Una associazione meritoria

Ah, che bello il civismo dei napoletani.

Per esempio, c’è una associazione, “Sii turista della tua città”, che si batte tanto per il decoro urbano e la riscoperta delle bellezze partenopee.

Per esempio, hanno deciso di fare, da soli!, il restauro della fontana a Monteoliveto, per cui hanno comprato quello che pensavano sarebbe servito, si sono messi a lavorare di gomito, tipo quando io passo lo straccio per terra, e
hanno ripulito la fontana! E pensa l’invidia del sovrintendente ai beni culturali di Napoli che, ovviamente offeso nell’amor proprio, si è permesso di dire che il restauro di una fontana del ‘600, fosse anche solo per togliere i graffiti e la sporcizia, va fatto da chi ha studiato anni per farlo, sa quali prodotti usare e sa come usarli, perché altrimenti quello che gli dai potrebbe corrodere, a lungo andare, anche il marmo stesso della fontana.

E poi, quelli di questa meritoria associazione mica si sono fermati lì. Hanno ricevuto il permesso di fare un evento alla Villa Comunale e, insomma, metti che c’era tanta gente, metti che si erano fatti prendere dall’entusiasmo e avevano pubblicizzato l’iniziativa su Facebook per dire che c’era non un evento ma un aperitivo, insomma vi pare giusto che si dovevano prendere una multa di ottomila euro per attività commerciale non autorizzata? Fortuna che è intervenuto l’assessore alla Cultura che c’ha messo una buona parola.

Poi, voglio dire, ma avete visto quanto sono brutti ed anonimi i pannelli con le fermate della metro all’interno dei vagoni? Fortuna che c’hanno pensato sempre quelli di questa meritoria, meritorissima associazione, che hanno messo qua e là un bell’adesivo lì sopra e, visto che c’erano, pure sulle porte, non sono ora molto più belle?

Insomma, faranno restauri alla cazzo di cane, faranno soldi con la scusa delle attività culturali, ma insomma, sono una associazione di cittadini, quindi non bisogna parlarne male.

Signor prefetto, capisco il suo civismo, perché mi riferivo al suo in apertura di post, ma non sarebbe il caso di sciogliere questa associazione?

Il racconto dei racconti

Film insignificante, esercizio stilistico dai confini angusti e adatto allo stesso tipo di pubblico che va in un ristorante da cucina internazionale e mangia il parmigiano sulla pizza che, si sa, sono ingredienti italiani e quindi buoni, sopratutto quando cucinati all’estero e fuori dal loro contesto.

“Lo cunto de li cunti” è una raccolta di fiabe di metà del ‘600, edito a Napoli. Un’opera importante e fondamentale per la letteratura di genere europea, visto che ad esso si sono poi ispirati favolieri che hanno avuto assai maggior fortuna di Gianbattista Basile.

Da questa ricchezza, nulla rimane nel mediocre film di Garrone. Tutto finisce appattito, edulcorato, autoreferenziale, con dei racconti che si snodano a casaccio, senza che allo spettatore rimanga nulla. A vedere il film non si ricava alcunchè: c’è un motivo per cui nelle fiabe del ‘600 c’era l’orco? Ha un senso? Cosa vuol dirci? Boh, dal film non si evince nulla. C’è un orco ma potrebbe andare bene anche un verme della sabbia di Dune, il capitano Kirk o Rossella O’Hara, tanto sempre pixel sullo schermo sono. Il film compie qualche operazione filologica? Di contesto? Pedagogica? No, è appunto come il ristorante che mette insieme parmigiano e pizza e dice “prodotto 100% italiano”.

Pensate a quale operazione immensa fa la Disney quando prende La Bella Addormentata Nel Bosco o Cenerentola. Da una semplice storia crea un intero universo di emozioni, di significati e di letture, per cui riesce a dare tanto, a fare un’operazione innanzitutto artistica. Vogliamo oppure parlare delle letture personalissime tipo appunto il Dune di David Lynch? O la sfida estrema e vinta del Signore degli Anelli di Jackson? Ecco, di adattamenti e di rielaborazioni riuscite ce ne sono tante, ma questa non lo è.

Si tratta invece del personale divertimento di Garrone che vuole farci vedere quanto è bravo con la steady cam (che poi, ormai sa di vecchio, non certo di nuovo) e della bellezza di alcuni esterni, comunque nemmeno tanto valorizzati.

