Piazze

L’appuntamento è in una piazza della zona nord-ovest di Roma. Lì vicino, ho lavorato fino al Dicembre del 2005. Il fast food che è rimasto tale e quale, compreso l’addetto alla sicurezza (perchè gli addetti alla sicurezza dei fast food sono tutti di colore?). La fermata dell’autobus, con lo stesso cinese anche carino che aspetta l’autobus. Il semaforo che ti fa fare un giro lungo se vuoi attraversare la piazza e diventa rosso quando sei a metà. Il palazzo della ditta, che è oggi in grandi difficoltà economiche ed infatti è in vendita. So che hanno chiamato gli ultimi rimasti, eravamo duecentocinquanta all’epoca, e gli hanno detto di sentirsi liberi, sono finiti i soldi. Almeno ho avuto il fiuto di andarmene molto per tempo. Poi c’è l’agenzia immobiliare, con l’insegna su strada. La palestra, che io vedevo da fuori e mi dicevo e ridicevo che potevo forse entrare. Lui va in quella palestra, oltre che in piscina, oltre che a fare boxe, e addosso tutto questo impegno fisico gli si vede, eccome. Vicino c’è una villa, mi ricordo che andavo lì durante la pausa pranzo, c’era un supermercato in cui mi facevo fare il panino con la ventricina, erano tempi in cui di quello che mangiassi e il perchè non mi preoccupavo molto, non contavo certo le proteine o il profilo amminoacidico, la palestra è per i fissati. Venivo con i mezzi pubblici, quasi due ore ad andare e quasi due ore a tornare, ma ero almeno all’inizio contento di farlo e di lavorare in una azienda, era il 2003, mi ero laureato da qualche mese e l’idea della carriera universitaria già non mi appassionava più. Li ho tenuto un corso di formazione lunghissimo, durato mesi, qualcuno di quelli che c’erano è diventato mio amico.

Con lui e di lui, non ho pensato che ci saremmo mai conosciuti, dopo mesi di tentativi di accalappiamento senza molto esito, e certo che se è carino è dire poco che è carino. Ma quanto carino, è anche tanto ferito, la prima volta che ci siamo sentiti al telefono era tutto un sospetto, non che non gliene avessi dato qualche motivo, ma avevo pensato che non sarebbe andato oltre la telefonata, e pensavo che sarebbe andata bene così. Invece eccomi qui, cinquanta chilometri da casa o giù di lì, ad aspettarlo e a scoprirlo arrivare.

Quasi una visione, certamente un ragazzo che non è bello solo perchè fotogenico. Ma questa sua bellezza ogni tanto si offusca, perchè le sue ferite gli tornano alla mente, e in certi momenti si fa più attento e guardingo. Dopo aver cercato un pub nei dintorni, ci arrendiamo e andiamo al fast food della piazza. Il contrasto tra quella piazza, quasi rimasta uguale a se stessa, e io che sto lì, e non sono così tanto rimasto uguale a me stesso, mi pare il tema della mia serata.

Poi ci rimettiamo in macchina, ho tutta la sufficiente esperienza per sapere che stiamo per andare in un posto un po’ appartato, ma penso che potremmo anche solo parlare. Invece mi bacia. Lui a me dico. E’ un bacio che comincia con il solo contatto delle labbra, come un primo tentativo. E sono quasi imbarazzato, quasi bloccato. Non so se chiudere gli occhi o tenerli aperti, perchè un po’ non mi pare vero, un po’ non vedo perchè non dovrebbe essere vero. Mi abbraccia e lo abbraccio, ci stringiamo forte.

Mi mette una mano sui pantaloni. Promettimi, gli dico, che questa non sarà l’unica volta. Non te lo posso promettere. Allora fermati.

Rimane interdetto e poi arretra, ma rimaniamo abbracciati e a parlare. Andrà a Londra tra un po’, gli racconto di cosa ho visto che mi è piaciuto. Mi abbraccia di nuovo, mi bacia, nuovamente gli chiedo una promessa che non sente di darmi, e gli dico di fermarsi. Se l’avessimo fatto un’altra volta, sarebbero state tre, che come numero simbolico ci stava tutto.

In tante sue movenze, anche nel fisico, mi ricorda un po’ G., il designer di moda di tanto tempo fa. Ma non avrei detto al designer di fermarsi, anzi. Anche lui mi sembra una persona ferita, non credo che cerchi sesso facile, credo che cerchi facili e poco durature consolazioni. Preferisco baciarlo, abbracciarlo, scarmigliargli i capelli e sentire il suo calore umano.

Torniamo alla piazza, ci salutiamo, è molto più bello tornare a casa con il sapore dei suoi baci che non pensando al sesso fatto e ripeterselo e raccontarselo perchè ci sarebbe solo quello da dire, fine dei giochi. Mi sa che lo invito a teatro, c’è uno spettacolo che credo potrebbe piacergli.

La piazza è sempre la stessa, le persone che ci passano attraverso no.

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Pubblicato il 7 marzo 2009 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Che bello…
    il post intendo. Sembrava di vivere le sensazioni di quel primo incontro, la paura di rimanerci feriti, la voglia di costruire qualcosa. Davvero, è l’unica cosa che il mio cervello ha elaborato: Che bello!

    Ti faccio tanti auguri! ‘che di storie così ce ne vogliono, soprattutto… fra di noi.
    D

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