Recensione: Ubik

Di Philip K. Dick ricordo, solo per il titolo e non è una bella cosa, Scorrete lacrime, disse il poliziotto, anche se il primo volume dei racconti mi era assai piaciuto (da uno di questi è stato tratto un film del 2002, Impostor, con Gary Sinise, da mettere nella coda di visione).

Così ci ho messo un po’ per decidermi a leggere Ubik, una delle massime opere di questo autore, e ho confidato anche nella collana (SF Masterworks ,  Gollancz). Mai fiducia fu più ben riposta, è un libro sublimamente bello.

Nell’anno 1992, l’uomo ha raggiunto e colonizzato alcuni pianeti del sistema solare. Gli esseri umani hanno anche sviluppato delle capacità extrasensoriali (come i precog di Minority Report, anche qui citati) e alle imprese commerciali che li impiegano per aiutare i loro clienti a carpire i segreti dei concorrenti, si contrappongono le imprese che forniscono gli inerziali, in grado di bloccare ogni attività extrasensoriale.

Glen Runciter è a capo di una società che fornisce inerziali, l’azienda che ha creato lungo tutta la sua vita anche grazie all’aiuto della moglie, quasi morta e tenuta in uno stato di coscienza minima in un moratorium. Runciter riceve una urgente richiesta dei propri servizi professionali da un ricco industriale, e porta i suoi migliori collaboratori sulla Luna.Si tratta però di una trappola, probabilmente ordita dalla Hollis, una società di servizi telepatici.

Da lì, tutto diventa enigmatico, quasi metafisico: Runciter è morto? Se sì, come mai continua ad apparire ai suoi dipendenti, che sono tornati in fretta e furia sulla Terra? Perché sulle monete e sulle banconote appare il volto di Runciter? Perché la realtà regredisce e ci si trova negli Stati Uniti del 1939? Cosa è questo onnipresente Ubik, di volta in volta birra, caffè, medicina, schiuma da barba, crema per i capelli e spray?

Tutta la trama – di cui non ho che riportato qualche elemento iniziale – si svolge in poco più di 200 pagine, Dick non è un autore che la tira per le lunghe. Le ultime pagine sono spiazzanti, e la conclusione è di quelle che le leggi, le rileggi, pensi di aver capito, poi vai a dormire, e la mattina dopo ti viene in mente cosa volesse in realtà dire. Anzi, era molto tempo che non mi capitava di leggere un libro così avvincente che ogni sera dovevo almeno leggere qualche pagina prima di andare a dormire.

Se vi è piaciuto Matrix o Inception, questo è il libro che fa per voi, senza alcun dubbio.

Voto: 8

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Pubblicato il 8 marzo 2011, in recensioni con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Bellissimo Ubik, uno dei miei libri preferiti di Dick. Forse quello che mi è piaciuto di più è stato Do androids dream of electric sheep, ovvero blade runner…
    Un po’ una delusione invece è stato the man in the high castle che secondo me parte benissimo ma poi si perde un po’… Come dici tu, Dick non amava tirarla per le lunghe, però il tema di quel romanzo (tedeschi e giapponesi che vincono la seconda guerra mondiale e si dividono gli USA in est e ovest) era per lo meno da trilogia…

    Comunque, grandissimo Dick!

  2. “Ubik” lo ricordo poco, ma ricordo che mi piacque, anche se Dick qualche volta risulta un po’ troppo cerebrale per i miei gusti.
    Anche per questo motivo devo concordare con quanto dice Albino, soprattutto a proposito di “Gli androidi sognano pecore elettriche?”, che è molto meglio (e molto diverso) del film che ne è stato tratto.

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