Due o tre cose che so sulla sicurezza

La tragedia del volo che si è schiantato per scelta deliberata di uno dei piloti porta molti a domandarsi se i voli siano sicuri. A questa domanda non so rispondere, però qualcosa sulla sicurezza la so e voglio scriverla qui.

Intanto, forse ovvio ma meglio essere chiari, non esiste la sicurezza assoluta. Questo non solo perché qualcosa può sempre succedere, ma perché la sicurezza è un processo e non un prodotto. Cioè la sicurezza è il risultato di una serie di azioni in sede di progettazione di un oggetto, un software o una procedura, che proseguono poi nella fase di messa in esercizio. La ruota della macchina deve essere sicura quando esce dallo stabilimento e viene data al nuovo proprietario, ma poi va cambiata ogni volta che si raggiunge una certa soglia di chilometri o passa un certo numero di anni perché altrimenti smetterebbe di essere sicura, senza colpa alcuna di chi l’ha progettata, costruita e montata.

Oltre a questo, la sicurezza non è assoluta perché viene misurata rispetto ad una serie di minacce, che vanno prima comprese e poi, come si dice in gergo, mitigate. L’antifurto dell’auto è efficace perché assume che il ladro non prenda la macchina con una gru e se la porti via, nel qual caso certamente il blocca pedali non sarebbe utile.

Inoltre, l’antifurto dell’auto è utile perché opera in un certo contesto che è dato dalla minore sicurezza delle auto vicino che l’antifurto non lo hanno. Si chiama antifurto, ma si dovrebbe chiamare “sistema per ridurre la probabilità che l’auto venga rubatan sperando che le altre macchine non ce l’abbiano”.

La sicurezza opera sempre all’interno di uno scenario che, più viene generalizzato ed astratto e più fa riferimento a convenzioni culturali e sociali. Nel caso dei sistemi di bordo di un aereo, l’approccio che viene seguito da Boeing ed Airbus (i due principali costruttori di aereomobili) è diverso perché operano in contesti culturali diversi: per Boeing è sempre il pilota ad avere l’ultima parola, per Airbus è il computer di bordo che comanda. Tanto che esistono Airbus in cui la cabina di guida non ha finestrini per la vista dell’esterno, mentre i Boeing li hanno tutti.

Nel caso specifico della porta che blocca l’accesso alla cabina di pilotaggio dell’aereo, il sistema ha finora funzionato benissimo, perché da dopo l’11 Settembre 2001 non abbiamo più avuto nessun dirottamento. Il sistema è anche costruito brillantemente, perché permette al pilota che è all’interno di avere sempre l’ultima parola su chi può entrare in cabina e, nel caso sia incosciente e non in grado di prendere una decisione, consente a chi è fuori e conosce il codice di accesso di entrare.

Però, come ho detto, come tutti i sistemi di sicurezza opera con delle assunzioni. Qui, l’assunzione è che il pilota voglia vivere. Se questo non è, diventa possibile usare il sistema per prendere il controllo dell’aereo. Questo rischio può essere mitigato, stabilendo che quando esce un pilota entri un assistente di volo. Si tratta di una mitigazione del rischio e non di una soluzione del problema, perché anche una soluzione di questo tipo è esposta a dei rischi. Ad esempio: il pilota che è in cabina potrebbe sopraffare l’assistente di volo (cosa più possibile se poi l’assistente è una donna), oppure il pilota e l’assistente di volo potrebbero operare in combutta, oppure nel tempo in cui la porta della cabina è aperta potrebbe comunque infilarsi un terrorista (questo, a dire il vero, è gestito dal fatto che quando la porta della cabina viene aperta si dovrebbe bloccare il corridoio antistante con il carrello portavivande con i freni inseriti, un ostacolo difficilmente superabile in poco tempo) (nota: fare queste ipotesi è il tipico esercizio che fa chi si occupa di sicurezza informatica, cioè immagina come le cose potrebbero andare volutamente male per scelta di qualcuno e come quindi evitare di dargliela vinta facile).

