The Tipping Point: How little things can make a big difference

L’idea di questo libro, uscito nei primi anni 2000, è che piccole variazioni ambientali, causate da poche persone, possono avere un effetto dirompente. Oggi che viviamo in un’epoca di video virali su YouTube questo non ci sembra così implausibile, ma lo sguardo dell’autore è più ampio, a volte magari un po’ superficiale; ho letto questo libro cercando conforto ad una mia idea, ovvero che anche un piccolo gruppo di persone che si impegni a modificare il profilo di un’azienda può riuscirci, e dopo molte diramazioni ho trovato qualcosa di interessante.

Il libro di Malcolm Gladwell è molto centrato su una dimensione di mercato, cioè su come si possa far sì che un prodotto diventi di massa. Il primo capitolo è centrato sull’analisi di come esistano alcune persone che svolgono certi ruoli sociali essenziali alla diffusione di un fenomeno. Intanto, i connectors sono quelli che hanno una rete relazionale che attraversa molti ambiti, e come tali sono in grado di diffondere delle idee. I mavens sono quelli che hanno una perfetta conoscenza del mercato e del contesto e sanno valutare quindi il valore delle cose e parlarne con cognizione di causa, mentre i salesmen sono quelli che sanno vendere. E’ l’azione di persone appartenenti a questi gruppi che riporta dall’oblio un paio di scarpe ormai fuori moda, o saltando di palo in frasca è in termini di questi gruppi che si può analizzare perché la diffusione di una malattia a trasmissione sessuale sia esplosa nella Baltimora degli anni ’90.

Qui, nell’ampiezza degli esempi trattati (il libro ne copre di ogni tipo) emerge una certa debolezza nella presentazione dei salesmen, l’autore osserva stupito la forza della comunicazione non verbale, non un esempio di acutezza.

Il secondo tema è sul fattore di stickyness, ovvero di come e perché certi messaggi si conficcano nella nostra mente e altri no. Nel libro si parla troppo, in una lunghissima parentesi, di programmi per bambini e di come piccole modifiche abbiano effetti estremi sul livello di attenzione (e di come a distanza di dieci anni l’aver seguito certi programmi e non altri segni in media una differenza nel livello di istruzione e di intelligenza); più interessanti sono i casi in cui si mostra come è stato sufficiente aggiungere una mappa che indicasse l’ubicazione dell’ambulatorio medico – in un messaggio rivolto a studenti di un campus che certamente già sapevano dove fosse – perché questi venissero più numerosi ad un controllo di routine.

Se vi è mai capitato di avere a che fare con quelle pubblicità che dicono di staccare il bollino e metterlo dal punto A al punto B per avere un omaggio in più, questo è proprio perché questa semplice interattività aumenta di molto il numero di persone che spediranno poi la cartolina aspettando l’omaggio.

Questa era la parte più marchettara, la cosa più interessante è sul terzo capitolo, relativo alla forza del contesto. Oltre a citare il famoso esperimento del prigioniero di Stanford, viene fatta una interessante analisi sulla politica della tolleranza zero attribuita a Rudolph Giuliani quando divenne sindaco di New York.

La tesi del libro è che i criminali siano persone non patologicamente malate (almeno non tutti, e sicuramente quelli che compiono episodi di micro-criminalità) ma persone estremamente sensibili al contesto. Per cui è sufficiente che ci sia una piccola variazione nell’ordine che questa può dare la stura ad episodi più gravi (è la teoria delle finestre rotte).

Il libro spiega come, dal 1984 al 1990, la Metropolitana di New York varò un programma di messa in sicurezza delle linee (sicurezza per i passeggeri, nel senso che era un postaccio da frequentare) cominciando a pulire e togliere i graffiti dalle carrozze, e perseguendo con severità chi non pagava il biglietto. Questo non solo consentiva di identificare persone ricercate per altri reati e che non pagavano il biglietto, ma inviò un messaggio forte di ordine per cui le condizioni di sicurezza migliorarono sensibilmente.

Di questi esempi ne vengono citati molti altri, come quello dei seminaristi che prima vengono interrogati per fargli dire che loro hanno deciso di fare il prete per aiutare gli altri, poi gli viene detto che devono andare ad un incontro con un superiore e sono in ritardo, così che quando corrono per strada ed urtano contro un mendicante, tutto fanno tranne che fermarsi (o meglio, alcuni si fermano, ma molti di meno che se non avessero ricevuto lo stimolo negativo dell’essere in ritardo all’incontro).

(Questa questione della diminuzione dei reati a New York nei primi anni ’90 è stata affrontata in Freakonomics, lo dico per inciso, sostenendo la tesi che sia dovuta agli effetti della legalizzazione dell’aborto con la sentenza della Corte Suprema degli USA dei primi anni ’70; non so dire chi abbia ragione e se uno dei due ce l’ha, ma la teoria delle finestre rotte è molto più interessante, anche perché spiega come la devastazione quotidiana che c’è a Roma delle regole del convivere sia la premessa per una escalation di criminalità più grave che infatti e puntualmente si sta verificando.)

Infine, sempre sul tema del contesto, l’autore riporta una teoria per cui il rapporto tra la dimensione della corteccia cerebrale e il resto del cervello dei primati determini la dimensione dei gruppi sociali in cui questi riescono a stare. Pare che questo sia stato osservato per ogni primate, e che tale valore per l’uomo risulti pari a 150 unità.

Ed in effetti, nell’antica Roma c’erano i legionari a capo di un gruppo di 100 uomini (Wikipedia parla, interessantemente, di “fino a 160 uomini”), molte culture hanno dei villaggi che rimangono sempre sotto la soglia dei 150 individui e ci sono anche sette religiose che si dividono in due gruppi ogni volta che la comunità raggiunge questa soglia.

Poi viene presentato il caso di una azienda americana, che ha tutti gli stabilimenti non più grandi di 150 unità. In questo modo la Gore riesce ad avere una struttura quasi senza gerarchia, che invece diventa indispensabile quando si supera questa magica soglia.

Quest’ultima parte è quella che ho trovato più interessante, per il conforto che dicevo all’inizio, perché l’azienda in cui lavoro ha proprio superato questa soglia, di una quantità X che è esattamente la quantità X di persone che andrebbero spostate nella nuova sede.

La lettura è stata interessante e stimolante, non so quanto quello che c’è nel libro sopravviverebbe al vaglio di un’analisi sociologica scientificamente corretta; per molti aspetti è un testo che è imbevuto di ottimismo e positivismo di stampo americano, e l’autore a volte pare troppo preso dalle proprie tesi per sottoporle ad una analisi più critica. Però a volte leggiamo anche cercando uno spunto ed un conforto nelle nostre idee, e in questo c’è un valore che il libro di Gladwell riporta perfettamente.

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Pubblicato il 1 agosto 2011, in recensioni con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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