“Un cantico per Leibowitz”

Uno dei miei criteri per scegliere cosa leggere nell’ambito della fantascienza è la classifica dei libri consigliati redatta dai compilatori del Catalogo per antonomasia, ovvero il Catalogo Vegetti di tutta la fantascienza pubblicata in Italia.

Non è che sia del tutto in accordo con questa classifica, che secondo me promuove troppe opere di relativa qualità a danni di altre (tipo Guerra Eterna in quarantottesima posizione o Le Sirene di Titano in novantaduesima) però gli riconosco di essere una buona guida per leggere ciò che merita di essere letto, se appunto si ammette che l’ordine è relativo, sopratutto dopo la ventesima posizione.

Così appunto mi sono accinto a leggere A Canticle for Leibowitz (Un Cantico per Leibowitz) di Walter M. Miller. jr, un romanzo post-apocalittico che ruota intorno alle vicende di un ordine monastico cattolico, l’ordine Albertiano (?) fondato dal beato Leibowitz, un ingegnere elettronico che, nella furia distruttrice contro tutta la tecnica (e i tecnici) che anima furenti i sopravvissuti alla guerra nucleare, decide di salvare gli scritti (intesi come gli schematici, i diagrammi e tutta la conoscenza pià precipuamente tecnica) che trova, fondando un ordine monastico destinato a preservarli.

Il libro è diviso in tre parti, che si svolgono circa sei, dodici e diciotto secoli dopo l’apocalisse atomica. Devo dire che la prima parte è stata quella che più mi è piaciuta, d’impatto, per l’originalità dell’ambientazione, mai mi era capitato un romanzo di fantascienza che si svolge durante una veglia di preghiera nel deserto dove i novizi dell’Ordine devono dar prova di resistere alle tentazioni. Uno di questi, fra’ Francis Gerald, ha una visione di un pellegrino che gli indica un’apertura della roccia, in cui trova quello che è il rifugio anti-atomico usato forse dallo stesso Leibowitz. Geniale quando Francis legge che si tratta di un “Fallout Survival Shelter Maximum Occupancy 15″ e si mette paura, perché per loro, discendenti della catastrofe nucleare, il Fallout è un mostro che uccide tutto ciò che trova, e sapere che lì vi era rifugio per 15 di essi è motivo di terrore.

Trovati alcuni di questi documenti, e reso edotto di ciò il priore del monastero, la faccenda si sposta tutta nei rapporti di forza e politici tra il monastero e la Chiesa di Nuova Roma, con il priore che vuole evitare qualsiasi intralcio alla causa di canonizzazione di Leibowitz.

Non dirò come finisce questa prima parte, e passo invece alla seconda; se nella prima parte il ruolo della Chiesa Cattolica è analogo a quello avuto nel Medioevo più oscuro, con dei monaci amanuensi che pazientemente ricopiano dei documenti tecnici, questa parte è ambientata quando cominciano i primi conflitti tra Stato (i nuovi stati) e la Chiesa, sulle soglie di un nuovo rinascimento. Devo dire che questa parte mi è risultata indigesta, a tratti confusionaria e senza un vero protagonista riconoscibile e forte. C’è uno studioso, Thon Taddeo, che vuole leggere gli originali dei Memorabilia (i documenti salvati dall’Ordine) per poter fare un balzo scientifico in avanti, ma il tutto rimane abbastanza abbozzato.

Nella terza parte, l’umanità ha superato i livelli tecnologici della guerra di diciotto secoli prima, e anzi sembra che vada nuovamente verso uno scontro nucleare, che a questo punto lascerebbe la Terra senza speranza. Ancora adesso nascono dei mutanti, e anzi una di questi avrà un ruolo nelle ultime e drammatiche vicende.

Qui il talento di Miller ha avuto un terreno su cui muoversi, perché tutta questa parte viene costruita sugli scontri tra fede e razionalità, tra dimensione laica e religione. Il priore del monastero decide di non dare spazio a delle squadre di medici specializzati che visitano le vittime di un attacco atomico e, nel caso, consentono di ricorrere all’eutanasia. Nel confronto con il capo squadra, quando questi chiede al priore se non si debba avere pietà per chi è destinato alla morte, se non si debba apprezzare insomma uno stato che consente ai suoi cittadini di non soffrire, il priore replica che proprio perché lo Stato ha concesso l’eutanasia allora si è permesso di cominciare una nuova guerra atomica, per cui autorizzare l’eutanasia significa anche rendere lecita una condotta immorale quale quella della guerra.

Non voglio banalizzare qui i termini del confronto tra queste due figure, e tantomeno riportare quanto viene detto in altri momenti dal priore quando parla ad esempio con una donna che ha la figlia morente per la dose letale di radiazioni ricevute; dirò solo che senza nessuna pretesa didascalica o pedagogica, questi confronti tra i protagonisti sono di una non comune profondità.

Certo, A Canticle for Leibowitz, si sarà capito, non è esattamente un romanzo allegro, anzi nella ciclicità della storia c’è una pietra quasi tombale per il progresso dell’umanità in cui le società – questo m’ha lasciato di stucco – nascono per dare il massimo della sicurezza ai propri membri, con il minimo della compressione delle libertà individuali ma poi, accecate da questo come loro unico obiettivo, ottengono proprio il contrario, una limitazione forte delle libertà per avere un livello minimale di sicurezza.

Se c’è una cosa che ho un po’ patito del Cantico, è che molto spesso ci sono delle frasi in latino dette da questo o quel monaco; sicuramente impreziosirà il tutto, ma un po’ stucca e comunque rimane per me incomprensibile (più invecchio e più mi manca non aver studiato latino alle superiori). Sospetto che un po’ della fortuna del testo sia anche per questi intarsi, io avrei comunque preferito una nota a fondo pagina (l’edizione che ho, quella della Orbit, ISBN 978-1-85723-014-7 non li ha, degli altri non so) o casomai aver scoperto per tempo che c’era anche l’apposita pagina di Wikipedia. Apprezzo comunque la concisione di Miller, che poteva ben scrivere tre volumi e invece è rimasto in un’opera di trecento pagine.

Miller vivrà gli ultimi anni della sua vita in uno stato di profonda depressione, e morirà suicida nel 1996, dopo aver quasi completato un seguito del Cantico di Leibowitz, l’unico romanzo che l’ha reso famoso e che ha avuto una grande fortuna critica.

Comunque e in conclusione, un romanzo alquanto originale, forse anzi unico nel genere (è un genere?) fantascientifico. Voto: 8.

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Pubblicato il 7 gennaio 2011, in recensioni con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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