Bersani, l’unico (o quasi) sveglio

Qualche giorno fa Bersani ha dichiarato che, se la riforma costituzionale proposta da Renzi dovesse essere bocciata, il Premier non dovrebbe dimettersi, come invece ha promesso che farà.

I giornalisti (sempre molto incapaci di capire le dinamiche politiche) hanno pensato che fosse un ramoscello d’ulivo: invece è una dichiarazione di guerra.

Checché se ne dica, la posizione di Renzi per cui in caso di sconfitta ne trarrebbe la conclusione della sua esperienza politica, è una posizione di forza.

E’ di forza perché propone agli italiani lo spauracchio dell’ingovernabilità (cosa che gli italiani detestano più di ogni altra cosa), ma anche perché gli consente, in questa battaglia, di avere tutta la libertà di manovra e la spregiudicatezza necessarie. I suoi avversari che, comunque vada, rimarranno dove stanno, non hanno una posizione così forte. E’ facile dire che in caso di vittoria del Sì ci sarà la dittatura, un po’ meno trarne le conseguenze ed annunciare che si dimetteranno dal Parlamento e si ritireranno a vita privata pur di non essere la foglia di fico di una pericolosa dittatura sudamericana del secolo scorso.

Bersani, che della minoranza PD è uno dei pochi che ragiona, ha ben capito di cosa si tratta e quindi vuole disinnescare fin da subito la bomba, smontando la linea politica di Renzi. Non a caso, oggi la Boschi ha confermato la linea del suo capo, ovvero che in caso di sconfitta si farà da parte.

Peccato, veramente peccato, che Renzi non trovi il modo di portare nel governo persone intelligenti come Bersani, ne avrebbe un gran bisogno.

 

 

Della strada ad Almirante, non importa molto nemmeno alla Meloni

Giorgia Meloni, candidata a sindaco di Roma per mancanza di alternative migliori, ha dichiarato che se diventasse sindaco intitolerebbe una strada a Giorgio Almirante. Va da sé che è una proposta ributtante, sopratutto nella città del massacro delle Fosse Ardeatine. Ma va pure detto che, in realtà, è una manovra che si inquadra nello scontro feroce tra lei e Salvini da una parte e Berlusconi dall’altra.

I sondaggi che girano dicono che, al ballottaggio, andranno Virginia Raggi per il M5S e poi uno tra appunto Meloni e Giachetti, i due sono molto prossimi. Marchini è invece del tutto fuori dai giochi. Ora è difficile dire se i sondaggi saranno predittori affidabili di quello che succederà il 5 Giugno, quello che è sicuro è che i candidati li leggono e, da come si comportano, ci credono.

Infatti, cosa può fare Berlusconi che ha puntato su Marchini, che sicuramente perderà? Conoscendo il tratto istrionico dell’uomo, è possibile che tra qualche giorno inviti a far convergere i voti per il sindaco sulla Meloni, lasciando il voto di lista a Forza Italia, quindi proponendo un voto disgiunto che sarebbe politicamente opportuno e anche sostenibile.

Se Berlusconi facesse così, la Meloni arriverebbe probabilmente al secondo turno e non potrebbe però dire che è stato tutto merito suo, una parte della vittoria la avrebbe anche Berlusconi che le avrebbe dato quei pochi punti percentuali per superare Giachetti, voti di cui ha urgente bisogno.

La Meloni, ben poco interessata a diventare sindaco di Roma, è sicuramente più interessata ad interessarsi la leadership del futuro centrodestra, quindi non può rimanere in attesa degli avvenimenti, deve fare qualcosa che renda più difficile a Berlusconi sostenerla, perché dopo Berlusconi passerebbe a riscuotere, mentre il piano suo e di Salvini è di buttarlo fuori dal tavolo.

Cosa c’è di meglio che proporre una strada per Giorgio Almirante? Gli ebrei di Roma si sono incazzati come bisce (e vorrei ben vedere) e ora per Berlusconi diventa più difficile dare un appoggio e una indicazione di voto disgiunto alla Meloni: un elemento molto forte della legittimazione che Berlusconi ha avuto viene proprio dagli ebrei italiani che hanno un po’ garantito per lui quando nel 1994 vinse le elezioni.

Così facendo, inoltre, se proprio arrivassero dei voti in più, la Meloni potrebbe sempre dire di averli tolti a Storace, suo acerrimo nemico personale e, come dice Marchini, fascista a tutto tondo.

Insomma, questa è la campagna elettorale a Roma. Povera città.

Arfio, t’a posso dì ‘na cosa?

