“Leggere Lolita a Teheran”

Un libro che ho comprato quasi per caso, stavo in libreria vicino alla cassa e l’occhio mi ci è caduto sopra, e mai acquisto impulsivo fu migliore (nota: potrei averne sentito parlare su un blog che leggo, ma non mi ricordo quale, nel caso fosse ringrazio il dimenticato autore, che può sempre appalesarsi perchè gli manifesti tutto questo in modo più puntuale).

Azar Nafisi è una professoressa di letteratura inglese in una università di Teheran, quando c’è la cacciata dello scià e l’avvento del regime di Kohmeini. Il libro racconta quegli anni che vanno dal 1979 al 1997, quando alla fine, prostrata dal continuo restringimento di ogni spazio di libertà, abbandonerà il paese per emigrare negli Stati Uniti.

Quello che mi ha colpito del libro è la ricchezza e complessità della società iraniana che vi viene descritta, che non è affatto una società tutta unita e in marcia nel solco della rivoluzione islamica. Questo è vero all’inizio, quando anzi ci sono scontri proprio per capire che tipo di società costruire, così come quando il regime si struttura. Ci sono gli addetti al controllo della morale che vigilano che in un concerto di musica “americana” i musicisti non siano troppo felici di suonare e il pubblico non si dimeni sulle poltrone, ma c’è appunto un concerto in cui la gente fa la fila per ore pur di avere un posto. Ci sono i professori che espungono dai testi occidentali le parole proibite (come “vino”) e la Nafisi che si confronta anche a muso duro con gli sciocchi autoproclamatisi difensori dell’ortodossia. Ci sono molti che considerano la fedeltà al regime come un ascensore sociale ma anche donne intensamente religiose che disprezzano questi rozzi ayatollah. Ci sono gli studenti felici di andare a combattere contro l’Iraq e che tornano in una bara, e quelli che si rallegrano di essersi liberati di questi imbecilli esaltati.

Non voglio essere ingenuo, certo che l’Iran che ha visto la Nafisi, professoressa universitaria in una università liberale e membro di una importante famiglia di intellettuali iraniani, è un piccolo cosmo assai relativamente libero in uno stato oppressivo. Ma il valore è nella ricchezza di una società che ha anche questi sussulti di libertà, dei piccoli semi che possono sempre attecchire. Certo che il libro si ferma al 1997 senza considerare l’involuzione successiva, ma mentre lo leggevo pensavo a quanto, per contrasto, la situazione in Iraq fosse e sia ben più difficile; prima per un regime, quello sì, totalitario, e poi per un embargo che il regime iracheno usò come strumento di controllo sociale e repressione del dissenso, distruggendo così quella classe media che oggi manca e che impedisce al paese di mettersi in moto. A voler trovare una dimensione e una lettura politica in questo libro (e non è l’unica che ci si possa trovare), direi proprio che la cosa più stupida che si potrebbe fare oggi con l’Iran è accerchiarlo, come pensava quella sagoma di Bush, mentre le sanzioni selettive (perchè vanno ad incidere sul blocco economico che sostiene Ahmadinejad) sono strumenti ben più efficaci.

“Mi piacerebbe sapere dove si trova Bahri adesso, e domandargli come è andata. Era questo il vostro sogno, il sogno della rivoluzione? Chi pagherà per tutti i fantasmi che infestano i miei ricordi? Chi pagherà per le fotografie dei giustiziati che nascondevamo nelle scarpe? Me lo dica, signor Bahri – o, per usare la curiosa espressione tipica di Gatsby, me lo dica, “vecchio mio”: che dobbiamo farne di tutti i cadaveri di cui siamo responsabili?”

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Pubblicato il 25 maggio 2010, in recensioni con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. lo stesso pensai leggendo prima, e vedendo al cinema dopo, persepolis, di marjane satrapi: e avendo conosciuto, all’università negli anni settanta, e fuori successivamente, un certo numero di iraniani, ho la cognizione del fatto che che la classe media iraniana di allora fosse piuttosto ampia, e non una piccole élite spocchiosa ed estranea alla vita sociale.
    tutto ciò probabilmente non è stato del tutto spazzato via, e ancora certamente esiste, anche se con mille difficoltà: la prova è la resistenza diffusa agli estremismi del regime, che non può che venire da una società variegata e poliforme.

  2. Cara Resto del Mondo,

    […]

    Testo modificato: hai sbagliato blog.

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