Cameratismo

Siamo quasi in venti. I colleghi del mio precedente lavoro; hanno organizzato una cena e ci sono anche io. Loro sono ancora lì, quasi tutti. Anzi, ad essere andati via, siamo in due, quei due che per carattere e modo di fare erano i due più lontani. Rivederli è stato in qualche caso più di un piacere, quasi una stretta al cuore per l’emozione, e gli abbracci sono stati intensi. Come commilitoni. Almeno credo, non ho fatto il militare, ma me lo immagino così. Forse l’ho fatto proprio in quei mesi di quel lavoro che è stato per me un punto di passaggio. Li vedo, mentre stiamo a cena, e penso che ognuno di noi ha la sua vita, la aveva prima e tanto più la avrà adesso, qualcuno ha già cominciato ad allontanarsi, ma gli altri seguiranno, perchè eravamo venti persone ma venivamo da venti aziende diverse. Potevamo finire l’uno contro l’altro, invece nacque un clima di reciproca solidarietà e di cameratismo; uniti contro quei pazzi sconclusionati, scegliemmo di essere uomini e non caporali. Non è una storia da libro Cuore, nemmeno un film con una sceneggiatura approssimativa, perchè quelli che hanno provato a fare i caporali sono fuori dai giochi, non li abbiamo invitati a questa cena, non abbiamo pensato che la punta d’amaro ci stava bene perchè ci doveva stare.

Ci pensavo prima di arrivare, io non ho fatto il militare ma quella è stata la mia caserma. C’era tutta una mitologia, fatta di battute anche grevi, episodi buffi, personaggi improbabili, che s’è sviluppata in quei mesi, e che continua oggi. A me viene sempre, in queste occasioni, di vedermi anche un po’ da fuori, e di pensare se e quanto sono integrato in quel gruppo, a quanto sono diverso dagli altri. Però oggi ho pensato che forse se lo chiedono anche gli altri, e che non c’è una risposta, c’è solo il tempo passato insieme, quel tempo che esiste qui ed ora. Ho pensato che oggi li saluto e che li rivedrò tra qualche mese, loro si ritroveranno Lunedì, usciranno dal palazzo per prendere il caffè, poi ci sarà un po’ di lavoro da sbrigare, poi la pausa pranzo, il pomeriggio, chi esce prima e chi dopo.

Non mi manca il lavoro che facevo lì, era un non lavoro che non esaltava le mie capacità e anzi le deprimeva, però mi manca quel senso di appartenenza, quel poter alzare gli occhi dal monitor e intendersi con uno sguardo con il collega, ora che invece lavoro in un gruppo in cui sono quasi l’unico componente e che fa il trattino d’unione tra tante altre persone diverse, smussando gli angoli e pensando a far girare le ruote del carro.

Questo senso di cameratismo, di vicinanza virile, è una sensazione insolita, quantomeno non l’ho provata nello stesso modo in una comitiva di omosessuali, in cui certe barriere sono meno presenti e la dimensione affettiva sceglie altri modi di manifestarsi. Però sono contento che nella mia vita ci sia stato spazio anche per questo, e che io abbia vissuto anche questa cosa.

Grazie ragazzi.

E grazie a te, che di quei ragazzi sei l’unico che legge il mio blog.

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Pubblicato il 10 aprile 2010 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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