Costruiamo dei grattacieli

Uno dei tipici giri da turista a New York è quello che va dall’estremità sud di Manhattan prima alla Statua della Libertà, che sta su Liberty Island, e poi a Ellis Island, il luogo dove venivano portati quasi tutti gli immigranti che arrivavano per nave negli Stati Uniti d’America.

Quasi tutti, perchè i passeggeri di prima e di seconda classe sbrigavano le formalità sulla nave, mentre quelli di terza venivano sbarcati e arrivavano in una grande sala dove venivano chiamati uno alla volta. Ne arrivavano alcune migliaia al giorno, nel periodo che andò dalla fine dell’800 a poco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Venivano così esaminati, sia per vedere se avessero delle malattie (in particolare le autorità sanitarie americane temevano il tracoma) sia per sincerarsi delle loro condizioni mentali e che avessero una normale intelligenza (furono sviluppati dei test adatti anche a chi non sapeva leggere o parlare inglese) e che non fossero dei sovversivi.

Il viaggio dall’Europa durava un paio di settimane se non tre, e per i passeggeri di terza classe avveniva in condizioni igieniche penose, con un sovraffolamento delle camere in cui dormivano (camere ricavate dai vecchi depositi merci delle navi) e una alimentazione appena sufficiente a rimanere in vita. Dall’Italia partivano persone che il mare non l’avevano mai visto, che avevano investito tutti i loro risparmi nel viaggio e che non sapevano spesso manco una parola di inglese, angosciate alla sola idea di venire respinte.

Così, gli americani provvidero a fornire dei traduttori (Fiorello La Guardia fece per un lungo periodo questo mestiere), crearono dei menù particolari per chi aveva dei motivi religiosi per non poter mangiare tutto (in particolare gli ebrei osservanti che  volevano del cibo kosher spesso arrivavano a Ellis Island quasi moribondi dopo settimane d’inedia); c’era anche l’uomo del latte che il pomeriggio andava a dare una tazza di latte ai bambini.

In genere, tuttavia, le formalità di ingresso negli Stati Uniti duravano solo poche ore, poi c’era qualcuno per cui occorrevano alcuni giorni, e casi più rari di qualcuno che si fermò per settimane o mesi ad Ellis Island, come fu il caso di una ragazza proveniente dal Nord Italia e che si esprimeva in un dialetto che nessuno conosceva.

Il museo di Ellis Island è un museo apologetico, perchè anche se racconta degli sforzi enormi che il governo americano sostenne per accettare questa massa di profughi, non racconta poi degli episodi di razzismo che c’erano: il caso di Sacco e Vanzetti non viene mai citato.

Ma gli americani accettarono il novantotto per cento di coloro che arrivarono lì per cercar fortuna. A prescindere dalla lingua, dalle condizioni economiche, dal titolo di studio. E così facendo fecero grande la loro nazione, portando i più volenterosi a costruirsi un futuro migliore. I loro discendenti, insieme ai discendenti di quei Padri Pellegrini che arrivarono secoli prima nel Nuovo Mondo per sfuggire alle persecuzioni, e che passarono il primo inverno a spaccare il ghiaccio con i piedi, erano accomunati solo dalla volontà di sfuggire alla povertà, e per fare questo misero la libertà al centro del loro agire.

Certo, gli Stati Uniti sono divenuti ricchi anche grazie alla loro straordinaria ricchezza del proprio suolo e del sottosuolo, così come al fatto che firmarono centinaia di trattati di pace con i pellerossa che ignorarono sempre. Ma a New York non puoi non pensare che questa nazione di reietti ha costruito dei templi alla libertà e li ha chiamati grattacieli per celebrare il trionfo della libertà, e che proprio questi grattacieli siano stati il simbolo dell’attacco dell’Undici Settembre.

Ieri – parlando di questo nostro povero paese – tre barconi di immigranti provenienti dal Nord Africa sono stati riportati indietro, in Libia. Lì sono stati consegnati al governo libico, al cui capo giova ricordarlo siede un dittatore sanguinario che ammazza la gente come più gli aggrada.

La Convenzione di Ginevra, le leggi internazionali, il senso umano di pietà avrebbero richiesto che questi immigranti venissero esaminati uno per uno, perchè alcuni di essi sfuggivano alla guerra, alla povertà, alle persecuzioni su base religiosa, etnica o politica. Certo, si erano imbarcati in modo clandestino pagando degli sporchi trafficanti, ma quando la tua casa viene rasa al suolo dalla guerra è più possibile che pensi a scappare, piuttosto che a seguire le procedure per l’ingresso regolare in Italia, che tra l’altro prevedono che tu abbia già un lavoro quando arrivi.

Gli stessi militari che hanno dovuto far questo si sono sentiti in difficoltà, a prendere delle donne incinte e a reimbarcarle. E’ sufficiente che una donna dia alla luce un figlio in territorio americano, anche appena passata la frontiera, anche da un minuto, perchè quel bambino abbia la cittadinanza americana. In Italia non basta nascerci per essere italiano, e comunque per non sbagliare evitiamo anche che questo accada. Morisse per mare, quella puttana, con lo sporco figlio che si porta in grembo.

Di fronte a questo scempio, il ministro dell’Interno non ha rassegnato le dimissioni, firmandole con le mani macchiate del sangue di questi innocenti rispediti indietro, ma anzi si è detto orgoglioso di quanto fatto, come fa ogni bravo macellaio quando affetta un pezzo di carne.

Berlusconi, Maroni, Brunetta. Questo è un governo di nani. Poi ci sono i grattacieli americani. Quando capiterà di parlare della povertà di questo nostro paese, magari sarà utile ricordare cosa ha reso grande gli Stati Uniti, e chi, miserabile per il suo agire, ci ha reso miserabili a sua volta per non sentirsi da solo.

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Pubblicato il 9 maggio 2009, in Fatti nostri con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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