Barcellona

Sono entrato in sintonia con Barcellona da subito, con la prima passeggiata che mi ha portato sul porto: mi sono fermato a vedere la funicolare che da Sant Sebastian raggiunge il Montjuic ed è stato un attimo, una rivelazione: Barcellona è una città in cui puoi fare tante cose.

C’è un’aria di libertà e di tolleranza, perché a Barcellona si incrociano due gruppi che più distanti non possono essere, i gay che vanno al Circuit e i ragazzi della Giornata Mondiale della Gioventù. Ognuno con i propri stili e codici; si incontrano, si passano attraverso, ma non si ignorano e anzi si riconoscono, perché quello in cui si trovano non è il non-spazio dove fare quello che vuoi, ma uno spazio controllato dall’occhiuta polizia catalana, la Guàrdia Urbana che è sempre presente e in modo inflessibile persegue i piccoli truffatori che sulle Ramblas fanno il gioco delle tre carte.

E’ una città che ha risolto in modo positivo il suo rapporto con la modernità, di cui ha assorbito e rielaborato alcuni tratti. Non è Londra, perché in giro vedi quei piccoli errori e quelle piccole approssimazioni che a Londra non vedresti (come l’insegna guasta del cinema IMAX) ma certo non è una città in cui, come a Siviglia, senti la presenza del Re; questi sono socialisti e progressisti di natura.

E’ una città che si sente capitale di uno Stato, e che come Londra è una città stato, dandosi tutte quelle strutture e quelle arie di chi si relaziona con se stessa e si pone in contatto con il mondo.

Socialisti e progressisti, con gli effetti che questo ha nella vita gay e nella sua esplosione e commistione con la città. Ma una commistione sempre nelle regole: a Placa Catalunya, quando è mezzanotte, vedi una fila di qualche centinaio di giovanotti che disciplinatamente aspettano gli autobus messi a disposizione per andare a ballare al Circuit. Un evento che poi nella stessa comunità gay è assai relativo, perché c’è sempre vita nel quartiere gay dell’Eixample; il Circuit è più l’evento che attira i turisti da fuori che qualcosa che scuota o convogli i gay barcellonesi.

Socialisti nella efficiente gestione delle spiagge, che sono gratuite per chilometri ma non per questo abbandonate a sé stesse; anzi, si va dal distributore d’acqua alla doccia (che non è mai fredda) al punto di polizia e quello di primo soccorso; tutte cose che ai romani sono sconosciute, mentre se c’è una cosa che manca sono i cartelloni pubblicitari: sul lungomare non ci sono, e in generale in tutta la città si fatica a trovare un volantino attaccato da qualche parte, perché la legge prevede che l’impresa pubblicizzata ne paghi la salata rimozione; è un effetto bellissimo quello di vedere una città nei suoi spazi, prospettive e vie di fuga, e ti viene da pensare a che brutta fine abbiamo fatto noi, noi italiani o quantomeno noi romani, che ormai siamo soffocati dall’illegalità continua. A quanto sia conflittuale e irrisolto il nostro rapporto con la modernità.

Barcellona è una città per cui mi sono preso una cotta, che come tutte le cotte ha significato una certa iniziale ingordigia, una certa bruciante passione, ma questa città così libera e tranquilla è anche una città di carattere, e con questo carattere ha chiesto di cambiare registro; insomma abbiamo litigato, non ci siamo parlati per un po’, poi abbiamo fatto la pace e ho lasciato che le cose si sviluppassero secondo altri tempi, dandoci più tempo per conoscerci e sapendo che ci tornerò; perché se uno può dirti che è una città che puoi visitare in tre giorni, a me non è bastata una settimana per fare la metà delle cose che avrei voluto fare, e se avessi avuto un biglietto aereo aperto credo che mi sarei trattenuto; per me è una città che entra nel mio scrigno di città in cui potrei vivere sapendo che nessuna nostalgia mi prenderebbe mai.

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Pubblicato il 15 agosto 2011, in viaggi con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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