Transfert

Nel rapporto tra terapeuta e paziente, si genera un intenso meccanismo di transfert quando il paziente trasferisce sul terapeuta delle idee, giudizi, sentimenti e valutazioni che sono invece suoi propri. Questo succede in ogni relazione interpersonale, ma in quella psico-terapeutica questo meccanismo è alquanto intenso. Il transfert può essere positivo o negativo, secondo le emozioni e i giudizi che suscita, e può essere accompagnato da un contro-transfert, quando il terapeuta proietta qualcosa di sé sul paziente.

Solo in tempi molto recenti ho realizzato i miei transfert positivi sulla terapeuta, sia quelli che ci sono stati negli ultimi mesi – in parte quasi scatenati da sue battute ed osservazioni – sia quelli risalenti a più tempo fa. All’epoca, il mio transfert era quello di pensare a lei come ad una professionista affermata, felice del suo lavoro, economicamente ben sistemata, insomma una donna in carriera dove tutto era rose e fiori; e certamente questo era per reazione alla insoddisfazione del mio proprio lavoro, tanto che dopo averlo cambiato questo transfert è cessato, e oggi penso che è molto difficile essere padroni a casa propria nel posto di lavoro, quale che sia il lavoro che si fa e come lo si fa. (Poi sì, questo transfert venne anche alimentato un po’ dalla terapeuta stessa; poi sì, c’è stato in tempi recenti anche un contro-transfert, quindi non ci siamo fatti mancare niente).

Quando il paziente prende atto dei propri transfert fa sicuramente un passo importante, e qui per me ci sono voluti dei mesi di opportuno avvicinamento da parte della terapeuta che ha disseminato un po’ di indizi per farmici arrivare,  sfruttando quelle che sono le mie modalità relazionali più tipiche e più forti. L’intensità delle emozioni coinvolte è stata tale che ho fatto un paragone, nell’ambito della ricostruzione di questa dinamica tra la terapeuta e mia madre, credo che sia la prima volta (in quasi tre anni) che mi succede una cosa del genere.

Perché ho reso esplicito questo transfert e quelli passati, e ne ho voluto parlare? Non credo solo per curiosità di sapere se avevo capito quello che stava succedendo (sì lo avevo capito e ho ricevuto i complimenti per l’acutezza dell’analisi). Ma perché mi rendo conto che con il passare del tempo, più la terapia decide di intervenire su blocchi più profondi, e più occorrono energie maggiori per liberarsi da quei blocchi. E visto le resistenze così forti che sto sviluppando per intervenire su certe situazioni, non potevo che fare così, esplicitare un transfert (che è curioso, perché tu paziente sei convintissimo che quello che dici sia una verità oggettiva, mentre è una proiezione,  ovvero quanto di meno oggettivo ci sia) e vedere cosa succede. Credo che sia comunque un punto di non ritorno, quindi anche l’unico modo per levare certi ormeggi.

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Pubblicato il 28 settembre 2010, in Fatti miei con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Sono processi molto intensi e molto delicati, Paolo. E rifletterci “a voce alta” (o a schermo alto, boh, non so come si dovrebbe dire) può esserti molto d’aiuto. A volte oggettivando quello che interiormente appare confuso si scopre che è più semplice o più chiaro di quanto non apparisse. E comunque prende dei contorni definiti.

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