Se la vita è una ruota che gira, ora pagate un po’ di pegno

Una cosa che ho sempre tenuto a mente è che la vita è una ruota che gira, in certi momenti sei sopra e tutto è facile, in altri momenti sei in affanno perché stai sotto, per cui quando sei sopra cerca di non vantarti troppo e cerca di aiutare chi sta sotto, tanto dopo un po’ tocca pure a te.

Questo vale anche nel mondo del lavoro, per cui la cosa migliore da fare è quella di mantenere, sempre, rapporti almeno cortesi con gli ex-colleghi, perché come dicevano i Trettrè in “Raimondo” sulla Rai, quando parlavano bene della concorrenza dell’allora Fininvest: “Oggi qua e domani là”.

Insomma, arrivando al punto, è un po’ di tempo che alcuni ex-colleghi, incrociati peraltro per pochissimo tempo, sono improvvisamente interessati a sapere dove lavoro, cosa faccio, di cosa mi occupo; tanto interesse spiegabile perché il progetto molto grande su cui lavoravano è quasi terminato e non se ne vedono altri all’orizzonte.

Questo che sta accadendo non è nulla di imprevisto ma, anzi, proprio quello che immaginavo sarebbe successo ed è stato uno dei motivi per cui da colleghi sono diventati ex-colleghi in poco tempo, non vedevo sbocchi seri in quello che si faceva e sapevo che, tempo qualche anno, si sarebbe arrivati alla fine dei giochi.

Questi ex-colleghi, invece, non hanno mai pensato che questo potesse succedere né, va detto, in tutti questi anni si sono mai fatti venire la minima curiosità di sapere cosa facessi, anzi si sono messi in quella comoda posizione di “faccio finta di non vedere”.

Certo è anche colpa della loro inesperienza, penso che si siano fatti anche un po’ sobillare da chi gli raccontava che io fossi una specie di diavolo e non si è preoccupato (non avendone né gli strumenti né la capacità) di costruire un futuro diverso per loro ma pensava a non creare un team di lavoro ma una specie di dopolavoro (penso di essere stato argomento del dopolavoro per un po’ di tempo). E questi ex colleghi, hanno anche ecceduto di, come dire, conformismo?, perché certo mi avessero invitato una volta a prendere un caffè e si fossero informati di cosa facessi.

Insomma, ho pensato molto a lungo su come gestire questi loro CV che arrivano in azienda: non facendo sconti, perché la qualità umana di queste persone non è così alta e non sono così capaci di pensare fuori dagli schemi. Sono dei tecnici di media qualità, come ce ne sono altri, sicuramente ne conosco altri più capaci e sicuramente ne conosco molti altri che un minimo di rapporto di cortesia l’hanno mantenuto. Ma queste persone le ho frequentate per troppo poco tempo per sentirmi titolato ad espormi con loro e propugnarne l’assunzione, dato anche come si sono comportati con me.

Certo, avessero lavorato un po’ sulle relazioni, forse avrei una immagine diversa, forse sarei più disposto, così invece mi pare che sarei troppo ed ingiustificatamente generoso e questo, nei confronti della mia azienda, non è accettabile.

Sì, la vita (del lavoro) è proprio una ruota che gira.

Direi l’ultra-destra

Il principio di Occam (tra tutte le spiegazioni di un fenomeno, scegli la più semplice) è sempre utile per muoversi
nell’immediato dopo di un evento complesso e non del tutto decifrabile, come è il caso degli attentati di oggi a New York e degli accoltellamenti al centro commerciale in Minnesota.

Il punto che colpisce è che mentre l’ISIS ha rivendicato gli accoltellamenti, tace sulle bombe di New York City. Bombe
fatte con delle pentole a pressione, una soluzione rozza e che, sopratutto, non richiede agli autori di immolarsi nell’atto dell’esplosione.

Assieme a questo, colpisce la reazione molto prudente della Clinton, che sembra proprio senta puzza di bruciato lontano un chilometro e non voglia quindi buttarsi in avanti.

