Recensione: “Londra Babilonia”

Ho comprato questo agevole libro di Enrico Franceschini (Laterza, 155 pp., 15 euro, il prezzo non mi pare agevole come il libro) incuriosito ovviamente dal titolo e dall’idea che si porta appresso,  raccontare Londra tramite il suo multiculturalismo.

Se l’intenzione era questa, mi pare che l’obiettivo sia mancato. Sì, il libro è piacevole, ma ha solo qualche guizzo che poi mai si concreta in un’analisi più profonda: se Londra è multiculturale, come fa ad esserlo? Quali anticorpi possiede la società inglese che le consentono di essere così pronta ad amalgamare al suo interno le 300 lingue che si parlano a Londra senza per questo smarrirsi?

A queste due domande il libro di Franceschini (corrispondente da Londra di Repubblica) non dà una risposta che vada un po’ in profondità, che adotti gli strumenti del sociologo (e ok, non lo è) ma nemmeno del grande giornalismo d’inchiesta che sta sul fatto, a volte sembra che quelli che parlino siano un po’ di suoi amici e conoscenti, scelti per l’accessibilità che hanno e non per l’acutezza di quello che dicono.

Per esempio, fa un effetto strano che uno dei capitoli sia dedicato a raccontare la famiglia inglese, la sua vita assai parca e l’estremo senso del dovere: sarà sicuramente interessante, ma mi pare una cosa messa un po’ così in mezzo, tanto per fare un capitolo, che anzi spezza la narrazione che si poteva svolgere sul tema dell’integrazione e delle opportunità.

In generale, la sensazione che ho avuto dal libro è che volesse essere rassicurante: guarda che Londra è tanto bella ma complicata, ma in fondo potrebbe piacerti, anche perché pure se non sai benissimo l’inglese poi te la cavi. Ecco, a me questa lettura pare sopratutto rassicurante: possibile che Franceschini non abbia trovato il tempo e il modo di intervistare qualche italiano a Londra che gli potesse raccontare le sue difficoltà e i suoi successi? Di chi è rimasto e di chi se ne è andato?

Aggiungo inoltre che il libro non parla mai della vita degli omosessuali londinesi: non si pretende che un eterosessuale vada in un locale gay e rimorchi qualche giovanotto, ma in casi come questi – e si fa su tutti i libri – si trova qualcuno da intervistare o anche meglio un ghost writer che stia sul pezzo e dia qualche informazione, in fondo anche l’integrazione della cultura e sessualità gay è un esempio di integrazione.

In conclusione, mi pare un libro che non lasci molto al lettore già anglofilo, e voglia mettere sul tavolo qualche elemento per il lettore un po’ curioso, ma mancando della profondità di analisi e di lettura. Voto: 5

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Pubblicato il 19 aprile 2011, in recensioni con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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