Barcellona/ La vita gay

Uno, uno, uno, un altro, un altro, un altro, un altro ancora, un altro, un altro, …

La vita gay di Barcellona, di primo acchito, potrebbe essere raccontata anche in questo modo, come la quasi inesauribile sequela di gay che incontri ovunque, non sono nel quartiere gay dell’Eixample, ma anzi e sopratutto in giro per le strade, i musei, le spiagge, gli autobus, un quasi infinito elenco di giovanotti di tutte le età e forme fisiche che dalla zona gay si irradia e si sparpaglia in giro.

Però questa sarebbe una lettura proprio superficiale, perché ad un certo punto quello che va osservato è che una tale immensa tribù, una città nella città, diventa talmente numerosa che i meccanismi stessi della conoscenza e della socialità cambiano.

Intanto, si vede come quel gioco di sguardi che più puoi sperimentare per esempio a Roma qui è abbastanza inutile, perché mai dovresti limitarti a guardare uno e non dirgli ciao se quell’uno ti piace? Secondo, questo continuo viavai e ricambio di persone e di situazioni significa che molto vince il qui ed ora, qualsiasi tentativo di organizzarsi diventa inutile, nel tempo che passa per mettersi d’accordo è già cambiato tutto; e questo non è un tratto vissuto nevroticamente, è anzi la serenità di chi pensa di trovarsi a casa sua e nella città sua, in cui quindi non c’è mai il senso delle occasioni perdute, non c’è proprio niente dell’urgenza romana.

Ma se mi limitassi a questo ancora starei negli aspetti più di contorno, perché esiste un punto più sostanziale, ed è il virtuosismo della mancanza di omofobia. Se la Spagna è divenuta, diciamo pure ope legis, un paese non omofobo, con tanto di matrimoni e di adozioni per le coppie gay, questo clima così favorevole è stato anche introiettato dalla comunità gay, che non assorbe e non sviluppa al suo interno quei meccanismi omofobi che trovi per esempio nella comunità romana.

Non solo c’è il senso di protezione che sperimenti nel poter baciare per strada un ragazzo sapendo che la legge ti protegge – quella legge i cui rappresentanti, in uniforme, passeggiano sulla spiaggia nudista ben fregandosene di chi c’è e di chi non c’è, un atteggiamento di rilassatezza e di salubre confidenza che sulla spiaggia romana, nudista ed autorizzata di Capocotta non si sperimenta – ma sopratutto come la comunità gay si depuri costantemente delle sue scorie.

Non troverai quelle classificazioni tipicamente italiane per passivone, maschioni, velate e tutto il resto; non sarà certo al Circuit in cui sentirai degli insulti omofobi mentre balli – come invece succede al Gay Village, e mi spiace dirlo ma io l’avevo detto da quel dì che sarebbe finita così – ma anzi ti troverai a sperimentare un circuito virtuoso di crescita personale.

A Barcellona puoi fare tutto il sesso che vuoi, più di quello che almeno io avrei anche solo immaginato, al limite delle tue capacità fisiche, ma poi vuoi fermarti solo al sesso? E’ una tua scelta, ma puoi anche conoscere qualcuno per averci una relazione, vivendo alla luce del sole. Vuoi fermarti lì o vuoi sposarti? Potrai fare anche quello, rimane una tua scelta che devi decidere se e come esercitare. Non vuol dire che a Barcellona trovi marito appena sbarcato dall’aereo, vuol dire che non ci sono ostacoli nel trovarlo, e che rimane una tua scelta e una tua possibilità.

Il risultato di questo è che oggi un giovane gay italiano potrebbe pensarci sopra se spostarsi a Milano piuttosto che a Barcellona (anche per aspetti più quantificabili come il reddito pro capite, che è uno dei più alti di tutta Europa), e tutti questi ragazzi che arrivano sono ricchezze, talenti, voglia di lavorare, cose che fanno della città una città più ricca e più grande.

Che brutta fine che abbiamo fatto, noi italiani. Governati da un mucchio di vecchi senza idee e pieni solo di paure, che costantemente inoculano il veleno per cui la modernità un pericolo e un male, per cui il diverso è solo un nemico, e noi inconsciamente assorbiamo tutto questo e diventiamo una società sempre più gretta, più chiusa in se stessa e più instabile, priva come è di una qualsiasi ampia base sociale. Tagliamo costantemente la base della società, e la piramide sociale si è ormai rovesciata, diventando instabile; e per garantire quello che sta in alto abbiamo prima iniziato a prendercela con i gay, le donne, i disabili, tutte categorie ampiamente non tutelate, poi abbiamo visto che non bastava, che non arrivavano più soldi per mantenere i livelli sopra, e ora abbiamo cominciato a tagliare anche sulle coppie eterosessuali con figli, e andremo avanti così finché la piramide non si schianterà.