Allora, senza avere elementi ulteriori ma mettendo insieme solo quello che sappiamo che è successo e quello che sappiamo che non è successo:

1) Quest’anno si vota per le presidenziali in USA;
2) La settimana prossima c’è la riunione annuale dell’ONU a NYC;
3) Le bombe erano piuttosto artigianali ed una, anzi, non è nemmeno esplosa;
4) L’ISIS ha rivendicato gli accoltellamenti in Minnesota;
5) L’ISIS non ha rivendicato le bombe di NYC;
6) Per far esplodere queste bombe non occorre fare il kamikaze.

a me viene da pensare a delle bombe messe in piedi dall’ultra-destra americana, la stessa che è dietro la strage di Oklahoma City. Avrebbero tutti i motivi per farlo, lo farebbero proprio in questo modo, proprio in questi tempi e, sopratutto, non avrebbero necessità di rivendicarlo (così come, in tempi più recenti, non vennero mai rivendicate le lettere all’antrace).

La domanda che rimane allora è se ci sia una relazione tra queste bombe e gli accoltellamenti. O si tratta di un caso,
una incredibile coincidenza, oppure qualcuno ha sobillato l’accoltellatore perché agisse proprio nello stesso giorno. Considerato che è poco probabile che l’ultra-destra americana (quella suprematista, per capirci) possa avere simpatie per l’ISIS ed avere un contatto con loro, rimane la possibilità di un elemento di collegamento, come delle parti variamente deviate dei servizi segreti.

Ammetto che questo è l’elemento più debole della mia teoria, però l’idea che l’ISIS si metta a fare bombe che, lasciatemi dire, a Napoli a Capodanno facciamo meglio e fanno più rumore, poco mi convince.

Vedo ora, mentre scrivo queste note, che i giornali americani titolano “Non è terrorismo internazionale”, quindi a qualcuno, che ha sicuramente più elementi di me per giudicare, sta venendo lo stesso sospetto.

“Preferisco la Clinton”

Riguardo alle sconclusionate e sguaiate reazioni alla (comunque) inopportuna dichiarazione a sostegno del referendum dell’ambasciatore USA in Italia, ricordo che ad Agosto Renzi dichiarò che avrebbe preferito, come Presidente USA, Clinton a Trump e nessuno, in USA, gridò all’ingerenza, al complotto, ai poteri forti, a Pinochet e non so a che altra corbelleria, tra le tante delle ultime ventiquattro ore, in cui l’odio, quello sì assoluto, verso Renzi e la mania di persecuzione dei suoi avversari, che da una parte assaporano l’idea che se ne vada e dall’altra temono che rimanga, li ha portati ad eccedere, e di molto.

Spiace che a questo sciocchezzaio si sia aggiunta anche una testa fine come Pierluigi Bersani.

(Fonte: http://www.ansa.it/usa_2016/notizie/italia/2016/08/02/renzi-preferirei-clinton-come-commander-in-chief_302bce5c-0f7e-41a0-9528-9393512c26e1.html)

Sirte non è Mosul

L’avanzata degli eserciti della libertà contro i nazi-islamisti che controllano Sirte e Mosul avrà delle ripercussioni, temo terribili, in casa nostra, sotto forma di attentati camuffati come rappresaglie.

Sirte non è una posizione strategica per Daesh, alla fine l’occupazione di quel lembo di territorio in terra libica era una specie di puntata fatta nel caos libico, dove il tentativo era quello di provare ad avere una voce in capitolo nel caos e anzi nell’aumentare la confusione. Ora che un governo libico, per quanto raccogliticcio, esiste, Sirte diventa più un problema che una opportunità.

Mosul è completamente diversa. E’ necessaria per controllare i pozzi di petrolio nella regione del Kurdistan iracheno ed è politicamente indispensabile per sostenere che “Isis”, inteso come stato islamico di Iraq e Siria, non sia solo in Siria ma copra due nazioni.