L’assunzione che si è applicata nella realizzazione di questo sistema è che il pilota voglia vivere e che sia in grado di esercitare con giudizio la sua funzione di comandante dell’aereo. Questa assunzione è tanto ovvia quanto, come tutte le cose ovvie, difficile da gestire se non è più vera.

Infatti, nel caso in cui il pilota sia uscito di senno l’unica autorità che può controllare almeno l’apertura del portello della cabina di pilotaggio è la torre di controllo, nessuno a bordo potrebbe essere considerato affidabile, non ricattabile e in grado di prendere una decisione sensata. Solo che per consentire di bypassare il sistema bisognerebbe costruire un sistema molto complesso. Bisognerebbe infatti stabilire chi e come, dalla torre di controllo, può decidere di forzare l’apertura della porta, essere sicuri che sia l’ordine dato che quello trasmesso all’aeroplano fossero non alterabili da nessuno (non vogliamo terroristi che mandino comandi di apertura porta) e che si possa evitare che il pilota suicidario, vistosi scoperto, faccia precipitare l’aereo il prima possibile. Nessuna di queste cose è banale da fare e, se si deve applicare a tutti gli aerei e a tutte le torri di controllo del mondo è quasi impossibile; inoltre lascerebbe scoperto il caso in cui l’aereo si trova a sorvolare zone in cui non c’è contatto con la torre di controllo, come gli oceani.

Aggiungo infine che circa un anno fa un esperto di sicurezza informatica raccontò, omettendo i particolari, di come fosse facile avendo uno smartphone con un opportuno software installato sopra, inviare messaggi confusionari a vari componenti del computer di bordo, sia allo scopo di confonderlo che di guidarlo surrettiziamente. Sembra che poi i vari costruttori abbiano preso delle precauzioni, ma questo dimostra che se costruisci una porta blindata per evitare l’accesso in un locale, poi un malintenzionato cercherà sempre di passare dalla finestra, ovvero cercherà un altro punto debole.

Conclusione, è molto meglio avere sistemi di sicurezza indipendenti, ovvero costruiti su assunzioni diverse e che si basano su procedure diverse. Ad esempio, un controllo pscicologico dei piloti per capire in che condizioni sono è un ottimo sistema di mitigazione del rischio di suicidio. Sempre mitigazione, però.

Per mare aperto

I mesi in cui sono stato senza lavoro sono stati pesanti. Molto. Sia per me sia per chi mi è stato vicino, che ha dovuto sopportarmi in momenti in cui ero meno sopportabile. Un periodo di pensieri oziosi e di pensieri negativi, con riflessi anche sulla mia salute, quando ho passato un periodo ad inizio autunno di forti fastidi digestivi, chiaramente dovuti allo stress che si accumulava.

Mesi in cui ho visto molte porte chiuse in faccia o, anzi, manco aperte, perché quando rispondevo a qualche annuncio di lavoro spesso mi veniva di pensare che fossi io quello che non andava bene, troppo professionalizzato, troppo capace e con tante legittime aspettative che non potevano trovare riscontro in quello che mi offrivano.

Così sono stati mesi in cui ho dovuto cominciare ad essere flessibile, cercando attività almeno compatibili, ma anche qui senza particolare successo. Mesi in cui mi chiedevo se avrei potuto lavorare in questa città o chissà dove, con le evidenti conseguenze che la cosa poteva avere sul mio rapporto di coppia che è stato l’unico caposaldo che non mi ha fatto sbandare. Il mio problema non era tanto quello di trovare un lavoro, ma quello di trovarlo qui nel Sud, dove la disoccupazione è la norma.

