Di viaggi, terapeuti, samaritani e mamme

Il rapporto tra un paziente e lo psicoterapeuta è un rapporto assai particolare. E’ un rapporto intimo, nel senso che il paziente vende l’anima al terapeuta, ma è anche asimmetrico, perché il terapeuta si espone molto di meno. Una relazione di coppia o di amicizia che fosse fondata su questi due aspetti sarebbe una relazione insalubre, mentre questo diventa essenziale ed anzi utile nella terapia. Quando devo fare un esempio immediato di questa intimità asimmetrica, io dico che il terapeuta potrebbe avere un motivo per venire a casa del paziente e vedere dove vive, ma il paziente non deve proprio andare a casa del terapeuta; la mia terapeuta sa di me cose che non ho mai detto e mai dirò a nessuno, ma non succederà mai che andremo insieme a prendere un gelato oppure che frequenteremo gli stessi posti, a meno che non accada per puro caso.

Se questo vale in genere, nel mio caso poi ho sempre voluto mantenere un rapporto formale, per cui con una donna che è circa mia coetanea e che conosco da quasi tre anni ci diamo del lei, e di lei ho sempre saputo molto poco.

In una relazione terapeutica i due inconsci si parlano e si suggestionano, e così si genera spesso un meccanismo che sembra telepatia; in generale poi, un estraneo che assistesse ad una seduta penserebbe di avere a che fare con due matti, proprio perchè il significante della comunicazione verbale e corporale non potrebbe essere compreso e contestualizzato senza sapere tutto quello che è avvenuto prima; questo suggerisce anche come sia molto impegnativo cambiare un terapeuta con cui ci si trovi bene.

L’ultima seduta, in questo senso, è stata molto particolare. La terapeuta ha esordito mettendosi a parlare del suo fidanzato, e delle piccole cose di una vita di coppia di cui si può parlare tra persone che hanno una relativa confidenza. Mentre parlava, io sorridevo perchè non potevo non pensare che fosse un discorso pungolato da una percezione relativa a qualcosa che mi fosse successo, e che la terapia fosse arrivata ad un punto di svolta (G., con la sua sensibilità eccezionale, l’aveva già visto da tempo). Un po’ come a dire, che possiamo parlare anche di questo, perchè abbiamo fatto un lungo viaggio e ora possiamo pure fermarci un po’.

Ordunque, non ho detto a mia madre che sono gay, ma non ci sono mai arrivato così vicino, e per scelta e non certo per incidente.

Ho molto pensato al significato che ha la conoscenza con questo uomo che, l’ultima sera ad Amsterdam, mentre sbiancavo in volto per il dolore alla schiena, mi ospitava in casa sua, prendendosi una grande responsabilità e dimostrandomi una enorme fiducia.

Ho pensato che non era possibile che mia madre non sapesse almeno in parte cosa fosse successo, perché questi accadimenti riguardavano la mia vita, proprio intesa come differenza con la morte, e non potevo portarmeli appresso senza dire niente. Non posso e non voglio pensare di chiamare J. al telefono senza mostrarmi orgoglioso di parlare con lui.

Certo, non le ho detto tutto, ma non credo che mia madre, quando le ho detto che per fortuna che avevo conosciuto un ragazzo che così gentilmente mi aveva ospitato a casa sua la notte, abbia non compreso di cosa e chi stessimo parlando.

Né volevo che questo fatto venisse percepito come un incidente fortunatamente risoltosi, perché le ho poi detto che quando questa persona verrà in Italia sarà ospite a casa, visto che mi ha evitato di finire in un ospedale e probabilmente rimanerci per un paio di giorni.

Ho cominciato con questo la seduta di terapia (la terapeuta è rimasta alquanto sorpresa) e poi sono andato avanti per 40 minuti buoni, senza pause, anzi mi facevo anche le domande e mi davo le risposte. Durante esposizione ho trovato il tempo per dire un grande grazie alla terapeuta. Quando accade, il bravo terapeuta pensa se non si tratti di una manipolazione messa in atto da un paziente che cerca di adularlo perché non si tocchino certi temi, ma in questo caso era sufficiente vedermi e sentirmi mentre lo dicevo per sapere quanto fosse intensamente ed autenticamente vissuto.

Poi la seduta è finita, la terapeuta ha fatto la faccia di chi guarda un po’ più in avanti e sa cosa sta per accadere (e del resto e altrimenti non sarebbe una terapeuta) e sono tornato a casa esausto e bisognoso di dormire.

