Londra, appunti sparsi

  • Un viaggiatore un po’ malinconico potrebbe dire che in certi posti ci lasci un pezzetto di cuore; io penso che se ce lo lasci, lo ritroverai la prossima volta che torni;
  • Parlare con un gruppo di italiani incontrati al British Museum spiegando loro la questione dei marmi del Partenone, Lord Elgin e tutto il contenzioso: dopo pochi minuti, reincontrarli che ti chiedono come si possa scrivere al British per chiederne la restituzione alla Grecia: democracy at work (o la Melina Mercouri che è in me);
  • Avvicinarsi ad un addetto alla metropolitana, un po’ male in arnese, che sembra quasi un lavoratore socialmente utile come si usa dire qui in Italia, chiedergli se la fermata migliore sia Holborn, vederlo che estrae una radiotrasmittente, si qualifica come Unità 15, confermate Holborn per il British Museum, No Unità 15 suggerire Russell Square, ricevere la risposta, pensare agli addetti alla stazione Termini che parlano in romanaccio anche con i turisti giapponesi (aoooo’, dovete girà de qua, che nun capite? aoooooooo’) e certo senza radiotrasmittente; farsi quindi comprensibilmente piccolo ed avere un sorriso imbarazzato per il penoso confronto;
  • L’albergo, London Town Hotel ad Earl’s Court, non è promosso: l’acqua della doccia era poco calda di pomeriggio, e la sovracoperta aveva un odore non piacevole;
  • Al ritorno da Stansed, ricordarsi di mettersi in modo tale di avere il finestrino alla propria destra, si vede la parte più bella di Roma;
  • A Stansed, ricordarsi che Ryanair vuole far di tutto per non avere altri passeggeri, quindi è fiscale sul peso massimo del bagaglio in cabina (che è un 10 micragnosi kg di suo) e sulle dimensioni, con tanto di verifica tramite apposita rastrelliera;
  • Guide d’eccezione lei e lui, abbiamo visto la mostra sulla sessualità animale del National History Museum (insomma, diciamo un modo per dare un po’ di soldi al museo per tutto il resto, splendido per davvero), mangiato giapponese da qualche parte non mi ricordo dove, e Domenica a pranzo siamo stati ad un bellissimo pub, con un ottimo piatto unico di carne: la cucina inglese può dire qualcosa;
  • Sabato a cena con una persona che avevo conosciuto a Roma, giusto un  paio di mesi prima che partisse per Londra, quando era del stufo della vita in Italia: come architetto, guadagna ora un po’ più del triplo di quanto guadagnasse a Roma, lavora però 12 ore al giorno quasi tutti i giorni della settimana, ma per quanto stanco l’ho visto anche contento di poter fare il suo mestiere, e di poter dare uno stacco con il resto e la vita passata, comprensiva di proprietario dello studio di architettura che gli dette la lista della spesa (inteso come: pomodori, pasta, …);
  • Pare che non sia così strano che gli architetti lavorino a questi ritmi a Londra, e pare che sia meglio andare in un piccolo/medio studio che in un posto gigantesco (i nomi sono quelli) dove magari per tutta la vita fai parcheggi, e nemmeno fai in seguito una grande figura scrivendo sul curriculum la tua iper-specializzazione; confermato da due persone (gay power at work);
  • In Italia, tu sei incluso nella società per via della tua famiglia, quindi di chi sei figlio è importante, e anche se non lavori comunque sei un membro della società. A Londra, l’inclusione è per via lavorativa, quindi sei un membro della società se e perché lavori; l’ho capito mentre venivamo serviti da una cameriera al ristorante messicano, ma io ancora non avevo sperimentato niente di piccante, quindi credo di averci preso;
  • La cameriera guardava molto più il mio amico che me: possiamo scegliere se era perché è molto più bello di me, o per la sua estrema padronanza della lingua;
  • Abiti formali e cravatte anche molto belli, in questo gli inglesi hanno un notevole buon gusto;
  • Facile riconoscere i turisti a Londra: sono quelli con l’ombrello;
  • La BBC (e anche gli altri canali nazionali) trasmettono tutto sottotitolato, anche il telegiornale con qualche secondo di ritardo tra scritto e parlato: scoprire come si può vedere la BBC in Italia;
  • Credo che la flemma inglese nasca dalle avverse condizioni meteorologiche: se piove sempre, è inutile lamentarsene, così il ragazzo davanti a me era sotto una fastidiosa pioggerellina con un’espressione di disappunto, ma niente altro, anzi dava anche indicazioni a chi gliele chiedeva: in Italia, poiché pensiamo che la pioggia sia l’eccezione, quando piove cominciamo a lamentarci, poi smette, così pensiamo che se ci lamentiamo le cose migliorano; gli inglesi invece vanno avanti;
  • A Londra non si passeggia, si cammina per andare da un punto A ad un punto B;
  • Le porte di pub, bar ed alberghi sono sempre piuttosto pesanti, devono contrastare un grande freddo;
  • Divertente il mercato di Spitalfieds, preso Time Out of Joint di Philip K. Dick a 3 sterline;
  • E’ sufficiente mettersi in fila per prendere l’aereo per riprendere contatto con l’estrema volgarità in cui la nostra società è precipitata: tutto un fiorire di parolacce, battute grevi, tentativi di fregare il prossimo e di vendicarsi per i soprusi subiti dall’autorità, chiunque fosse, compreso il personale di terra che ti dice che, se tu hai firmato un contratto in cui dichiari che non puoi avere bagagli a mano per più di dieci chilogrammi,  e che se li superi poi devi pagare quanto – guarda un po’ i casi della vita – è scritto sul contratto: ma che i contratti si rispettano davvero? Strani questi inglesi;
  • Il mio inconscio mi ha nascosto il biglietto di ritorno per lo Stansed Express, che ho ovviamente ritrovato solo quando ne avevo comprato già un altro: è stato quindi trovato il modo migliore per farmi capire che forse da Londra non dovrei tornare: e ora torniamo al punto iniziale, sul pezzettino di cuore lasciato.
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Pubblicato il 21 marzo 2011, in viaggi con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 9 commenti.

