Trovalo tu un biondo a Londra (sopratutto se ti scambiano per iraniano)

Venerdì, 28 Novembre

All’aeroporto quasi in ritardo, ma è un piccolo aeroporto per cui 40 minuti prima della partenza è un tempo sufficiente. A Londra e piove, una pioggerellina sottile sottile che continuerà per quasi tutti i tre giorni. Il treno da Stansed mi lascia a Liverpool Street Station. La metropolitana di Londra mi sembra una specie di enigma, e non aiuta il fatto che mi porto appresso una valigia, cosa che è sufficiente a scocciarmi già di suo. L’albergo è ad una fermata di metro da South Kensington. Vado al British Museum. Cielo, ci vorrebbe almeno un mese per visitarlo tutto. Il trionfo dell’impero britannico e della sua classe dirigente, cresciuta ed allevata a Tucidide ed Erodoto.

Passeggio per Oxford Street. Mi pare piena di negozi che vendono roba di pessima qualità, a Roma li chiameremmo stracciaroli.

Il freddo è il tabù della povertà. Qualsiasi locale pubblico o privato che sia deve essere innanzitutto caldo, a dimenticare i tempi in cui faceva più freddo e il riscaldamento non c’era. In albergo pertanto si suda, in camera sono costretto a girare praticamente nudo e ad aprire ogni tanto la finestra. In Italia facciamo il contrario, il segno della ricchezza è l’aria condizionata.

Ma Londra che effetto mi fa?

Sabato, 29 Novembre

Uscito troppo presto dall’albergo, sono costretto a passeggiare un po’ in attesa che apra qualsiasi cosa. Vado allo Science Museum, un po’ anglocentrico (la scoperta dello spazio si deve ad Isaac Newton, questo Von Braum è certo poco digeribile per questa città) ma comunque tanto diverso dal tipico museo italiano, questo è un posto vivo e dai colori vivaci. I bambini chiedono ai genitori come funziona questo e cosa è quello: la passione per la tecnologia, nemmeno quella, è italiana.

All’ora di pranzo incontro Lele e sua moglie (che qui non indico con il nome perchè non mi pare si evinca dalla lettura del blog). Lui l’avevo visto l’ultima volta circa sei anni fa, e l’ultima immagine che ho di lui gliela racconterò durante tutto il pomeriggio e la serata passata insieme, perchè proprio tanto tempo è passato. Sono bellissimi. Più volte mi ritrovo a pensare che sono una giovane coppia che in Italia avrebbe avuto cento più difficoltà a costruire un progetto di vita insieme. A Londra sono due persone che si amano, come vedi da quei gesti e da quelle tante cose che ti dicono, raccontandole come gli episodi di una vita che si costruisce ogni giorno. Abbiamo mangiato giapponese da questo Abeno, siamo stati alla National Portrait Gallery il tempo d’attesa prima di entrare a vedere la raccolta di foto di Annie Leibovitz, siamo andati a cena in un pub inglese. Nell’ordine: la cucina giapponese è originale ed interessante, anche quando il cuoco si perde un po’ nei tempi di cottura mentre la cucina inglese è, come dire, un pasticcio, ma i dolci invogliano a qualsiasi perdono.

In fondo casa tua è dove hai le persone che ti vogliono bene. Forse è questo l’effetto che mi fa Londra?

Domenica, 30 Novembre

L’abbazia di Westminster è chiusa di Domenica, dopo una rapida passeggiata nella zona vado alla mostra su Churchill allestita nella Cabinet War Room. Tutta la mostra è bellissima, ci sto per tre ore e non sono sazio, un eccezionale connubio tra la storicità dei fatti e la modernità delle tecnologie impiegate, una emozione continua che vale da sola il viaggio. Sentire i discorsi di Churchill nella stessa sala in cui li pronunciò. Vedere la stanza da letto della moglie confinante con la sala riunioni dei vertici militari, perchè la vita era così difficile che anche la moglie del Primo Ministro doveva accontentarsi. Le lettere del Re che invitano Churchill a non andare in Normandia il giorno del D-Day. Come dissero alla morte di Churchill: “l’epoca dei giganti è finita per sempre”.

