Un bel di’ vedremo

In questa azienda, e in questo lavoro, mi ci trovo anche perché un dirigente della società ha mostrato una certa fiducia in me. Oltre per il fatto di aver sempre lavorato bene, ci sono stati anche una serie di motivi per cui  io e lui parliamo la stessa lingua, una cosa che molti in azienda hanno notato.

E alcuni di questi molti, negli ultimi giorni, mi hanno pressantemente chiesto di parlargli direttamente, scavalcando un’altra persona, per fargli presente delle difficoltà oggettive a poter continuare a lavorare bene.

Io questo non l’avrei mai fatto, non mi viene da scavalcare la gerarchia, se non fosse che proprio questa persona mi ha più volte detto che, quando avessi visto un problema, l’avrei potuto chiamare. Me l’ha detto pure un anno fa, quando la mia vita personale era squassata dalle tristi vicende che ricorderete.

Bene, questa telefonata di richiesta di soccorso c’è stata. E l’esito è stato che io sono stato svenduto, insultato in pubblico e non difeso da chi mi doveva difendere.

Infatti, per subito è stato informato chi proprio non doveva essere informato di questa telefonata, cioè quello che ho scavalcato. Poi è successo che, nonostante che ben sapesse cosa pensassi di una certa proposta, mi ha dato la parola in una riunione con un partner perché dicessi cosa ne pensassi. Io manco ho fatto in tempo a dire cosa ne pensavo, che questo partner ha cominciato a insultarmi, e questo dirigente manco m’ha difeso.

La cosa è stata la pietra tombale, ovviamente, all’idea che io con questa persona possa avere un rapporto amichevole. Dirò che le reazioni dei colleghi che sono venuti a sapere la cosa – le notizie circolano, in questi giorni sono il gossip più ghiotto di tutta la ditta – vanno dall’incredulo allo sbigottito allo schifato. E che più di uno m’è venuto a trovare per dirsi vicino a me, con gli occhi sbarrati a pensare quello che avevo subito.

E tutto questo, perché è successo? Perchè c’è stata necessità di offrirmi come agnello sacrificale? C’ho pensato molto sopra, e mettendo insieme i pezzi (i gossip viaggiano in tutte le direzioni) è uscita l’idea che questo dirigente sta cercando di ricollocarsi, visto che ormai il suo destino s’è compiuto, e per far questo ha bisogno di farsi amico quello che mi ha insultato, e non certo di farsi amico me.

Sarà questo o non sarà, un bel dì vedremo, ma di sicuro questa cosa ha comunque delle conseguenze.

Intanto, che la mia intelligenza non sarà certo destinata a fare il meglio possibile per questa azienda, che non mi tutela e anzi mi lascia sbranare. A seguire, che farò di tutto per andarmene prima possibile, sperando anzi di farlo nel momento in cui massimo è il fastidio che posso causare loro, perché la mia dignità non è in vendita e non sono una pezza da piedi. Poi, certo, posso aspettare che questo qui salti, giusto per godermi lo spettacolo, e vedere se chi verrà dopo sarà meno fetente, ma diciamo che il legame emotivo che c’era in questa azienda s’è spezzato, e in modo irrecuperabile. Come ho detto a quello che ho scavalcato (che ovviamente s’è incazzato di essere stato scavalcato, e che me la farà pagare appena possibile, vendicativo come è, senza che io abbia nessuno che mi difenderà) nessuno di loro ha pensato di difendere un loro dipendente aggredito in pubblico, un comportamento che posso solo descrivere come indescrivibile.

In tutto questo, e nelle manifestazioni di stima dei colleghi che non si pongono il problema della mia difficoltà a ricollocarmi (e che pensano anch’essi di andarsene, perché se io sono stato attaccato chiunque può esserlo, e si è mirato al bersaglio grosso per offrire il boccone più saporito allo spirito sadico di questi violenti camuffati da uomini di cultura: colpiscine uno per educarne dieci, e colpisci quello più capace per educarli tutti), sta quello che è successo negli ultimi tempi nel piano lavorativo.

