And the pirla award goes to…

Avete letto la puntata di ieri di questo blog? Bene, let’s start the show!

Oggi pomeriggio, circa 8 ore dopo un mio sms inviato per tastare un po’ il terreno, ricevo la risposta da parte di V., un tono ben distaccato e buono per un amico che non vedi da tanto tempo.

Ok, rispondo pure io sullo stesso registro, e allora lui mi dice che è un po’ che è distante e se ne scusa. Io gli rispondo che me ne ero ben accordo, e mi spiace. E lui che mi vuole parlare, però non stasera, casomai ci sentiamo domani. Io gli dico che forse possiamo anche aspettare di parlare dal vivo, e lui mi dice che questo fine settimana ha da fare – non è che si sia chiesto se io avessi da fare, evidentemente io sono a sua disposizione. Ok, ci vedremo quando potremo, e quanto sono gentile con lui come sempre eh.

A me pare ben evidente che non ci vedremo, perché non vedo cosa dovremmo dirci. Così scrivo un messaggio al mio amico G., dicendogli quanto è successo e che con V. è finita come mi aspettavo, e che ieri sera ho invece fatto follie.

Peccato che il messaggio venga inviato a V. stesso:

  1. L’ho scritto a V., primo errore;
  2. L’ho inviato a V., con tutto che il cellulare mi ha chiesto conferma se volevo inviarlo, visto che era un messaggio lungo, secondo errore;
  3. Non sono riuscito a spegnere il cellulare per tempo, evidentemente dopo 5 anni che ce l’ho non so dove sia l’interruttore, terzo errore.

Ovviamente, V. non l’ha presa bene, mi dice che forse anche io devo parlare con lui. Io gli rispondo che – attenzione – mi scuso per avergli mandato un messaggio sbagliato e che non era destinato a lui.

Non mi scuso di quanto ho fatto, non ne vedo infatti la ragione: se ho smesso di pensare a lui, è perché lui ha ben smesso di pensare a me, e non vedo il senso di stare ad aspettarlo, così sia e pace, se non funziona non funziona, che prolunghiamo l’agonia?

Allora arriva la sua risposta, che mi dice come mai mi scusi solo di ciò che dico. E gli rispondo appunto così, chiedendogli da quanto tempo è che lui non mi manda un messaggio di sua sponte, non mi chiede come sto, non mi dice insomma niente di carino o che lasci pensare che un po’ mi pensi o mi desideri.

La cosa che mi dà fastidio di tutto questo è che, mandando quel messaggio, mi sono esposto ad una discussione sterile e anche penosa; ed anzi gli ho anche dato l’appiglio per poter dire, come fa, che lui non sa come dirmi quanti problemi si fa per dirmi che non vuole proseguire con me, che sono estremamente carino e ho dei modi di fare così belli: darling, non è che non sai come dirmelo, l’hai proprio fatto.

Credo, ci ho pensato sopra, che il mio inconscio abbia compiuto questa catena di errori a ripetizione un po’ per far uscire la mia posizione, un po’ per provare a vedere se, di fronte ad una provocazione del genere, ci sarebbe stata un’incazzatura fenomenale. Direi che ho ben espresso la mia posizione.

Questa graziosa sinfonia dell’inconscio sviluppatasi nella giornata di oggi si porta appresso anche un virtuosismo, che arricchisce e completa lo straniamento: un notevole risultato di natura professionale, per cui dopo due giorni che dico che una cosa è quella, dopo aver sentito il commerciale del fornitore che ci dice di no, dopo il commerciale del produttore che ci dice di no, dopo un nuovo no del commerciale che ha contattato la sede europea, io ho continuato ad insistere finché il commerciale del produttore ha ricontattato la sede europea, ha chiesto di parlare con uno che ci capisce, e questo gli ha detto di sì, che è come dico io. Il mio capo mi guarda con l’aria con cui si guarda uno che c’ha i poteri.

Per fortuna che tutti questi scambi tra me e i commerciali non sono avvenuti via SMS.

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Pubblicato il 13 aprile 2011 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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