Poi, il giorno dopo al lavoro, ho ripreso il tema del buon samaritano, e osservo che nessuno  collega mi abbia chiesto lumi al riguardo (per una storia che, per come l’ho raccontata, certo appare o irrazionale oppure spiegabile in un solo modo, e sul lavoro io ho un atteggiamento spietatamente razionale) e mentre ne parlavo mi dicevo: ‘sti cavoli di quello che pensano, nel più del rapporto con mia madre e di quello che lei sa di me, è compreso anche questo meno.

Del buon samaritano, dico solo che è anche bono, con tutto quello che comporta, e nulla di facile di sicuro. Di bello, però, di certo.

Sacherfire ha scritto una osservazione breve ed acuta: per essere una città che non mi è piaciuta, di Amsterdam ho parlato moltissimo. E’ perché questo viaggio è nato come una reazione ad un dolore, ed in un certo contesto, ma questo dolore è diventato carne per essere poi espulso, e al suo posto è nato qualcosa di nuovo, ancora abbozzato, ma lungamente atteso.

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Pubblicato il 2 luglio 2010 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 19 commenti.

  1. Sacher ha ragione… Quando ho letto il tuo commento “riassuntivo” su Amsterdam (decisamente più pensato e meno emozionale di quelli che avevi scritto prima, a calso, credo) mi son detto: “Ah, e non gli sarebbe piaciuta quindi?”

  2. Troppe persone che mi stanno dando ragione: qualcosa non quadra. In voi, ovvio :D

  3. Occhio, stai caricando questo incontro ad Amsterdam di troppe aspettative, rischi di essere deluso quando il tipo verrà in Italia…

  4. Non sapevo che tua madre non sapesse. Forse lo avevi già detto prima che io iniziassi a frequentare il tuo blog.
    In ogni caso, senza voler impicciarmi o dare facili consigli, trentasei anni mi sembrano un’età sufficiente per decidersi a tagliare il cordone ombelicale. Non la voglio fare facile perché so bene che non lo è mai. Dico solo che forse sarebbe ora di sostituire il surrogato, cioè la terapeuta, con l’originale, cioè tua madre.
    Non sto pensando ad un “outing”; una cosa che non mi ha mai convinto, e che per fortuna è anche già diventata fuori moda.
    Ho sempre pensato che la cosa migliore da fare sia di mettere gli altri di fronte al fatto compiuto. Nessuno deve sentirsi in dovere di giustificare se stesso. Non lo fanno gli etero, perché dovrebbero farlo i gay. La parità sociale parte secondo me da questo atteggiamento. Sono gli altri che se si sentono in diritto di avere spiegazioni devono chiederle. Con tutte le conseguenze che questa loro scelta comporta. Ma la responsabilità a questo punto è loro.
    Se poi uno ha anche la fortuna di avere dei parenti e degli amici un pochino intelligenti, cosa affatto scontata, lo so, verrà pure apprezzato per le sue scelte esteticamente ben orientate (mi riferisco proprio all’olandesino “bono” che ravviverà con la sua presenza casa tua).
    In ogni caso, buona fortuna.

    • Filopaolo, fare coming out, e non outing che ne è il suo contrario, non è una moda che come tale passa con la facilità con la quale è arrivata.
      È un passo di un percorso di maturità, non un giustificarsi. L’attendere che gli altri chiedano spiegazioni serve, questo sì, a giustificarsi.
      È il decidere tra l’indirizzare da soli la nostra vita, ciascuno coi propri tempi e modi, o attendere che siano gli altri a farlo coi loro tempi e modi, quasi sempre sbagliati entrambi.

  5. @ sacherfire

    vedi fino a che punto sono lontano da queste tematiche? Nonostante sia gay conclamato da sempre non conosco nemmeno i termini esatti per poter parlare della questione. Semrerà strano ma non mi sono mai informato al riguardo.
    Ti confesso che, limitatamente a questo ambito, sono perfino orgoglioso della mia ignoranza.

  6. @ sacherfire

    mi hai comunque messo la curiosità e mi sono informato da un mio amico americano e professore in una scuola di lingue.
    Ebbene, mi ha confermato quello che mi sembrava di aver capito anche da solo, e cioè che outing e coming out sono sinonimi e che outing non è assolutamente il contrario di coming out. Ti consiglio un corso di aggiornamento di lingua inglese. Senza offesa

  7. In altre parole, se ho ben capito, outing vale più o meno come sputtanare qualcun altro e coming out sputtanarsi da sé. Mi sa che il professore mio amico ha frainteso quando gli ho chiesto se outing era “il contrario” di coming out, come aveva scritto sacherfire. In effetti non è il contrario ma è la stessa azione compiuta da due attori differenti. In ogni caso io avevo capito male credendoli sinonimi. Grazie. (Mi sa che mi ci vorrebbe a me un bell’aggiornamento)

