Non cadono inutilmente le foglie di Lorien

Il contratto di lavoro che ho è iniziato a Maggio e finisce con Dicembre di quest’anno. Per conto di una società (che lavora per una società che lavora per una società ecc…) ho lavorato in un organo costituzionale dello Stato Italiano.

Il mio lavoro è stato apprezzato, sia dai colleghi che dal cliente. Non mi sono ammazzato di lavoro, visto che il mio compito è quello che in gergo si chiama supporto di secondo/terzo livello, cioè io vengo chiamato solo quando è successo un guaio di quelli grossi, che esula dall’ordinaria gestione; quando non faccio quello  mi chiedono di fare degli studi di fattibilità. In genere tali studi richiedono a me qualche giorno di lavoro, ma perchè l’infrastruttura in cui farli sia pronta e i risultati siano letti dal cliente possono passare anche dei mesi.

Quindi, come carico di lavoro si tratta di ben poco, e questo va bene perchè mi lascia tempo per studiare quello che mi interessa durante l’orario di lavoro; o anche per mettere mani alla tesi di dottorato.

Finora, in camera charitatis, mi era stato detto che poichè il cliente è ben soddisfatto di me (io sono l’assicurazione contro le cazzate gravi) era previsto che il mio contratto sarebbe stato rinnovato. Sono quindi rimasto un po’ sorpreso quando il direttore tecnico della commessa mi ha detto che lui non ne sapeva niente: abbiamo ricostruito che una delle società di intermediazione non ha tirato su il telefono per dire alla società che ha in mano la commessa che Paolo continua a lavorare lì, per cui l’azienda con in mano la commessa si sta muovendo lungo altre direzioni. Quando il direttore tecnico è venuto a sapere questo, mi ha chiamato (ed è la prima volta che parliamo francamente) chiedendomi se volevo rimanere o meno, era un po’ spiaciuto se me ne andavo ma avrebbe capito, magari lì non si fa un livello di informatica che mi stimola.

Questo è vero, ma a me va bene stare lì proprio per avere tempo per altro, per cui gli ho detto che no, anzi, hic manebimus optime. Insomma, lui vedrà quello che si può fare.

Dire che sono scocciato dal comportamento di questa società di mediazione è dire poco. Una cosa che dovevano fare, anzi l’unica che dovevano fare e non l’hanno fatta, rendendo la mia situazione più precaria. Non è perchè io non so fare il mio lavoro che potrei andarmene, ma perchè lavoro per conto di una società di cazzari che mi danneggia contro il suo stesso interesse (e spero quindi di rimanere, fargliela pagare e coprirli di meritati e salaci commenti).

Però non sono agitato alla prospettiva di avere un altro mese di lavoro e poi il nulla.

Un po’ perchè nella mia vita professionale sempre è stato che si è chiusa una porta perchè si aprisse un portone.

Più in profondità perchè tutto quello che ho fatto su di me e quanto ho lavorato nel mio modo di relazionarmi con il mondo non è certo in discussione a causa di un evento come questo, che ha tutte le caratteristiche per poter essere una cosa fastidiosa, ma non è una cosa che può distruggere la strada che ho fatto.

Non credo che provare a trovare un lavoro all’estero sia stata una specie di lotteria in cui non ho vinto, non lo vedo come qualcosa che nel corso degli anni a venire mi farà sospirare pensando all’occasione persa, perchè quell’evento (e tanti altri, avvenuti prima) hanno contribuito a farmi vedere il mondo con una prospettiva diversa, ben più ampia, che non va a risolversi negli angusti spazi di un mediatore che pensa solo a fare il parassita, di un contesto lavorativo di modesta qualità tecnologica e così via, e che non si esaurisce nel fatto di non aver ottenuto quel posto.

Lo sconcerto, sempre più forte, è pensare di non essere adatto a questo Paese, al modo in cui si lavora, al modo in cui (non) si produce, al modo in cui (non) si intende la tecnologia. Ma, mi viene da dire, sono e devono rimanere cazzi loro.

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Pubblicato il 29 novembre 2009 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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