Tutto questo è stato faticoso e difficile. Ed è stato anche un punto di passaggio, nel senso che certe amicizie si sono rivelate più all’acqua di rose di quanto pensavo. Da parte di qualcuno mi sarei aspettato una telefonata di più, giusto per arrivare a farne una di numero e non zero. O anche un messaggio su Facebook, invece molte rapide scrollate di spalle e molto disinteresse. Coperto dal peloso atteggiamento auto-assolutorio, non detto ma pensato, ma tu sei tanto intelligente figurati se non trovi lavoro.

Alla fine poi, il lavoro che volevo è arrivato. Non quello che faccio ancora per pochi giorni, ma quello che comincerò a fare tra un po’. Una bellissima azienda, molto tecnologica e molto aperta all’estero, una buona posizione e un buon contratto, stabile e di lunga prospettiva.

Adesso passo gli ultimi giorni in questo lavoretto temporaneo, in cui comunque continuo a fare la differenza anche se intorno a me stanno facendo il deserto. Non perché stiano organizzando la mia uscita, ma perché si sentono offesi nell’orgoglio visto che ho deciso di fare di meglio e di più bello.

Esattamente come gli amici si vedono nel momento del bisogno, così i colleghi di lavoro e i superiori e le aziende in cui lavori si capiscono come sono quando te ne vai via. Da come si stanno comportando qui, ringrazio il cielo e tutti i santi di essermene andato.

Ora, con questo nuovo lavoro comincia una nuova vita e non esagero nel dirlo. Perché è nato come una cosa che ho trovato solo con le mie forze e che ha interrotto quella lunga sequenza che era iniziata con la laurea, dieci e più anni fa, in cui sostanzialmente ogni nuovo lavoro nasceva un po’ legato al precedente.

Qui e adesso, ora ho proprio liberato gli ormeggi e mi avventuro in mare aperto.

Non vedo l’ora.

 

Il penoso revisionismo in terra salentina

Nella periferia leccese ci sono queste tre vie, una parallela all’altra:

– via Giovanni Amendola
– via Giorgio La Pira
– via Bettino Craxi

Disgusto.

 

VATTENE

Ma da quale parvenza di normalità e di decenza il signor Maurizio Lupi, ministro dei Trasporti, non mostra un minimo di rispetto verso i cittadini italiani?

Come può solo pensare di rimanere un minuto di più in un ministero in cui, leggendo le intercettazioni, abbiamo capito che non capisce nulla di quello che vi succede (parlando con l’arrestato Incalza si fa fare l’elenco sintetico di tutte le opere importanti in corso, si sbaglia in continuazione e si fa riprendere come un bimbetto all’asilo e tutto questo otto mesi dopo che si era insediato), abbiamo visto che chiede favori per il figlio (negando che sia così, quindi pure mentitore oltre l’evidenza), si fa procurare vestiti per lui e biglietti aerei per la moglie da aziende che lavorano con il ministero?

Mentitore, visto che in pochi giorni è stato smentito dalle intercettazioni su quello che chiedeva e che voleva. Incapace, perché non sa cosa si sta costruendo in Italia e come. Inetto, nel difendere una persona e una struttura che erano funzionali ad un sistema di potere, tanto da minacciare la crisi di governo se gli avessero tolto il giocattolo.

Indecente che rimanga. Indecente che venga a parlarci di Jobs Act, di disoccupazione giovanile, di riforme e di crescita del Paese, quando abbiamo capito che il suo figliolo tanto caro è stato messo a lavorare grazie a papà.

Solo che da prenderlo a sputi in faccia. Solo da ignorarlo, per ora e per sempre, in tutti i dibattiti televisivi. Solo da chiedergli, finché campa: tu quanto hai rubato oggi, per te e per quelli come te? Solo da insultarlo, ma in modo greve e pesante, quando ci parlerà dei posti di lavoro creati dal Jobs Act.

Politicamente è una persona che fa schifo. Ma schifo profondissimo.