Se Mosul cade, la reazione di Daesh sarà duale: da una parte si diluiranno nel territorio, dando vita ad una guerriglia con vari livelli di intensità, dall’altra scateneranno vili rappresaglie in Europa e in USA. E’ come quando si arresta un boss della mafia: si scatenano le lotte fratricide tra i luogotenenti per vedere chi ne prende il posto.

Nella città di M.

Ogni tanto torno al paese natale. Oggi ci sono tornato per il funerale di mio zio. Uno zio che non vedevo da forse più di venti anni, da quando la moglie, personaggio terribile e sadico, ha deciso di separarlo dal ramo della famiglia in cui c’erano i suoi fratelli. Mio zio me lo ricordo come un uomo semplice, per certi versi abbozzato e non compiutamente adulto, ma sopratutto me lo ricordo come un lavoratore instancabile, veramente uno stakanovista d’altri tempi, tratto (e forse dote) che condivideva con il fratello.

Me lo ricordo come un uomo che avrebbe voluto tanto un figlio maschio che non potè avere, per tanti motivi legati anche al suo essere in un matrimonio poco felice in cui era soggiogato dalla moglie, una persona che ha tanto la mia disistima che ho preferito venire oggi al funerale, facendomi qualche ora di macchina, piuttosto che chiamarla al telefono per esprimerle delle condoglianze che sento più mie che sue.

Ma non scrivo solo per ricordarne la figura (dovrei raccontare come nella mia casa a Napoli ci sia una cosa che mi dette lui, tanti anni fa, un santino della Madonna del Pozzo, che ho conservato con affetto e amore), vorrei invece, oggi più che mai, celebrare la vita.

Ogni volta, ogni volta di più che torno nella città di M., vedo un pezzo della mia infanzia sparire. Cambia la città, chiudono tanti negozi che conoscevo, le famiglie storiche e il senso di comunità spariscono, cambiano i sensi unici delle strade e, non ultimo, le persone intorno a me vengono a mancare.

Della città di M., oggi rimangono solo ricordi, che proiettano le loro ombre sulla città di oggi, un posto che ormai a me è sconosciuto. Ne capisco il dialetto, ma non so null’altro della attualità e i legami che ho sono quelli che nascono dalla mia famiglia di origine. Non sono uno che, d’estate, sente il bisogno di venire a passarci qualche giorno, né mi immagino anziano a tornare qui, la mia vita e i miei affetti oggi sono da tutt’altra parte.

E non scrivo per parlare di queste ombre, ma per celebrare la vita. La vita! Quel processo meraviglioso e bello che sostituisce a dei ricordi destinati a sbiadire il nostro essere, il nostro agire, il nostro fare.

Non è verso il passato che dobbiamo volgere lo sguardo, perché il passato è fatto solo di morte e di fantasmi che possono solo stordirci e tenerci avvinghiati. E’ al futuro, non inteso come un tempo indefinito e di là da venire, ma come quello che facciamo ogni giorno per costruircelo, per vivere negli affetti e nei cuori delle persone di cui ci vogliamo circondare, nelle scelte di vita, nel lavoro che facciamo, in quello che impariamo e in quello che possiamo insegnare, è a questo che dobbiamo destinare le nostre energie.

Guardiamo al passato perché ci ha reso quello che siamo, e dobbiamo esserne grati; ma la nostra gratitudine deve essere orientata a costruire un nuovo futuro che, un giorno, sarà il passato a cui altri vedranno per costruire la loro vita.

“Vogliamo i colonnelli”

“Vogliamo i colonnelli” è un bel film del 1973 di Mario Monicelli, che descrive un tentato colpo di stato nell’Italia di quegli anni ad opera di un gruppo di vecchi arnesi fascisti. E’ un film di attualità, che vale la pena vedere oggi, sopratutto per capire bene cosa è successo in Turchia qualche giorno fa, quando c’è stato un cosiddetto colpo di stato, poi fallito.