  8. A proposito, che cosa fa invece quello che si chiude in camera un’oretta con un suo amico e poi quando i due escono, questo saluta affettuosamente l’altro di fronte ai suoi senza profferire parola (come feci io la prima volta a sedici anni)? Non mi sembra che questa eventualità possa essere assimilata del tutto al coming out perché non c’è alcuna dichiarazione verbale esplicita. C’è un atto che i presenti posso interpretare come meglio credono, sempre che la cosa rivesta per loro una qualche importanza. La voce di wikipedia tace su questo terzo caso…

  9. Sono sconvolto: davvero siamo a questo punto? Il coming out è la pietra angolare dell’identità gay. Chi non lo ha detto ai genitori non ha un’identità gay completa, per quanto ricca, complessa, strutturata. In proposito, ti consiglio “How to be a happy homosexual” di Terry Sanderson.

    Purtroppo, i miei genitori si sono accorti della mia omosessualità quasi prima di me, per il mio evidente disinteresse per le donne e altrettanto evidente interesse per gli uomini, quindi non so proprio come si fa coming out… ma so che se i tuoi genitori non hanno sentito da te le due magiche paroline (“sono gay”), non sanno chi tu sia in realtà.

  10. Finora non l’hai fatto, ma sono proprio curioso… secondo me non le scrivi non perché non te ne penti, ma perché ti rendi conto di essere in difetto. E ora – guarda come sono preveggente – mi dirai che non sono più benvenuto sul tuo blog. Pazienza, le cose non smettono di essere giuste solo perché non sono piacevoli.

    • >Finora non l’hai fatto, ma sono proprio curioso… secondo me
      >non le scrivi non perché non te ne penti, ma perché ti
      >rendi conto di essere in difetto

      La tua aggressività sul tema e il tuo finto compatimento nei miei confronti mi paiono l’esternazione di chi ha fatto questo grande passo del coming out ma poi si trova a vivere una vita sessuale fatta di cessi di autogrill (per usare una espressione da te ripetuta ed anzi innalzata a dignità di paradigma) e non ha uno straccio di relazione, così sfoga la sua frustrazione verso chi capita.

      Potrei capirti, ma mi riesce meglio compatirti, e considerarti un esempio di ciò che non voglio diventare, il mio desiderio e l’idea che ho di me stesso non è quella di un ripulitore di cessi di autogrill, e se per non arrivare a questo ci vorrà un po’ più di tempo che non un coming out vissuto per contrapposizione come è nel tuo caso, mi va bene, dall’alto di una idea di complessità della psiche e della persona che tu non puoi intendere, come dimostri ulteriormente nella selvaggia valutazione che fai, dall’alto della tua promiscuità, non altro.

      >E ora – guarda come sono preveggente – mi dirai che non
      >sono più benvenuto sul tuo blog. Pazienza, le cose non
      >smettono di essere giuste solo perché non sono piacevoli.

      Ti attribuisci un ruolo ed una centralità tipico della finocchia che si sente al centro del mondo e si domanda come mai tutti gli girino intorno. Ricordati che è invece un tratto tipico dello stronzo.

  11. @ illuminismo

    Come mai così aggressivo? Cos’è che ha fatto saltare i nervi ad un tipo di solito posato e piuttosto riflessivo (per quel che finora ho potuto vedere)?
    Poiché la situazione di cui stiamo parlando ci viene descritta come particolarmente delicata, il massimo che possiamo fare è contribuire alla discussione riportando la nostra esperienza. Magari dare anche qualche consiglio che riteniamo utile. Credo però che sia bene evitare di criticare il comportamento altrui. E a maggior ragione sentirsi in diritto di dare giudizi non richiesti. Sbaglio?

  12. Dipende, Filopaolo. Se sei una donna araba e scegli di portare il velo, pazienza. Ma se poi intitoli il tuo blog “donne uguali agli uomini” e discetti di femminismo, magari farò un salto a commentare facendoti notare l’incongruenza.

    Forse nei miei toni c’è un pochino di esasperazione dovuta al fatto che il nostro paese sta sprofondando dritto dritto negli anni ’50, e che i giovani di oggi mi sembrano vecchi e fanno ragionamenti che non avevo sentito se non dalle vecchie checche ottantenni, quelle nate e cresciute durante il fascismo.

    Se permetti, la cosa mi spaventa, dal punto di vista politico. Poi ciascuno faccia come vuole.

  1. Pingback: Il “coming out” è letteralmente una parola straniera « Illuminismo – Enlightment

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