The Hurt Locker

Ieri ho visto The Hurt Locker, incuriosito dai giudizi entusiasti della critica d’oltreoceano (quella europea è stata più fredda).

L’hurt locker è la cassa in cui si portano gli effetti personali dei soldati americani morti in battaglia, ed il film è ambientato in Iraq, ma non è la guerra in Iraq il suo tema principale; direi nemmeno la guerra, visto che è tutto centrato sulle motivazioni psicologiche per cui si va a combattere.

La trama ruota intorno ad un gruppo di arteficieri, una piccola squadra di tre persone che perde subito il suo specialista, ucciso da un’esplosione. Mancano pochi giorni alla fine del turno annuale della Delta Company, e il rimpiazzo si comporta in modo strano, quantomeno anticonvenzionale, a tratti sembra uno spaccone. Non ha intenzione di farsi uccidere, ma cerca sempre la sfida e la tensione adrenalinica, che per lui sono il sale della vita. Non  ha nessun senso di disprezzo verso gli iracheni, anzi con qualcuno di loro stringe amicizia, si preoccupa delle loro condizioni di vita, ma tutto questo pare sempre funzionale ad una nuova partita, come quando decide di andare in missione da solo nel centro di Baghdad per indagare della morte di un ragazzo a lui caro, usato come esperimento di bomba umana. Raggiungerà il massimo della sua tensione quando, dopo una esplosione notturna nella Zona Verde, si lancerà in un inseguimento in cui la sua squadra correrà il rischio di perdere uno dei suoi membri. Ma lui non ha rimpianti, si spiace che il commilitone si ritrovi poi con una gamba fratturata, ma fa tutto parte del ruolo in cui è inserito.

Nella scena più forte del film (nel senso della caratterizzazione psicologica del personaggio, perchè in quanto ad ammazzamenti, persone che esplodono, cavie da esperimenti e ferite di guerra non c’è che un continuo elenco, seppure mai compiaciuto, e raccontato anzi con toni quasi da documentario) questo artificiere, dopo una giornata faticosa, si mette sulla sua branda ed indossa il casco integrale di protezione dalle schegge esplosive, si isola dal mondo esterno (un mondo con cui non sa comunicare, nè quando chiama a casa l’ex-moglie, senza però riuscire a dire niente, nè quando raccoglie le confidenze e il crollo emotivo di un suo compagno) si chiude in un silenzio che viene, verrebbe, rotto solo dal rumore delle esplosioni (le esplosioni in questo film hanno un suono particolare). Quel casco è pesante e caldissimo, ma lui ci si trova bene, perchè con quel casco dà un senso ed un ordine alle cose per uno che, visto in un flash back al supermercato, non sapeva scegliere una scatola di cereali per la prima colazione.

Ad un tratto, proprio nella scena del’inseguimento notturno dopo l’attentato nella Zona Verde, mi è venuto in mente il Mistah Kurtz di Cuore di Tenebra, questo europeo che in terra indigena perde ogni contatto con la realtà, preda della sua stessa missione. Due piani e due esistenze che non sono destinati ad incrociarsi, l’americano con un problema con i cereali e l’iracheno professore universitario che parla tre lingue e per cui la guerra non è un’adrenalina, ma la disperazione dell’esistenza. Uno che prova ad indossare, ma senza troppa convinzione, i panni del giustiziere, perchè in lui non c’è nemmeno una vera spinta morale, solo il enso di vuoto di quel casco che lo isola da tutto.

Un po’, credo che The Hurt Locker sia stato visto dalla critica americana come un’occasione di riscatto a buon mercato, un modo per dire che Hollywood è contro la guerra, perchè per quanto un bel film non mi viene proprio da giudicarlo migliore di, per dire, Inglorious Basterds.

Voto: 7.5

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Pubblicato il 18 aprile 2010, in recensioni con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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