Dico che alla possibilità di un vero colpo di Stato ho smesso di credere la mattina successiva, quando il tentativo degli insorti era fallito (cosa già strana, un colpo di stato dura almeno qualche giorno, sia che riesca sia che fallisca) ma sopratutto quando la reazione del fronte lealista è stata quella di arrestare non solo i militari golpisti, ma anche alcune migliaia di giudici.

I giudici non hanno certo un ruolo nelle prime ore di un colpo di stato; se servono a qualcosa servono in seguito, quando bisogna processare la fazione sconfitta. Tra questi giudici arrestati figurano tutti i componenti della Corte Costituzionale e diversi membri degli analoghi alle nostre Corte di Cassazione e Consiglio di Stato.

Già questo fa pensare che il colpo di stato sia l’occasione per Erdogan di liberarsi dei contrappesi e opposizioni al suo desiderio di far diventare la Turchia una repubblica islamica e presidenziale.

Poi, viene proprio da pensare che non si tratti solo dell’abilità di un leader politico che, nel momento in cui il popolo lo sostiene contro dei rivoluzionari, ne approfitta per acquisire ulteriori quote di potere. Per me, tutto il colpo di stato era noto ad Erdogan ben prima che avvenisse; poi, magari, avrà temuto pure per il peggio, ma non è mai stato troppo sorpreso.

Del resto, non ne avrebbe avuto necessità. Non si è mai visto un colpo di stato di tarda serata nel fine settimana, tanto meno senza che i golpisti presentino subito il loro leader (che, fateci caso, ancora manca, segno che Erdogan e i servizi segreti turchi sono ancora impegnati a fabbricare le prove che lo inchiodino), con alcuni social network ancora funzionanti (Twitter, che quando c’è un attentato viene subito bloccato in Turchia), con degli SMS che arrivano ai cellulari dei cittadini invitandoli a sostenere il governo.

Certo, tutti elementi che si possono sempre spiegare con la confusione di quelle ore. Ma il fatto che insieme a questi golpisti, la fazione kemalista-Gunel dell’esercito, non si siano sollevati i curdi o gli studenti di Gezi Park, lascia pensare che il golpe fosse nato già morto.

Infine, con la NATO che sapeva benissimo cosa succedeva nei cieli turchi (visto che è il suo mestiere saperlo) e che non ha fatto niente, con le cancellerie europee e il governo nordamericano silenti fino a quando non hanno capito che il golpe stava fallendo e allora si sono spostati in soccorso del vincitore.

Vincitore che, negli ultimi due mesi, aveva cominciato a spostarsi dall’orbita americana a quella russa, scrivendo una lettera di scuse a Putin (per l’abbattimento del caccia russo) che ora pare sia diventato un suo grande amico (si dirà: ma Putin non era quello che aveva presentato le prove che mostrano come la famiglia di Erdogan tratti con l’ISIS e gli venda armi in cambio di petrolio? E’ la politica, bellezza, Putin è pronto a tutto pur di portarsi la Turchia dalla sua parte) non disdegnando di riallacciare pure i rapporti con Israele, altro stato formalmente filo-americano ma che ha pessimi rapporti con l’amministrazione Obama.

Ora che i paesi europei hanno cominciato a capire cosa sta succedendo in Turchia, stanno reagendo, con dichiarazioni contro qualsiasi idea autoritaria che dovesse passare per la testa di Erdogan (e credo che gliene passino molte), dalla pena di morte da irrogare con liberalità agli arresti di massa.

Non credo che si annuncino tempi buoni per i cittadini turchi; credo invece che bisognerà ben valutare se sia proprio il caso di far entrare la Turchia in Europa, c’è il rischio di sfasciare l’Unione una volta per tutti.

Per il resto, come dicevo in apertura, “Vogliamo i colonnelli” spiega tutto questo molto meglio di me.

