tipico del sindaco, in cui egli si presenta come l’autore, il mezzo ed il fine di un riscatto storico del Sud, il dono degli dei ad una città martoriata che si risolleva grazie all’erculea forza di Giggino ‘o giustiziere.

Nella parodia che Maurizio Crozza fa di Vincenzo De Luca, quando gli fa dire che grazie a lui a Salerno ed in Campania è arrivata l’acqua, la luce, la scrittura e l’homo sapiens, l’obiettivo potrebbe essere utilmente lo stesso Giggino.

Ma, sia detto, passeremmo sullo stile tronfio del sindaco se tutto questo fosse successo per davvero.

Purtroppo, al 31 Dicembre 2015, data ultima per spendere e rendicontare i fondi, forse chiuderanno tre dei ventotto cantieri che dovevano riqualificare il centro storico, quindi sul saper fare progetti e farseli approvare dobbiamo dire che Giggino è deficitario.

Né, va detto, le cose potevano andare diversamente, visto che l’ufficio del Comune di Napoli che si doveva occupare di questo enorme piano ha a disposizione due persone che non hanno nemmeno un computer con cui lavorare.

Questa è un po’ la distanza che c’è tra lo storytelling di Giggino, il grande sindaco che va a Bruxelles, e la realtà: telefono, carta e penna per gestire un progetto da centoquaranta milioni di euro. Il computer costa troppo.

Di De Magistris e della sua incapacità a gestire una città complicata e difficile come Napoli non mi importa niente, credo che sia diventato sindaco per un accidente della storia che non si ripeterà. Temo però non solo i danni che potranno venire nell’immediato (per limitarci al centro storico, l’Unesco potrebbe decidere di rivedere lo status di Patrimonio dell’umanità) ma anche che la sua insipienza, la sua incapacità di costruire una idea di città e il suo lisciare il pelo ai peggiori aspetti della società meridionale possano poi diventare il detonare di una prossima svolta a destra della città.

Lo scontro tra le gerarchie ecclesiastiche cresce di intensità

L’avevo appena scritto, qualche giorno fa, che questo Sinodo era una partita cruciale per il papato di Francesco che i fatti degli ultimi giorni hanno dato solida conferma alla mia analisi.

Il primo, ma non il più importante, è stato l’episodio della lettera, scritta da alcuni eminenti cardinali ed indirizzata al Papa, in cui si contesta l’organizzazione e l’attività del Sinodo. Una lettera che non c’è dubbio si possa considerare irrituale intanto nella sua ottenuta e ricercata pubblicità (pubblicata da quel giornalista, Sandro Magister, di cui avevo appunto parlato indicandolo come un afferente alla cerchia dei tradizionalisti e oppositori al Papa). Una lettera inoltre il cui testo e i cui firmatari non si conoscono con certezza, altro elemento di stranezza ed, infine, una lettera che non ha
ragion d’essere perché l’organizzazione e gli esiti del Sinodo li decide il Papa che lo governa, non i partecipanti.

Poi, qualche giorno dopo, arriva la notizia smentita del tumore che colpisce il Papa. Un tumorino, mica una cosa grave, giusto il sufficiente per far capire, a chi vuole capire, che poverino il Papa non si può affaticare, che magari non è sempre lucido, insomma che forse i lavori del Sinodo non possono ricadere sulle sue spalle.

A dirla tutta, ma questa magari è dietrologia spicciola, è anche interessante che la notizia della malattia sia uscita su un giornale che ha la sua radice in quell’Emilia Romagna e meglio in quella Bologna dove domina appunto la parte più retriva dei cardinali che si oppongono al Papa.

Insomma, Santità, se non l’ha capito con le buone, che deve fare come diciamo noi nella nostra letterina ina ina, non vorremmo che poi si ammalasse e le venisse il tumorino ino ino.

Come avevo detto, lo scontro che agita la Chiesa Cattolica Romana è di inusitata forza, nemmeno per l’elezione di un Papa si arriva a tanto.

La difficile barca di Bergoglio

Ogni notizia che riceviamo, necessariamente, contiene una parte di verità e una parte di falsità; anzi, a volerla dire tutta, ci sarebbe anche una parte di bugia.

