Valencia

Ci ho messo un po’ a capire Valencia e i suoi abitanti, e prima di arrivarci sono dovuto passare per uno scazzo, dovuto al fatto che avevo perso l’autobus per la loro disorganizzazione. Anche alcuni dei loro comportamenti mi avevano lasciato perplesso. Per esempio, sono al museo della scienza Principe Felipe (ne parlerò dopo) e vedo una pedana su cui, saltando, puoi misurare la forza della tua spinta; così lo provo tanto per perdere tempo. Mi si avvicina una signora che insieme alla sua amica mi chiede, in spagnolo, se ho bisogno di aiuto. Io dico loro che parlo inglese. La reazione usuale di uno spagnolo a questa comunicazione è una faccia che esprime scoramento (diciamo che sono molto poco portati per la lingua di Shakespeare: l’inglese migliore l’ho sentito da una italiana che faceva campagna per una ong, e quando l’ho sentita parlare le ho detto che parlava molto bene l’inglese, era per caso spagnola? Appunto no, non lo era). Però le due signore non si sono scoraggiate, mi hanno quindi riaccompagnato alla pedana e a gesti, indicando lo schermo, mi hanno spiegato quello che sapevo già. Pareva scortese ringraziare e andarsene, per cui ho ripetuto l’interessante esperimento. Oppure al ristorante, quando mi chiedono se voglio il menù in inglese o in spagnolo, lo voglio in inglese, scusa ma in inglese non ce l’abbiamo.

Ho poi capito perchè, dopo lo scazzo. I valenciani non ti chiedono qualcosa perchè vogliono darti una risposta, ma perchè amano parlare. Il piacere della conversazione e dei rapporti umani è tale che le indicazioni della metropolitana sono essenziali, perchè si intende che a te piacerà l’idea di chiedere a qualcuno. Di informazioni scritte ce ne sono poche, e quando ci sono sono magari non accurate, si intende che sono un di più fatto quasi per bellezza.

Valencia è una città in cui le indicazioni sono in due “lingue”, il valenciano e lo spagnolo. A me pare che il valenciano stia allo spagnolo quanto il barese all’italiano, non capisco perchè ci si debba privare di parlare di una lingua così bella per insistere nel considerare lingua quello che è solo un dialetto: è meglio dire “usted esta aqui” oppure “(circa) vos sta qui” ? Questa fissazione diventa fastidiosa quando in un museo trovi un ampio testo in valenciano, poi un testo quasi uguale in spagnolo e infine, se tutto va bene, un testo assai più ridotto in inglese. Peggio per i nomi delle strade, per cui quando sono arrivato c’era un intero lato di cartelli su strada che diceva “Passeig de l’Alberada”, e io non capivo come mai non ci fosse “Paseo de l’Alameda”. C’era, sull’altro lato di ogni cartello. Inoltre c’erano delle combinazioni ulteriori, tra abbreviazioni e contrazioni.

A Valencia non ho mangiato molto bene, e in generale l’impressione che ho avuto è quella di una città che stia perseguendo una certa tendenza alla riminizzazione, con un piccolo centro storico curato e il resto molto in stile palazzoni sul mare. E’ una città di recente ricchezza, grazie alla fertile pianura che la circonda, ma in epoca più antica se la passava assai meno bene, per cui la cattedrale non ha la magnificenza di quella di Siviglia. In compenso c’è un enorme reliquiario in oro, dicono loro il più grande del secolo scorso, donato dai cittadini come riparazione per le atrocità commesse contro la Chiesa ai tempi della guerra civile.

I valenciani amano molto l’esercizio fisico. La città è attraversata dal vecchio letto del fiume Turia, che è stato brillantemente trasformato in un enorme splendido parco, dove ci sono dei giochi d’acqua (una cosa che non vedresti in molti altri punti del sud della Spagna) dei campi da gioco e più piste per correre a piedi o in bicicletta. A tutte le ore del giorno e della sera, trovi moltissimi che corrono, di tutte le età, forme fisiche e ambizioni ginniche. In proporzione, alla popolazione, ci sono ben più corridori qui di quelli che puoi vedere in un posto più celebrato (e secondo me meno bello) quale Central Park a New York. Quando non corrono, passeggiano, vanno in bicicletta, ballano, sono su pattini, oppure si arrampicano sui muri.

