“L’ombra di Mao”

Federico Rampini si domanda all’inizio di questo suo ibro: perchè se esponessi un ritratto di Hitler nel mio ufficio verrei guardato malissimo, mentre se esponessi un ritratto di Mao sarei assai più tollerato?

Alla figura di Mao (più che alla sua persona) è dedicato L’ombra di Mao, che ho preso in edicola nella collana di Repubblica. Per figura intendo non tanto quello che di mostruoso e malvagio Mao fece durante la sua vita politica, ma cosa questo ha significato per la Cina, la sua società e la sua classe politica.

Spesso Rampini, per descrivere il rapporto che la Cina ha con il suo atroce recente passato, parla di una psicopatologia grave: una intera nazione che ha dimenticato, perchè costretta, i lutti infiniti causati dalle torture ispirate e approvate dal Grande Capo, dove ad ogni famiglia che ha almeno un parente vittima di sevizie, non fa da sfondo un contesto sociale dove poterne parlare. I cinesi non hanno “ucciso il padre”, in Cina non c’è stato un processo analogo a quello avvenuto per esempio in Russia, dove la destalinizzazione fu avviata pochi anni dopo la morte del dittatore. Questo per almeno due fattori:

  • la classe dirigente cinese è figlia diretta di Mao, che scelse come suo successore il “moderato” Deng (“moderato” perchè fu colui che ordinò la strage di piazza Tienanmen), seguito da Jiang e da Jintao;
  • la popolarità di Mao è dovuta anche al fatto che in parte gli è dovuto il merito di aver edificato una Cina libera dall’influenza delle potenze straniere: anche se il merito non fu affatto tutto il suo, e anche se i cinesi hanno avuto ben più morti con Mao e le sue sciagurate idee (dal Grande Balzo ai Cento Fiori alla Rivoluzione Culturale non c’è nulla che abbia fatto che non abbia causato morti a milioni) che non con i colonialisti, specie nelle campagne oggi ancora Mao viene visto come una figura mitica, di un tempo in cui c’era meno corruzione e gli squilibri tra le città della costa, tradizionalmente ricche ed aperte al mondo, e l’interno rurale ed arretrato erano meno forti: è il nazionalismo l’ideologia che oggi tiene unita la Cina, avendo sostituito il socialismo; per cui certo non ci si può rinunciare, visto che a quel punto le spinte centrifughe sarebbero ingestibili.

Così, nel quadro di Rampini, la Cina è un gigante sofferente, che cresce in modo tumultuoso ma che ha un preoccupante vuoto dentro di sè, e i giovani cinesi crescono allevati nel mito del chi più spende più è cittadino, perchè “non tutti si arricchiranno” e quindi saranno solo i più bravi ad andare avanti.

Quanto può reggere una nazione, anzi una civiltà come la Cina considera sè stessa, edificandosi su questo vuoto? Gli americani sono certamente ben più consumisti, ma hanno un sistema valoriale fortissimo e radicato in ognuno di loro, tanto che anche se ci hanno messo degli anni per elaborare il lutto dell’11 Settembre hanno poi superato lo shock in modo pacifico, scegliendo un leader come Obama che porta nella sua carne l’idea del cambiamento e del diritto alla felicità.

La Cina è lontana anni luce da questo, e ha anzi una storia di costanti rivoluzioni e scontri violenti (solo nel secolo scorso ci sono stati la rivolta dei Boxer, la nascita della Repubblica, l’invasione Giapponese, l’edificazione della Repubblica Socialista, la Rivoluzione Culturale e la rivolta di Piazza Tienanmen) che oggi hanno come valvola di sfogo il nazionalismo. Le opzioni della dirigenza cinese si vanno sempre più assottigliando, e certamente nella compiacenza occidentale verso Mao c’è anche il timore che la strada cinese segua un percorso imprevedibile e violento. C’è anche molta miopia, nel pensare che la Cina sia un’opportunità e non invece una pentola in ebollizione. Sicuramente la dirigenza cinese non è fatta di uomini banali, avendo anzi un grande senso della Storia (circa ogni mese, c’è una conferenza destinata ai massimi leader il cui tema invariabilmente è: come e perchè sono crollati i grandi imperi del passato) ma c’è il rischio che questo sia del tutto insufficiente, e altri strappi violenti siano prossimi. Di sicuro, non c’era nulla di cui stupirsi di fronte all’esplosione di violenza della minoranza uiguri pochi giorni prima del G8 dell’Aquila (cosa che anzi ha dato al presidente Jintao un’ottima scusa per andarsene ed ignorare l’accordo sul clima, che di suo è già aria fritta ma così è aria fritta in olio puzzolente).

Se questo libro ha un limite è che alcune vicende storiche sono poco discusse in dettaglio, ci vuole un po’ ad orientarsi tra gli avvenimenti (per esempio il processo alla Banda dei Quattro è raccontato molto sinteticamente); parimenti è plausibile che alcuni capitoli non siano opera di Rampini ma di qualche bravo autore (si nota un certo stile diverso, per esempio, nel capitolo sulla fascinazione degli intellettuali europei per Mao). Ma sono peccati veniali, che non gli tolgono di essere uno strumento per capire un po’ di più la Cina. Cosa che oggi serve a capire il mondo in cui viviamo.

Piccola nota: mentre leggevo questo libro in spiaggia, si è avvicinato un cinese, uno di quelli che fanno massaggi, che quando ha visto la copertina con un ritratto di Mao ha detto, anzi ha perlopiù mimato, che Mao non era per niente buono, anzi tagliava le mani ed uccideva le persone. Gli ho detto che lo sapevo, e devo dire che lo sapevo anche per questo libro.

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Pubblicato il 12 luglio 2009, in recensioni con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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