Delle invidie e delle battutine

Il tempo lavorativo passa, il progetto che implica un mio trasferimento di città sembra sempre più vicino, stiamo aspettando gli ultimi controlli di legittimità formale da parte degli organi di controllo sull’atto di finanziamento (dovrebbero essere appunto solo controlli di legittimità e non di illegittimità, ma considerando la situazione della ricerca finanziata ed industriale in Italia, non è da escludere che si scateni un assalto alla diligenza) e il gruppo di lavoro va definendosi di pari passo.

Sarebbe tutto ottimo, se non fosse per una componente di questo gruppo di lavoro. Una persona che, abituata a circondarsi di amici che sono in varie condizioni di disagio, ha deciso che anche io sono in tali condizioni, e si stupisce della mia autonomia: ci deve essere sotto qualcosa. Così, qualche giorno fa se ne è uscita, con il tono di chi la sa lunga, che chissà se saprei cucinarmi da solo.

Una frase che l’avesse detta mia madre l’avrei pure capito, ma detta in un contesto lavorativo e professionale è quantomeno inopportuna, e di sicuro offensiva, invadente e svilente. Tanto che un collega assai più saggio ha fatto subito il pompiere per ricordare come le cose che ho cucinato anche per i colleghi ben dimostrino che certo non ho problemi in cucina. Ma, figurati!, se questo tono offensivo poteva rientrare subito, anzi è stato rafforzato da un ulteriore: eh, ma un conto è cucinare ogni tanto, un conto ogni giorno.

Io, con gli occhi di fuori per il tono, ho fatto presente che è dalla tenera età di 11 anni che so cucinare per me, quindi poteva pure stare tranquilla.

Sì, perché l’individuo in questione è di sesso femminile, e costantemente mostra verso di me un tono passivo-aggressivo (oggi addirittura è riuscita a dare corso ad una discussione di dieci minuti, che alla fine ha giustificato dicendo che lei aveva pensato che siccome io la stavo fissando, allora era perché volevo un suo parere su una cosa di cui stavo parlando con tutt’altra persona: mo’ pare che ci sia pure il divieto di guardare, o quantomeno nessuno sguardo rimarrà impunito: stiamo alla ricerca disperata di attenzione, e ha individuato, come dire, anche l’eterosessuale giusto).

In più, e a corredo, è da considerare che lei pensa di essere una persona simpatica ed allegra, una che fa una vita divertente, mica pallosa come me: anzi, si è offerta pure di portarmi in discoteca, una volta che ci saremo trasferiti nella nuova città per il progetto che sta partendo e che la vede coinvolta come me, che almeno mi diverto.

Cose che mi fanno pensare ad alcune risposte possibili, che vanno da: “io penso di fare alcune orgie per divertirmi nella nuova città, vuoi partecipare pure tu? però guarda che siamo tutti maschi… non hai mai fatto un’orgia? poverina… tutte queste inutili serate in discoteca”, ad un elenco dei miei divertimenti diciamo dell’ultimo mese, giusto per farle notare che in quanto a ciccia concupita sto meglio io di lei e delle sue amiche messe tutte insieme (e questo vorrà dire qualcosa, diciamo: sicuramente che non devo riempirmi le serate iniziando qualcuno alla vita notturna).

Invece, mi tocca abbozzare e lasciar correre, anche perché la fluidità di questo nuovo progetto è ora tale che qualsiasi scenata – seppure dovuta – sarebbe assai mal vista. Però so che la gestione di questa persona sarà una croce, e in cuor mio spero che venga destinata o trovi altro e più prestigioso incarico.

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Pubblicato il 22 giugno 2011 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Costei mi ha oltremodo irritato e urtato alla sola lettura del tuo racconto: mi immagino che lavorarci assieme, soprattutto in altra città, debba essere davvero spiacevole. Mi associo alla speranza che venga assegnata ad altro progetto.

  2. A margine, ricordo che il marchio Quella Stronza® l’ho registrato io, per cui o mi versi un bel po’ di soldini quali diritti d’autore oppure ti trovi un altro marchio, seppure -ovviamente- ben più banale e fiacco ;-)

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