Della democrazia israeliana

Gli arabi israeliani, i discendenti dei 160mila che non lasciarono Israele all’atto della sua fondazione, sono oggi un quinto della popolazione israeliana, e continuano a crescere perchè fanno molti più figli degli ebrei. Israele si trova nella situazione per cui, nell’arco di qualche decennio, gli ebrei potrebbero essere confrontati da una minoranza araba pari al 40% della popolazione.

E che ti inventano questi qui? A parte buttare bombe sulle scuole con i bambini ammazzandoli, che sono sempre terroristi in meno un domani, hanno intanto espulso dalle prossime elezioni due partiti arabi, con l’accusa che hanno contestato l’attacco a Gaza. Parallelamente e più a lungo termine, la ministro degli esteri, Livni, dice che il problema si risolve togliendo agli arabi israeliani il diritto di vito, dando loro uno status non di cittadini, bensì di residenti.

Cosa si potrebbe dire della democrazia italiana se domani la Lega Nord venisse espulsa dal Parlamento e si togliesse il diritto di voto ai bergamaschi?

Questa è la cifra della totale disperazione di Israele e dei suoi dirigenti, che potrà ammazzare anche qualche migliaio di civili inermi, fermandosi non perchè ha raggiunto gli obiettivi ma per non disturbare l’insediamento di Obama, ma non ha nessuna reale soluzione al problema palestinese, con il tempo che lavora a suo sfavore.

Gli israeliani hanno interrotto l’ammazzamento di massa a Gaza solo per motivi di politica estera, altrimenti avrebbero continuato buttando bombe al fosforo e sparando ad altezza d’uomo su scuole ed ambulanze (in special modo dell’Onu, e Croce Rossa, che gli stanno riccamente sulle palle) esattamente come, a parti invertite, avrebbero fatto i palestinesi, presi da un furioso odio etnico che peggiora proprio per la demografia israeliana.

Sharon accettò di dividere la terra con i palestinesi non perchè preso da un sentimento umanitario, ma per uno studio di un demografo dell’università di Tel Aviv che  pronosticava come, se così non fosse stato fatto, Israele avrebbe dovuto o rinunciare alla sua struttura democratica oppure avere gli ebrei in minoranza nel loro stesso paese.

Se non si porta Israele a cambiare totalmente strategia, e a prendere atto della realtà che sta all’interno dei suoi stessi confini, non gli si fa un buon favore, e anzi si mette l’esistenza dello stato israeliano a rischio, perchè i morti di oggi continueranno a sanguinare per molti anni, e ci vorrà molto tempo prima di arrivare ad una pace. Non sono oggi i migliori amici di Israele quelli che vedono l’ultimo e corrente conflitto come uno scontro tra Israele ed Hamas, e come tale giustificabile.

Ultima nota che volevo scrivere, apprezzo molto la posizione di D’Alema, che in politica interna  è inabile ma in politica estera adotta la linea andreottiana che è l’unica sensata per questo paese, a differenza degli esperimenti avventuristi che ha avuto Fini; e D’Alema che fa benissimo a ricordare come gli strenui difensori di Israele di oggi siano gli stessi ex-gasatori di ebrei di ieri, tutti presi a rifarsi una verginità diventando anche più realisti della realtà.

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Pubblicato il 18 gennaio 2009, in Fatti nostri con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. mi sei piaciuto.

  2. “Parallelamente e più a lungo termine, la ministro degli esteri, Livni, dice che il problema si risolve togliendo agli arabi israeliani il diritto di vito, dando loro uno status non di cittadini, bensì di residenti.”

    Sei tendenzioso: questa frase non c’è proprio nel pezzo che hai linkato. A meno che Livni non abbia telefonato a te personalmente per spiegari le sue “vere intenzioni”, nel qual caso mi scuso fin d’ora.

  3. E’ vero, nel pezzo da me citato si parla di deportazioni di massa (“transfers”).

    Quanto al tendenzioso, puoi leggere il reportage di Bernard Henry Levy sul Corriere di oggi, dove in un pezzo comunque per niente anti-israeliano racconta delle condizioni degli arabi israeliani, paria nella loro stessa patria.

  4. Sfrondando quello che scrivi secondo me cogli il problema principe di questa azione militare. l’assoluta mancanza di un progetto futuro e generale verso il quale tendere.
    non lo so, io la vedo molto brutta. possibile non ci fossero altre strade (magari più efficaci) per far fuori hamas? e possibile non si riesca a strutturare uno stato dei palestinesi con formule (perlomeno in grandi linee) demoratiche? ma soprattutto è possibile che l’unione europea non abbia una politica estera e non provveda sua sponte a stabilire come debbano andare le cose dall’altra sponda del mediterraneo?
    non mi esprimo su dalema, tanto come al solito dovremo aspettare la clinton. vedremo.

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