Ieri sera ad Otto e Mezzo c’era Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma per la sua lista e, sopratutto, per Forza Italia e quella parte della destra romana che non sopporta, per motivi personali direi più che politici, Giorgia Meloni.

A tutte le domande di Lilli Gruber, Marchini ha risposto con una tattica di sostanziale “ma anche” di veltroniana memoria.

Quindi: lei che è un uomo ricco (nel senso di patrimonio personale di centinaia di milioni di euro) perché ha detto che venderà la Ferrari e andrà ai comizi con una utilitaria? Perchè rappresento tutti, quindi non voglio creare delle distanze. E qui, già si sente un atteggiamento di pietosa comprensione verso questi poveri che, ahiloro, non possono comprarsi una Ferrari, magari rosicano pure perché Marchini ce l’ha, ma in fondo lui li capisce e un po’ gli sta vicino. Quel po’ che basta per averne i voti, sia chiaro.

Poi: ma a lei che effetto fa avere in lista uno come Storace, che lei ha amabilmente definito “fascista de core”, manco fosse un complimento? E lui: ma mio nonno mi portò a vedere “Il Delitto Matteotti”, e che volete che quel film non faccia parte di me? Beh, meno male che fa parte di te, perché se lo avevi ripudiato che facevi, coprivi il Colosseo con l’aquila littoria?

Ed inoltre: ma lei prima ha dichiarato che ognuno deve essere libero di amare chi vuole, poi ha detto che lei come sindaco non celebrerà unioni civili tra persone dello stesso sesso, come spiega la contraddizione? E qui, devo dire che ormai ero abbastanza nervoso e questo non mi ha aiutato a capire la risposta fumosa (e sì, sono uno che nel politichese ci si trova sempre a suo agio) che ha mischiato Sant’Agostino e il fatto che lui è contro l’omofobia, però le unioni civili no ma forse i matrimoni sì ma le adozioni no.

C’è stato anche un passaggio sul fatto che farsi le canne ti comporta che, se finisci in coma, poi non ti riprendi più, però su questo lo lasciamo libero di pensare quello che crede e di non valutarlo in dettaglio, visto che il sindaco di Roma può credere a quello che vuole in ambito medico, basta che non lo imponga agli altri.

Invece, quello che il sindaco di Roma non può fare è quello di mescolare i diritti altrui con le sue idee e scegliere, di volta in volta, chi vuole far vincere. Non sta a lui decidere se la legge sulle unioni civili è da applicare o meno, ma sta a lui dire che in un Paese che è rimasto l’ultimo in Europa, di fronte ad una minoranza ignorata, vilipesa e a volte anche picchiata, nel silenzio colpevole di tanti conviventi che “se lo sono cercato, certe cose si fanno a casa”, il sindaco è il primo ufficiale di una città e il primo che garantisce dei diritti.

Non si può accettare un candidato sindaco che, se diventasse sindaco, darebbe ai diritti una dimensione elastica, secondo la convenienza del momento. Signor candidato sindaco, se lei domani dovesse decidere sul diritto dei bambini ad andare a scuola, lei come tutelerebbe questo diritto? Se fosse il diritto ad andare in gita? Se il diritto riguardasse il figlio di una coppia gay? Gli garantirebbe il diritto di andare in gita, anche se questo causasse il turbamento della scolaresca? O di fare la festa di compleanno a scuola, invitando i suoi due papà o due mamme?

Oppure, signor candidato sindaco, lei starebbe a fare il conto con il bilancino, per vedere se queste sortite le portano voti? Perchè é evidente che questa uscita sulle unioni civili serviva solo a prendere un po’ di voti per cercare di arrivare al ballottaggio, ma di tutto questo ne abbiamo le scatole piene.

Siamo stufi di candidati sindaco che non parlano, innanzitutto, di diritti. Di diritto al lavoro, alla sicurezza, all’istruzione, alla sanità, alla mobilità! che a Roma è una tragedia perenne.

E siamo preoccupati di candidati sindaco il cui messaggio politico si riassume in “siccome voi non capite un cazzo, però mi serve il vostro voto, per quanto mi fate schifo ve lo chiedo, tiè guardate mi vendo pure il macchinone, però sia chiaro che cosa fare e cosa decidere lo valuterò giorno per giorno non rispetto alle mie idee, ma rispetto alla mia convenienza”.

E coprite questo disprezzo verso i romani con il sorrisone, con i modi apparentemente affabili, con l’eloquio pieno di inflessioni dialettali, perché a voi ricchi deve essere perdonato tutto, in fondo siete così buoni.

