Abolire i piccoli Comuni è cosa giusta e doverosa

Siamo un Paese di guelfi e ghibellini, in cui quello che conta è tifare, non decidere sulla cosa pubblica.

L’ultimo esempio in questo senso è questo penoso articolo di Repubblica.it sulla soppressione dei piccoli comuni; è un articolo da leggere, tutto pervaso di quella delicata malinconia per le cose gggenuine di una volta, i buoni sapori, signora mia una volta si lasciavano pure le porte aperte che ci si conosceva tutti, e non la delinquenza di oggi.

Una malinconia delicata, senza la necessità di calcare la mano, visto che Tremonti può sempre tornare utile nella lotta contro Berlusconi; purché sia chiaro che questa idea di cancellare i piccoli comuni è sbagliata, signora mia come faremo.

Il punto è che questa idea è SACROSANTA. E io di solito non scrivo maiuscolo.

Un piccolo comune è un organo semplicemente inutile, che non può mai fare niente, non ha né soldi né capacità finanziarie; è un luogo che offre meno servizi ai suoi cittadini di un grande comune, tanto che negli ultimi decenni i piccoli comuni sono tutti diventati più piccoli (se si vivesse così bene come il giornalista vuole suggerire, forse queste emigrazioni di massa non ci sarebbero state).

I piccoli comuni non sono in grado di promuovere il loro territorio, non sanno occuparsi di innovazione (a meno che l’innovazione non sia avere un pc nella stanza del sindaco, e no non lo è) e possono solo subire le pressioni di chi è più grosso: oppure si pensa che un comune in cui c’è un geometra a tempo parziale sia un comune capace di dotarsi di un piano regolatore? Il piano regolatore che hanno è che ognuno fa come gli pare, tanto non è che ci sia questa ressa a vivere in questi posti.

Tantomeno i piccoli comuni sono significativamente legati alle produzioni tipiche del territorio: il comune di Barolo ha un ruolo nullo nella produzione del Barolo, che se è diventato famoso non è stato per altro che la qualità dei vigneti, che rimangono tali sia che Barolo faccia comune a sé, sia che sia inserito in un comune più grande.

I piccoli comuni offrono costantemente meno servizi ai loro cittadini, e questo è un problema oggettivo di equità che va affrontato, anche procedendo per accorpamenti forzati. Non stiamo parlando di trasferire le persone, parliamo del fatto di essere parte di un comune o di una frazione di un comune più grande.

Certo, non è sufficiente essere dei comuni più grandi per funzionare meglio, basta vedere Roma e confrontarla con qualsiasi altra città europea grande anche solo la decima parte (vi devo raccontare del piano pluriennale di Birmingham per ottimizzare la macchina comunale, che costerà 700milioni nei prossimi anni e farà risparmiare 2miliardi?)

Ma un comune piccolo è destinato a non poter incidere in nessun modo. Perdipiù se si parla del cosiddetto federalismo fiscale, cioè delle tasse decise da ogni comune: l’idea che un micro-comune possa definire un sistema fiscale per favorire lo sviluppo del territorio è innanzitutto una cazzata in termini proprio economici.

Il livello giusto del federalismo fiscale era probabilmente quello provinciale: se le provincie fossero state strutturate come strutture di collegamento tra i comuni, per mettere in comune i servizi, probabilmente sarebbero state utili; invece hanno pensato di fare concorrenza ai comuni nella gestione del territorio, che per definizione è completamente coperto dai comuni stessi, con il risultato di essersi cercate uno spazio troppo angusto che le ha rese inutili doppioni.

Quello che bisogna evitare è che qualcuno cominci a suggerire che per questi piccoli comuni ci potrebbero essere delle figure monocratiche nel governarli, perché la democrazia collegiale va esercitata in ogni livello della vita pubblica, altrimenti si corre il vizio di abituarsi all’idea dell’uomo forte. Ma nello stesso tempo, proprio per avere un necessario ricambio ed ampiezza della classe di governo locale ci vogliono delle realtà di ragionevoli dimensioni.

Il punto non è se l’abolizione dei piccoli comuni porta al risparmio pari al costo di due o tre deputati: il punto è che questi tagli riqualificano nettamente la spesa locale, per cui vanno fatti.