Su questa piccola premessa vorrei partire per analizzare alcune ultime vicende sul rapporto tra Chiesa cattolica romana ed omosessualità, visto che si sono affastellate numerose notizie e mi sembra che, a vederle una per una, manchi il quadro generale.

Partiamo allora dal protagonista assoluto, quello da cui tutto muove in Vaticano, ovvero il Papa e quello che dice e che fa sul tema.

All’inizio, Bergoglio ha dato una impressione molto forte di rinnovamento e di cambio, sul tema degli omosessuali e del loro diritto a vivere una vita completa e non come peccatori che devono redimersi per la loro condizione, così come su altri temi come la comunione ai divorziati risposati e il celibato dei preti.

Si è trattato di uno scossone forte, non si pensi che era stato solo un lungo spot pubblicitario, tanto che ha incontrato resistenze molto forte nella Chiesa.

Un esempio che è sotto gli occhi di tutti, viene, anzi veniva, dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister, un ruiniano di ferro che ha scritto peste e corna di Bergoglio e del suo cattolicesimo omeopatico.

“Veniva” e non “viene” da quel blog (di cui non si sottovaluti l’autorevolezza e la qualità dei contatti nei palazzi papali) perché poi la posizione di Magister è cambiata, ora è tutto un inno al papa argentino. Cambiamento che è dovuto al cambiamento di Bergoglio, che dopo la grande apertura ha mostrato un improvviso freddo.

Un riposizionamento del Papa che si spiega con le forti resistenze incontrate tra i vescovi e i cardinali sulle aperture di Bergoglio, e che possono essere spiegate con almeno tre cause diverse: il pensiero del Papa stesso (che non è mai stato un progressista), le idee sul papato del Papa (che pensa al Papa come ad un primus inter pares più che ad uno che, in solitudine, decide e traccia la linea: questo Papa non farà mai una enciclica come quella di Paolo VI sui metodi contraccettivi), il modo in cui si esercita il ruolo da Papa (che richiede innanzitutto prudenza (chi sia onesto ci amministri, chi sia saggio ci giudichi, chi sia prudente ci guidi).

Una prudenza che quindi porta a dover accogliere all’interno dell’istituzione papale anche posizioni, e a dover quindi esprimere azioni, contradditorie. Così siamo stati testimoni di Bergoglio che attacca l’ideologia gender (una pessima uscita per un gesuita) e poi scrivere in privato ad una lesbica, autrice di uno di quei libri che l’imbarazzante sindaco di Venezia ha fatto togliere dalle biblioteche pubbliche della città, di continuare così.

Una prudenza che, quando quell’ufficiale di stato nordamericana che si rifiuta di registrare i matrimoni tra persone dello stesso sesso (e, anzi, impedisce anche ad altri di farlo) dichiara di aver incontrato il Papa durante il viaggio di questi in USA, porta la Sala Stampa Vaticana a smentire seccamente che ci sia stato un incontro privato e una qualche benedizione papale, anzi a dichiarare

“Il Papa – precisa il portavoce vaticano – ha incontrato presso la Nunziatura di Washington” diverse decine di persone invitate dalla rappresentanza pontificia per salutarlo “in occasione del suo congedo prima della partenza da Washington per New York City, come avviene durante tutti i viaggi del Papa. Si è trattato di saluti molto brevi di cortesia a cui il Papa si è prestato con la sua caratteristica gentilezza e disponibilità. L’unica ‘udienza’ concessa dal Papa presso la Nunziatura è stata ad un suo antico alunno con la famiglia. Il Papa non è quindi entrato nei dettagli della situazione della signora Davis e il suo incontro con lei non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi”.

E questo ex alunno di cui si parla è un gay che vive con il suo compagno.

Allora, in tutto questo gioco di equilibri, che è in realtà la proiezione esterna di un fortissimo scontro tra idee, personalità ed interessi ben diversi della Chiesa di Roma, come si può valutare l’uscita del monsignore che, a due giorni dal Sinodo, ci tiene tanto a far sapere a tutto il mondo di essere gay e di avere un compagno?

Si può giudicare come improvvida ed inopportuna. Nel senso, che alla dimensione certamente presento della battaglia di verità si deve aggiungere una valutazione ulteriore, che è ispirata proprio alla virtù della prudenza di cui dicevo poco prima.

