La mostra su Darwin a Roma

Come aveva scritto sul blog, il signor SacherFire è venuto ieri a Roma per vedere la mostra su Darwin. Siamo così andati insieme al signor Borgognoni e al signor Portmeirion. Dico che cotanta concentrazione di blogger non è cosa usuale e avrebbe dovuto essere congruente all’altissimo valore della mostra.

Invece, la mostra non ci è piaciuta tanto, parlando in termini generali e per quello che ci siamo detti all’uscita, poi io dico il mio punto di vista qui a seguire.

A me non è piaciuta, intanto, perchè non c’erano chissà quanti reperti da vedere, i più notabili erano i taccuini di Darwin (e sospetto che alcuni fossero delle copie anastatiche). C’era comunque anche il taccuino in cui Darwin abbozzò per la prima volta la sua teoria sull’evoluzione, e sicuramente vederlo dal vivo non fa lo stesso effetto che  tramite uno schermo. La folla presente era attratta in particolare dall’armadillo, dall’iguana e altre bestioline varie e viventi poste  sotto teca: io ho tanto avuto la sensazione che ci fossero questi animali sopratutto perchè il Bioparco a Roma li aveva disponibili.

Ma la cosa che di gran lunga non ho apprezzato della mostra è il fatto che sia una mostra intrisa di darwinismo, e non di evoluzionismo. Parlare di Darwin e non parlare di tutto quello che è venuto dopo nel campo della biologia e della genetica, partendo da Mendel che non è mai stato citato, per arrivare a Watson e Crick anch’essi dispersi, è fare un grande torto alla scienza e al genio di Darwin, che dai “fenotipi” costruì una teoria che oggi sappiamo essere supportata dai “genotipi” (altri due termini del tutto assenti nella mostra). Anche la tettonica a zolle avrebbe qualche cosa a che fare con la storia dell’evoluzione sulla Terra, e tutte queste cose rappresentano bene sia la grandezza del mancato curato di campagna inglese sia come la scienza sia un tutto che si tiene.

Infine, sarebbe stato stimolante che si spiegasse come i modelli di evoluzione naturale pensati da Darwin e completati dai successori vengono oggi usati in un campo assai diverso quale l’informatica (o la ricerca operativa o l’intelligenza artificiale, fate voi) con gli algoritmi genetici, una cosa che sanno sono gli specialisti di questi settori e che spesso porta a grandi fraintendimenti (tipo i giornali italiani che pensano che nei computer di oggi qualcuno voglia mettere del DNA: è vero che si pensa ad usare delle proteine per memorizzare dati, ma è una cosa diversa e del tutto priva di implicazioni etiche. Tralasciando altre cose come le reti neurali, che una volta ho visto rappresentate come della materia cerebrale su un chip in silicio. Voglio dire, lo spazio per la divulgazione ci sarebbe, e questa mostra è un’occasione mancata).

Per il resto la mostra è la tipica mostra italiana (e non è un complimento manco questo) in cui il visitatore deve essere edotto e formato secondo il modo in cui il curatore ha deciso, quindi con un flusso di informazioni e un percorso di lettura del tutto mono-direzionale. L’unica componente interattiva della mostra era una console dotata di manopola che, ruotata, faceva scorrere la barra del tempo e mostrava il susseguirsi delle varie specie di Homo sul pianeta e le loro aree di diffusione. Perchè e percome questo fosse avvenuto, tuttavia, rimaneva un mistero che la console non spiegava.

La presenza del signor SacherFire è stata così oltre che piacevole come sempre, utile anche in senso scientifico, alla fine mi ha spiegato (con santa pazienza, eh) che i bivalvi e i brachiopodi sono due cose ben distinte, anche se la forma esterna è molto simile. Ora non so se andare da Zi’ Checco e chiedere una pasta con i bivalvi, certo è invece che ho proprio dei buchi nella mia formazione scientifica, a me sempre cozze sembrano :)

In conclusione: mostra da vedere se non si hanno grandi pretese, e 12.50 euro sono comunque troppi per quanto c’era da vedere. Il negozio di souvenir riesce a segnare un nuovo punto di basso in quello che vende.

E’ vero che con il biglietto è possibile vedere tutte le mostre del Palazzo Delle Esposizioni ma quella sugli etruschi è, a parere unanime di quelli che l’hanno vista e hanno fatto studi nel settore, una palla micidiale, inutilmente colta e con reperti modesti; quella delle foto del National Geographic è guardabile ma gratuita quindi direi che non entra nel costo del biglietto; mentre io ho visto la mostra su Praga dal 1968 al 1969, e l’ho trovata a tratti fredda e lunare.

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Pubblicato il 1 marzo 2009, in Fatti nostri con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Non fatevi mai spiegare gli algoritmi genetici, ve lo consiglio. Anzi, a me la spiegazione è stata data senza che avessi fatto nulla di speciale ;-)
    Comunque i brachiopodi (anzi, phylum Brachiopoda) e i bivalvi (anzi, classe Bivalvia del phylum Mollusca) sono simili tra loro quanto i vertebrati lo sono con le stelle marine. Ma te pensi con la pancia, e te magnereste tutto, gusci compresi ;-)

  2. marcoboccaccio

    ho visto la mostra sugli etruschi il giorno dell’apertura (ero andato per vedre bill viola, ma dato che l’ingresso era cumulativo…). e mi sono chiesto: a che serve ‘sta roba? non era né didattica né una mostra d’arte, solo una cosa un po’ didascalica tanto per far sapere che gli etruschi sono esistiti. ma per quello è sufficiente andare a villa giulia, e anzi vedi pure opere d’arte vere. il problema di queste mostre è che non sono né carne né pesce, né tantomeno brachiopodi o bivalvi. servono a far girare un po’ di q

  3. marcoboccaccio

    (mi è scappato l’invio…) di quattrini, e non ci sarebbe nulla di male; il guaio è che si potrebbero ottenere con gli stessi soldi risultati migliori, magari organizzando le cose un po’ meglio, o almeno farne occasioni didattiche. perché a fare le cose bene o a farle male ci vuole lo stesso tempo: il risultato dipende da chi le fa.

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