Ecco Alfio, dopo averti sentito discettare di Sant’Agostino, fascisti de core, Ferrari, unioni civili, Matteotti e tutto in mezz’ora, senza che nessuno ti dicesse niente, sento di doverti io dire qualcosa, da romano de roma:

mavattelaapijanderculo!

“Kobane Calling”: l’Islam moderato raccontato con la sensibilità di un grande artista

Spesso nel dibattito pubblico, anche solo nello scambio di opinioni tra amici, viene fuori il tema dell’Islam moderato: esiste? La domanda non è da storico delle religioni, perché ha un impatto politico enorme sul nostro vissuto quotidiano e sulle nostre paure più profonde: se esiste un Islam moderato possiamo sperare di sconfiggere il terrorismo fondamentalista, altrimenti?

E’ una domanda che ci facciamo tutti, chi con più retorica chi con più speranza.

Allora, è proprio utile questo meraviglioso, toccante e commovente nuovo libro di ZeroCalcare, Kobane Calling in cui racconta la sua visita, direi il suo viaggio di istruzione, in Rojava, ovvero nella regione siriana del Kurdistan.

E’ un libro bellissimo, e se non scrivo “fumetto” è perché la capacità che ha avuto di dirmi delle cose, di toccare corde diverse dell’animo, di emozionarni, farmi ridere e addolorare è quello che trovi in un grande testo di letteratura (peraltro, un precedente libro a fumetti di ZeroCalcare era stato finalista al premio Strega).

E’ un libro bellissimo perché racconta di come questi curdi combattano disperatamente, con le loro città piene di morti, per affermare una idea di pacifica convivenza. Con nemici non solo l’ISIS ma anche lo stato turco, che lo finanzia e lo agevola perché faccia il lavoro sporco di far fuori i curdi.

E’ un libro bellissimo perché racconta di come in Rojava le donne siano libere, abbiano grandi tutele e combattano anch’esse per la loro libertà.

E’ un libro bellissimo perché, come dice ZeroCalcare, “Kobane è Kobane. Per tutti”. E tutti quelli che hanno letto e leggeranno questo libro non potranno trattenere un moto di commozione pensando a cosa significhi questa frase, a cosa voglia dire per il martoriato popolo curdo che combatte da quarant’anni per la propria indipendenza, ignorato da tutti perché non riempie le città occidentali di autobombe, mentre ogni tanto, misteriosamente, qualche loro palazzo esplode ammazzando decine di persone nell’indifferenza generale.

Riporterò in fondo a questo articolo qualche articolo della Carta del Contratto sociale del Rojava, nel frattempo posso solo dire che se vedo ZeroCalcare gli dò un bacio e me lo abbraccio forte, perché quello che ha fatto è opera di un Giusto.

 

 

Noi popoli che viviamo nelle Regioni Autonome Democratiche di Afrin, Cizre e Kobane, una confederazione di curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni, liberamente e solennemente proclamiamo e adottiamo questa Carta.
Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione dei popoli.
Noi, popoli delle Regioni Autonome, ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione. Costruendo una società libera dall’autoritarismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica, la Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale.
Con questa Carta, si proclama un sistema politico e un’amministrazione civile fondata su un contratto sociale che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso una fase di transizione che consenta di uscire da dittatura, guerra civile e distruzione, verso una nuova società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale.

[…]

Articolo 21:
La Carta adotta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, così come tutte le altre convenzioni internazionali sui diritti umani.

Articolo 22:
Ognuno ha il diritto a manifestare liberamente la propria identità etnica, religiosa, di genere, linguistica e culturale.

Articolo 23:
Ognuno ha il diritto di vivere in un ambiente salubre, basato sull’equilibrio ecologico.

Articolo 24:
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, inclusa la libertà di formarsi le proprie opinioni senza interferenza alcuna, e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione e oltre i confini.
La libertà di espressione e la libertà di informazione possono essere soggette a limitazioni in relazione alla sicurezza e all’ordine pubblico delle Regioni Autonome, all’integrità dell’individuo, all’inviolabilità della vita privata o in relazione alla prevenzione e al contrasto al crimine.

Articolo 25:
A. Ognuno gode del diritto alla libertà e alla sicurezza personale.
B. Tutte le persone private della libertà devono essere trattate con umanità e rispetto per la dignità umana. Nessuno potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti e punizioni inumani e degradanti.
C. I prigionieri hanno diritto a condizioni di detenzione umane, che salvaguardino la loro dignità. Le prigioni devono conformarsi all’implicito obiettivo della correzione, educazione e riabilitazione sociale dei prigionieri.