A due giorni da un Sinodo così complesso, in cui non si vede un vincitore certo, non si può pensare di intervenire a gamba tesa; se per un non cattolico, o anche per un cattolico non ecclesiastico, il Sinodo è un evento relativamente importante, per le gerarchie è un momento centrale del papato di Francesco.

Un monsignore di Curia, che conosce benissimo i riti e le gerarchie ecclesiastiche, profondo conoscitore della macchina vaticana in cui ha lavorato per anni, non può non sapere questo. Quindi, proprio perché lo sa, ha scelto di parlare per compiere una azione politica sui componenti del Sinodo.

Potrebbe essere per dare una botta ai conservatori, allo scopo di dimostrare che il problema dei gay la Chiesa ce l’ha in casa, potrebbe essere per contrastare i progressisti, per dire che queste aperture del Papa rischiano di portare il diavolo dentro le sacre mura. Oltre a tutti i depistaggi, doppi e tripli giochi che fanno parte della normale dialettica tra poteri e concezioni anche diverse di una istituzione complessa.

Difficile da dire, per saperlo bisognerebbe ben conoscere chi è questo monsignore, come ha fatto carriera, da chi è stato protetto ed incoraggiato, perché a 36 anni non diventi un esponente di punta della Congregazione per la Dottrina della Fede se non hai dei santi in paradiso.

Alla fine, capiremo qualcosa, forse, alla conclusione del Sinodo. E’ sicuro che lo scontro è in corso, la giornata di ieri ha avuto al centro della scena i conservatori (fortemente rinvigoriti dopo lo spiazzamento iniziale) e solo nel pomeriggio i progressisti hanno ritrovato voce e hanno cominciato a contarsi.

Bergoglio, per ora, si è limitato a dire che il Sinodo deve decidere e non su una base compromissoria.

La efficacia e qualità del suo papato dipenderà in gran parte da quali saranno le conclusioni dell’assemblea sinodale. La discussione sui retroscena della visita papale, sul cui prodest del coming out del monsignore, invece, sono abbastanza fumo di copertura e buoni a suscitare indignazioni e risatine sui social network.

La polemica sterile sulla chiusura temporanea del Colosseo

(scritto da uno che è favorevole al c.d. Jobs Act, sia consentita la premessa)

La polemica di Ministro della Cultura e Presidente del Consiglio sull’assemblea dei lavoratori del Colosseo, che ha impedito ad alcuni turisti l’ingresso mattutino al monumento, e le relative decisioni di stabilire per decreto legge che lavoratori e custodi dei beni culturali, pubblici e privati, sono erogatori di un servizio pubblico essenziale e come tale sottoposti ad una disciplina sugli scioperi più stringente, ha alcuni elementi grotteschi e poco giustificabili.

Intanto, non di sciopero si trattava, ma di una assemblea sindacale, il cui tema era legato al fatto che i 27 lavoratori del Colosseo non vedono pagati gli straordinari da oltre un anno. Il Ministro Franceschini, invece di twittare di “misura colma”, farebbe bene a dare soldi a persone che prendono scarsi 1.100 euro al mese e che con quegli straordinari tengono aperto un monumento che, con le entrate, paga l’intera Sovrintendenza di Roma (che contra oltre 250 tra siti e musei).

Pure i sindacati, certo, c’hanno messo del loro, perché una assemblea sindacale può essere ripetuta in due tempi, in modo da far partecipare metà lavoratori per volta e consentire al servizio di essere erogato: non è che le assemblee dei medici o degli infermieri, tanto per dire, bloccano l’intero ospedale.

Aggiungiamo che la politica non si fa mancare le sue colpe, perché per un sindaco di Roma che è in grande difficoltà nella sua capacità di gestire la città, prendersela con i lavoratori ed accusarli dell’incuria e del degrado romano è un buon modo per non rimanere con il cerino in mano.

Ma, mi sembra, che tutti questi elementi – pure importanti e pure riportati nel dibattito pubblico – siano abbastanza secondari rispetto alla questione centrale, che è il tipo di turismo che l’Italia vuole avere.

Forse, dovremmo cominciare a dire che il turista cavalletta non è quello che serve a noi. Quei turisti che vengono scaricati a mucchi dalle navi da crociera, stipati sui pullman e portati a fare un tour di un giorno, non servono a niente all’economia delle nostre città e andrebbero scoraggiati.