Recensione: “L’uomo che vide l’infinito”

Data una certa frequentazione con opere che parlano di Ramanujan (sopratutto Godel, Escher e Bach e a seguire Il Matematico Indiano di Leavitt, di cui ho parlato qui) mi sono scelto di andare a vedere L’Uomo che Vide l’Infinito, di cui ho parlato a: https://ugualiamori.wordpress.com/2008/12/16/recensione-il-matematico-indiano/).

Uso una formula un po’ involuta per dire che non ero convinto che avrei visto un gran film, ed in effetti è stato un po’ così. Se devo cominciare a dire quello che di bello c’è nel film direi i costumi, l’ambientazione, anche la stessa fotografia che contribuisce a dare l’immagine, magari anche un po’ stereotipata, di quello che può essere e che ci immaginiamo sia una delle università dell’elite inglese ad inizio Novecento.

Quindi, cosa non mi è piaciuto? Intanto, il fatto che dell’omosessualità di molti dei protagonisti di quel tempo (su tutti Hardy, ma anche Russell) il film nei fatti sorvoli, a parte una breve auto-citazione di Hardy all’inizio (“l’incontro con Ramanujan fu l’unico incidente romantico della mia vita”). A seguire, l’insistere così ripetutamente sul fatto che Ramanujan scriveva i suoi teoremi senza lo straccio di una dimostrazione, cosa che capisco sia utile dire anche due o tre volte, però poi diventa quasi un cliché.

Anche e sopratutto, il fatto che il film non faccia capire il contesto storico-scientifico in cui Ramanujan operò: è un po’ riduttivo presentare Russell come “Bertie”, senza dire che aveva appena dato alle stampe i Principia Mathematica, ovvero quella vetta altissima del pensiero logico-matematico che sarebbe giusto stata la base su cui pochi anni dopo Godel avrebbe lavorato e che avrebbe spinto anche Turing ad occuparsi del problema dell’indecidibilità.

Anche se Ramanujan si è occupato di tutt’altro, è un peccato che il film non evidenzi quei collegamenti culturali profondi che hanno dato vita al grande rinnovamento della matematica di inizio del secolo scorso e di cui oggi, mentre leggete queste note, vedete gli effetti sotto forma di computer, smartphone ed altri gingilli.

Invece, il film finisce dicendo che uno dei teoremi di Ramanujan è stato applicato allo studio dei buchi neri, che detto così rimane solo un po’ uno stuporone fatto per colpire il pubblico, piuttosto che qualche utile riferimento, per quanto necessariamente reso popolare.

Insomma, un po’ auto-referenziale come film. Ha evitato il tono hollywoodiano di The Imitation Game, ha sicuramente evitato molti svarioni (forse il più grave è quello di far intendere che Ramanujan morì di tisi, quando invece fu probabilmente un parassita in un corpo debilitato da una dieta eccessiva e fors’anco un avvelenamento da pentolame) e che rimane un po’ freddo per chi non ne sapeva qualcosa già prima.

Voto: 7

Voterei Raggi

Il condizionale nel titolo non è solo perché a Roma non voto, ma anche perché, se votassi, il mio voto a Virginia Raggi sarebbe sofferto e poco convinto.

Penso che Roberto Giachetti sia, in termini personali, una persona ben più capace di Virgina Raggi nella gestione del potere politico e nell’amministrazione, essendo un politico di lungo corso ed avendo mosso i primi passi nell’ottima scuola dei Radicali. Anche la sua esperienza come capo di gabinetto della prima sindacatura di Rutelli è una esperienza positiva.

Però, non posso dimenticare o togliere dall’equazione il PD, quando penso a Giachetti. Il PD ha Roma non ha fatto niente di significativo per rinnovarsi, a cominciare dalla scelta di mettere una nullità politica come Matteo Orfini commissario del partito, una operazione gattopardesca.

