La bellezza del somaro

Film che ho visto circa costretto (o comunque, secondo il criterio che si sceglie una volta per uno, e questa non era la mia); temevo una commedia insulsa, invece mi è piaciuto.

Marcello e Marina, una coppia che più borghese non si può (Sergio Castellitto e Laura Morante) hanno una figlia, Rosa, che si è appena lasciata con il suo fidanzato, figlio di un loro amico. Marcello e Marina sono già pronti al ruolo di genitori progressisti ed illuminati, convinti che la figliola si sia fidanzata con un ragazzo di colore, quando durante un lungo fine settimana nella casa in campagna, lei si presenta con Armando (Enzo Jannacci), che sarà pure bianco ma di anni ne ha circa 70.

Armando è quasi l’unica persona equilibrata in un sistema familiare e di amicizie ricolmo di nevrosi, traumi e segreti non confessati, e il suo arriva scardina quello che già prima era un equilibrio precario.

Tristemente, la famiglia borghese raccontata dal film è una delle tante famiglie possibili, un leggero strato di normalità e di successo professionale, di affetto per i Valori e di apertura al mondo, con sotto un mondo angusto e spesso anche greve. Una figlia che non rispetta i suoi genitori, anzi due genitori incapaci di essere tali, sempre a gareggiare a chi la compiaccia e la vizi di più.

Detto così potrebbe sembrare un film noioso, invece riesce sempre ad essere divertente, se non esilarante, con il continuo salto comico tra la presunta normalità di questi genitori tristi e la apparente stranezza di Armando, affiancato nel ruolo di personaggio fuori dal coro da due pazienti di Marina, tra cui tale Enrico Maria, animato da pulsioni suicide, forse l’unico personaggio veramente surreale del film.

Perché il film non è surreale, anzi. Quelli descritti sono proprio degli italiani d’oggi, progressisti ma fino ad un certo punto e comunque sempre per convenienza sociale e per essere rispettabili, che si circondano di loro omologhi, con le tensioni che sono pronte ad esplodere anche per un nonnulla.

Sublime, semplicemente, la litigata a metà film quando una delle amiche della coppia si lamenta che il figlio dell’altra s’è portato a tavola un pitone: e perché il pitone ti dà fastidio e il somaro no? Perché il pitone mi fa schifo! Ecco, io sono una preside e sto sul territorio, al fronte, mica come te che scrivi sul giornale, non sai quanto sia meglio per i ragazzi d’oggi avere un pitone che drogarsi! Fascista! Fiancheggiatrice! Anoressica! Obesa!

Con la madre di Marina che entra nella discussione per dire quanto le due in realtà si vogliano bene (una bravissima Erika Blanc, ricorda la nonna delle Mine Vaganti per la sua malinconia).

E poi la badante rumena, che però è una ingegnere, e il figlio che vende il fumo al padre per ricavare di più dalla paghetta, e appunto la psicologa Marina che quando litiga con il marito sbraita “mio padre era un grande lacaniano!” e lui “sarà pure stato lacaniano, ma era anche un grande puttaniere!” e la di lei madre che conferma, e lui “e pippava pure!”, “Come Freud!”, “Cara, tuo padre però non era Freud”.

Cosa accadrà alla storia tra Armando e Rosa? Non lo dico per non rovinare lo spettacolo, però devo dire che la sua conclusione è stata dolce e delicata, scritta e pensata con buon gusto, senza edulcoramenti e senza pruderie.

Nella scena finale del film, i più attenti noteranno una citazione delle Mine Vaganti di Ozpetek, anche se qui la conclusione è positiva e senza che nessuno muoia per coma diabetico, visto che, come dice appunto Armando nella scena chiave del film, il serpente è un animale simbolico, che perde la sua pelle per rinnovarsi, e qui il rinnovamento c’è stato.

Bravi tutti gli attori, Castellitto a volte m’è sembrato un po’ impostato, Jannacci riesce abbastanza nel suo ruolo, solo non mi è piaciuta questa pelle così ben tirata che sembra un’overdose di Botox.

Voto: 8

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Pubblicato il 23 gennaio 2011, in recensioni con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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