E’ stato triste ed imbarazzante – imbarazzante per la mia stupidità – quando parlando con un sudamericano che si trova a Barcellona gli ho detto se e come pensava di potersi magari trasferire in Italia per cercare un nuovo lavoro; mi ha guardato come si guarda un poveraccio, perché per quale motivo lui dovrebbe rinunciare a vivere in una società più libera? Per il traffico e la sporcizia di Roma? Per la mancanza di opportunità per i giovani? Per i prezzi delle case? Per gli stipendi? Per Carlo Giovanardi e Paola Binetti e tutti quelli che stanno zitti ma in fondo in fondo sono d’accordo?

Così alla fine, la libertà della comunità gay diventa un ottimo indicatore della ricchezza della società, perché semplicemente se vuoi una società ricca devi attrarre il talento, e per sua definizione stessa il talento è qualcosa fuori dalle regole; e per avere il talento devi attrarlo, con regole liberali, inclusive e che lo tutelino anche nella sua eccentricità. Altrimenti ti ridurrai ad una società in cui vince sempre l’ideologia – che per sua definizione è l’adozione del pregiudizio – e in cui il dibattito pubblico è solo un continuo ciarlare, senza che niente venga mai fatto perché i vecchi che sono al potere hanno una idea di futuro che coincide con il domani.

Ti viene proprio da pensare e da invidiare i gay che vivono in contesti così salubri, dove possono sperimentare le loro libertà e vivere le loro aspirazioni più profonde. Ma in realtà ti viene da invidiare i cittadini che vivono in questi contesti, quale che sia il loro orientamento. Forse noi nella comunità gay dovremmo cominciare a parlare non solo di diritti in quanto tali e in quanto dovuti, ma di come riconoscere certi diritti significhi poi fare della società italiana una società più ricca.

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Pubblicato il 15 agosto 2011, in Fatti nostri, viaggi con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti.

  1. È da stamattina che cerco un indirizzo email a cui scrivere, ma da bravo esperto di informatica ti sei occultato e quindi non mi resta che scriverti un commento…

    Ti leggo da un pò e inizialmente pensavo che mi piacesse leggerti perchè parlavi di “robe gay” mettendoti parecchio a nudo. Sarà che magari Roma è più grande della mia piccola Vicenza, ma per me il tuo coraggio nello scrivere della tua vita è fuori dal mondo.

    Poi ho realizzato che, accidenti, scrivi anche di cose “professionali/tecniche/politiche”!

    Lo so, è stupido dirlo, ma mi sono reso conto leggendoti quanto nella mia testa “l’essere gay” fosse una categoria separata dalla vita di tutti i giorni.
    Nel senso: c’è la religione, la politica, il lavoro, fare la spesa. Poi se uno è gay è come se di notte si mettesse la tuta dell’uomo ragno e si trasformasse, rivelando per qualche ora un’appendice della sua vita delegata ad un numero ristretto di persone.

    Leggevo di quello che pensi del Village perchè casualmente anche dalle mie parti, a Padova, in estate c’è un Pride Village. Ci sono andato l’altra sera e mentre mi guardavo attorno ripensavo a quello che hai scritto tu:

    “Non troverai quelle classificazioni tipicamente italiane per passivone, maschioni, velate e tutto il resto; non sarà certo al Circuit in cui sentirai degli insulti omofobi mentre balli – come invece succede al Gay Village, e mi spiace dirlo ma io l’avevo detto da quel dì che sarebbe finita così – ma anzi ti troverai a sperimentare un circuito virtuoso di crescita personale.”

    E ho realizzato che avevi ragione tu. L’autoghettizzazione ce l’ho addosso anch’io, maledizione, e come me tantissimi altri e la sperimentiamo ogni giorno, ce la spalmiamo addosso senza accorgercene. Non riuscivo (chi prendo in giro, non è che adesso ci riesca) a considerare l’omosessualità un attributo quotidiano costante, non riesco ad ammetterla nella quotidianità come qualcosa che c’è in modo tautologico.