Articolo 26:
Il diritto alla vita è fondamentale e inviolabile. In accordo a questa Carta la pena di morte è abolita.

Articolo 27:
Le donne hanno il diritto inviolabile di partecipare alla vita politica, sociale, economica e culturale.

Articolo 28:
Uomini e donne sono uguali di fronte alla legge. La Carta garantisce l’effettiva realizzazione dell’uguaglianza delle donne e incarica le istituzioni pubbliche di lavorare per eliminare la discriminazione di genere.

Articolo 29:
La Carta garantisce i diritti dei bambini. In particolare i bambini non potranno essere sottoposti a lavoro minorile, sfruttamento economico, tortura o trattamenti e punizioni inumani e degradanti, né potranno essere costretti a contrarre matrimonio prima della maggiore età.

Articolo 30:
Ogni cittadino gode dei seguenti diritti:
1. alla sicurezza personale in una società pacifica e stabile;
2. all’istruzione gratuita e obbligatoria primaria e secondaria;
3. al lavoro, alla sicurezza sociale, alla salute e a un alloggio adeguato;
4. alla tutela della maternità e dell’infanzia;
5. all’assistenza sanitaria e sociale per i disabili, gli anziani e le persone con bisogni speciali.

Articolo 31:
Tutti i cittadini hanno la libertà di religione e di culto, a livello individuale e come collettivo. Sono proibite le persecuzioni per motivi religiosi.

Articolo 32:
A. La Carta garantisce la libertà di associazione, incluso il diritto di formare e di iscriversi a partiti, associazioni, sindacati, e/o organizzazioni della società civile.
B. Nel garantire la libertà di associazione, la Carta protegge l’espressione politica, economica e culturale delle comunità, a garanzia della diversità sociale e culturale della popolazione delle Regioni Autonome.
C. La religione yezida è una religione riconosciuta, e i diritti dei suoi fedeli alla libertà di associazione e espressione sono esplicitamente protetti. La religione e la vita culturale e sociale degli yezidi potranno essere regolamentati dalla legge.

Articolo 33:
La Carta garantisce a ognuno la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e di comunicare idee, opinioni ed emozioni sia oralmente, sia per iscritto, sia per mezzo di rappresentazioni iconografiche.

Articolo 34:
I cittadini hanno libertà di assemblea, di manifestazione pacifica e di sciopero.

[…]

Articolo 44:
La lista dei diritti e delle libertà previste nella Sezione III può essere integrata e non è da ritenersi esaustiva.

La vittoria di Renzi e la mazzata dei Cinque Stelle

La verità rimane quella di due e più anni a questa parte, ovvero che Renzi è il più furbo e più scaltro sulla scena politica italiana e gli altri cascano continuamente nelle trappole che egli confeziona loro.

Con un referendum che viene in un momento di oggettiva debolezza del governo, con un ministro dimessosi in quanto “sguattera del Guatemala” di un imprenditore intrallazzatore, con una economia che non cresce come dovrebbe, con una personalizzazione eccessiva ad opera anche dello stesso Renzi, alla fine è stato comunque un trionfo per il governo e per il Presidente del Consiglio.

Dovrebbe far pensare molto quel 29% che ha detto sì al quesito (sul 32% dei votanti). Perché sono gli stessi votanti, anzi un po’ di meno, del Movimento Cinque Stelle. A cui si sarebbero dovuti aggiungere i voti della minoranza PD (che quattro mesi fa era a favore della norma che oggi voleva abrogare, ma si sa che la politica non è sempre fatta per la coerenza), quelli della Lega, di Forza Italia, insomma quel 29% si sarebbe dovuto almeno raddoppiare.

Invece è rimasto lì, con la livida rabbia di chi ancora nella giornata di ieri annunciava che il quorum era a portata di mano, chi invitava a votare Sì anche se non avevamo capito di cosa si trattasse, e poi trivellopoli e poi sì all’energie rinnovabili e sì sì, qualsiasi cosa nella grancassa della propaganda.

Invece, 29%.

Nel 1974, al referendum sul divorzio, andò a votare quasi il 90% degli aventi diritto e il 60% si espresse a favore del mantenimento dell’istituto. Per la sua abolizione c’erano schierati la DC, sopratutto per via del suo segretario Fanfani, e i fascisti del MSI.

A votare Sì furono quindi gli elettori di tutti gli altri partiti ma, va detto, che un fulcro di quel Sì venne dato dai radicali (che, infatti, alle successive elezioni politiche arrivarono al 3,5% dei voti). I radicali erano un partito di forse l’1% dei voti, ma riuscirono a farsi interpreti, veicolo e focalizzatori di un cambiamento della società italiana.

