Zero non ha bisogno di declinazioni

I colleghi tornano al lavoro. Tutti sono stati in ferie, quantomeno hanno staccato, ma non a tutti han fatto lo stesso effetto. Qualcuno ha qualcosa da raccontare, gli vedi negli occhi e nell’atteggiamento qualcosa di diverso, un ricordo di un’esperienza diversa che magari non necessariamente vorrà condividere con te perché non siete così amici o non è il momento giusto.

Poi ci sono quelli che hanno niente da dire.

Non perché non siano andati in vacanza, ci sono andati, e una persona in armonia con se stessa potrebbe farsi anche una passeggiata per la Roma d’Agosto e troverebbe qualcosa da vivere prima e raccontare poi.

Non perché sono sulle loro, anzi almeno in apparenza sono così espansivi. Ma perché non c’è proprio niente da dire. Perché rientrati hanno avuto bisogno di pochi minuti per rimettere in piedi esattamente gli stessi teatrini nevrotici con cui li avevi lasciati.

Persone così impaurite di se stesse da essere impaurite dalle novità; così poco consapevoli della loro identità da non volerla mai mettere alla prova sperimentando cose nuove; che così poco esercitano un controllo sulla loro vita da volerlo esercitare quando meno servirebbe ed è più facile esercitarlo.

Tu staresti a parlare per ore di quello che hai fatto tu e poi invece ti blocchi e ti azzitti perché sai che staresti raccontando a qualcuno che non sarebbe per niente in grado di recepire, che vivrebbe tutto questo come una specie di ostentazione.

Persone che non hanno niente da dire. Poi ti rendi conto che questa loro triste condizione non vale solo oggi, al rientro dalle ferie, ma vale sempre, tutto l’anno; ora è solo che tu, per fortuna, sei in uno stato di grazia per cui te ne rendi conto in misura maggiore. E tracci più convintamente quel confine tra quelli che sono colleghi ma non saranno mai destinati ad essere altro.

Una volta un collega mi ha raccontato di come la sera, nel suo villaggio vacanze, i pescatori scaricarono il pesce appena pescato. Pesci di forme e colori unici, tropicali, una sinfonia di luce. E lui pensò che, piuttosto che stare a cercare la macchinetta fotografica, doveva rimanere lì a vedere con i suoi occhi.

Un pensiero così semplice, il desiderio di nutrirsi della bellezza, la capacità di vederla e di non averne paura, che da quel giorno io vedo lui con una ulteriore e maggiore simpatia, perché di persone così poco ansiogene ce ne sono veramente poche.

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Pubblicato il 24 agosto 2011 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. Post interessante. Mi hai fatto venire in mente Robert Walser, che nella sua vita aspirava a diventare uno zero assoluto.

    Ma piu’ semplice del non cercare la macchina fotografica e fermarsi a guardare i pesci colorati, non e’forse guardarli e basta? Questo e’ pane per i taoisti :-)

  2. Noi invece siamo curiosi di sapere come hai passato l’estate! Quando vieni a raccontarci tutto?

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