    E quindi volevo scriverti solo per dirti grazie, che praticamente questa presa di coscienza l’ho fatta anche grazie a te. :)

    Damiano

  2. Caro Damiano, le tue parole mi lusingano e ti ringrazio per il commento che hai voluto lasciare: è sempre difficile immaginarsi se e quali reazioni può suscitare quello che uno scrive quando racconta qualcosa della sua vita su un blog, e che si tratti di una scintilla per una riflessione così profonda è molto emozionante: grazie.

  3. Forse non dovrei intervenire perché in qualche modo il commento era a carattere privato, nel caso Paolo sei libero di cancellare quello che scriverò se non lo riterrai pertinente.
    Sono vicentino anch’io come Damiano, sicuramente con qualche anno in più di lui e questo dovrebbe fare la differenza, più che sull’esperienza di vita personale, sulle possibilità che abbiamo avuto di accedere alle informazioni.
    Damiano ha attirato la mia attenzione su due temi in particolare, la sua visione personale dei gay e della loro vita, e la consapevolezza della sua non accettazione di includere la propria sfera affettivo/sessuale in un contesto totale di sé stesso in rapporto con gli altri.
    Quando avevo vent’anni io, Internet e il mondo del web che conosciamo oggi era ancora al di là di venire, e vivere in provincia o, peggio ancora, nei piccoli paesini che si trovano sparsi un po’ in tutta Italia, ti faceva sentire, in quanto gay, talmente isolato dal mondo da pensare che ci fossero pochissime persone nella stessa situazione, vista anche la cronica mancanza di modelli di riferimento.
    Ai giovani gay di oggi io invidio soprattutto la possibilità di accedere alle informazioni che, in teoria, dovrebbe consentire loro di farsi un’opinione più obbiettiva della situazione vivendo l’eventuale possibilità di incontro con altre persone in maniera più serena.
    Non è ancora così purtroppo, e ne ho spesso conferma dai ragazzi che mi capita di conoscere.
    Sono stato per anni un assiduo frequentatore di locali che, quando li ho scoperti, mi hanno fatto sentire libero di esprimermi in libertà, ma ad un certo punto me ne sono allontanato perché la maggior parte dei frequentatori si comportava nel modo descritto da Damiano, dividevano la loro vita in due, da una parte quella di tutti i giorni, il lavoro, la scuola, gli amici, la famiglia, dall’altra quella vissuta come gay, tenendole rigorosamente separate.
    Va da sè che quando crei una idiosincrasia tra il tuo intimo affettivo/sessuale e il resto di te stesso, è un po’ difficile riuscire a costruire qualcosa insieme a qualcun altro.
    I diritti civili di cui spesso si parla, tra cui la possibilità di sposarsi tra due persone dello stesso sesso, hanno il merito indiretto di insinuarsi in certe distorsioni di pensiero scardinandone alla base le apparenti motivazioni razionali; In mancanza di questi invece molti continueranno semplicemente a vivere alla giornata, prestando attenzione tutt’al più agli istinti più immediati e facili da soddisfare.
    Se da un lato mi ha sorpreso che nel 2011 ancora ci siano persone che non riescono a concepire che i gay hanno o possono avere una vita completa di tutte le loro sfacettature affettive, intellettuali e sociali, dall’altro sono felice per Damiano perchè, anche se indirettamente, ha avuto un confronto che gli ha consentito di vedere le cose da un altro punto di vista che, spero, gli consentirà di immaginare il futuro in un modo più sereno e completo.

  4. Hai fatto benissimo ad intervenire e te ne sono grato. Intanto la sopresa nel trovare qui un concittadino, secondo nel trovare opinioni così affini alle mie – anche se maturate con l’esperienza.
    Ti dico, il mio salto di qualità è stato con un ragazzo belga che ho conosciuto durante un focus group, il quale dopo aver tranquillamente sbattuto in faccia a tutti che gli piacevano i ragazzi ed era pure fidanzato si è comportato in maniera meravigliosamente naturale. Io, atterrito, lo guardavo da lontano, come cercando il trucco. Qualcuno l’avrebbe preso in giro? Avrebbe iniziato a fare urletti osceni e a confrontare le scarpe con le ragazze?
    No, niente di tutto questo. È stato tranquillo tutto il tempo e, quando ci ho parlato, meravigliosamente dolce nel rincuorarmi, oltre a consigliarmi di trasferirmi a pianta stabile in Belgio.
    Ho avuto un’idea di come potrebbe essere, ma poi qui mi guardo intorno e vedo sempre il solito. È per questo che l’idea che Paolo qui si racconti un pò mi emoziona.

    Grazie per il commento comunque :)

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