Sono sbarcati da navi da crociera, oppure si fanno 4 giorni in Italia (uno per ciascuna di Venezia, Firenze, Roma e Napoli), o in pullman dal confine per vedere magari la città lagunare. Sono turisti del tutto poco organizzati, paradossalmente, che non sanno fare o pensare niente e che, all’idea che il Colosseo non sia aperto alle otto di mattina non pensano di farsi una passeggiata per Roma, perché quello che sanno è che Roma è uguale al Colosseo.

Mi ricordo, qualche anno fa, quando sono stato ad Amsterdam, che il proprietario dell’albergo mi chiese quanto tempo ci sarebbe voluto per vedere Roma. Io, molto onestamente, gli dissi che un paio d’anni era un buon inizio, anche se insufficiente. Figuratevi, lui stava addirittura una settimana e gli sembrava tanto tempo.

Che turisti vogliamo noi? Quelli che arrivano e consumano solo la pavimentazione, pagano un biglietto e via così, o i turisti che scoprono la quantità di cose belle che ci sono da vedere?

Pensiamo sul serio di doverci preoccupare di quei turisti che non sanno gestire una minima complicazione, o di quelli che possono provare il piacere di girare un angolo e vedere una cosa inattesa? Quante volte, nei miei giri di turista, ho trovato opere d’arte distintive di un museo che erano in prestito, sale chiuse, intere sezioni in restauro, chiusure settimanali, e non mi sono certo dannato l’anima, ho fatto qualcos’altro che magari, proprio perché più inatteso e imprevisto, è stato più bello.

Questo, però, richiederebbe di ripensare tutto il sistema del turismo italiano, di dire ai turisti che Roma non è Colosseo, Musei Vaticani, Piazza Navona e Fontana di Trevi, ma che proprio lì vicino potrebbero andarsene a vedere Palazzo Massimo alle Terme, il Museo di Diocleziano (splendido, a dir poco), la Galleria Borghese, Palazzo Barberini, la Villa dei Quintili, il Museo della Civiltà Romana, il Museo della Città di Roma (che, per dire, è pure bruttino, ma in questi giorni ho sentito dire che Roma non ha un museo della Città).

Certo, però, pensare al sistema del turismo italiano è difficile e complicato, meglio fare il decreto legge che non servirà a niente.

Anzi, piuttosto, a quando il decreto legge per limitare i flussi a Venezia? Quello servirebbe sul serio.

La deportazione degli insegnanti

Avviso: questo post è ad alto tasso polemico. Altissimo.

Questi poveri insegnanti supplenti. Che si sono scelti il lavoro che volevano fare, hanno un orario di lavoro a dir poco comodo, mesi interi e consecutivi di ferie, nessuno che li tampina sul posto di lavoro per produrre, produrre, produrre, fatturare, produrre, clienti, clienti, non corrono rischi di essere licenziati nel corso della loro vita, alle due di pomeriggio stanno a casa, si sono potuti permettere il lusso di una laurea a scelta e non di una che fosse difficile da prendere (si sa che l’Italia ha una grande carenza di laureati in Lettere) e adesso, addirittura, sono costretti ad andare a lavorare lontano da casa.

Ohibò! E che stiamo scherzando? E’ giusto che lorsignori possano scegliersi che lavoro fare, quando farlo, con chi e sopratutto dove.

Uno, giustamente direi, vuole lavorare sotto casa, per poche ore al giorno, per un ottimo stipendio e con scarsa fatica. E’ giusto che sia così. Sono tutti gli altri, quelli scemi. Quelli che si fanno il mazzo per pagare le tasse per pagare questi qui.

Sono gli scemi che per lavorare vanno lontano da casa, spesso fuori Italia.

Sono quelli che si sono fatti un culo così all’università, mentre loro erano troppo presi a fare i parolai a Lettere.

Sono quelli che esigono che sia lo Stato a prendersi cura di loro, mentre loro non si prendono mai cura dello Stato, che ai loro occhi è una specie di mamma generosa al cui seno suggere per tutta la vita.