Voto: 3

La Valle delle Ferriere e la Valle dei Mulini

Vicino ad Amalfi e Ravello, ad un’ora di auto da Napoli, c’è la possibilità di fare questo bellissimo itinerario escursionistico, di nessuna difficoltà e ricco di suggestione.

Per seguire il percorso che abbiamo fatto noi, si parte da Pontone in provincia di Salerno, località che si raggiunge non facendo la strada costiera ma con la A3 ed uscendo ad Angri. Le indicazioni deve darvele il navigatore, l’unica cosa che il navigatore non dice è che ad un certo punto dovrete prendere una strada provinciale che sembra chiusa per frana (c’è un cartello che blocca il senso di marcia che vi interessa) ma potete proseguire tranquillamente.

Arrivati a Pontone, vi conviene parcheggiare più in basso che potete, perché l’itinerario che propongo è circolare, quindi più giù state all’inizio meno faticate all’arrivo. Seguite a questo punto le indicazioni per la Valle delle Ferriere, e già vi rifate gli occhi, con una bella vista di Ravello dall’alto.

Continuando a camminare, arrivate ad un tratto in salita, minimamente impegnativo (comunque, dovete venire vestiti comodi, con almeno scarpe da ginnastica e jeans, considerando che anche in piena estate non fa troppo caldo) e arrivate alla parte più interessante, la cascata piuttosto alta che si può visitare se il Corpo Forestale dello Stato ha tenuto aperto l’accesso al tratto finale (questo succede sempre nei giorni di maggior visita, altrimenti dovete informarvi).

La cascata è molto scenografica e, appena tornando un po’ indietro sulla strada fatta, troverete anche dove fermarvi a mangiare (considerate che ci vuole un’ora per fare questo tratto).

Al ritorno, invece di proseguire per la strada fatta, prenderete una deviazione a sinistra per Amalfi, indicata da un cartello di legno, vedete che la strada scende subito. Così, fate la valle dei Mulini, una splendida area in cui questi antichi mulini che sfruttavano l’acqua del fiume sono stati abbandonati e stanno tornando alla natura.

Ancora scendendo, comincerete a vedere Amalfi e sarete immersi in un paesaggio di limoneti e se siete in stagione sentirete anche l’odore dei fiori di limone che riempe l’aria. Sempre scendendo, ci metterete circa un quaranta minuti (dalla deviazione) per arrivare ad Amalfi.

Proprio di fronte a voi c’è il Museo della Carta e, seguendo le indicazioni tracciate per terra, si può visitare una fabbrica di limoncello.

Se invece rimanete sulla strada principale, vi trovate nel corso di Amalfi e poco dopo arrivate al Duomo, che potete visitare (molto bella la cripta, la chiesa principale è invece non all’altezza dello scenografico esterno).

Andando oltre la piazza, arrivate quindi alla stazione di partenza degli autobus che vi possono riportare a Pontone. “Possono” perché dipende da quanto frequentemente passano (gli orari sono esposti in piazza) e da quanto sono pieni (troppo, nei giorni di maggior affluenza) e comunque non arriveranno dove avete parcheggiato la macchina, bensì si fermeranno al bivio per Pontone: è la terza fermata. A questo punto vi fate a piedi il piccolo tratto di strada per recuperare la macchina (che, appunto, avete parcheggiato in basso) e ve tornate a casa.

Durata dell’escursione: due-tre ore più la visita ad Amalfi e al Duomo.

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Ravello vista dalla Valle delle Ferriere, nel tratto iniziale

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Cascata della Valle delle Ferriere

Valle delle Ferriere

Valle delle Ferriere

Valle dei Mulini: il tetto di questo antico mulino ha ceduto, e la natura sta riconquistando il suo spazio

Valle dei Mulini: il tetto di questo antico mulino ha ceduto e la natura sta riconquistando il suo spazio

Matisse arabesque alle Scuderie del Quirinale

Vista Sabato, il Henri-Matisse-Pervinche-Giardino-marocchinogiudizio sintetico è: modesta, non brutta ma certo non all’altezza delle mostre a cui ci avevano abituato alle Scuderie del Quirinale.

