Un passo dopo l’altro, sempre più verso il baratro

La crisi che sta colpendo adesso l’Irlanda, che ha colpito la Grecia e sta meditando come muoversi sul Portogallo, lasciando sullo sfondo – ma solo per qualche settimana ancora – Spagna ed Italia, è la crisi dei bilanci statali, appesantiti dai costi sopportati per salvare la banche e vivere nell’economia dell’euro. Non è quindi una crisi finanziaria, o un evento ineluttabile, ma una conseguenza di quanto successo (o non successo) in questi paesi dall’entrata nell’euro, e dagli avvenimenti degli ultimi due anni.

La crisi, suddetta, non è affatto al suo massimo, l’esplosione vera ci sarà tra l’anno prossimo e buona parte del 2012, ora siamo ancora in una fase in cui si affilano le armi; per le amare ironie della storia, la crisi viene alimentata dalle stesse persone e dagli stessi meccanismi che l’hanno provocata.

E’ la grande finanza che gioca al rialzo, puntando ogni volta su un boccone più grosso, perché la quantità di soldi su derivati e altre sconcezze è addirittura più alta di quella del 2007, così come i super-bonus ai banchieri.

Seppure ha ragione la Merkel quando comincia – finalmente – a parlare di condivisione del rischio (perché se compri un titolo di stato in euro con un rendimento del 6,7,9%, devi accollarti un rischio) e di Tobin Tax, l’Europa è talmente sfilacciata che nessuno la starà a sentire.

Ma, c’è un ma, e di questo ma bisognerebbe parlare, ponendosi qualche domanda.

I paesi che sono più a rischio (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda), cosa hanno in comune? Alcuni sono a Sud e alcuni a Nord, alcuni sono grandi ed altri piccoli, alcuni hanno un’industria essenzialmente manifutteria e locale, altri un sistema più integrato, altri campano di servizi avanzati. Eppure, sono tutti in crisi.

Se c’è una cosa che hanno in comune, è il disastro dello stato sociale. Sia per le loro inefficienze nella spesa, sia perché ne hanno avuto sempre poco, sono tutti paesi in cui il cosiddetto welfare è sempre stato un auspicio, più che un fatto.

Il Regno Unito ha una economia fortemente finanziarizzata, ma se non sta prendendo nessuna botta irreparabile dalla crisi non è perché le cose vanno bene, ma perché c’è uno stato efficiente, che ha la capacità di fare scelte anche difficili, con una grande capacità di spesa qualificata (quanto al funzionamento dello stato, uno può confrontare i servizi pubblici inglesi (poste, trasporti, …) con quelli italiani, o se cerca quantificazioni più concrete di un comune sentire può pensare che per ogni 10 dipendenti pubblici italiani che si occupano di bambini, in UK ce ne sono 50. Oppure possiamo parlare di università, eh.).

Sempre secondo questa linea di pensiero, la crisi non ha infatti colpito tutta una serie di paesi (dalla Germania a quelli scandinavi) dove lo stato sociale funziona benissimo, a conferma della tesi.

Questo perché, lo stesso stato redistributivo che rappresenta un blocco nelle fasi di crescita, si comporta da paracadute nei momenti di crisi economica: garantendo una pagnotta a tutti, evita il tracollo dei consumi e quella sfiducia nell’avvenire che blocca ogni possibilità di ripresa.

Uno può essere d’accordo o meno con il dato politico (del resto, veniamo da decenni in cui la gente si spippettava allegramente al solo sentire la parola liberismo) ma polemizzare contro i fatti non è mai cosa saggia.

(breve parentesi: la riforma sanitaria di Obama, essendo una misura da stato sociale, che entrerà in vigore proprio al culmine della crisi, e che più coprirà il suo elettorato di riferimento, sarà uno dei motivi per cui è più probabile che egli vinca nuovamente le elezioni presidenziali che non il contrario: ma questo i giornali italiani non lo capiscono, del resto non hanno mai capito Obama e quindi continuano così)

Sarebbe molto bello che il dibattito di metà Dicembre fosse centrato sul cosa fare per uscire dalla crisi, partendo da un governo di emergenza nazionale (non di unità, l’unità si poteva fare due anni fa quando è cominciato il disastro, ora stiamo ad un passo dal baratro) che intervenga con tutta la durezza dovuta.

Sembra invece che lo scopo intorno a cui ruoteranno le prossime settimane sia capire se questo governo avrà o meno il voto di quei due o tre senatori, con i giornali presi a discutere le pregne linee politiche dei vari partitelli, tutti in grande spolvero: sicuramente la via d’uscita dalla crisi è il voto del senatore Massidda (chi cazz’è? Boh, non lo so e non lo voglio sapere, quando vedo queste ampie interviste a questi maitre a penser sul giornale le leggo, nel caso, come satira di costume).

A Gennaio, questa è l’aria che tira, l’Unione Europea ci chiederà un intervento drastico sui conti. Si vede che il clima dei rapporti è già cambiato dalle vicende sanitarie che ci riguardano: dai rifiuti di Napoli all’acqua all’arsenico, la UE costantemente nega adesso ogni proroga all’Italia, perché il nucleo dei suoi propri interessi (Germania, Francia e paesi satelliti) non sente di doversi svenare per il principio astratto dell’unità europea.

Esattamente come il Nord Italia si è giustamente rotto i coglioni di pagare per la monnezza all’ombra del Vesuvio, la Germania non vuole scucire niente per salvare delle economie disastrate, e tutto quello che ha fatto finora l’ha fatto per salvare le sue banche, non la moneta unica, che sì fa tanto comodo (il marco sarebbe troppo più forte, compromettendo le esportazioni) ma insomma non così tanto da dover morire per l’euro. In Europa, ci sta chi ci deve e può stare, mica chi vuole.

Di fronte al rischio assoluto di essere sbattuti fuori dall’euro, la classe politica non capisce e non sa cosa fare, con un irresponsabile a Palazzo Chigi che crede che governare sia lo scontro in Parlamento (questo è bravissimo a farlo, e anche a vincerlo, è quello che viene dopo che lo lascia sbigottito e sgomento), e una opposizione che ha talmente strizza dell’imminente disastro che come linea politica ha: lasciamo a Silvio la patata bollente, che in fondo lui si diverte.

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Pubblicato il 24 novembre 2010, in Fatti nostri con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Non posso che condividere ogni singola parola. Anche se non ti nascondo che in questo momento sono le ultime parole che vorrei sentire, e sai bene il perchè…

  2. la follia è stata avere una moneta comune ma lasciare il governo dell’economia ai singoli stati.
    sulla questione dello stato sociale, sono completamente d’accordo con te.

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