Questo è quello che deve fare un partito, essere un interprete dei cambiamenti e istituzionalizzarli, per farli diventare agito politico prima e vissuto quotidiano delle persone poi.

Il M5S ha il 28% dei voti e porta a votare nemmeno i suoi elettori. L’inutilità di questo partito sta tutta qui, nel suo fallimento comunicativo, nell’aver assemblato un fronte non eterogeneo ma casuale di tutto quello che si poteva raccattare per un quesito comunque irrilevante (hanno vinto i Sì, non succederà niente; avessero vinto i No, non sarebbe successo niente lo stesso) e, ancora più gravemente, nell’aver subito preso la rincorsa quando il torero Renzi ha agitato il drappo rosso della personalizzazione del referendum. I Cinque Stelle, per l’ennesima volta, hanno fatto la fine del toro nella corrida e ora sono tutti pieni di rabbia livida, e gli italiani non ci hanno capiti, e la lobby dei petrolieri, e che paese in cui viviamo.

Dimenticano che è lo stesso paese che nel 2011 si espresse sull’acqua pubblica, in tutt’altro referendum che aveva tutt’altro sapore ed importanza, che incideva (o meglio, che doveva incidere) sulla vita delle persone e che infatti ebbe un seguito popolare.

Adesso, a parte le elezioni amministrative (in cui Renzi potrebbe anche solo vincere a Milano per pareggiare, perchè certo a Roma e Napoli la vedo molto dura) il tema è quello del referendum sulla riforma della Costituzione da tenersi ad Ottobre prossimo.

Finora, per quello che ho letto della riforma, tutto ho visto tranne che una riforma che ci porterà verso qualche pericolosa dittatura; anzi, casomai si potrebbe obiettare che con questa riforma la maggioranza diventa ostaggio della minoranza, visto che il quorum per eleggere il Presidente della Repubblica si alza e che nei referendum può essere sufficiente, invece, un quorum più basso per renderli validi.

Essì, c’è anche questa bella perla di democrazia che credo mandi in bestia i vari grillini, peraltro ora alle prese con il passaggio di proprietà del partito da Casaleggio senior a Casaleggio junior (e nessuno che dice niente al riguardo, roba da matti).

Con la riforma Boschi, un referendum sostenuto da almeno 800mila cittadini non ha bisogno di più della metà degli iscritti al voto per essere valido, ma si accontenta della metà dei votanti alle precedenti politiche.

Poiché alle Politiche 2013 ha votato circa il 78% degli aventi diritto, ieri sarebbe bastato il 39%. Ci siamo fermati a 32%, quindi stavamo comunque fuori, ma probabilmente se fosse stata in vigore questa norma molti altri sarebbero andati a votare e lo stesso PD non avrebbe dato indicazioni d’astensione, perché il quorum sarebbe stato molto più facilmente raggiungibile.

Ora, se i Cinque Stelle sapessero fare politica, da qui ad Ottobre comincerebbero a chiedere alla maggioranza di fare insieme delle leggi di rafforzamento dell’etica pubblica, perché è evidente che non è una Costituzione o un’altra che induce comportamenti virtuosi nei partiti, ma un quadro politico, sociale e culturale che trova compimento in numerose leggi accessorie.

Si potrebbero fare leggi sulla democrazia interna dei partiti, sul finanziamento, sulla lotta alla corruzione e l’elenco può proseguire. I Cinque Stelle potrebbero chiedere alla maggioranza di fare queste leggi e, nel caso dicesse di no, avrebbero un buon strumento per invitare a votare No alla riforma costituzionale. Oppure, potrebbero anche ottenere qualcosa, a beneficio di tutti. Facendo, appunto, il dovere di un partito politico.

Certo, questo dovevano cominciare a farlo un anno e più fa, invece si sono baloccati nell’idea puerile della spallata e ora sono in difficoltà. Ma è abbastanza evidente dal referendum di ieri che quello sulla Costituzione di Ottobre, se la polemica politica rimane a questi livelli, passa.

Quindi, a meno che non escano cose terribili sul PD e sul governo da qui ad Ottobre, sarebbe il caso che le opposizioni facessero le opposizioni. Poi, se vogliono continuare a fare come ha fatto ieri Emiliano, che ha detto che è stata una grande vittoria, facciano caso al colore del drappo che Renzi sta sventolando: è proprio rosso.