Alfano va dimesso e subito

Il 24 Ottobre scorso scrivevo, sull’idea di Alfano di mandare avanti il Prefetto di Roma nell’annullamento della trascrizione dei matrimoni omosessuali contratti all’estero:

Ovviamente, il Prefetto potrebbe sempre disporre l’annullamento d’ufficio delle trascrizioni, in quanto massima autorità del Governo sul territorio, ma in questo caso sarebbe esposto ad un ricorso al TAR che, poco ma sicuro, non negherebbe una sospensiva, sputtanando il Prefetto ed aprendo una frattura che il Prefetto, persona certamente capace e prudente, non vuole correre il rischio che si attui.

Bene, cosa è successo oggi? Che il TAR ha annullato l’atto del Prefetto; esattamente come avevo previsto io e con i risultati che immaginavo io, ovvero che il Prefetto viene sbugiardato dal TAR per colpa del suo ministro. Anzi, il TAR è andato giù pesante, dicendo che spetta ai giudici annullare gli atti, nel caso, non al Ministero dell’Interno che non è evidentemente competente a valutare la congruità delle unioni affettive degli italiani.

Non è possibile pensare che Alfano rimanga ministro dell’Interno un minuto di più. Non solo perché viene sbugiardato dalla giustizia italiana che gli ha dato, in buona sostanza, del bullo che non sa ragionare oltre il proprio naso, ma perché e sopratutto la frattura che si è venuta a creare nel tempo tra il ministro e la sua burocrazia, alimentata da episodi come questo e da tanti altri in cui i funzionari sono mandati allo sbaraglio, impedisce al Ministero dell’Interno di svolgere le proprie fondamentali funzioni di tutela dell’ordine pubblico, come si è visto negli atti di teppismo degli hooligan olandesi, che sono stati lasciati di scorrazzare per Roma perché Questore e Prefetto si sono ben guardati dal fare più del niente che era stato chiesto loro di fare.

Alfano deve essere rimosso dalla carica di Ministro dell’Interno, per il bene e la tutela del supremo interesse nazionale. Il Presidente Mattarella deve compiere tutti i passi necessari a tal fine, con la massima urgenza, per evitare che la evidente sfiducia delle forze dell’ordine verso il loro Ministro possa causare problemi seri e gravi.

Giuro, d’ora in avanti mi faccio i fatti miei

In Italia ci sarà tanta crisi economica, ma io oggi ho ricevuto il secondo rifiuto da parte di una persona che ha un lavoro precario (ammesso che si possa chiamare lavoro) non a farne un altro e diverso, ma a sentire cosa un’azienda sarebbe disposta ad offrirti per lavorare. La prima persona che ha rifiutato lo ha fatto perché preferisce fare le ripetizioni a casa (sì, dico sul serio) il secondo perché sta aprendo una start-up. Che magari sembra una cosa più bella, ma viste le sue purtroppo scarse capacità relazionali a me pare un suicidio lento e doloroso (spero di sbagliarmi, certo).

Comunque fosse, quello che mi fa incazzare non è che abbiano valutato le opportunità e abbiano deciso di no, non  è che sono venuti qui a sentire di cosa si trattava e hanno deciso di lasciar perdere: no no, si sono fermati prima anche del colloquio. E queste persone, avendo lavorato con me, sanno benissimo che sono una persona seria e che non gli avrei offerto una cosa in cui non avessi creduto almeno un po’ io per primo.

Certi giorni altro che riforma dell’articolo 18, penso che c’è troppa gente che ancora non ha capito in che mondo si vive. E, sopratutto, non ha capito che quando un tuo ex collega si sbatte per metterti in evidenza per lavorare in un progetto, la minima riconoscenza professionale sarebbe quella di voler sapere di cosa si tratta e poi decidere, certo non di venirmi a dire che c’è l’importante business delle ripetizioni a casa.