Il PD è sempre il partito che ha organizzato, su mandato del suo segretario, il killeraggio politico della giunta Marino: se il sindaco non era quel genio che pensava di essere – e non lo era -, il PD avrebbe dovuto pretendere ed ottenere degli assessori di peso e di capacità, invece ha fatto la riunione dal notaio per liberarsene. E quasi tutti i consiglieri che sono andati a firmare le dimissioni dal notaio sono oggi ricandidati (presumo che i pochi assenti verranno premiati in seguito con qualche bella municipalizzata).

Non c’è un elemento che renda uno dei due candidati migliore dell’altro in modo netto: ognuno dei due ha cose buone nel programma e nelle idee e cose molto meno buone; ognuno dei due si è organizzato con una squadra di assessori stellari che, ovviamente, dureranno tra lo spazio di una campagna elettorale e il primo scontro politico in cui verranno rimossi, come prevedono del resto i poteri del sindaco; entrambi saranno eterodiretti, in un caso da una società privata e nell’altro da un segretario di partito.

Quello che mi farebbe votare la Raggi è il fatto che deve essere detto, in modo chiaro e forte, che non è nella disponibilità di un partito fare fuori il proprio sindaco, solo perché non piace e non va bene. Il voto dei cittadini si rispetta, sempre, e se un sindaco ha raggiunto una condizione di crisi politica questa si sancisce in consiglio comunale e non dal notaio.

Infine, cosa a cui invece tengo molto, in questo mio ipotetico voto non darei alcuno spazio, ma proprio nessuno, alle conseguenze politiche nazionali. L’Italia è in una campagna elettorale permanente e il fatto che, ogni volta che si voti, si voti sempre per qualcos’altro è il male della politica italiana, da cui dobbiamo guarire il prima possibile.

Il grande coraggio di Imma

Ah, che bel discorso di Imma Battaglia al Pride di Roma, anzi “forte e provocatorio” come dice Gay.it che, privato della direzione di De Giorgi, è un po’, come dire, confuso.

Partiamo da quello che detto: “La nostra lotta non è mai finita, perché fino a quando ci toccherà sentire che siamo una ‘formazione sociale specifica’ e qualcuno ci vuole vendere che questa sia una grande legge, noi gli restituiamo un grande e semplice VAFFANCULO”.

Brava, coraggiosa, proprio ci vuole unbellapplauso. Ma.

Imma Battaglia è oggi, sopratutto, sopratutto, una delle organizzatrici (cioè una delle proprietarie) del Gay Village, una iniziativa che si tiene ogni anno nell’estate di Roma e che, a fronte di costi per circa due milioni di euro porta circa quattro milioni nelle tasche degli organizzatori, quindi un utile di un paio di milioni. Due milioni che sono privati, privatissimi, che non sono certo messi a disposizione, nemmeno in minima parte, della collettività gay.

Poi, essendo una donna a cui non manca l’intelligenza e il fiuto politico, ha fondato la sua associazioncella gay, che ha lo scopo di darle il titolo per poter intervenire appunto al Pride e che svolge sempre l’utile funzione della foglia di fico. Negli anni passati, quando la giunta Alemanno saccheggiava e distruggeva Roma, la Imma si spendeva per parlare bene del signor sindaco e certo solo una lingua cattiva potrebbe dire che lo faceva perché, senza l’autorizzazione del signor sindaco, il Gay Village non si può tenere e i due milioni di utili non si possono fare.

Sempre perché intelligente, la Imma ha capito benissimo che alle elezioni per il sindaco di Roma vincerà la Raggi, quindi questo suo vaffanculo serve sopratutto a cominciare a costruirsi un accredito politico con un sindaco che non sarà certo a favore di questo governo. Poco conta che se non ci sono le adozioni subentranti nella legge sulle unioni civili, la colpa sia proprio del partito che esprime la Raggi: cazzo vuoi gliene freghi? Qua stiamo a parlare di soldi, tanti, tantissimi soldi, che richiedono la benevolenza dell’amministrazione comunale di Roma.