 

Sul referendum sulle trivelle io mi asterrò

Ho deciso di astenermi sul referendum sulle trivelle, per una lunga serie di ragioni.

Intanto, per il merito del quesito. Questo referendum non riguarda la possibilità di estrarre o meno petrolio e gas metano dal mare o da terra. Ma solo il fatto che le concessioni marine nell’ambito delle acque territoriali italiane non siano rinnovate in automatico.

Prima dell’entrata in vigore della legge sul rinnovo automatico, la norma prevedeva una prima concessione di trent’anni, quindi un rinnovo per dieci anni, quindi per cinque e poi per ulteriori cinque anni, quindi nei fatti una durata cinquantennale. Nessuno si è mai lamentato della lunghezza di questa durata, anche perché per trovare petrolio e gas metano ci vogliono degli investimenti che si ripagano solo su lungo termine. Se al referendum vincessero i sì, si dovrebbe comunque stabilire una durata di prima concessione che difficilmente potrebbe essere inferiore ai trent’anni. Questo fa sì che sarebbero possibili sempre nuove prospezioni e nuovi pozzi di estrazione, solo che dopo la prima durata ci sarebbe il rinnovo. Mi viene da pensare, a pensare male, che i proponenti del referendum rimpiangevano i tempi in cui c’erano tante concessioni da fare e da rinnovare, perché ogni procedimento amministrativo in Italia, si sa, può essere utilmente oliato per agevolarlo.

Mi asterrò anche perché questo referendum non ha quindi un effettivo impatto sulla nostra vita quotidiana, visto che concessioni date nei primi anni duemila dureranno quindi, presumibilmente, fino al 2030 circa e non credo esista al mondo un referendum che disciplini cosa possa succedere tra quindici anni. Lasciamo perdere che un referendum è un indirizzo politico, si tratta di una scemenza detta da ignoranti della politica a cui non dedicare altro tempo.

I proponenti di questo referendum, per la prima volta, sono delle Regioni. Regioni che hanno spesso speso malissimo i proventi dall’estrazione del petrolio, alimentando clientele e favoritismi, che sono considerate il peggio della classe politica nazionale, ma che diventano improvvisamente degli alfieri dell’ambientalismo alla vaccinara di casa nostra.

Mi dà un fastidio fisico sentire gente come Travaglio che loda la battaglia democratica delle Regioni. Quelle stesse Regioni che, nella nuova Costituzione, eleggono i loro rappresentanti al Senato delle Autonomie e che, quindi e necessariamente, eleggeranno – sempre secondo Travaglio – i peggiori malfattori. Del resto si sa, tutto è buono per sparare su Renzi: se oggi si usa il referendum sulle trivelle e questo richiede di lodare le Regioni e domani si userà il referendum costituzionale e questo richiederà di lordare le Regioni, nessun problema: la coerenza non è una dote di Travaglio, che è sempre bravo invece a fare il professorino a ricordare i cambi di opinione dei politici. Le sue invece, sono granitiche, si sa anche questo.

Mi asterrò anche perché questo poco petrolio che viene estratto ci serve per ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero e perché estraiamo molto più metano che petrolio dal mare. So che è facile, per gli ambientalisti pecorecci che abbiamo, dire che il petrolio è brutto e sporco e puzzolente, forse è meno semplice dire lo stesso sul metano e quindi ecco la manipolazione fatta, far passare il messaggio che si tratti di un referendum sul petrolio che inquina i nostri mari (mari che sono molto più inquinati dalla mancanza di depuratori che le Regioni dovrebbero costruire; ma, si sa, le Regioni sono prese dal referendum per potersi occupare della pulizia del mare).

Mi asterrò perché questo referendum è un referendum usato non nel merito della questione ma per regolare dei conti politici: hanno iniziato le Regioni perché con la riforma della Costituzione hanno perso molti poteri (ed era ora) e quindi cercano una vendetta; si sono aggiunti i nemici di Renzi che cercano la spallata e allora ecco la compagnia di giro, da Forza Italia (quella del nucleare) ai Verdi, da Travaglio (che dice che le Regioni sono piene di politici che rubano) alle Regioni, dalla sinistra – che si definisce quella vera e quella seria – che si lamenta del fatto che la Chiesa sia così ingerente nelle vicende politiche italiane alla Chiesa che ha dato indicazioni di voto molto forti. Una cosa che dovrebbe far ridere e invece no, tutto è giusto e tutto è perdonato pure di fare l’ammucchiata.