Difficile a credersi, ma nei giorni in cui sono stato lì non ho mai assaggiato la tradizionale paella valenciana, ma solo la versione con i frutti di mare (marisco). Ho gradito la bevanda di mandorle, l’horchata, che tuttavia non regge il confronto con la soumada di Nissiros.

La Città delle Scienze di Valencia è di una bellezza che toglie il fiato. Il palazzo della musica Regina Sofia è forse la cosa più bella, sembra una enorme astronave appena atterrata la cui superficie si sta aprendo. Quanto ad attrazioni, il museo della Scienza Principe Felipe è piuttosto mediocre, e la visita allo stesso si giustifica solo la possibilità di comprare un biglietto per tutte le attrazioni della Città della Scienza, passandovi un po’ di tempo in attesa di andare a vedere l’Imax nell’Hemisferic.

L’acquario (l’oceanografico) è strepitoso,  e comunque richiede più di mezza giornata per essere visitato. Informandosi per tempo si può assistere allo spettacolo con i delfini (e uno degli istruttori è di un bono esagerato: voglio dire, mastica dei delfini, e perdonate l’apocope) o a quando i beluga vengono nutriti, ma è anche molto bello girare nelle vasche che riproducono i vari ambienti marini del mondo e osservare le varie specie. “Nelle” perchè ci sono almeno due tunnel lunqhi qualche decina di metri che scorrono dentro dei giganteschi acquari.

Della vita gay direi che gli spagnoli, oltrechè sul bono, sono pure sull’impunito, quindi non è inusuale venire salutati per strada, e sarò io che credo molto all’amicizia tra i popoli ma quando certi esemplari di moro mediterraneo dicono hola, ecco io mi sento in dovere di rispondere per evitare qualsiasi incidente diplomatico e fare quanto in mio potere per rinnovare i tradizionali e fruttiferi legami tra Italia e Spagna.

Se volete visitare solo le cose più importanti (la Città delle Scienze e il centro storico) è sufficiente un fine settimana intenso, di più se poi volete spostarvi nell’entroterra o viceversa andare al mare.

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Pubblicato il 5 maggio 2009 su viaggi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. “Ho poi capito perchè, dopo lo scazzo. I valenciani non ti chiedono qualcosa perchè vogliono darti una risposta, ma perchè amano parlare. Il piacere della conversazione e dei rapporti umani è tale che…”

    e poi:

    “Della vita gay direi che gli spagnoli, oltrechè sul bono, sono pure sull’impunito, quindi non è inusuale venire salutati per strada…”

    Hai idea di quanto sia doloroso leggere di queste cose mentre si vive in un paese come la Germania, che riguardo ai rapporti umani é completamente sbagliato?
    Dico sul serio.

    • Ma tu perchè ti sei trasferito in Germania? Uno dei motivi per cui non mi ci trasferirei è anche la scarsa propensione dei tedeschi alla socialità.

      • Mi ci sono trasferito per la grande propensione dei tedeschi a creare posti di lavoro ;-)

        (ma comunque non escludo che mi lamenterei anche degli spagnoli, se andassi a vivere in Spagna)

  2. meno male che nessun valenciano deve aver letto che hai scritto che la loro lingua (che è poi catalano) è un dialetto! altro che propensione a comunicare, te ne direbbero di tutti i colori… :-) comunque sono d’accordo sul fatto che rinunciare al castigliano (che è pure una delle lingue più diffuse al mondo) è un po’ una follia; ma bisogna capire anche che per quarant’anni la loro lingue è stata proibita, e ne hanno quindi fatto un punto di identità anche politica. e che poi le lingue minoritarie hanno anch’esse i loro diritti: salvi poi i diritti dei turisti. (ma a me – che conosco bene il castigliano – sembra comunque sempre buffo che gli italiani parlino inglese con gli spagnoli…)

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