  1. A proposito di inconscio, scrivi:
    “Al ritorno da Stansed, ricordarsi di mettersi in modo tale di avere il finestrino alla propria destra, si vede la parte più bella di *Roma*”
    Forse vorresti già viverci a Londra ;-)

  2. Comprendiamo e concordiamo su tutto.
    Ciao!

    PS Dobbiamo assolutamente vederci. Cena a casa PerSpa?

  3. Per me è meglio Holborn…

  4. Non ho capito questa frase:

    “In Italia, tu sei incluso nella società per via della tua famiglia, quindi di chi sei figlio è importante, e anche se non lavori comunque sei un membro della società. A Londra, l’inclusione è per via lavorativa, quindi sei un membro della società se e perché lavori; A Londra, l’inclusione è per via lavorativa, quindi sei un membro della società se e perché lavori”

    Non l’ho capita perché se in Italia non lavori, non frega un cazzo a nessuno e raramente finisci in cassa integrazione e spesso finita quella sono cavoli tuoi, e quindi anche le statistiche sulla disoccupazione sono allegre assai. Quindi il fatto che tu sia membro della società se non lavori mi sembra da correggere: sei o diventi irrilevante, finché non ci sono problemi di ordine pubblico.

    Non vorrei sbagliare ma credo che in Inghilterra funzioni così: danno una indennità di disoccupazione a chi non lavora per sopravvivere dignitosamente, con tutto quello che comporta: controlli sul fatto se stai cercando lavoro, proposte che puoi o non puoi più rifiutare, controlli vari su truffe e sotterfugi e tutta una serie di meccanismi che aiutano le persone che hanno più difficoltà ad inserirsi o a re-inserirsi. Non mi sembra che in Italia ci sia nulla di tutto ciò, anche grazie ai sindacati italiani. Però non sono sicuro: “se sbaglio, mi coregirete”

  5. In Italia se non lavori non sei isolato dal resto della società, finché hai una famiglia che ti sostiene, perché la tua identità è una identità familiare e non lavorativa. Poi come conseguenza di ciò, spesso il mestiere passa di padre in figlio, spesso il lavoro si trova grazie a qualcuno, spesso ci sono posti di lavoro ben poco produttivi, perché la famiglia e le reti familiari vincono sull’efficienza, visto che non sei il lavoro che fai.

  6. Quando sono andato al BM un paio di settimane fa sono rimasto stupito che abbiano cambiato il nome da Marmi di Elgin a Fregi del Partenone. C’era persino persino un depliant dove il British dopo aver spiegato le sue ragioni per tenerseli metteva una serie di letture consigliate per chi volesse sentire le ragioni della Grecia.

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