L’articolo 18

Il governo Monti gode di una protezione da parte di tutti gli altri poteri che nessuno ha mai avuto in Italia; tanto che si permette di dire che la riforma del mercato del lavoro sarà comunque fatta, a prescindere dal parere delle parti sociali (che, almeno loro, sono lì perché qualcuno li ha votati, giusto per la precisione).

In questa frenesia di fare riforme, che le liberalizzazioni faranno esplodere l’economia italiana, il tema dell’articolo 18 è diventato un feticcio, che è chiaro che quelli che vogliono tenerlo sono dei comunisti trinariciuti, e che è colpa di questa norma se le aziende non investono in Italia. Io che pensavo all’inefficienza della pubblica amministrazione, alla logistica penosa, alla ricerca inesistente, alla mafia spadroneggiante, alla corruzione endemica, e invece pare sia l’articolo 18, una norma che in Italia riguarda circa duecento cause di lavoro all’anno.

Mi si dirà: ma in tanti altri paesi del mondo questo articolo non esiste. In effetti, questa è l’obiezione che fa qui Albino (sì, l’ha scritto ad Ottobre, e io c’ho pensato fino ad adesso perché c’era un punto che non mi quadrava nel ragionamento: embè? c’ho messo qualche mese, se ero uno rapido non scrivevo su un blog).

Cosa c’è che manca nel quadro fatto da chi dice che per esempio nei paesi anglosassoni non c’è articolo 18? Il fatto che in questi paesi esiste una fortissima disciplina contro tutte le discriminazioni.

Se in America ti viene in mente, per sbaglio, di licenziare uno perché è di colore, il giorno dopo non è che ti arriva il giudice del lavoro, nooo, viene direttamente l’FBI. Se in Inghilterra licenzi uno perché è gay, è molto, molto meglio se emigri direttamente, perché non solo le associazioni gay cominciano un picchettaggio davanti alla tua azienda, ma ma c’è il rischio che la polizia gli dia un sostegno concreto. Oppure vuoi licenziare una donna incinta in Francia? Stai scherzando, vero?

La norma sull’articolo 18 è una norma contro le discriminazioni, ed esiste nell’alveo dello Statuto dei Lavoratori solo perché non esiste in un contesto più ampio che riguardi tutti i cittadini in quanto tali. Meglio, siccome la Repubblica è fondata sul lavoro, mettere quella norma a tutela specifica dei lavoratori non voleva indicare una qualche esclusività o un qualche premio, ma solo era un veicolo possibile per fare passare un principio nel vissuto quotidiano delle persone, perché tutti dovrebbero lavorare, e nel lavoro che diventiamo cittadini compiuti di questo Stato.

Ci sono degli abusi compiuti facendosi scudo dell’articolo 18? Sicuramente, e per quelli esistono la legge e i tribunali del lavoro, che oggi ci mettono alcuni anni ad emettere sentenza, scoraggiando chi è dalla parte della ragione (lavoratore o azienda che sia) che deve quindi subire le prevaricazioni del più furbo. Non sarebbe più utile una riforma su questo, piuttosto che accanirsi contro un principio di civiltà?

C’è un problema di grandi quote di lavoratori che non sono tutelati dall’articolo 18? Sicuramente, e questo deriva dalle asfittiche condizioni del sistema produttivo italiano. Dove si evince che modificando questo articolo si permette al sistema di crescere? Ed infine, il fatto che la crisi economica abbia colpito in modo drammatico i paesi con mercati del lavoro de-regolamentati, mentre sia passata abbastanza indenne nei paesi con tradizioni social-democratiche, non dovrebbe suggerire alcune riflessioni?

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Pubblicato il 20 febbraio 2012, in Fatti nostri con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 6 commenti.

  1. Da un pò di tempo mi ronza nel capo un dubbio fantapolitico: Non è che il vero obiettivo del governo nel volere l’abolizione dell’articolo diciotto si la possibilità, non tanto per i privati ma per lo stato stesso, di licenziare i suoi dipendenti? Magari proponendo, in alternativa, dei prepensionamenti con le nuove norme appena varate?
    Saluti

  2. Solo che Paolo, guarda che nessuno ha mai messo in dubbio che le tutele contro le discriminazioni debbano restare in piedi. Quando si parla di articolo 18 ci si riferisce a quel “giusta causa” generico che di fatto rende difficile licenziare anche per motivi in cui ovunque nel mondo si licenzia (es: perché’ hai assunto un imbecille che l’aveva sparata grossa nel CV e che non performa come volevi tu, perché’ hai assunto uno che non si e’ inserito nel team come volevi, perché’ hai assunto uno che lavora poco e ciula le segretarie, ecc. ecc.).

    E se la soluzione fosse mantenere l’articolo 18 e cambiarne l’espressione “giusta causa” con “discriminazione”?

    • Boh non lo so, credo che non ci sia cosa peggiore di due ingegneri che parlano di diritto :)
      Penso che licenziare perché la si è sparata grossa nel CV sia oggi ben possibile, casomai mi dirai che è difficile che accada perché le aziende italiane non fanno certo i rapporti periodici sul lavoro fatto dai dipendenti a scopo di valutazione, quindi figurati quanti si ricordano la relazione tra il CV e quello che poi sai fare.

      Se vuoi, anche, quando hanno scritto l’articolo 18 e hanno usato l’espressione “giusta causa”, quali erano le fattispecie che hanno voluto includere e che non erano incluse da una espressione, come tu suggerisci, quale “discriminazione”?

  3. @ Albino
    Ho dato l’impressione di essere a favore del mantenimento dell’articolo 18? Se è così, ho dato l’impressione sbagliata. Io sono per la totale libertà di licenziamento (con preavviso di un mese e tre mensilità di indennità). Ovviamente penso che attuare soltanto questa riforma lasciando le altre norme come sono recherebbe solo danni ai lavoratori quindi la subordinerei ad un riordino generale del diritto del lavoro e delle professioni e a una riforma radicale del mercato del lavoro.
    E ti dirò di più: penso che sarebbe un gran bene per i conti dello stato (insieme alla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione) alleggerire la pubblica amministrazione a tutti i livelli, centrale e locale, di una parte dei suoi dipendenti, specialmente la parte che svolge mere mansioni d’ufficio e perciò sostituibile con una maggiore informatizzazione.

    @ Paolo
    Mica sono ingegnere io. Sono un laureato in filosofia attualmente operatore turistico.
    Saluti

    • Infatti non stavo replicando a te. La struttura di indentazione dei commenti è pensata proprio per evidenziare come, in quel caso specifico, io stessi replicando ad Albino, mentre ora replico a te.

  4. Oops, mi ha confuso il fatto che abbiamo lo stesso nome.

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