Stranieri nati in Italia

Oggi l’assessore alla Scuola del Comune di Roma, parlando sul tema dell’integrazione dei bambini stranieri nella scuola italiana, ha dichiarato che:

“Anche se questi bambini sono nati in Italia è sbagliato considerarli non stranieri. Non è solo un fatto anagrafico ma è una questione culturale. È bene che questi bambini possano convivere con quelli di origine italiana perché così si favorisce un sentimento di appartenenza”

Naturalmente – come ti sbagli – il PD romano non ha potuto non stigmatizzare il grave (?) comportamento, chiedendo subito le dimissioni dell’assessore, che con il suo dire rasenta ideologie razziste.

L’assessore, invece, non ha detto proprio nulla di sbagliato. Per intanto, la cittadinanza italiana non si ottiene nascendo in Italia, quindi è corretto dire che questi bambini nati in Italia da genitori non italiani non sono italiani, non stiamo in America (magari sarebbe una riforma da fare, ma questo è un altro discorso. Per esempio, vorrei capire se il PD ha le palle di proporre una cosa del genere oppure si accontenta dello strapuntino da cui dire qualche cazzata, giusto per tenersi stretto il posticino da opposizione a vita).

Poi, l’assessore ha ragione quando dice che un bambino che vive in una famiglia con genitori non italiani non è esposto nello stesso modo agli stessi stimoli culturali, a cominciare dalla lingua; c’è il rischio che i genitori parlino sempre una lingua straniera, vedano programmi in una lingua straniera, facendo così sicuramente il male del bambino, che non impara la lingua del paese dove vive.

E’ vero anche che ogni caso fa caso a sé, e che una decisione uguale per tutti non andrebbe bene per chiunque.

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha infatti optato per considerare come italiani i bambini nati in Italia, che quindi non concorrono a formare il tetto del 30% di bambini stranieri per ogni classe (e il tetto è una cosa sensata, perché l’alternativa sono le classi ghetto, con gli italiani che mandano i loro figli alla sezione sperimentale, dove si studia una lingua straniera in più, si fa musica o chissà cosa, e gli stranieri che finiscono tutti insieme nella stessa classe, e sai quanto potranno integrarsi con gli italiani).

Il Ministero ha preso una decisione salomonica, che appunto non è migliore o peggiore dell’altra opzione possibile (considerare i figli di stranieri come stranieri ai fini della quota del 30%). Sospetto che questa decisione sia stata presa perché altrimenti ci sarebbero state, in molte realtà, delle difficoltà a formare delle classi di italiani (italiani-italiani), ma non sta qui il punto.

Il punto è che quello che ha detto l’assessore alla Scuola è, al più, una polemica interna al centro-destra (ed infatti Alemanno, tutto preoccupato di essere la nuova sponda di Berlusconi nell’ex-AN, ha subito fatto sapere che lui non la pensa così, e quella stella di Mariastella Gelmini è tanto brava e buona), non un commento razzista.

E’ grave che qualsiasi cosa venga detta sul tema dell’immigrazione, il PD replichi come un disco rotto dicendo “è razzismo”. Perché si allontana non tanto dal comune sentire (che potrebbe, di suo, essere anche sbagliato) ma dalla semplice realtà dei fatti; lasciando al PDL il compito di definire una qualsiasi politica sull’immigrazione, buona o brutta che sia, perché se l’alternativa è il commento da disco rotto, allora meglio qualcuno che pur qualcosa faccia. Peggio, che il coordinatore del PD di Roma, manco capisca quando si tratta di una polemica politica interna a quelli che, chissà come mai e perché, governano l’Italia e pare non se ne vadano via presto.

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Pubblicato il 16 settembre 2010, in Fatti nostri con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Giuste osservazioni, Paolo.

    Un bambino che vive al 90% in un ambiente culturale diverso (genitori, lingua, tv, parenti, quartiere etc.) non si integrerà con molta facilità alla cultura italiana.
    Non diventerà italiano, insomma.

    Il che, a pensarci bene, non è poi un gran danno… :)

  2. posso condividere parte di quello che scrivi, ma su un punto mi sento di intervenire:

    “Poi, l’assessore ha ragione quando dice che un bambino che vive in una famiglia con genitori non italiani non è esposto nello stesso modo agli stessi stimoli culturali, a cominciare dalla lingua; c’è il rischio che i genitori parlino sempre una lingua straniera, vedano programmi in una lingua straniera, facendo così sicuramente il male del bambino, che non impara la lingua del paese dove vive.”

    è vero, il bambino non sarà esposto agli stessi stimoli culturali, probabilmente sarà esposto a stimoli culturali italiani (meno dei bambini italo-italiani) E in aggiunta a stimoli culturali di altre culture (quella/quellE dei genitori). Francamente non riesco a vedere il rischio del fatto che i genitori parlino una lingua straniera, mi sembra anzi una fortuna e una ricchezza per il bambino, che comunque impara la lingua del paese dove cresce (magari non perfettamente come gli italo-italiani, ma anche sul livello di italiano di questi ci sarebbe da discutere) attraverso il contatto con il mondo fuori dalla famiglia (scuola, sport,…). e i bambini sono spugne nell’imparare le lingue. Ti faccio un esempio: ho una coppia di amici, italiano lui, spagnola lei, vivono in un paese francofono. a casa ciascuno parla la propria lingua con i bambini. I figli, che stanno ancora all’asilo/materna, parlano correntemente italiano, spagnolo e francese e capiscono pure un po’ di inglese, perchè qualche compagnetto figlio di inglesi che gli dice ‘shut up’ a scuola ce l’hanno. e, tra l’altro, sono delle maestrine dalla penna rossa e correggono pronuncia, lessico, grammatica di genitori e ospiti che, meno fortunati, si sono sbattuti da ragazzi/adulti per imparare una lingua straniera. dove vivono la loro condizione di plurilingui è una situazione assolutamente normale. che stimoli culturali hanno? un po’ di una cultura, un po’ dell’altra. e questi bimbi crescono bi/tri/tetra/N-lingui. un po’ più fortunati di tanti bambini italo-italiani che a 20 anni al massimo sanno dire ‘two gusti is megli che one’.

    • Quello di cui tu parli, va detto, è un caso molto raro, e in genere non è detto che i genitori pratichino il bilinguismo con i loro figli, sopratutto se i genitori stessi non sanno bene la lingua del paese in cui vivono.

      Come dicevo subito dopo il passaggio che hai citato, qualsiasi norma che valesse per tutti sarebbe una norma non giusta per tutti (perché ci sono casi come quello che dici tu e casi all’estremo opposto) e l’unico organismo deputato a valutare come inserire il bambino sarebbe la scuola. Sarebbe perché, la scuola non ha ormai manco risorse per fare le classi normali, peggio ancora per poter fare delle classi speciali.

      • in realtà il punto è proprio che ci sono posti in cui la situazione che ho citato non è un caso raro, ma piuttosto la norma. in casa i bambini parlano la lingua dei genitori, fuori la lingua del posto. e i bimbi non ne soffrono, al contrario hanno una ricchezza senza pari. forse non è cosa comune in italia, ma in tanti altri paesi sì.

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