Gente che oggi, quando gli viene offerta la tanto agognata cattedra, parla di “deportazione”, ha organizzato “riunioni di autosostegno”, teme che il marito, a sessanta anni, non possa essere lasciato solo in casa (gentile signora, se lei non ha insegnato a suo marito, in trent’anni di matrimonio, a cucinarsi un piatto di pasta, lei è incapace ed indegna di andare ad insegnare a giovani ragazzi come si affronta la vita).

Gente che non si vergogna. Gente che è priva non dico di ambizione, ma di rispetto per sé stessa, dopo la laurea ha subito cercato di trovarsi il posticino; e che quando ha visto che il posticino veniva centellinato, che c’erano scarse garanzie di valorizzazione della risorsa umana, scarse possibilità di carriera, si è ancora più aggrappata a quel miraggio di posto ed è andata avanti per decenni così, senza mai farsi una domanda perché l’unica cosa che era importante erano i loro astratti diritti, che dovevano venire prima di tutto e di tutti.

Anche prima dei loro studenti. Perchè, a questa gente, di insegnare non frega un emerito cazzo. Ne ho conosciuti a pacchi di ragazzi così, con problemi caratteriali forti e con una scarsissima passione per l’insegnamento, ma pronti a tutto pur di avere il posticino sotto casa così a pranzo vanno a mangiare da mammà. Poi magari il pomeriggio si arrotonda con un lavoretto in nero, che noi educatori (anzi: “E D U C A T O R I”, gli piace dirlo stentoreo, siamo i primi che non ci crediamo).

Gente che, a trasferirsi da Napoli a Roma, si fa venire le paturnie, si sente maltrattata, si sente offesa, pensa che sia un’ingiustizia.

Gente che ti fa rabbrividire a pensare ai quali valori e a quali insegnamenti potrà passare ai ragazzi che avranno la sventura di finire sotto di loro.

I valori del non voler fare un cazzo, da mane a sera. I valori che è bella la laurea in Lettere, perché si sa che le discipline umanistiche sono la vera cultura mentre matematica, fisica e chimica sono cose brutte che sporcano. I valori che non bisogna avere ambizioni, non bisogna avere aspettative, ma bisogna invece accontentarsi perché tanto ci penserà qualcun altro (mammà, lo Stato) ad aiutarti. I valori che non conta insegnare per il piacere di farlo, ma solo per la comodità di farlo sotto casa.

Gente che è talmente diffusa e pervasiva in certi ambienti che persone come me, a cui insegnare piace (e che l’hanno fatto gratis, senza particolari mire se non quella di fare l’esperienza) gli viene da mettere mano al fucile quando sente parlare di andare ad insegnare a scuola, insieme a questi nullafacenti smidollati disadattati di cui si disgusterebbe a condividere la scrivania.

Altro che riforma di Renzi, io stabilirei che il docente per i primi dieci anni di vita lavorativa va in giro per l’Italia, dove serve, così magari conosce qualcosa non dico del mondo ma della Nazione in cui poi andrà ad insegnare.

Autocandidatura al settore rapporti con i media per l’ENI

Abd al-Fattah al-Sisi è il coraggioso e tenace Presidente di un Paese che vuole riappropriarsi del suo ruolo sulla scena internazionale.

Dopo aver cacciato via, a seguito delle proteste di piazza, il corrotto governo del filo-islamico Morsi, accettando le richieste pressanti dell’intera società egiziana ha concorso alla carica di Presidente dell’Egitto dove è stato eletto con oltre il 99% dei voti validi.

Di fronte ad una difficile situazione interna, ha scelto di varare una importante legge anti-terrorismo che, malgrado le critiche di alcuni oppositori pagati da paesi ostili come il Qatar, ha permesso di stabilizzare il paese.

Genio della idraulica, ha portato a termine il raddoppio del canale di Suez e questo, insieme all’attività di mediazione con Israele, gli ha fatto guadagnare l’immagine di erede e reincarnazione di Nasser.

Impegnato ad arginare l’instabilità della Libia e a ricucire i rapporti con l’Algeria, ha anche intensificato i rapporti con la Federazione Russa con un accordo quadro di fornitura di armi per combattere la minaccia dell’IS.

***

(Per ulteriori informazioni, si faccia riferimento a:
http://www.repubblica.it/economia/2015/08/30/news/gas_scoperta_da_record_eni_trova_in_egitto_il_piu_grande_giacimento_del_mediterraneo-121890016/)

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