E’ un tema e un problema che va avanti ormai da diversi anni, ma certo dopo anni in cui abbiamo avuto cose incredibili (Antonello da Messina, Lorenzo Lotto, Caravaggio) ora siamo in una fase calante, in cui è evidente che di soldi ce ne sono pochi pochi. Questa è una mostra che sarebbe stata una buona mostra per il Vittoriano.

La mostra si intitola “Matisse Arabesque” e racconta Matisse mettendolo in relazione con gli influssi arabi e orientali. Un’operazione già abbastanza rischiosa, perché certo non si raccontano le opere principali e più importanti dell’autore, resa ancora più difficile dal fatto che nella maggior parte delle sale la parte legata a Matisse e quella relativa agli influssi non sono in equilibrio tra loro; in genere non si parlano, poi spesso viene sovrastato l’uno o l’altro. Inoltre, la curiosità maggiore è comunque suscitata da opere e manufatti che difficilmente si possono vedere a Roma (viene subito da pensare alle straordinarie collezioni orientali ed arabe del British Museum e a quanto una bella mostra di arte giapponese a Roma sarebbe proprio necessaria, ci siamo innamorati di alcune vedute della scuola di Kano). Svettano anche alcune composizioni geometriche del piano che, ad onta di essere fatte nel dodicesimo secolo al Cairo potrebbero ben figurare all’interno di una architettura romana moderna come quella di molti palazzi dell’EUR.

Invece, abbiamo trovato abbastanza noiosa la parte sul Chant du Rossignol, un’opera teatrale di cui Matisse dipinse i costumi che sarà sicuramente un esempio di opera totale, ma dedicarci tre sale tre è forse un’esagerazione spiegabile come la necessità di dover riempire la mostra (necessità che si avverte anche nell’audioguida, che in molti casi si dilunga inutilmente, tanto inutilmente e che poco fa il suo mestiere di spiegare l’opera e l’influenza).

Alle Scuderie del Quirinale fino al 21 Giugno.

(A fianco, H. Matisse, Pervince (o Giardino Marocchino), 1912)

Due o tre cose che so sulla sicurezza

La tragedia del volo che si è schiantato per scelta deliberata di uno dei piloti porta molti a domandarsi se i voli siano sicuri. A questa domanda non so rispondere, però qualcosa sulla sicurezza la so e voglio scriverla qui.

Intanto, forse ovvio ma meglio essere chiari, non esiste la sicurezza assoluta. Questo non solo perché qualcosa può sempre succedere, ma perché la sicurezza è un processo e non un prodotto. Cioè la sicurezza è il risultato di una serie di azioni in sede di progettazione di un oggetto, un software o una procedura, che proseguono poi nella fase di messa in esercizio. La ruota della macchina deve essere sicura quando esce dallo stabilimento e viene data al nuovo proprietario, ma poi va cambiata ogni volta che si raggiunge una certa soglia di chilometri o passa un certo numero di anni perché altrimenti smetterebbe di essere sicura, senza colpa alcuna di chi l’ha progettata, costruita e montata.

Oltre a questo, la sicurezza non è assoluta perché viene misurata rispetto ad una serie di minacce, che vanno prima comprese e poi, come si dice in gergo, mitigate. L’antifurto dell’auto è efficace perché assume che il ladro non prenda la macchina con una gru e se la porti via, nel qual caso certamente il blocca pedali non sarebbe utile.

Inoltre, l’antifurto dell’auto è utile perché opera in un certo contesto che è dato dalla minore sicurezza delle auto vicino che l’antifurto non lo hanno. Si chiama antifurto, ma si dovrebbe chiamare “sistema per ridurre la probabilità che l’auto venga rubatan sperando che le altre macchine non ce l’abbiano”.

La sicurezza opera sempre all’interno di uno scenario che, più viene generalizzato ed astratto e più fa riferimento a convenzioni culturali e sociali. Nel caso dei sistemi di bordo di un aereo, l’approccio che viene seguito da Boeing ed Airbus (i due principali costruttori di aereomobili) è diverso perché operano in contesti culturali diversi: per Boeing è sempre il pilota ad avere l’ultima parola, per Airbus è il computer di bordo che comanda. Tanto che esistono Airbus in cui la cabina di guida non ha finestrini per la vista dell’esterno, mentre i Boeing li hanno tutti.