Il dramma del dibattito pubblico italiano è questo: non si entra mai nel merito del quesito, ma diventa sempre un modo per regolare altri tipi di rapporti. A questo gioco io non ci sto e preferisco entrare nel merito del quesito. Il merito è un merito deficiente ed io, allora, mi astengo.

 

 

 

 

La verità su Regeni, chissà se arriverà mai

Più passa il tempo e più mi convinco che dietro l’omicidio del povero Giulio Regeni non ci siano servizi deviati o squadroni della morte al soldo del governo egiziano, ma agenti (anche riconducibili, nelle figure degli esecutori materiali, a questi gaglioffi) che operavano per conto di una qualche potenza (industriale o politica) straniera.

Non mi spiegherei, infatti, perché un killer professionista avesse avuto la necessità di sbarazzarsi del cadavere del martire mettendolo in un posto dove poteva essere trovato e dove, quindi, _doveva_ essere trovato.

Così come non mi spiegherei perché il governo italiano, di fronte alle comunicazioni del governo egiziano, dovesse proprio dire, come sta facendo ora per bocca del suo ministro degli Esteri che la collaborazione è carente e senza una svolta ci saranno misure immediate.

A me pare proprio la richiesta di rinunciare alla ragion di Stato, quella a cui sta ricorrendo il governo egiziano che sa benissimo o quantomeno sospetta chi siano i mandanti ma è nella più grande difficoltà a dirlo.

Potrebbe il governo egiziano dichiarare che dietro l’omicidio c’è la lunga mano, chessò, dei francesi o dei russi o di chissà chi altri? Non potrebbe. E allora il governo egiziano sta chiedendo agli italiani di soprassedere, del resto gli esecutori materiali sono stati identificati e giustiziati, giusto per essere sicuri che non parlassero.

E se qualcuno pensasse che no, non è possibile che dietro un omicidio così efferato possano per davvero nascondersi dei paesi occidentali, financo alleati dell’Italia, si ricordi che gli 81 morti di Ustica ancora aspettano di sapere chi ha lanciato il missile; o, meglio, ancora aspettano l’ammissione da parte dei francesi (o degli americani) di essere loro gli autori materiali della strage.

Poi, se Regeni è stato fatto fuori con i soldi di qualche multinazionale del petrolio o delle armi, beh in questo caso nessuno penserebbe che costoro possano veramente avere una coscienza e possano danneggiare i loro lucrosi affari ammettendo una colpa.

E quindi, temo, questa cosa rimarrà sepolta e nebulosa, senza un vero movente e senza dei veri mandanti.

(Piccola aggiunta di infimo cabotaggio: la mia azienda aveva delle interlocuzioni con dei partner commerciali egiziani e, da subito dopo l’omicidio, tutto si è fermato, gli egiziani non ci hanno più cercato)

Un cadaverino politico

Le dimissioni del ministro Guidi non sono una grande e particolare vittoria del buon senso e dell’opportunità politica, come i giornali renziani si stanno affrettando a scrivere, ma una conseguenza politica di un processo politico che ha cominciato a scavare il terreno sotto i piedi del titolare del Ministero per lo Sviluppo Economico quasi due anni fa.

La Guidi, infatti, venne messa lì per l’unico particolare merito di essere ben
vista da Berlusconi e l’allora nascente governo Renzi, in pieno patto del Nazareno, doveva ingraziarsi l’opposizione non opposizione di Forza Italia.

Il patto si ruppe pochi mesi dopo e l’insofferenza di Renzi verso il ministro è cominciata lentamente a crescere, anche perché la Guidi, come ministro, non ha fatto nulla di particolarmente eclatante, una onesta impiegata priva di quei guizzi anche mediatici che invece al governo servono come l’aria.

Così, ad ogni voce di rimpasto il nome della Guidi era tra i possibili pronti a saltare. La vicenda dei favori che il ministro avrebbe fatto al suo compagno è stata solo il pretesto.

Dimissioni che poi si sono rese necessarie perché in quelle intercettazioni figura anche il nome del ministro Boschi e Renzi, adesso, non può permettersi di mettere in crisi il ministro delle Riforme: almeno fino ad Ottobre, deve cercare di tenere la Boschi lì dove sta, sperando che l’inchiesta su Banca Etruria non proceda troppo spedita.

Di fronte a questo grosso guaio, alla scarsa astuzia politica della Guidi che
non si limita a fare e a non dire ma piuttosto non fa e dice (non era merito suo questo emendamento, ma non ha resistito all’idea di attribuirselo per farsi bella), le dimissioni devono essere vendute come il trionfo dell’etica pubblica. Per questo, i renziani sono già a seminare il terreno dell’illusione di massa.

