Della minoranza

Di tutte le minoranze, la minoranza di chi sta male è quella più indifesa. La malattia toglie le forze per rappresentare i propri diritti, chiude gli spazi vitali e anche se è una minoranza di cui abbiamo fatto tutti parte e faremo parte quando affronteremo l’ultima malattia, è talmente unica e personale che non è quasi mai condivisibile. Possiamo immaginare il dolore di chi soffre, ma non è il nostro dolore. Possiamo avere empatia per il dolore dei suoi parenti, ma non è il nostro dolore.

Se c’è una cosa per cui la democrazia esiste è la tutela delle minoranze, visto che le maggioranze si tutelano ben da sè. E questa tutela nasce certo da un principio di maggioranza, ma non è il principio per cui la maggioranza ha ragione – come potrebbe averla, se non fa parte di quella minoranza ammalata e morente? – bensì l’idea che la tendenza degli esseri umani di preoccuparsi per i propri simili sia diffusa, e quindi gli esseri umani pur con tutte le loro limitazioni come individui e come membri della società abbiano costruito una struttura sociale in cui l’ammalato e i suoi più prossimi congiunti siano aiutati ed accolti.

La democrazia si misura su questo, su quanto essa sia in grado di aiutare anche l’ultimo dei suoi cittadini, anche quello che ormai da anni e da decenni vive distaccato da tutto e da tutti.

La morte e il dolore ci riguardano, sempre e tutti, non sono vicende eliminabili dalla nostra vita. Non ho mai scritto nulla sul caso Englaro, perchè ho sempre vissuto questa vicenda come un dramma, che mi sconvolgeva e mi sconvolge nel profondo. Perchè gli atti di questa maggioranza li ho sentiti come una forma di violenza e uno stupro, e io mi sono sentito stuprato dal mio governo, che non ho eletto ma che dovrebbe comunque pensare anche a me. E mi svegliavo la mattina temendo il peggio e la prossima sortita, come in uno stupro di gruppo.

Il dolore di due genitori che hanno perso una figlia, che hanno passato gli ultimi decenni ad assisterla e che si sono ammalati nel vederla malata. Il senso di colpa del padre, che sempre si chiederà se ha fatto bene a fare quello che ha fatto, perchè anche se quella era la volontà della figlia, ci sarà sempre la domanda sul che cosa sarebbe altrimenti potuto succedere; per quanto sia una possibilità del tutto esclusa dalla medicina, il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce. Cose di cui è meglio non parlare, lasciando che sia la ferocia della folla a difendersi dal diverso.

Un padre che è una persona perbene, un eroe borghese che non ha scelto una soluzione di comodo e alla chetichella, come ogni giorno capita in ogni reparto di rianimazione ed hospice, ma ha chiesto il conforto dello Stato, quello con la maiuscola, perchè quel calice gli fosse allontanato. Perchè quella minoranza di una famiglia distrutta dalla malattia della figlia, venisse accolta nella maggioranza di noi vivi e in buona salute.

Non l’abbiamo fatto. In diciassette anni abbiamo discusso del ribaltone del ’94, del governo dei tecnici, dell’Ulivo, dell’Euro, dell’Undici Settembre, della seconda guerra del Golfo, di George Bush e di Obama, del governo Prodi, e così via così via, ma non abbiamo mai preso questa persona e detto che l’avremmo aiutata. Ricordo anni fa, anni fa, anni fa e che Dio ci perdoni se parliamo di anni fa, in una trasmissione televisiva quando un esponente politico disse che certo, il caso Englaro imponeva di trovare una soluzione, era un caso che riguardava tutti.

Sarebbe troppo facile, per chi ha sempre pensato che il diritto della Englaro a non vivere una vita che non era vita fosse soggettivo, innegabile e solo necessitevole di attuazione, riconoscersi nella sentenza della magistratura e puntare il dito contro quelli che hanno chiamato il padre boia, i medici assassini e hanno scritto di scelte necrofile, invocando il perdono divino. Formule di grande nettezza, che il giornale dei vescovi si dimentica di usare quando deve parlare dei preti pedofili, dei vescovi che prestano i soldi a strozzo e così via.

Io non credo che noi dobbiamo abbracciare quelli che ci dicono assassini, perchè anche se possiamo capire che dietro quelle urla c’è la disperazione e il terrore di chi teme di doversi un giorno trovare nella stessa situazione, non siamo tenuti a porgere l’altra guancia. Non dobbiamo accettare di sentir parlare di cultura della morte di cui noi saremmo gli alfieri, di necrofilia ed assassinio di stato (ora con la minuscola) perchè questi argomenti non hanno dignità sociale, giuridica e politica. Certo, un conto è la folla e i suoi umori (e basterebbe leggere uno scrittore come Manzoni per avere le idee un po’ chiare al riguardo, l’angustia culturale di certi cattolici che inneggiano alla folla è assoluta, è almeno dal Crucifige! che le folle non hanno il dono della verità) e un conto è chi esercita una guida, morale o politica, che dovrebbe avere più capacità di controllarsi, invece di essere il primo a dare in escandescenze.

Credo però in una cosa. Nel senso e nel significato della testimonianza. Beppino Englaro, a parte il fatto che dovrebbe domani essere eletto Presidente della Repubblica per acclamazione, perchè nessuno e dico nessuno in Italia crede allo Stato come ci crede lui, non ha mai rincorso la facile polemica, lo scontro diretto, ma ha parlato sempre di diritti. Testardamente convinto che nella Costituzione ci fosse lo spazio per quei diritti a cui nemmeno i padri costituenti avevano pensato, e tanto che ha suscitato le scomposte e dissennate reazioni di chi quella Costituzione e i diritti che garantisce non ama.

La testimonianza riguarda noi come gay, anche noi parte di una minoranza. Meno minoritaria, non c’è nessun parallelo da fare, ma sempre con dei diritti strutturalmente negati, perchè come dice una ministro del governo, siamo parti di coppie costituzionalmente sterili (quando fa comodo certe fonti del diritto si citano anche se a sproposito).

La nostra battaglia non può che essere una battaglia dei diritti, e una battaglia legale. Senza eccessi, senza aggressioni, ma con la tenacia e la durezza di cui avremo bisogno. Non è andando in piazza ad urlare che il papa è una merda che avremo qualcosa, a parte qualche applauso che sarà poi cancellato, dopo un po’ di biglietti venduti per la manifestazione gay che organizzeremo con il comune guidato da un sindaco che non era con noi in quella piazza e che non ci voleva essere. Non sarà fischiando l’inno d’Italia e contestandolo come un fatto reazionario che avremo mai ragione. Perchè l’Inno d’Italia è quello di un Paese che ha una Costituzione (tutto maiuscolo) che riconosce dei diritti a cui nessun reazionario penserebbe mai. E perchè queste manifestazioni saranno forse di forte impatto, ma non lasceranno traccia, perchè anzi figlie di una debolezza che si fa rabbia ma non proposta. Non dico di essere la goccia che scava la pietra, ma non è lo sberleffo che cambia la radice delle cose.

Sarebbe molto bello se il prossimo Pride fosse in silenzio, per ricordare quella minoranza che ieri ha lasciato questo mondo. Per dire che quella minoranza è sorella di altre minoranze, e che nessuna battaglia per quanto difficile e lunga è destinata ad essere persa. E che noi lo sappiamo, e non abbiamo paura di combattere.

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Pubblicato il 10 febbraio 2009 su Fatti nostri. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

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