Nella metropoli dove si lavora (anche su di sè)

Le ultime tre settimane lavorative sono state di una fatica e di uno stress insostenibili, e infatti non li ho sostenuti. Domenica sera mi è esplosa una febbre intestinale, che probabilmente covava da qualche giorno, ma almeno è stata virulenta ma breve. Lunedì, così, sono stato in grado di mettermi alla ricerca di un dottore che mi visitasse (anche se c’era poco da visitare, conosco la malattia per averla purtroppo già vissuta) e sopratutto mi desse i giorni di malattia lavorativi.

Infatti, qui non ho preso né residenza né domicilio, altrimenti i costi dell’assicurazione per l’auto sarebbero esplosi, e per un’auto che ho lasciato su e che non ho mai portato qui sarebbe stato quantomeno ingiusto.

Per fortuna, l’ASL di Napoli ha pubblicato l’elenco dei suoi medici generici, quindi è bastato spulciarselo per cercarne uno che fosse vicino a casa, che fosse a studio e che fosse disponibile alla visita.

Questo si è rivelato anche gentile, molto preso a darmi del “voi”, un uomo di mezza età abbastanza pratico di cose del mondo, a cui ho dovuto poi spiegare tutta la questione del perché gli chiedevo la prestazione, ovviamente retribuita.

Diciamo che anche questa parte dell’esperienza di vivere da solo l’ho fatta, mi sono ammalato e mi sono fatto visitare dal dottore.

Però, se dicessi questo e mi fermassi qui, non starei dicendo niente di quello che ho sentito ci sta dietro a questo per fortuna temporaneo fastidio. Sicuramente, lo stress da lavoro, non solo la quantità spaventosa di cose che devo fare in una giornata ma anche il fatto che non tutti i dirigenti a cui rispondo hanno la stessa agenda, anzi.

Però, questo non sarebbe tutto. Credo che la maggior parte del tutto sia invece in un senso di solitudine, non assoluta perché ho i miei amici sia qui che in giro per il mondo, ma comunque la solitudine di essere singolo, e di non avere una persona vicino a cui raccontare la mia giornata.

Devo dire, in questo Napoli mica aiuta. Non ci sono tantissimi uomini della mia età che facciano il mio tipo di lavoro e abbiano il mio tipo di responsabilità, per cui spesso se mi metto a dire a qualcuno quello che ho fatto vengo visto con affettuosa partecipazione, ma molto point blank, e se e quando uno chiede dei suggerimenti, o anche solo vuole analizzare tutte le alternative, beh è quasi meglio parlarsi da solo.

E questo non va bene, anzi va male. Perché poi uno prende una piega narcisistica di cui non avrei proprio bisogno, solo che la situazione della mia generazione in una città del Sud questa è, mi pare di essere una libellula bianca.

Questa cosa mi pesa moltissimo. Forse è una cosa che mi è sempre pesata, ma ora che ho un lavoro comunque bellissimo in cui mi prendo una caterva di soddisfazioni professionali, una casa mia, la mia vita, una città bella in cui ci sto anche bene, forse adesso questo tema che era rimasto più nascosto mi diventa più presente. e boh non lo so ma mi pare che si annuncia un lungo inverno prima della primavera.

Oggi ho visto passare dal tram un ragazzo. Alto, con questa bella barbetta, moro, vestito come potrebbe un giovane professionista ancora un po’ informale; credo che me ne sarei potuto innamorare a vista se il tram non si fosse rimesso in moto. E questo veramente non è da me. Mi sa che devo fare qualcosa non da me per trovare qualcosa da me.

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Pubblicato il 11 ottobre 2012 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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