Nel caso specifico della porta che blocca l’accesso alla cabina di pilotaggio dell’aereo, il sistema ha finora funzionato benissimo, perché da dopo l’11 Settembre 2001 non abbiamo più avuto nessun dirottamento. Il sistema è anche costruito brillantemente, perché permette al pilota che è all’interno di avere sempre l’ultima parola su chi può entrare in cabina e, nel caso sia incosciente e non in grado di prendere una decisione, consente a chi è fuori e conosce il codice di accesso di entrare.

Però, come ho detto, come tutti i sistemi di sicurezza opera con delle assunzioni. Qui, l’assunzione è che il pilota voglia vivere. Se questo non è, diventa possibile usare il sistema per prendere il controllo dell’aereo. Questo rischio può essere mitigato, stabilendo che quando esce un pilota entri un assistente di volo. Si tratta di una mitigazione del rischio e non di una soluzione del problema, perché anche una soluzione di questo tipo è esposta a dei rischi. Ad esempio: il pilota che è in cabina potrebbe sopraffare l’assistente di volo (cosa più possibile se poi l’assistente è una donna), oppure il pilota e l’assistente di volo potrebbero operare in combutta, oppure nel tempo in cui la porta della cabina è aperta potrebbe comunque infilarsi un terrorista (questo, a dire il vero, è gestito dal fatto che quando la porta della cabina viene aperta si dovrebbe bloccare il corridoio antistante con il carrello portavivande con i freni inseriti, un ostacolo difficilmente superabile in poco tempo) (nota: fare queste ipotesi è il tipico esercizio che fa chi si occupa di sicurezza informatica, cioè immagina come le cose potrebbero andare volutamente male per scelta di qualcuno e come quindi evitare di dargliela vinta facile).

L’assunzione che si è applicata nella realizzazione di questo sistema è che il pilota voglia vivere e che sia in grado di esercitare con giudizio la sua funzione di comandante dell’aereo. Questa assunzione è tanto ovvia quanto, come tutte le cose ovvie, difficile da gestire se non è più vera.

Infatti, nel caso in cui il pilota sia uscito di senno l’unica autorità che può controllare almeno l’apertura del portello della cabina di pilotaggio è la torre di controllo, nessuno a bordo potrebbe essere considerato affidabile, non ricattabile e in grado di prendere una decisione sensata. Solo che per consentire di bypassare il sistema bisognerebbe costruire un sistema molto complesso. Bisognerebbe infatti stabilire chi e come, dalla torre di controllo, può decidere di forzare l’apertura della porta, essere sicuri che sia l’ordine dato che quello trasmesso all’aeroplano fossero non alterabili da nessuno (non vogliamo terroristi che mandino comandi di apertura porta) e che si possa evitare che il pilota suicidario, vistosi scoperto, faccia precipitare l’aereo il prima possibile. Nessuna di queste cose è banale da fare e, se si deve applicare a tutti gli aerei e a tutte le torri di controllo del mondo è quasi impossibile; inoltre lascerebbe scoperto il caso in cui l’aereo si trova a sorvolare zone in cui non c’è contatto con la torre di controllo, come gli oceani.

Aggiungo infine che circa un anno fa un esperto di sicurezza informatica raccontò, omettendo i particolari, di come fosse facile avendo uno smartphone con un opportuno software installato sopra, inviare messaggi confusionari a vari componenti del computer di bordo, sia allo scopo di confonderlo che di guidarlo surrettiziamente. Sembra che poi i vari costruttori abbiano preso delle precauzioni, ma questo dimostra che se costruisci una porta blindata per evitare l’accesso in un locale, poi un malintenzionato cercherà sempre di passare dalla finestra, ovvero cercherà un altro punto debole.

Conclusione, è molto meglio avere sistemi di sicurezza indipendenti, ovvero costruiti su assunzioni diverse e che si basano su procedure diverse. Ad esempio, un controllo pscicologico dei piloti per capire in che condizioni sono è un ottimo sistema di mitigazione del rischio di suicidio. Sempre mitigazione, però.

Per mare aperto

I mesi in cui sono stato senza lavoro sono stati pesanti. Molto. Sia per me sia per chi mi è stato vicino, che ha dovuto sopportarmi in momenti in cui ero meno sopportabile. Un periodo di pensieri oziosi e di pensieri negativi, con riflessi anche sulla mia salute, quando ho passato un periodo ad inizio autunno di forti fastidi digestivi, chiaramente dovuti allo stress che si accumulava.