Così, ecco il grande discorso di Imma, coraggiosa e battagliera combattente ecc… ecc…

Nessuno che le ricordi le sue simpatie per Alemanno, nessuno che le contesti che di quegli enormi profitti nulla arriva all’associazionismo gay romano o a favore di qualche iniziativa di sostegno. Tutti, pecoroni, ad applaudire al Pride, perché lei è una che parla chiaro.

Poveri scemi, poveri noi. Il Pride dovrebbe fare lo sforzo di cominciare a pensare di essere un interlocutore politico, visto che la politica oggi ci riconosce come parte della società e quindi occorre strutturarsi in un certo modo politico, cosa che non prevede che il primo che abbia un interesse privato vada sul palco a dire quello che vuole.

Quest’anno non sono andato ai Pride, perché quello di Napoli era una penosa campagna elettorale a favore di De Magistris (e i candidati che hanno, sempre orgogliosamente eh, marciato con il sindaco al Pride non sono nemmeno stati eletti, poveri ingenui). Da quanto vedo, quello di Roma è stato anche peggio.

 

De Magistris, in mancanza di meglio

Tutto fa supporre che, tra poco più di due settimane, Luigi De Magistris detto Giggino sarà confermato sindaco di Napoli.

Più per demeriti dei suoi modestissimi rivali che per meriti suoi. Certo, se le opposizioni si sono organizzate perché il centro-destra riproponga lo stesso, logoro, candidato di cinque anni fa; il M5S candidi un milanese trapiantato a Napoli da dieci anni e che tifa Juve; il PD si divida in lotte intestine e paghi gli elettori per votare alle primarie; alla fine, De Magistris non dovrà fare molto per vincere.

De Magistris vincerà quindi, e purtroppo anche se è il meglio possibile rimane comunque un candidato modesto. E’ stato un amministratore poco capace, sicuramente disattento e più interessato a costruire una sua posizione politica nazionale che non a governare la città. Me lo ricordo bene, quando una sera la metro su cui ero si fermò in mezzo alla galleria, ci fecero scendere e ci facemmo trecento metri con le luci di emergenza e sulla banchina di emergenza e, arrivato a casa, potei bearmi di Giggino che pontificava sulla TAV: è tanto più facile andare in televisione e parlare di massimi sistemi che non occuparsi di far camminare la metro…una cosa così noiosa e che poco appaga l’ego smisurato del Sindaco.

Un ego smisurato che è un tratto che piace tanto a molti napoletani; perchè una delle forze di De Magistris è quello di incarnare certi tratti che sono la continua maledizione del Sud: il fare la rivoluzione dentro le istituzioni, l’arringare il popolo, l’ergersi a vittima del sistema: la continua riedizione del Masaniello.

Napoli è una città sofferente, priva come è di una vera borghesia, con la plebe che ha tracimato e ha invaso tutti gli spazi; Giggino ha puntato su questi, sul solleticare certi animi, piuttosto che sul costruire quei corpi sociali intermedi.

E’ stato bravo a raccontarsi come l’eroe senza macchia che combatte contro forze sovrumane, ma nessuno gli ha chiesto come mai la raccolta differenziata sia passata in cinque anni dal 17% al 22%, ben lontano dal 45% delle altre grandi città italiane e tragicamente distante dal 70% promesso anni fa. Tantomeno, qualcuno gli ha chiesto come mai, a Napoli, le multe si possono o non si possono pagare, visto che il servizio delle riscossioni fa acqua da tutte le parti, cosa che porta ad un traffico caotico e disordinato; però lui bravissimo a fiutare l’aria e a candidarsi all’anti-Renzi del Sud.

Così, ce lo terremo altri cinque anni. In cui, facile profezia, sarà ancora più distratto e solo interessato a cercarsi uno strapuntino nazionale o europeo; fosse mai che dovesse tornare a fare il magistrato…