 

Voglio fare il professore

La situazione lavorativa a Napoli (parlo ora in termini generali, per fortuna la mia è leggermente migliorata) è disastrosa, in particolare per le nuove generazioni. Che, tuttavia, ci mettono anche del loro.

Se c’è una cosa che molti, troppi, veramente troppi giovani napoletani vogliono fare per trovare lavoro è: fare il professore. Tutti i vantaggi, a loro vedere, di un posto di lavoro stabile e sicuro, in cui hanno 18 ore di lezione a settimana (poi sì, aggiungiamo una manciata di ore per attività collaterali, comunque poco impegnative) e tanti, tanti, tanti mesi di ferie in cui potersi ritemprare dalla fatica.

Non ci sarebbe niente di male se questa voglia di fare il professore nascesse dal desiderio genuino di insegnare; sarebbe ottimo se fosse uno stimolo presente in persone che fossero portate per i rapporti interpersonali. Invece no, è sempre il contrario: più il tratto caratteriale è rigido, più ci si sente in credito con il mondo che non ha ancora compreso il genio e quindi non ha offerto il posto dovuto, più ci si innervosisce alla sola idea di dover cambiare non dico nazione o regione, ma anche solo città e più lo stimolo verso la cattedra è incontenibile.

Sono diventato, in questi anni di vita napoletana, un esperto di graduatorie della scuola, tirocini formativi, scuole di specializzazione, ricorsi e controricorsi. A me non potrebbe importare di meno, ma è difficile evitare del tutto il discorso, anzi ci sono amicizie e frequentazioni nate sul tema, che evidentemente si porta tantissimo.

Il risultato di questa corsa alla cattedra è che talenti ed energie che potrebbero essere dedicati a fare e a costruire qualcosa vengono invece impiegati nella lotta contro la PA, considerata una gran troia (come dicono a Versailles) finché non riconosce al giovane genio, addirittura laureato mica pizza e fichi, il posto dovuto, sempre troppo tardi, sempre non nella scuola migliore (che è quella sotto casa), sempre non negli orari migliori (che devono consentire di risolvere le lezioni in poche ore ben concentrate).

Posto che arriverà, se tutto va bene, dopo alcuni anni, spesso lustri se non decenni, di estenuanti tira e molla, di scontri e sotterfugi e tattiche dilatorie da ambo le parti, di gente che alle cinque di mattina si alza per andare da Napoli (dove non c’è particolare necessità di cattedre) a Roma (dove c’è richiesta) in modo tale che, se vengono chiamati alle nove di mattina per una supplenza, eccoli lì, già sul Frecciarossa pronti ad arrivare.

Ora, ognuno ha il diritto di perseguire il sogno, o l’assurdità, che vuole. Non voglio manco fare osservazioni di buon senso sul fatto che, se tutti fanno i professori, diventa difficile che ci siano lavoratori nel settore privato che, con le loro tasse, potranno pagare la scuola e gli stipendi dei citati professori. Queste sono osservazioni che non devono impattare più di tanto sulla singola persona che può fare come crede.

Forse, invece, si potrebbe fare una riflessione sulla pessima educazione che i giovani napoletani ricevono a casa, visto che è così frequente il desiderio di trovarsi un lavoretto che non gli richieda più di tanta fatica, piuttosto che invece di fare lo sforzo umano e personale di costruirsi una carriera; qualcuno deve avergli insegnato ad essere rinunciatari.

Solo che mi domando, ma che razza di professori saranno mai questi? Saranno stanchi, incazzati, esausti e senza nessun particolare contributo da poter dare. Ma l’idea di scegliere chi deve diventare professore anche facendo un’indagine psicologica sul candidato, anche formandolo perché sappia gestire una classe di ragazzini, con tutti i problemi e le difficoltà che comporta, non viene proprio a nessuno? Sul serio immaginiamo che le giovani generazioni siano formate da persone senza midollo e frustrate?