Fuori da quel piano, dove invece stanno le cose importanti, il mio uomo mi mostra in questi giorni una vicinanza che è bellissima e mai sperimentata prima, nel senso che in altre crisi analoghe dovevo fare da solo, e qui invece ho qualcuno che mi è vicino, e sopratutto mi è vicino in un modo a cui io non penserei, ma che poi scopro che è il modo di cui ho bisogno per stare meglio.

Io so solo, e lo so sempre di più, che sono qui in questa città non per un caso del destino ma per un percorso che si doveva compiere, e che in questo c’è la risposta ad ogni incertezza, perché episodi come questo, a parte qualificare i violenti che li compiono, sono alla fine rumore di fondo nel percorso della vita.

Rimane il dispiacere, questo sì, per quello che poteva essere, rimane il fastidio per aver capito di essere stato manipolato (da uno che, ho poi scoperto, questo scherzetto lo ha fatto con molti), però rimane sopratto la consapevolezza profonda di sapere di essere venuto qui non per il lavoro, no, ma per quello che da questa venuta sarebbe disceso e che infatti è poi disceso. C’ è da dire che ce ne è voluta di psicoterapia per capire questo, però alla fine ci sono abbastanza arrivato, e credo (per usare una immagine che uno di voi ha lasciato in un commento un po’ di tempo fa) che questa cosa che mi trovo a pensare adesso sia uno di quei semi che in una psicoterapia vengono depositati e che sbocciano anche a distanza di anni, proprio quando serve. So che la mia psicoterapeuta leggerà questo e quindi so che non dovrò dilungarmi a dire delle lacrime che mi solcano il viso. Ma come mi capita spesso in questa città, sono lacrime di gioia, e sono riti di passaggio.

Penso che questa vicenda sia anche la prova, ulteriore e personalissima, di quanto sia mefitica la classe dirigente italiana, fatta di gente che si tiene insieme per cooptazione. Pensavo di aver trovato in questa azienda un pezzo di Italia migliore, invece ho trovato la solita mediocrità coperta con l’astuzia e la diplomazia fine a se stessa, ma francamente non me ne fregherà più molto, io posso solo vederli e mettermi a ridere, i destini vanno separati quando è giusto che sia.

Sul titolo del post, perché credo che il fil di fumo che un bel dì vedremo sarà quello di un grosso e fumante stronzo.

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Pubblicato il 31 maggio 2013 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 7 commenti.

  1. Scusa se mi permetto, dato che non ci conosciamo, ma guarda che tutto il mondo è paese. Non credere che all’estero queste cose non succedano: sono dinamiche normali di una società umana. Non lasciare questo impiego solo per ripicca, che alla lunga non paga. Buona fortuna.

  2. …io invece dico non scendere a compromessi, perché devi inghiottire rospi? Se hai un’occasione conveniente coglila al volo, problemi ci sono dappertutto, è vero, ma non mi sembra un buon motivo per restare fermi! Auguri e va dove ti porta il cuore (ma vacci armato) Ciao!

    • Luciana, mi sono espresso male: intendevo che si può (si deve) cambiare lavoro se capita l’occasione giusta, ma non per ripicca o “perché così gliela faccio vedere io…”

  3. Mi spiace leggere di questa delusione, disillusione: ma sai bene che anche questo darà i suoi frutti se ben elaborato e metabolizzato. E il fil di fumo non sarà solo quello che citi nell’antipoetica conclusione del post, ma anche quello della speranza di avere comunque una vita più autentica e gratificante di quella dei tuoi colleghi e superiori.
    E’ per me consolante, ma una povera consolazione, vedere che non solo nel mondo accademico le dinamiche dei rapporti sono così squallide.

    • Colgo l’occasione di questo tuo bel commento di cui apprezzo la profondità espressa con poche semplici parole per chiederti: ma tu sei su Facebook con il nome e cognome che vedo nella tua mail qui? Perché nel caso ti aggiungerei :)

      • No, non sono su Facebook. Dispenso i miei illuminati pareri da Donna Letizia (ma tu sei forse troppo giovane per ricordartela…allora diciamo: da Natalia Aspesi) solo dal blog :-)… aprirò una rubrica: la posta del cuore
        scherzo ovviamente

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