Della parola

Ieri sono andato a vedere Milk (Se non l’avete fatto, fatelo. Ma proprio e sul serio)

In una scena del film, Harvey Milk risponde ad una domanda di un altro consigliere comunale, che gli chiede quale sia il suo obiettivo, tanto gli pare machiavellico nel suo agire. Milk risponde (cito a memoria): “Delle quattro relazioni importanti che ho avuto nella mia vita, tre hanno tentato il suicidio. Perchè li nascondevo, e mi vergognavo di loro. Io non ho un obiettivo, io qui combatto per la mia vita”.

Per la mia vita. Ho continuato a pensare al caso Englaro, e questa frase di Milk è proprio lì che mi porta.

Eluana Englaro non ha perso la facoltà di parola a seguito dell’incidente e della malattia, perchè prima che la perdesse aveva espresso chiaramente e senza dubbio le sue volontà. La parola l’ha persa quando gliela hanno tolta, e questo quando qualcuno si è investito dell’autorità di decidere per lei quello che aveva detto, se l’aveva detto, e cosa voleva significare quello che aveva detto, e se era accettabile che l’avesse detto.

Non le volevano riconoscere la libertà di parola, il diritto di comunicare al mondo per cambiarlo. Le volevano riconoscere la libertà di chiacchiera. Decideremo noi per te, tanto non potrai mai contestarci.

E anche per noi gay è così. Perchè possiamo dire, ripetere giurare ed urlare che vogliamo una famiglia, che vogliamo dei diritti e dei doveri reciproci ed opponibili a terzi, ma qualcuno ci dirà che no, in realtà non vogliamo questo, in realtà vogliamo un contratto stipulato dal notaio o anche una scrittura privata, perche non è il matrimonio quello che cerchiamo, lo sanno loro come stanno le cose. Ci concedono buonagrazia la facoltà di chiacchiera, purchè non diventi mai parola, perchè altrimenti stiamo superando il limite: a casa nostra possiamo fare quello che vogliamo, purchè e finchè non sentano le nostre parole, quelle devono rimanere confinate per non turbare le coscienze e non contaminare i fanciulli.

Credo che stia qui il forte senso di identificazione che io ho avuto con la vicenda di Eluana Englaro. Per questo penso che il prossimo Pride dovrebbe sfilare in silenzio. Non perchè non abbiamo niente da dire, ma proprio perchè abbiamo tutto da dire.

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Pubblicato il 11 febbraio 2009 su Fatti nostri. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. in silenzio dici? e magari anche in giacca e cravatta? levami una curiosità, hai visto “Stonewall” (il film)?

  2. @Fabio: no, e conto di vederlo. Non capisco la questione della giacca e cravatta, quello di cui parlo non è un comportamento formale, è un comportamento sostanziale.

  3. Paolo, il tuo sostanziale è – a mio parere – improduttivo perché verrebbe ricomposto all’interno di logiche “perbeniste” molto diffuse all’interno della comunità… non dimenticare che siamo un meltin’pot di sentire diversi e l’unico modo per unirci è lasciarci liberi di essere come siamo…
    in quanto alle parole di Milk, che anche io apprezzo se riferite a quei tempi, facci caso ma son le stesse che da 15 anni a questa parte si sentono dire anche qui da noi, e non è che abbiano portato poi tutti questi benefici… secondo me quella strategia è vecchia e sarebbe ora di inventarsi qualcosa di nuovo…
    F.

  4. Io non credo che una folla che marci silenziosa possa essere apprezzata dai perbenisti: pensa allo scandalo che destò negli anni ’70 quando i Radicali si presentarono alla Tribuna Politica imbavagliati.

    Possiamo anche essere un miscuglio di provenienze diverse, ma se non c’è un obiettivo comune allora questo miscuglio diventa un pantano, e certo capisco che l’obiettivo è raggiungibile con una leadership forte e chiara, non con le mezze calzette – ad essere buoni – di oggi.

    Non capisco poi quali siano le parole di Milk ripetute da 15 anni a questa parte, a me pare che stiamo in Italia esattamente all’anno zero, perchè qualsiasi tentativo di dar vita ad una manifestazione nazionale politica si scontra con il siamo qui per divertirci, ognuno fa come gli va, siamo allegri. Ok, continuiamo ad esserlo, ma il Pride non sarà mai manco un po’ incisivo, tanto che quest’anno si fa a Genova, una città di secondo piano per una manifestazione di secondo piano.

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