“Noi e la Giulia”

Dopo il capolavoro di Smetto quando voglio, Edoardo Leo torna alla regia con Noi e la Giulia, la storia di tre quarantenni senza prospettive che si mettono insieme per rilevare un agriturismo. Oltre che poco capaci e anzi proprio imbranati, si trovano ad avere a che fare con la camorra che chiede il pizzo. Il primo esattore, interpretato da Carlo Buccirosso, arriva a bordo di una Giulia e sia l’esattore che l’auto faranno parte in qualche modo del paesaggio dell’agriturismo, in un modo imprevisto e alquanto originale.

Come è questo film? Intanto è una commedia garbata, in cui non ci sono parolacce e non c’è sesso o battute scurrili, ma tutto viene tenuto nei registri di una commedia di qualità; qualità buona ma non eccezionale, perché forse non tutto è riuscito. Non mi hanno convinto in particolare l’interpretazione di Claudio Amendola (che facendo il comunista da centro sociale richiama una pallida imitazione di Mario Brega) e anche Edoardo Leo, che fa il coatto di destra, non mi è sembrato sempre nella parte. Anche Luca Argentero sembra sempre fare una parte buonina ma non riesce a bucare lo schermo, si sente ogni tanto che sta recitando e si sta pure sforzando un po’. Bravissimo invece Buccirosso, che manda avanti il film, a momenti, quasi da solo.

Dirò pure che questa è una lettura mia quanto non mai, altre persone che avevano anch’esse visto Smetto quando voglio hanno detto di preferire questo secondo (anzi terzo) film di Leo al precedente. Non so, per me Smetto quando voglio è il miglior film di commedia all’italiana degli ultimi dieci o vent’anni, non indegno di finire vicino ai grandi classici.

Comunque, un film che può essere visto, senza dubbio; anzi, senza dubbio comunque una ottima commedia, anche per alcuni passaggi in cui la sceneggiatura spicca il volo con una scrittura ricercata ma semplice.

Voto: 7

Seconda stella a destra

Ho cominciato a vedere Star Trek all’età di cinque anni, all’epoca in Italia era “Star Trek – Destinazione Cosmo”. Ne ho ormai quaranta e non mi sono ancora stufato, né della serie classica (che vedo conoscendone e riconoscendone tutti i limiti) né le nuove incarnazioni. Questo per dire che Star Trek ha costituito una parte integrale della mia formazione; è stato anzi, per tanti di noi, il nostro romanzo di formazione.

Non sono stato l’unico, forse in Italia siamo una minoranza poco compresa ma nelle nazioni normalmente civilizzate Star Trek è una pietra angolare della cultura pop. Tanto che il Presidente degli Stati Uniti d’America ha ricordato ieri la morte di Leonard Nimoy, il signor Spock di Star Trek e nessuno ha pensato che fosse un gesto di un ragazzino impubere: anzi, tanti di quelli che erano adolescenti all’epoca di Star Trek e che sono cresciuti con l’idea che l’umanità può avere un futuro migliore se non rinuncia all’arma dell’intelligenza, oggi occupano posizioni importanti in tante aziende e realtà in cui si fa il futuro, dalla NASA alle realtà della Silicon Valley a centri di ricerca, accademie e università nel mondo.

Spock, questa fu la grandezza di Nimoy, non era semplicemente un alieno razionale. Per via del suo essere per metà alieno e per metà vulcaniano, aveva le sue emozioni e le sue complessità che erano brillantemente rese da una recitazione misurata ma sofisticata, in cui il tutto dell’attore, la voce e il corpo, contribuiva a trasmettere un messaggio. Era l’alieno ma lo era per mettere meglio a nudo la nostra umanità e arrivarne all’essenza.

