Splice

L’ho visto qualche giorno fa, e ne scrivo anche perché in disaccordo con le stroncature che ho letto in giro.

Facciamo a capirci: ad uno può anche non piacere la fantascienza, ma tutto quello che ho letto finora è stato scritto di persone che del genere non conoscono nemmeno l’abc; e dico questo perché nessuno dei severi recensori ha colto a quale opera classica del genere fantascientifico Splice si ispiri.

Sto parlando del Frankenstein di Mary Shelley, di cui giova qui ricordare la lettura femminista: l’uomo (Viktor Frankenstein) che decide di creare la vita da solo supera un confine invalicabile, oltre il quale non c’è che la distruzione e la morte.

In Splice, una coppia di geni della biologia lavora per una azienda di biotecnologia, dove mettono assieme pezzi di DNA di varie creature per produrre dei “blob” che sintetizzino naturalmente alcune proteine. Ma i due scienziati decidono di andare oltre, e di provare a costruire un essere vivente che sia senziente, includendo anche del DNA umano nel frappè genetico.

All’inizio, tutto appare giustificato dalla curiosità scientifica, ma nel prosieguo della storia si capisce come la spinta sia di natura egoistica, di risarcimento e di puro egoismo; già questo è un ottimo punto del film, gli scienziati non sono degli esseri superiori e privi di emozioni, e la scienza come tutte le attività umane è un coacervo di interessi personali.

Il film poi cambia ambientazione, perché la creatura non può può vivere nella azienda di biotecnologie, dove nessuno sa della sua esistenza, così i due decidono di trasferirla in una fattoria fuori città, in un posto dove fa sempre freddo, circondata da un bosco. Cito questi elementi (fattoria, freddo, bosco) perché si tratta di una evidente citazione proprio del Frankenstein, che evidentemente in pochi abbiamo apprezzato; da questo punto la storia comincia a prendere una dimensione diversa.

La creatura mostra dei sentimenti di estrema intensità, ed entra nel rapporto di coppia dei due scienziati in un modo imprevedibile, dando vita ad una sequenza di avvenimenti che non può che portarsi appresso una scia di sangue, perché come nel Frankenstein (sottotitolo: il moderno Prometeo) qualcuno dovrà pagare per aver superato dei limiti.

Non voglio dire che Splice sia un film femminista, non lo penso e comunque non saprei classificarlo né in tal senso né in senso opposto: ma di sicuro non è film diviso tra una prima parte bellissima ed una noiosa e delirante, come ho appunto letto in molte recensioni.

Credo che tutto questo derivi, come ho detto all’inizio, in una certa difficoltà a capire cosa sia la fantascienza: sopratutto in un paese latino c’è questa idea che un film di fantascienza siano un paio d’ore in cui senti dire cose del tipo “lo splicing della proteina amniotica interferisce  con la transcrittasi inversa” (nel film non dicono questo che non significa niente, ma evidentemente altre cazzate che un qualsiasi biologo sopporta solo con una grande sospensione dell’incredulità), perchè queste stringhe di parole prive di senso sono uno strumento stilistico usato dalla fantascienza, non un obiettivo.

La prima parte del film, in questo senso, crea una cornice all’interno della quale poi ci si muove, con un senso complessivo che può essere riassunto come: non pensare di controllare una vita che crei, sopratutto quando le tue motivazioni nel farlo non sono nobili.

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Pubblicato il 23 agosto 2010, in recensioni con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 9 commenti.

  1. sì, ma resta che la lettura « femminista » di Frankenstein non mi ha mai convinto, neanche per un istante…

  2. Bah, io penso che comunque lo vedrò ma non ci spenderò i soldi del biglietto al cinema.
    Mi resta però un interrogativo, Paolo: ma il fatto che un manufatto artistico abbia un significato, anche originale e forte, basta a dire che è un BUON manufatto artistico?

    Mi spiego meglio: se non so dipingere, non ho gusto per colori né senso della prospettiva etc. ma ho un’idea profonda della vita, sono un filosofo o il fatto che ho una bella idea mi rende anche pittore?

    • No, non ti renderebbe un buon pittore, ma il caso che poni è ovviamente di scuola, perché avendo un’idea profonda della vita troveresti un modo di esprimerla a te più congeniale.

      Del manufatto artistico, se ha un significato profondo è perché l’autore ha saputo renderlo, quindi direi che è sufficiente a considerarlo un buon manufatto artistico.

  3. “Del manufatto artistico, se ha un significato profondo è perché l’autore ha saputo renderlo”

    …o perché il suo autore (o i “critici”) hanno fatto di tutto per farcelo sapere :))

  4. Poco rispetto a cosa, suibhne? (‘ste benedette cancellazioni! http://www.psicolab.net/2005/La-Sintassi-del-Cambiamento/).

    Comunque, rispetto a niente o ad un elettroencefalo piatto, ok, è di sicuro molto. Ma molto non è sinonimo di artista.

    Buddha, Socrate etc. avevano idee. Idee rivoluzionarie. Idee profonde. Ma non erano artisti.
    Quindi, al di là degli interessi economici che hanno i critici nel promuovere certi autori e certe opere, io la vedo così: hai una buona idea ma non sai scrivere? Non sei uno scrittore. Hai una buona idea ma non sai dipingere? Non sei un pittore. Hai una buona idea ma non sai suonare? Non sei un musicista.

    C’è ancora gente che pensa che “chi siamo noi per decidere cosa è arte cosa no” e poi va alle mostre (in cui altri hanno deciso cosa è arte), apprezza certi autori (che altri gli indicano come artisti), appende quadri e poster di dipinti (che altri gli hanno propinato come arte). Del resto ognuno è libro di delegare la propria facoltà di scelta come vuole. Se non fosse così chi l’avrebbe votato il Nanofardato?

  5. Io ho visto il film e concordo con l’autore del post. I critici m’hanno rotto le balle, e scrivono da cani, basti vedere la recensione della “giornalista” (proprio tra virgolette) di Liberazione. Solo per il modo in cui scrive la sua recensione è N.C.
    Anche The Cube, film capolavoro fu criticato aspramente.
    Ripeto, sono stato al cinema ed è un film che riesce bene a mischiare la fantascenza con un po’ di suspance mai caricata, mai da intrattenimento ma sempre rivolta all’idea che il regista vuole comunicare. C’è il mito greco, c’è Frankenstein, c’è il B-Movie e la Bibbia.

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