Mesi in cui ho visto molte porte chiuse in faccia o, anzi, manco aperte, perché quando rispondevo a qualche annuncio di lavoro spesso mi veniva di pensare che fossi io quello che non andava bene, troppo professionalizzato, troppo capace e con tante legittime aspettative che non potevano trovare riscontro in quello che mi offrivano.

Così sono stati mesi in cui ho dovuto cominciare ad essere flessibile, cercando attività almeno compatibili, ma anche qui senza particolare successo. Mesi in cui mi chiedevo se avrei potuto lavorare in questa città o chissà dove, con le evidenti conseguenze che la cosa poteva avere sul mio rapporto di coppia che è stato l’unico caposaldo che non mi ha fatto sbandare. Il mio problema non era tanto quello di trovare un lavoro, ma quello di trovarlo qui nel Sud, dove la disoccupazione è la norma.

Tutto questo è stato faticoso e difficile. Ed è stato anche un punto di passaggio, nel senso che certe amicizie si sono rivelate più all’acqua di rose di quanto pensavo. Da parte di qualcuno mi sarei aspettato una telefonata di più, giusto per arrivare a farne una di numero e non zero. O anche un messaggio su Facebook, invece molte rapide scrollate di spalle e molto disinteresse. Coperto dal peloso atteggiamento auto-assolutorio, non detto ma pensato, ma tu sei tanto intelligente figurati se non trovi lavoro.

Alla fine poi, il lavoro che volevo è arrivato. Non quello che faccio ancora per pochi giorni, ma quello che comincerò a fare tra un po’. Una bellissima azienda, molto tecnologica e molto aperta all’estero, una buona posizione e un buon contratto, stabile e di lunga prospettiva.

Adesso passo gli ultimi giorni in questo lavoretto temporaneo, in cui comunque continuo a fare la differenza anche se intorno a me stanno facendo il deserto. Non perché stiano organizzando la mia uscita, ma perché si sentono offesi nell’orgoglio visto che ho deciso di fare di meglio e di più bello.

Esattamente come gli amici si vedono nel momento del bisogno, così i colleghi di lavoro e i superiori e le aziende in cui lavori si capiscono come sono quando te ne vai via. Da come si stanno comportando qui, ringrazio il cielo e tutti i santi di essermene andato.

Ora, con questo nuovo lavoro comincia una nuova vita e non esagero nel dirlo. Perché è nato come una cosa che ho trovato solo con le mie forze e che ha interrotto quella lunga sequenza che era iniziata con la laurea, dieci e più anni fa, in cui sostanzialmente ogni nuovo lavoro nasceva un po’ legato al precedente.

Qui e adesso, ora ho proprio liberato gli ormeggi e mi avventuro in mare aperto.

Non vedo l’ora.

 

Il penoso revisionismo in terra salentina

Nella periferia leccese ci sono queste tre vie, una parallela all’altra:

– via Giovanni Amendola
– via Giorgio La Pira
– via Bettino Craxi

Disgusto.

 

VATTENE

Ma da quale parvenza di normalità e di decenza il signor Maurizio Lupi, ministro dei Trasporti, non mostra un minimo di rispetto verso i cittadini italiani?

Come può solo pensare di rimanere un minuto di più in un ministero in cui, leggendo le intercettazioni, abbiamo capito che non capisce nulla di quello che vi succede (parlando con l’arrestato Incalza si fa fare l’elenco sintetico di tutte le opere importanti in corso, si sbaglia in continuazione e si fa riprendere come un bimbetto all’asilo e tutto questo otto mesi dopo che si era insediato), abbiamo visto che chiede favori per il figlio (negando che sia così, quindi pure mentitore oltre l’evidenza), si fa procurare vestiti per lui e biglietti aerei per la moglie da aziende che lavorano con il ministero?

Mentitore, visto che in pochi giorni è stato smentito dalle intercettazioni su quello che chiedeva e che voleva. Incapace, perché non sa cosa si sta costruendo in Italia e come. Inetto, nel difendere una persona e una struttura che erano funzionali ad un sistema di potere, tanto da minacciare la crisi di governo se gli avessero tolto il giocattolo.

Indecente che rimanga. Indecente che venga a parlarci di Jobs Act, di disoccupazione giovanile, di riforme e di crescita del Paese, quando abbiamo capito che il suo figliolo tanto caro è stato messo a lavorare grazie a papà.