Prima di Nimoy e della sua interpretazione, gli alieni erano sempre macchiette prive di spessore, dopo sono diventati dei personaggi complessi e strutturati. Fuor di metafora, era l’idea del creatore di Star Trek, Gene Roddenberry, che la diversità e l’altro fossero una ricchezza da esplorare, coraggiosamente. Star Trek è stato il primo e, ancora oggi, uno dei pochi programmi a mostrare un bacio inter-razziale nella televisione americana e parliamo dell’anno 1966.

Oggi, alcuni degli attori che hanno dato vita a quell’equipaggio sono morti e nessuno dei superstiti è esattamente un giovincello. Ma quello che hanno saputo fare rimane nei nostri cuori e nelle nostre speranze più segrete, nelle nostre aspirazioni più grandi di un’umanità affrancata dalla paura e pronta a mettersi in viaggio verso l’ignoto, sapendo che il nostro destino non è esplorare le stelle ma esplorare innanzitutto noi stessi.

Se i filosofi medievali dicevano che l’esistenza dell’uomo è compresa tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo e nessuna delle due dimensioni ha limiti, Star Trek ci mostra come siano entrambe così afferenti alla nostra dimensione umana.

Addio, Leonard Nimoy. Ieri sera, all’arrivo della notizia, tanti di noi non hanno trattenuto le lacrime, perché eri una persona eccezionale.

 

 

 

 

Picchiare quando serve

Tutte le società cercano di incanalare ed indirizzare gli istinti peggiori dei propri membri verso il bene comune. E’ il motivo per cui molti che sarebbero diventati dei sadici si sono invece trasformati in ottimi chirurghi (se avete presente il chirurgo tipo, vi verrà in mente uno che sembra un macellaro di San Giovanni). La stessa cosa si fa con i violenti e, in questo caso, la proposta è quella di indossare un’uniforme e picchiare per lo Stato facendo il poliziotto.

Attenzione, non tutti i poliziotti sono violenti, tanti lo fanno perché hanno una idea di ordine, di disciplina, di servizio, perché gli piace fare le indagini, ma insomma ci siamo capiti: c’è una quota di poliziotti violenti che è utile allo scopo dell’istituzione e della società.

Quello che non mi spiego è perché questi poliziotti siano sempre in sovrannumero quando si tratta di arrestare il Cucchi di turno (e troppi ce ne sono stati di casi come quello di Stefano Cucchi) ed invece improvvisamente spariscano quando ci sono gruppi violenti ed organizzati, come i cosiddetti tifosi di questa misconosciuta squadra olandese che hanno devastato ieri ed oggi Roma.

Queste merde, sono arrivate qui convinte che potevano fare quello che volevano. Si sono ubriacati come gli animali che sono e hanno cominciato a colpire tutto quello che non capiscono e, quindi segnatamente, il bello che c’è a Roma. Tra l’altro, hanno ridotto la fontana di Piazza di Spagna, la Barcaccia del Bernini, appena restaurata, ad un cumulo di rifiuti, spaccandone anche un pezzo. Il restauro c’è costato un milione e mezzo di euro.

Quindi ed in sintesi: ma i poliziotti violenti dove erano? A pestare cinque contro uno un altro Stefano Cucchi? Perché non sono stati lasciati, giustamente, a briglie sciolte con l’invito a spaccare un po’ di ossa? Sarebbe stata una musica bellissima da ascoltare e avrebbe spiegato un po’ a tutta l’Europa che l’Italia non è quella discarica dove si viene, nell’ordine, a bere, pisciare e fottere. Guardate che, negli altri paesi europei, la polizia mena. E pure tanto. Chiunque ha visto all’opera i poliziotti olandesi, tanto per dire, non può che avere una certa forma di dovuto timore verso quella falange macedone che se deve colpire colpisce come un sol uomo, nel pieno silenzio e rimettendo tutti subito in riga.

Sì, qualcuno è stato arrestato, hanno prese multe di decine di migliaia di euro, ma dubito che le pagheranno mai. Se le pagassero, forse potrei capire, anche se il rumore di denti spezzati sarebbe comunque stato dovuto.

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