London River

Il lettore potrebbe domandarsi: come mai non ho letto in giro nessuna recensione di questo London River? Forse si tratta di una gemma rara, di un film intenso e leggero, privo di retorica, che affronta con arguzia ed eleganza il tema dell’incontro e dello scontro tra persone, prima ancora che culture, con spunto gli attentati di Londra del 2005?

Risposta: no, non hai trovato niente perché il film è un abbozzo mal riuscito di tutto questo.

La trama vede due genitori, una donna inglese e un uomo arabo, che dopo gli attentati vanno a Londra per scoprire cosa sia successo ai due figli, di cui non hanno più notizie.

La signora Sommers, così, scoprirà che la figlia, tanto brava ragazza signora mia, ha cominciato a frequentare un arabo (il figlio del sor Ousmane) e vivevano pure insieme, e lei studiava arabo alla moschea, oddio sarà mica diventata una terrorista, intanto lo dico alla polizia, così il signor Ousmane viene pure interrogato, e poi lei le spiace, sa come è ero tanto agitata (all’idea del negrone che si sbatte mia figlia, il film non lo dice ma lo lascia intendere) e poi io sono una chiattona alta un metro e qualcosa e tu un segaligno di due metri, e dai che ci abbracciamo e poi puoi dormire pure a casa mia (cioè a casa di mia figlia dove mi sono messa in attesa di trovarla ma tanto ci viveva pure tuo figlio e insomma potremmo diventare consuoceri), e vabbé e che due palle.

Due palle perché il film ha la presunzione di non dover mostrare quasi niente, lasciando lo spettatore di fronte ad un coso che se è un documentario è fatto male, se è un film non è realizzato, dove i protagonisti parlano poco, fanno ancora meno, sembra un film francese e non nel senso di un complimento, ci manca giusto l’inquadratura in campo lungo con l’attore che avanza a centro schermo e poi abbiamo fatto tutto.

Perché, sei tu caro telespettatore che devi sforzarti di entrare nel cuore e nell’animo dei protagonisti, noi ti lasciamo vedere tutto fuori dal bozzolo, perché siamo… boh che siamo? realisti? No, direi incapaci.

Insomma, alla fine sembra che ci possa essere il lieto fine, ovviamente il lieto fine non c’è, non solo per i due figli, ma anche per i due genitori, che si sono così conosciuti ed incontrati ma si separano, non avendo più niente in comune.

Cosa voleva rappresentare il film? Boh, forse l’idea che in questo mondo, due persone provenienti da culture così diverse, non possono essere felici insieme, ma solo essere, letteralmente, annichilati insieme: questo mondo è per la signora chiattona e il tipo magro magro, che possono abbracciarsi un attimo per solidarietà, ma poi tornano ognuno a casetta sua. Il tutto reso dalla intensa rappresentazione drammatica (irony added) in cui Ousmane, che di professione fa il giardiniere, dice a chi gli chiede cosa fare di quell’albero “Abbattete pure quell’olmo”.

E con questa battuta, no giuro sul serio, esce di scena. Mo’, che c’avrà un significato simbolico? E perché l’olmo? Se avesse detto, chessò, abbattete il ciliegio? Perché l’olmo pare una pianta tanto scura, il ciliegio in fondo fa i fiori. Ecco, questo è il livello del coinvolgimento emotivo dello spettatore, al confine tra cronaca e fitologia.

Non mi viene in mente un film, sugli attentati dal 2001 ad oggi, che sia riuscito a cogliere qualche cosa di significativo e di intenso, e non c’abbia invece, più o  meno in buona fede, marciato sopra, contando sulla drammaticità degli atti e non sulla forza del prodotto artistico. Ciò è molto brutto, perché se manco l’arte, come avanguardia di una società, riesce a darsi un significato, vuol dire che stiamo messi molto male nella nostra elaborazione di quanto accaduto.

Stiamo a trenta morti italiani in Afghanistan, e ancora nessuno che ha il coraggio di dire, in tutto l’Occidente, che abbiamo perso la guerra, e che dei tanti piani per la nuova democrazia afgana, alla fine ci stiamo riducendo ad una trattativa con i talebani, che se promettono di non aiutare più i terroristi – questo è lo scambio proposto – possono pure stuprare le loro donne, bruciarle con l’acido e creare uno stato islamico: la nostra democrazia, letteralmente, finisce dove non comincia quella degli altri, e cazzi loro.

Voto al film: 4.

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Pubblicato il 19 settembre 2010, in recensioni con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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