Solo che da prenderlo a sputi in faccia. Solo da ignorarlo, per ora e per sempre, in tutti i dibattiti televisivi. Solo da chiedergli, finché campa: tu quanto hai rubato oggi, per te e per quelli come te? Solo da insultarlo, ma in modo greve e pesante, quando ci parlerà dei posti di lavoro creati dal Jobs Act.

Politicamente è una persona che fa schifo. Ma schifo profondissimo.

Alfano va dimesso e subito

Il 24 Ottobre scorso scrivevo, sull’idea di Alfano di mandare avanti il Prefetto di Roma nell’annullamento della trascrizione dei matrimoni omosessuali contratti all’estero:

Ovviamente, il Prefetto potrebbe sempre disporre l’annullamento d’ufficio delle trascrizioni, in quanto massima autorità del Governo sul territorio, ma in questo caso sarebbe esposto ad un ricorso al TAR che, poco ma sicuro, non negherebbe una sospensiva, sputtanando il Prefetto ed aprendo una frattura che il Prefetto, persona certamente capace e prudente, non vuole correre il rischio che si attui.

Bene, cosa è successo oggi? Che il TAR ha annullato l’atto del Prefetto; esattamente come avevo previsto io e con i risultati che immaginavo io, ovvero che il Prefetto viene sbugiardato dal TAR per colpa del suo ministro. Anzi, il TAR è andato giù pesante, dicendo che spetta ai giudici annullare gli atti, nel caso, non al Ministero dell’Interno che non è evidentemente competente a valutare la congruità delle unioni affettive degli italiani.

Non è possibile pensare che Alfano rimanga ministro dell’Interno un minuto di più. Non solo perché viene sbugiardato dalla giustizia italiana che gli ha dato, in buona sostanza, del bullo che non sa ragionare oltre il proprio naso, ma perché e sopratutto la frattura che si è venuta a creare nel tempo tra il ministro e la sua burocrazia, alimentata da episodi come questo e da tanti altri in cui i funzionari sono mandati allo sbaraglio, impedisce al Ministero dell’Interno di svolgere le proprie fondamentali funzioni di tutela dell’ordine pubblico, come si è visto negli atti di teppismo degli hooligan olandesi, che sono stati lasciati di scorrazzare per Roma perché Questore e Prefetto si sono ben guardati dal fare più del niente che era stato chiesto loro di fare.

Alfano deve essere rimosso dalla carica di Ministro dell’Interno, per il bene e la tutela del supremo interesse nazionale. Il Presidente Mattarella deve compiere tutti i passi necessari a tal fine, con la massima urgenza, per evitare che la evidente sfiducia delle forze dell’ordine verso il loro Ministro possa causare problemi seri e gravi.

Giuro, d’ora in avanti mi faccio i fatti miei

In Italia ci sarà tanta crisi economica, ma io oggi ho ricevuto il secondo rifiuto da parte di una persona che ha un lavoro precario (ammesso che si possa chiamare lavoro) non a farne un altro e diverso, ma a sentire cosa un’azienda sarebbe disposta ad offrirti per lavorare. La prima persona che ha rifiutato lo ha fatto perché preferisce fare le ripetizioni a casa (sì, dico sul serio) il secondo perché sta aprendo una start-up. Che magari sembra una cosa più bella, ma viste le sue purtroppo scarse capacità relazionali a me pare un suicidio lento e doloroso (spero di sbagliarmi, certo).

Comunque fosse, quello che mi fa incazzare non è che abbiano valutato le opportunità e abbiano deciso di no, non  è che sono venuti qui a sentire di cosa si trattava e hanno deciso di lasciar perdere: no no, si sono fermati prima anche del colloquio. E queste persone, avendo lavorato con me, sanno benissimo che sono una persona seria e che non gli avrei offerto una cosa in cui non avessi creduto almeno un po’ io per primo.

Certi giorni altro che riforma dell’articolo 18, penso che c’è troppa gente che ancora non ha capito in che mondo si vive. E, sopratutto, non ha capito che quando un tuo ex collega si sbatte per metterti in evidenza per lavorare in un progetto, la minima riconoscenza professionale sarebbe quella di voler sapere di cosa si tratta e poi decidere, certo non di venirmi a dire che c’è l’importante business delle ripetizioni a casa.

 

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