Praticamente, io faccio il counselor, non l’ingegnere

Più passa il tempo e più faccio non l’ingegnere, ma il counselor per ingegneri.

Del tipo, c’è una riunione per un progetto che sta precipitando (se si dice “decollare” quando le cose partono, credo si possa dire “precipitare” per lo stato di quell’obbrobbrio) e io dedico la riunione non a parlare di cose tecniche, ma a condurre una seduta di terapia di gruppo, del tipo: il progetto fa schifo, ma schifo schifo, ma lo schifo dello schifo, ma voi siete belli, voi valete, purchè sia chiaro che il progetto fa schifo. Emergono le loro personalità: c’è quello che è contento di aver trovato uno che ci capisce, quello che è l’esperto e che si sente minacciato e vuole continuare ad avere il suo ruolo, quello che ci mette i soldi e cerca di rendersi utile, quello che si fida. E io li lascio fare, faccio emergere i loro lati inconsci e li amalgamo. Che mi sono messo a parlare di protocolli di trasporto dati? Superficialmente sì, ma in profondità non serve, quella è solo la premessa da conoscere per poter parlare con loro dei loro problemi relazionali. Poi li saluto (la seduta era durata oltre due ore, e io avevo un impegno) e quello che ci mette i soldi mi richiama due ore dopo chiedendomi se ero interessato o meno, se me ne volevo andare, perchè gli sarebbe spiaciuto che non fossi della partita: il paziente, dopo che si è confidato con il dottore, ha paura di essere abbandonato.

Del tipo, mi chiama una persona che sta seguendo un corso professionale che sto tenendo. Nella telefonata mi chiede: domani c’è lezione? E ogni giovedì c’è lezione. Ma domani cominciate il nuovo argomento? E’ deciso da Gennaio che cominciamo il nuovo argomento. E siccome l’argomento mi interessa devo essere presente? Beh, io di mio lo conosco, fai tu. Naturalmente non gli ho detto così, ma mi sono occupato della sua ansia di essere giudicato e della paura di essere escluso.

Del tipo, che ho consegnato la mia tesi di dottorato, ora il mio professore dovrà leggersela, così sa di cosa si tratta, e rivederla (come no, pare che la cosa che più lo preoccupi sia il titolo). Io sono tranquillo e soddisfatto, lui ieri mi ha chiamato in preda ad un attacco di panico, perchè uno gli aveva detto che uno gli aveva detto che uno aveva capito che un altro aveva messo una certa scadenza, e lui temeva non per me (gliene fregasse cazzi) ma per la figura che poteva fare. Appunto, gestiamo l’attacco di panico del paziente.

Tralascio la riunione degli ex studenti di ingegneria, perchè dovrei dire troppe cose troppo cattive. Certo che però noi ingegneri siamo un branco di piagnoni rompipalle, ci crediamo chissà chi e siamo solo capaci di piangere perchè il mondo non capisce la nostra bellezza e non si masturba quando parliamo. Io più  li sentivo parlare e più mi dicevo che no, io da grande non farò l’ingegnere, perchè sono troppo più sano, per quanto non del tutto.

Comincio veramente a pensare a fare un’attività di counseling, più vado avanti nel mio percorso psicoterapeutico più mi rendo conto che c’è tanta gente che sta male, e non poca gente e non poco male. E’ inutile occuparsi di informatica se prima non salviamo l’uomo.

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Pubblicato il 27 marzo 2009 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 5 commenti.

  1. bellissimo. ma non vale solo per gli ingegneri, credi a me: qua nessuno più si preoccupa del risultato (in senso tecnico) ma della figura che ci può fare. e, detto di sfuggita, anche di quanti soldi gli porta. ingegneri o architetti o avvocati che siano.

    • No Marco, scusami ma il punto non è proprio, per niente, l’aspetto tecnico. E’ l’aspetto relazionale, che è grandemente sconfortante.

      • ma l’aspetto tecnico è diventata spesso (almeno nella mia esperienza di collega di architetti venditori di fumo) la cosa meno importante nel lavoro: è molto più ricercata la possibilità di dar fastidio a qualcuno che di far accadere qualcosa di buono. e anche questo è sconfortante.

  2. Benvenuto nel mondo lavorativo (?) extra universitario
    ;-)

    • Io nel mondo lavorativo c’ero da un pezzo, ma solo negli ultimi tempi un certo tipo di sensibilità si è affinata, e non certo per il normale passare dell’esperienza.

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