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Pubblicato il 24 agosto 2011, in Fatti nostri con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti.

  1. Io vengo da un “piccolo” comune (15.000 abitanti) in cui due-tre famiglie intramacciate con CL, Azione Cattolica e con gli scout hanno preso il potere, negli anni ’90 e primi 2000. Abbiamo assistito a 3-4 sindaci “di famiglia”, con assessori di famiglia, consulenti di famiglia, ecc.
    Risultato? Figli e nipoti e cuggini si sono comprati appezzamenti di terreno agricolo, che magicamente sono diventati edificabili, cosi’ da permettere a questi piccoli feudatari di farsi la casa… :-)

    Questo per dire che i piccoli comuni non sono sinonimo di virtu’, anzi. Paradossalmente sono piu’ difficili da controllare. E se ‘ste cose capitano nell’efficiente nordest, figuriamoci al sud…

    • No Albino, 15mila non è un piccolo comune, almeno non nel senso di questo mio post: il 70% dei comuni italiani ha meno di 5mila abitanti, e questi sono quelli piccoli (Barolo ha nemmeno 800 abitanti, e stanno facendo una gran cagnara per l’indegno accorpamento proposto da Roma).

      Date le dimensioni, quello che dici è poi niente di nuovo sotto il sole e che ho visto nel mio comune, che ne ha 40mila e che fino a 30 anni fa era il più grande comune non capoluogo d’Italia (poi si è scisso), e taccio del sacco edilizio che l’attuale sindaco ha messo in piedi, oltre che all’ingresso della camorra in forze nel territorio comunale.

      Però continuo a pensare che sia impossibile governare un territorio con un sindaco che apre il Municipio e un geometra part-time.

  2. Non so come funziona altrove, ma dalle mie parti tutti i piccoli comuni hanno già servizi consorziati con gli altri piccoli comuni confinanti. Scuole, strade, tasporto pubblico, nettezza urbana, servizi sociali, assistenza etc: tutto consorziato. Ci sono paesi sotto i mille abitanti che sanno fare promozione e cultura meglio delle grandi città. Proprio Barolo, ad esempio, che non è solo uno dei posti ove si fa il vino Barolo, ma il motore essenziale e indispensabile che lo ha fatto diventare uno dei fiù famosi. A Barolo c’è un museo enoico fra i più moderni del mondo, un’importante scuola alberghiera, un’Enoteca pubblica importantissima, decine fra ristoranti, esercizi, vinerie, agriturismi, b&b, negozi e laboratori di gastronomia, una realtà economica da fare invidia alla Borgogna.
    Poi ci sono paesini meno fortunati e più isolati, dove il sindaco ed i suoi assessori, a costo zero, garantiscono comunque quell’efficienza gestionale e quel supporto umano che una semplice frazione si potrebbe soltanto sognare.
    Dalle mie parti ci furono già fusioni di paesi in tempi non sospetti: oggi tutti rimpiangono la situazione precedente.

  3. Certo, tanti piccolissimi (perchè sotto ai 100 abitanti si è piccolissimi e non piccoli) comuni, con tante piccolissime zone industriali, tante micro zone residenziali, magari in antitesi con il comune limitrofo, tecnici comunali un paio di mezze giornate alla settimana, amministratori flessibili e pluridisciplinari (o meglio buoni per tutto, veramente preparati su poco o nulla), scuole con pluriclassi…. Questi sono i servizi essenziali e insostituibili dei piccolissimi comuni. E non parlo per sentito dire, ma per esperienzxa diretta…

  4. Mi spiace, ma io non credo che il Barolo sia tale grazie al comune di Barolo, penso che lo sia per i vigneti (e i finanziamenti all’agricoltura, che sono in genere a livello europeo). In questo senso il piccolo comune è del tutto trasparente, e rimane incapace di fare grande innovazione; se poi c’è già il consorzio per tutte le attività come il trasporto pubblico, mi sembra ulteriormente dovuto che si tratti di un consorzio comunale, che risponde quindi ad un consiglio comunale eletto dai cittadini, piuttosto che di un consorzio intercomunale che aggiunge un livello di distanza in più.

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