Lele mi ha suggerito una catena dove poter mangiare fast food ma di buona qualità, i Pret a Manger. Ne approfitto, prima di arrivare a Trafalgar Square, entrare alla National Gallery per solo un rapido giro, dove impietosamente taglio via intere sale (la pittura francese prima degli impressionisti, la pittura tedesca: bah) approfitto dei comodi divani per riposarmi, giro per un po’ lungo Regent Street sperando che il negozio del National Geographic sia da vedere quando invece non lo è proprio.

Tempo di cena, decido di dedicarmi alle relazioni sociali e al rinsaldo degli storici rapporti di amicizia tra Italia ed Inghilterra. C’è una differenza tra i giovani inglesi e la generazione dei loro padri. I più grandi sono proprio inglesi come potresti immaginarteli, l’incarnato pallido e gli occhi chiari, mentre la nuova generazione cerca molto di essere più europea. Il tipo mediterraneo pare vada molto, non pensavo di avere un tale successo. E sono molto passionali, una focosità che non ti aspetti. Vedo un ragazzo molto curato, mi pare italiano dai tratti. Mi chiede da dove vengo. E’ iraniano, mi dice che lui lo scambiano per italiano, perchè i nostri due popoli si assomigliano molto. E’ vestito con una cura estrema, io non ci riuscirei nemmeno se avessi uno che mi dicesse cosa mettere. In Italia se la sarebbe tirata molto, qui ha attaccato bottone.

E’ facile pensare che per un omosessuale iraniano Londra sia una oasi. Ma questo pensiero facile mi dice altro, che Londra è quel melting pot che avevo visto nei due giorni precedenti. Tutte le lingue parlate tra i visitatori del British Museum. Le persone che copiano a matita, magari su un tavolino improvvisato, una scultura aldilà della vetrina, alla ricerca di una ispirazione. La cameriera del ristorante giapponese che restituisce la carta di credito porgendola con entrambe le mani. L’estroverso iraniano. Il cameriere pachistano per cui “ye se” sta per “yes, sir”. Gli italiani che quando li incontri per strada sono insolitamente non suscitatori di sentimenti di vergogna. Lele e signora. Tutti venuti a Londra a cercare la loro parte di fortuna. I negozi che hanno già cominciato il 3×2, il 50% di sconto, le riduzioni del 75% sui DVD, i barboni per strada, perchè non tutti hanno trovato la fortuna e i tempi non saranno facili nei prossimi mesi. Ma è questo sentirsi parte di uno sforzo comune, in cui ognuno lo fa per se ma tutti lo fanno in una comunità, che forse è il senso e il sapore di Londra. Puoi essere uno sconosciuto il giorno prima, puoi essere del tutto integrato il giorno dopo, perchè lo sarai per quello che fai, non per da dove vieni.

Londra è una città efficiente, forse questa è la parola che potrei usare. Perchè di sole e di energia ne hanno poca, hanno dovuto evitare di disperderli, hanno creato dei templi laici per celebrare il loro dominio sulla natura e sulle terre dell’uomo. Vedi i teatri in cui il cartellone riporta le recensioni dei giornali, ogni teatro ha il suo strabordante lodi, ma è il senso che niente vada perso.

Torno riprendendo la metro proprio a Liverpool Street Station. La metro mi pare un sistema molto razionale, non assolutamente perfetto ma certo lineare. Non è certo cambiata in due giorni.

Domenica, 1 Dicembre

Mi sveglio nel letto, convinto che manchi chissà quanto alla sveglia, per cui penso di gustarmi un dormiveglia. Manca un minuto, al riguardo del cronometro che ognuno di noi ha dentro. Sulla  metro vedo i primi lavoratori, perlopiù persone che fanno lavori manuali, a giudicare da come sono vestiti. Il treno per l’aeroporto si muove nel buio. Come già era stato sulla metropolitana, vorrei farmi cullare e che il viaggio durasse molto di più. Tempo di prendere posto in aereo che già un italiano riesce a farmi sentire sgradevolmente a casa. Le due signore vicino a me sono turiste inglesi con la guida per Roma. Mi sento  stranamente toccato da questo scambio. Arrivo a Roma. C’è il sole, ma fa freddo.

Pubblicato il 1 dicembre 2008, in Fatti miei con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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