Una lastra di metallo. Fredda.

L’università mi ha comunicato che il mio rapporto economico con loro terminerà tra qualche mese. Non hanno intenzione di rinnovarmi alcun contratto e non gliene importa niente se in questi anni ho progettato e costruito una infrastruttura informatica che nel suo campo è la migliore d’Italia. Anzi, probabilmente, tutte queste capacità fanno sì che qualcuno si senta messo in ombra. Esempio sociologico di selezione alla rovescia, tipicamente universitario.

Questa notizia mi è arrivata poi nel momento meno opportuno, quando invece sembrava che tale rinnovo fosse possibile e io mi ero così brillantemente costruito tutto un piano economico che assumeva questa certezza. La mia reazione è stata all’inizio una reazione di disperazione.

Poi sì, mi ricordo comte tempo fa dissi durante la terapia: spero che non mi rinnovino alcun contratto, così sarò costretto a cambiare lavoro e fare qualcosa dove sia apprezzato. E manco è utile fare l’elenco dei motivi per cui quel lavoro non mi andava più bene. Solo che, evidentemente e per una certa forma di fanciullismo, speravo di essere io a tagliare il cordone ombelicale.

E’ vero come mi ha detto G. che la condizione migliore per costruirmi un nuovo progetto di vita e professionale sia quella per cui taglio i ponti con il passato, e mi libero da certi legami invischianti.

E che il mio santo eponimo non cominciò a fare qualcosa di serio finchè non cadde da cavallo, fino a quel momento era rimasto un oscuro funzionario dell’impero romano.

E ancora come dice Rilke, che tutti i draghi della nostra vita sono forse delle principesse che attendono di vederci belli e coraggiosi.

E forse che il mio inconscio mi ha guidato in questo processo, perchè se mai fossi voluto rimanere lì dove non invece  non rimarrò, magari avrei avuto altri comportamenti e non atteggiamenti spesso insofferenti delle loro lentezze ed incapacità.

Però quel sistema che ho costruito è mio, è una delle mie realizzazioni professionali, costruito con grande sforzo e lottando contro tutto, dalla burocrazia universitaria alla semplice coglionaggine umana, firmando collaudi senza averne la delega ma assumendomene la responsabilità, strillando ed urlando quando serviva farlo per mandare avanti il progetto, un progetto che oggi è l’ossatura che paga qualche decina di stipendi al mese erogando servizi informatici e fattura alcuni milioni l’anno; anche se penso che un giorno ne costruirò uno cento volte migliore, sento che mi stanno levando qualcosa. Sento che mi manca il riconoscimento. E che tutto questo accada per scontri a livello più alto in cui io sono una pedina mi dà ancora più fastidio, visto che il mio stipendio non è stato certo garantito da un accordo politico ma dalle mie capacità.

Mi ha molto colpito come in questi ultimi tempi ci sia stato tutto uno spendere soldi per dotare chi lavora con me di nuovi computer, mentre io continuavo a non avere, letteralmente, un mio computer. Perchè la mia sindrome dell’abbandono è stata ben nutrita da questo episodio e quando ho saputo che non mi avevano rinnovato il contratto la sensazione era quella di essere separato dagli altri e non incluso, e che ci fosse come una lastra di metallo o di vetro, fredda, che nemmeno puoi toccare perchè ti ustioni e che ti fa vedere gli altri da lontano, senza che tu ti ci possa avvicinare.

Questa mia sindrome dell’abbandono è la mia sindrome nevrotica più forte. E’ già un passo riuscire a vedere quando si scatena e quando mi fa letteralmente percepire la realtà con colori e sfumature diverse da quelle che sono, tanto da non vedere lì per lì come questo non rinnovo si porterà appresso la chiusura di tutte le pratiche universitarie, cosa che non potrà che farmi bene. Ma è una sindrome forte, che una volta mi avrebbe portato ad avere reazioni anche molto forti, come quelle che ha un bambino che viene abbandonato dalla madre e cerca di attirarne l’attenzione, e che oggi controllo ma non ho ancora sconfitto. Non ho ancora trovato il modo di rompere con un martello quella lastra di vetro che a volte mi separa dagli altri, e anzi e meglio di evitare di trovarmi in una situazione in cui questa lastra viene ad un certo punto eretta. Perchè come tutte le nevrosi è anche una coazione a ripetere. E’ una cosa che mi ha portato in passato a perdere delle potenziali amicizie e ad interrompere bruscamente delle conoscenze magari promettenti (o in modo duale: a frequentare persone che per la loro storia personale mi avrebbero portato sempre allo stesso capolinea).

Anche se mi dico questo, poi ovviamente mi rimane un senso di preoccupazione, perchè la crisi economica c’è tutta e quindi il futuro è più incerto, non riesco a pensare che tutto si risolverà solo perchè la mia psiche si sarà ristrutturata su una base nuova, anche perchè ci vuole tempo perchè questo accada. Ma del resto, non ho altre opzioni al momento, quindi non posso che buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ma a nessun uomo l’ignoto non mette paura.

Pubblicato il 21 gennaio 2009 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 8 commenti.

  1. Magari è la spinta che ti serviva per provare davvero a lanciarti a Londra. Non stare a preoccuparti troppo per la crisi, inizia a inondare la città ci curriculum e lettere di raccomandazione dall’Università (quella te le devono!) e troverai qualcosa di buono in un battibaleno!

  2. dai Paolo, anche se è vero che c’è la crisi non penso che uno con la tua capacità e la tua intraprendenza possa rimanere fermo. tieni duro e vedrai che si sblocca… OK, ma Londra poi?

  3. @Fabio: Londra tutto tace, e la cosa mi urta perchè non è mio desiderio andare a Londra per avere a che fare con una organizzazione del lavoro all’italiana, allora me ne sto qua che c’è il sole :) Poi in realtà è sempre una questione universitaria, e se questo nodo gordiano non lo taglio non ne vengo a capo
    @Falcon82: sai che all’idea della lettera non c’avevo pensato? Grazie :*

  4. Tanti auguri per questo momento particolare, allora ^^

  5. Un abbraccio. Vedrai che ne uscirà qualcosa di buono.

  6. una domanda…ma a te piace insegnare o lo fai solo come lavoro??

  7. @Sonia: all’università ho insegnato perchè mi piaceva, non certo perchè mi pagassero. Ma non posso certo continuare ad insegnare gratis, e all’università non gliene importa niente di perdere un bravo professore, problemi degli studenti al più.

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