Piuttosto, se fossi Renzi, andrei da Pierluigi Bersani e gli proporrei il posto della Guidi. Sarebbe la prova che Pittibimbo ha una visione politica strategica e non solo tattica.

La dottrina di Obama

L’altro articolo di oggi è sul penoso intenso che esce dalla politica italiana.

Però si può invece volare alto leggendo questo articolo sulla dottrina di politica estera di Obama.

Si tratta di un articolo molto lungo, risultato di anni di frequentazioni ed interviste dell’autore con Obama e i suoi principali consiglieri. E’ un articolo da Pulitzer, perché racconta la complessità delle scelte che il potere deve compiere, la solitudine del leader che decide da solo, la complessità del mondo moderno e la prospettiva storica in cui Obama si muove.

E’ tornato Baffo di Ferro

Il via allo scontro della vecchia guardia del PD contro Renzi è iniziato a Napoli, dove Bassolino non ha tollerato, né poteva tollerare, una violazione così smaccatamente palese della regolarità del voto. Certo, da questo a dire che le violazioni le hanno commesse solo i sostenitori della Valente ce ne corre – chiunque che sia  un po’ pratico di cose napoletane non ha difficoltà ad immaginarsi certe possibili dinamiche – ma era difficile credere che una persona con la storia di Bassolino potesse accettare di farsi da parte a suon di pernacchie pagate un euro l’una, il costo del voto alle primarie, che è stato generosamente pagato ad ignari passanti dai sostenitori dell’avversaria.

Il modo in cui Bassolino sta affrontando la questione, anzi il modo in cui si posiziona, è indice però di una strategia più generale della vecchia guardia del PD, che ieri ha avuto la prima uscita, dopo anni, del suo peso Massimo, D’Alema.

Il quale, non senza qualche ragione, ha sparato ad alzo zero su tutta la strategia di Renzi in politica estera ed in politica interna. D’Alema, che preferisce sicuramente tramare nell’ombra, interviene adesso perché c’è una opportunità che può diventare poi un risultato.

L’opportunità è quella delle amministrative di Maggio e va colta almeno facendo perdere Renzi a Napoli e a Roma, meglio ancora se poi si riesce a far vincere qualche candidato della parte più a sinistra del PD. L’obiettivo invece è il referendum sulle riforme costituzionali d’Ottobre, da far bocciare per portare Renzi alle dimissioni, come lo stesso ha sempre anticipato.

E’ un piano, va detto, disperato, non tanto per le forze su cui può contare Renzi (che in questo momento è in grande affanno) ma sull’idea alternativa di politica e di società che questi vecchi arnesi si portano appresso.

Se Bassolino è una candidatura rispettabile, ma non entusiasmante, a Napoli, Bray a Roma è la candidatura di una persona che come Ministro della Cultura è stato insignificante; si tratta di un uomo che vive di relazioni di potere e che fa contenta e tranquilla la parte radical-chic della borghesia romana, ma che certo non può né mobilitare le folle né vincere contro una corazzata come quella dei Cinque Stelle.

Parlando poi di D’Alema, va detto che molte delle cose che lui contesta a Renzi le ha fatte, o volute fare, lui per primo: il patto del Nazareno? D’Alema con Berlusconi fece la Bicamerale per le Riforme. La riforma del mercato del lavoro? I contratti a progetto e le collaborazioni le inventa Treu nel governo Prodi, sostenuto da D’Alema e lo stesso D’Alema, nel 1997, dice che il contratto collettivo nazionale di lavoro va abolito. Renzi fa il governo con Alfano e Verdini? D’Alema va a Palazzo Chigi con i voti di Buttiglione.

Ovviamente adesso le forze ostili a Renzi cominceranno una operazione di lucidatura di D’Alema, che sarà raccontato come un leader progressista, socialista e democratico, si darà insomma vita ad una mozione degli affetti: tutto va bene per attaccare Renzi e questo fa parte del gioco.

Però, il mondo che D’Alema propone è un mondo vecchio, stantio, per tanti aspetti pericoloso: poco conta che nella sua testa ci sia già il successore di Renzi a Palazzo Chigi (Del Rio, che dovrebbe fare un governo istituzionale per riformare l’Italicum: Renzi pensa di portarsi dalla sua i piccoli partiti con questa promessa), per l’Italia sarebbe una catastrofe avere una crisi di governo mentre la guerra infuria in Libia.

Ed, inoltre, sarebbe un grosso passo in avanti per tutti se di una legge e ancora di più di una riforma costituzionale, si discutesse nel merito e non con personalismi inutili.

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