Recensione: “Il matematico indiano”

Dopo il libro su Alan Turing (di cui ho parlato qui), David Leavitt ci riprova  con un libro su Srinivasa Ramanujan, Il Matematico Indiano (Mondadori, 593 pp., 20 euro).

Libro che non potrebbe essere più diverso dal precedente. Tanto il libro su Turing è quasi un agile volumetto, in cui una ampia parte è stata destinata a spiegare le più importanti scoperte di Turing senza mai mancare di alcun rigore, tanto in questo libro la dimensione del racconto si è fatta corale, con un affastellamento di personaggi che variamente ruotano intorno al calcolatore indù, come con un peraltro certo razzismo veniva soprannominato Ramanujan al tempo del suo soggiorno al Trinity College.

Ramanujan, figlio di un contabile e contabile anch’esso, scrisse una lettera a Hardy, all’epoca probabilmente il più importante matematico inglese, in cui riportava alcune delle sue scoperte, chiedendogli un parere. Il romanzo parte da qui, da questa lettera scritta da un uomo senza istruzione formale che lo lascia interdetto prima, stupefatto poi e ansioso di conoscerlo e che tanto si adopererà perchè Ramanujan venga al Trinity. Nelle parole di Hardy, Ramanujan è il più grande matematico degli ultimi cento anni e forse degli ultimi cinquecento, un genio assoluto e spesso incomprensibile, un uomo di grande gentilezza d’animo che rimane talmente turbato dal rifiuto di una signora di prendere un’altra tazza del brodo che aveva preparato da non poter che scappare via per alcuni giorni.

C’è poca matematica in questo libro, anzi a volte le formule riportate sono quasi fuori contesto, perchè qui Leavitt ha deciso di raccontare l’l’Inghilterra degli inizi del ‘900 e l’ambiente culturale del Trinity e della confraternita gay degli Apostoli, di cui faranno parte in quegli anni lo stesso Hardy, Bertrand Russell e John Maynard Keynes. Una confraternita anche sboccata e volgarotta a volte, da cui Hardy poi si distacca anche perchè attratto da Ramanujan, che anzi definisce (nelle parole di Leavitt) come il più grande amore romantico della sua vita.

E poi, intorno a loro, l’arrivo della Prima Guerra Mondiale e delle privazioni che comporterà per tutti, compreso Ramanujan che, rigoroso vegetariano, avrà molte difficoltà ad approvvigionarsi di cibo indiano, degli studenti di Cambridge che muoiono uno dopo l’altro e lasciano l’università vuota.

Ramanjuan morirà giovanissimo, per una malattia sconosciuta (anche se Leavitt si sofferma sull’idea di un avvelenamento dovuto al pentolame usato per cucinare). Nessuno può anche solo immaginare dove sarebbe arrivato se avesse avuto una vita più lunga, quando molte delle sue scoperte hanno aperto nuovi campi di indagine della matematica.

Poi c’è Leavitt in questo libro, il suo stile e i temi a lui cari. La malinconia di Hardy, il difficile rapporto tra Ramanujan e sua madre, come quello tra Hardy e la sua, sono le pagine più forti e più intense.

Mentre leggevo questo libro, spesso mi sono chiesto se quello che Leavitt riporta sia accaduto per davvero, e in quei termini, o ci sia stata più di una concessione letteraria. Non poteva certo scrivere seicento pagine parlando di matematica o limitandosi alle fonti documentali, ma sono rimasto un po’ con una sensazione che a volte lo scrittore si sia trattenuto per non perdere contatto con la realtà e in altri momenti si sia invece lasciato un po’ andare, ma senza mai mettere su carta la sua vera capacità. Non è il Leavitt di Eguali Amori, ecco.

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Pubblicato il 16 dicembre 2008, in recensioni con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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