“Buena suerte”

A Valencia, una zingara che chiedeva la carità mi ha regalato un rametto di rosmarino, accompagnandolo con l’augurio di buona fortuna. Ho tenuto quel rametto nella tasca del giubbetto, l’ho portato con me nel viaggio successivo e al ritorno ho fatto un quadretto: il rametto e le foglie, che si erano staccate, sono state incollate ed incorniciate. Ci manca ancora qualcosa, ma è la cosa più artistica che abbia fatto negli ultimi venti anni.

Non sai mai cosa ti porterai indietro da un viaggio.

L’inizio di questo nuovo lavoro è stato a dir poco difficile. Pensavo di andare dall’altra parte di Roma (il che vuol dire che questo posto sta piuttosto lontano da casa) non c’è niente di serio dal punto di vista tecnico, e i primi due giorni i colleghi non si sono fatti mancare, tra di loro, battute pesanti e pesantissime.

Ho notato che il loro atteggiamento è comunque già cambiato, hanno ridotto dei nove decimi le volgarità più gratuite. E quando parlano con me lo fanno quasi si sentissero giudicati, io non faccio niente per spingerli a questo, però non è la prima volta che capita che qualcuno si senta intimidito da me.

All’inizio la mia reazione era tra mettermi a piangere, andarmene via o urlare, non era lì che volevo stare.

Ho chiuso gli occhi e ho richiamato alla mente delle immagini di questo ultimo viaggio, e le emozioni che mi ha dato. Ho pensato che io non ero in quel nuovo contesto lavorativo nudo e crudo, ma ero lì con la mia intelligenza, le mie emozioni, la mia sensibilità, i miei amici, i miei ricordi, la prospettiva della mia vita. Io ero lì con me, e anche se l’ambiente fosse stato bruttissimo, io non mi sarei abbruttito, perchè quello che è mio e che mi definisce non potrà portarmelo via nessuno.

Ho poi pensato, tutte queste sono riflessioni sviluppatesi lungo alcuni giorni, che tutti i cambiamenti importanti della nostra vita all’inizio possono scatenare una violenta reazione di rifiuto: “stavo meglio prima”. Così come che una persona intelligente dimostra di essere tale quando si trova ad operare in un nuovo, sconosciuto, contesto.

Così mi sono detto quali sono le cose importanti che faccio che danno sapore alla mia vita, e ho cominciato a pensare a come farle combaciare in questa nuova routine, che non deve diventare la solita routine.

Sto sperimentando i primi fine settimana in cui sei libero, ma libero libero, le pause pranzo in cui puoi fare due passi, il tempo in cui leggere un libro in metropolitana, l’organizzarsi il lavoro per farlo ma sfruttare i tempi morti per studiare cose nuove.

Al mercato lì vicino penso che comprerò delle fragoline di bosco per fare la torta di frutta. L’ho già fatta la settimana scorsa, sono riuscito a tagliarmi facendo la pasta briseé, ho pensato che uno può dimenticare i dettagli ma non la ricetta.

Mi fanno già i complimenti, sarà che quello che mi chiedono di fare per me è ben poco impegnativo, per cui riesco a farlo benissimo; magari è anche che la mia esperienza mi dice che è meglio perdere qualche minuto in più per essere rigorosi, piuttosto che mandare una mail con dei dati sbagliati, che poi richiede ulteriori mail di correzioni, aggiunte e chiarimenti.

Penso che il valore di questo lavoro non sia in altro che nella sua componente psicologica; nel darmi un tempo ed un orizzonte diverso, nel conoscere persone che hanno fatto scelte di vita radicalmente diverse dalle mie e sono quindi ben più eterogenei di quelli che trovavo in un ambito universitario; avendo così tempo per pensare a come risolvere la grana del dottorato (che pare risolubile, ora).

Ed una cosa è certa, tutte queste riflessioni e tutte queste riletture mi sono venute da me. Anche solo qualche mese fa, di fronte ad una situazione così ambivalente, avrei avuto assolutamente bisogno della mia terapeuta per riuscire a vederne gli aspetti positivi; questa volta invece c’è stato un momento difficile, ma l’elaborazione l’ho fatta tutta da me.

Ho acquisito uno strumento.

Lungo questa direzione dei miei pensieri, penso che una esperienza di lavoro all’estero sarà una tappa in più; che verrà al momento giusto; che ho ora del tempo per poter continuare questo lavoro su di me, che già ha dato dei frutti; che questo lavoro vada fatto perchè io non voglio andare via dall’Italia per sfuggire a qualcosa, ma per trovare meglio me: ci si trova anche, forse sopratutto, per contrasto e confronto con chi è diverso da noi.

Ho anche pensato che se fossi andato dove pensavo di andare, forse non avrei preso quella sberla che invece ci voleva, che doveva dirmi che il mio percorso è all’inizio e che non ci sono vittorie semplici.

Che lo scopo non è costruirsi un mondo più giusto, quello è facile, consolante e relativo; lo scopo è costruirsi un mondo giusto.

Quel rametto di rosmarino continua a dirmi buena suerte.

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Pubblicato il 15 maggio 2009 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. a me a cordoba una zingara, con la scusa del rosmarino, mi sfilò dal portafogli una banconota da mille pesetas. l’ho rincorsa ma sono stato circondato da altre zingare pettorute e minacciose, e ho dovuto desistere con la coda fra le gambe. ma non mi sono incazzato più di tanto, dopotutto erano pure simpatiche; e poi cordoba mi ripagò, si era a maggio, coi suoi patios floridos meravigliosi.

  2. Questo post è bellissimo.
    Sarà che sto attraversando un periodo così-così, che ho incredibili cali di autostima, di fiducia negli altri, poca o pochissima visione rosea del mio prossimo futuro e parecchia tristezza per una storia a cui tengo molto ma alla quale sembrano mancare le ali, fatto sta volevo ringraziarti.
    Hai scritto parole rare, parole dette da chi non si arrende.
    E mi hai trasmesso un po’ della tua forza.
    Anche se non ci conosciamo e sono passata di qui per puro caso, beh, grazie.
    Grazie =)

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